Riina, i simboli mafiosi e la morte dignitosa

La morte più dignitosa che possa fare Totò Riina è quella di spirare nel letto dove si trova ora. Non è in carcere ma in una stanza ospedaliera iper blindata. Garantire le cure al peggior criminale malato – e Riina va considerato tale – è un dovere, un obbligo, un diritto per chi si ritrova in condizioni di salute precarie. Ma il discorso poi si apre e si chiude qui. Si è fatta grande letteratura sulla pronuncia della Cassazione in merito alla decisione del Tribunale di Sorveglianza di Bologna che aveva respinto la richiesta dei legali del boss dei boss per un differimento della pena (Riina ha una manciata di ergastoli e si trova in regime di 41 bis) o in subordine una detenzione domiciliare. La Cassazione, in punta di diritto, si è espressa su una questione universale “il diritto di ognuno ad avere una morte dignitosa” e sul particolare ha rimandato indietro al Tribunale di Sorveglianza quel diniego alla richiesta dell’avvocato di Riina, “consigliando” di motivarlo meglio. D’accordo che di 41 bis prima o poi in questo Paese se ne dovrà parlare e non in termini folcloristici come è stato fatto finora: da una parte gli iper garantisti e dall’altra i forcaioli. In un dibattito che si trasforma sempre più spesso in rissa. Ma questa è una parentesi e per chiudere: il 41 bis va contestualizzato sul profilo criminale di chi ci è finito e sulla storia della lotta alla criminalità organizzata e il grado di emergenza, elevatissimo, tra gli anni ’80 e ’90. Quello però che non mi convince in tutta questa storia – nonostante io sia da sempre un convinto garantista – è l’enunciazione di un concetto che va a sbattere inequivocabilmente con la simbologia mafiosa. In molti hanno detto che sarebbe una vittoria dello Stato sulla mafia permettere a Riina di trascorrere i suoi ultimi giorni (quanti saranno? Potrebbero essere anche mesi o anni) nel letto di casa. Perché sarebbe affermare una superiorità. Il problema però è un altro: nonostante la carta d’identità, nonostante la malattia sempre più aggressiva, Totò Riina rimane comunque un simbolo. Un simbolo del male, certo. Ma sempre un simbolo è. Per i vecchi mafiosi ma anche per qualche picciotto. E permettere al boss dei boss, la mente (in compartecipazione o no, non è questo ora il punto) e il braccio della stagione più sanguinaria della storia d’Italia, di morire nel proprio letto, è invece un’evidente dichiarazione di debolezza. Nella simbologia mafiosa – e la simbologia non è assolutamente per Cosa Nostra una minuzia – se un boss muore nel proprio letto significa che ha vinto. Ha vinto contro i suoi nemici, tra chi lo voleva morto di morte violenta, quindi ammazzato, e chi lo voleva in cella. Allora meglio fermarsi un attimo a riflettere. Qui non è questione di essere più o meno garantisti e né tantomeno di vagheggiare l’idea di una pena di morte. Qui, la questione è una sola: ci sono le condizioni perché Riina possa morire dignitosamente dove si trova ora, quindi senza che sbiadisca il marchio di quei duecento cadaveri e di quelle cinque stragi? Ci sono, perché attualmente si trova in quella stanza iperblindata di ospedale che magari – se proprio vogliamo essere ultragarantisti e perfino un po’ populisti, in senso buono ovviamente – a molti detenuti in condizioni ben peggiori e per reati meno gravi non è stata concessa. Riina deve morire lì dove si trova ora. E’ comunque l’unica morte dignitosa che può avere e soprattutto rispettosa nei confronti dei parenti delle vittime delle stragi mafiose. Ogni altra apertura con un boss che non ha mai rinnegato di esserlo è cedimento e debolezza da parte dello Stato.

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Libri/76 La rivoluzione sentimentale non è mai invisibile

 

 

 

Donnie Tammaro non esiste. E’ un prodotto della mente di Giampuzzo. E’ il suo amico immaginario. Eppure è il personaggio più vero, più reale e forse anche il protagonista di “Una rivoluzione sentimentale” di Viola Ardone. La vera protagonista sarebbe Zelda. Che, a un certo punto della sua vita, pianta in asso l’eventuale e tutta da decifrare carriera universitaria per andare a insegnare in una scuola superiore, nella provincia napoletana. Nella terra dei fuochi, tanto per contestualizzare meglio. Zelda è personaggio complesso, ci si innamora ma ci si prende anche le distanze. Ha un rapporto privilegiato – fisico e non – con Marcello. Ma non sono una coppia. Lui presuppone di conoscerla meglio di chiunque altro, non solo perché le ha contato spesso i nei. Zelda invece, non si conosce fino in fondo. Non ha un’idea di che cosa sia, di che cosa rappresenti per sua madre (muta e malata), per Marcello che continua a fidanzarsi e nemmeno (forse) per i suoi stessi studenti. Così inflessibile, come appare, nel valutare le loro subordinate che lottano contro qualsiasi principio di gravità ortografica e grammaticale. Eppure lì davanti a lei, proprio con quel Donnie Tammaro che sì è immaginario ma riesce sempre comunque a insinuarsi, a far sentire la propria voce, c’è una generazione vera d’invisibili. Anche se i compagni reali di Donnie sono fatti di carne, ossa e sangue che scorre. Sono nella piena incertezza sul solcare, anche inconsapevolmente, quella linea d’ombra che rappresenta il passaggio alla maturità. Perché non ci si può per sempre sentire ragazzini. E perché la provincia napoletana non ti dà nemmeno il tempo di concederti una possibilità simile. Non si può non crescere. E di fronte alla discarica carica di veleni in un delirio organizzato si muove la protesta di questi studenti. Non più invisibili e il paradosso che è proprio lo stesso Donnie in qualche maniera a istigarla. Come riesce a istigare quella rivoluzione sentimentale (il titolo del libro) necessaria e inevitabile di Zelda che fa i conti con se stessa, che ha la percezione di cosa significa essere donna ed eventualmente madre. Se fosse una canzone probabilmente questo libro sarebbe un vecchio pezzo degli Afterhours “Posso avere il tuo deserto”: “Puoi pensare che andrà senza un’azione. E la verità passi lasciando il posto alla ragione”. Il deserto di Viola non è più arido. La rivoluzione sentimentale – visto che questo libro non è un giallo ma vale la pena di leggerlo non per sapere come finisca ma per provare a sperimentare sulla propria pelle che cosa significhi fino in fondo conoscersi se stessi – si completa. Scoprirlo è un viaggio comunque affascinante.

 

Viola Ardone

Una rivoluzione sentimentale

Salani editore, 264 pagine, 14,90 euro

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Libri/75 Il razzismo preso a pugni

Il mio articolo su “Trentacinque secondi ancora”, bellissimo libro di Lorenzo Iervolino, uscito su “Il Piacere della Lettura”, inserto culturale di Quotidiano Nazionale.

 

 

TRENTACINQUE secondi. Dal tunnel dello stadio al podio. Trentacinque secondi che hanno fatto un pezzo di storia. Una storia che non è solo sportiva. In quei trentacinque secondi Tommie Smith e John Carlos hanno deciso che cosa avrebbero fatto, appena saliti sul podio con le medaglie al collo. Erano le olimpiadi di Città del Messico, 1968. Con quei due pugni chiusi alzati verso il cielo – coperti da un guanto nero – e senza scarpe, per mettere in mostra i calzini neri, i due hanno “costruito” una foto che, secondo il Time, è tra le sei foto più influenti al mondo. Della loro storia si sa tutto su quegli istanti e molto poco di quello che accadde prima e dopo quel gesto che rivendicò l’orgoglio dei neri americani, il 16 ottobre 1968. Così Lorenzo Iervolino, scrittore che aveva già raccontato in maniera magistrale Socrates e la democrazia corinthiana, si è preso un anno per spulciare documenti, intervistare i protagonisti, quelli che sono sopravvissuti a quella stagione, e per scrivere “Trentacinque secondi ancora”, libro uscito per la casa editrice romana 66thand2nd (288 pagine, 23 euro). Per la cronaca: Tommie, ribattezzato Tommie Jet arrivò primo e John terzo. Ma su quel podio olimpico oltre ai due neri americani, c’era anche un australiano: bianco. Chi era quel bianco? Peter Norman. Lui prima di salire sul podio, si appuntò una spilletta alla felpa. Un gesto di solidarietà che avrebbe pagato caro, finendo nell’oblio anche nel suo Paese. Era la spilletta del Comitato Olimpico per i Diritti Umani. Il comitato che aveva creato Harry Edwards. DIRITTI umani, non diritti civili. Perché, parafrasando Malcolm X, come aveva spiegato lo stesso Edwars in quegli Stati Uniti lì, a fine anni Sessanta, i neri non potevano aspettare di vedersi riconosciuti dei diritti civili dai tribunali, se ancora non venivano trattati nemmeno come essere umani. Troppo evidente la discriminazione tra bianchi e neri nelle università. E non c’entrava che i college fossero in California – dove all’epoca il governatore era Ronald Reagan – o magari in un altro Stato considerato più o meno progressista. I neri – come denunciavano Smith e Carlos – erano visti come atleti da sfruttare per ottenere successi e visibilità, ma la loro condizione, nonostante i successi, rimaneva sempre la stessa. Carlos quando arrivò in Texas, si accorse di questa differenza evidente e stridente dai bagni. Eppure era il 1968, anno di speranze e rivolte, ma comunque un annus horribilis per gli Stati Uniti. Il re dell’amore, Martin Luther King, era appena stato ucciso. Come cantò in uno struggente pezzo – scritto in appena quaranta minuti dal suo bassista – Nina Simone. E Luther King profetizzò proprio con Edwars che quello di Memphis sarebbe stato il suo ultimo viaggio. Subito dopo aver riconosciuto la forza del Comitato Olimpico dei Diritti Umani. «Se torno vivo da Memphis – aveva detto il reverendo King – prepareremo una grande marcia il giorno dell’inizio delle Olimpiadi, a Città del Messico». Non tornò vivo. E quella marcia, ovviamente, non ci sarebbe mai stata. Ma da più di un anno si parlava di boicottaggio delle Olimpiadi da parte degli atleti neri. Il comitato olimpico americano era allarmato. E Smith e Carlos continuavano a far capire che ci stavano pensando. POI, ottobre, il 16, le Olimpiadi, la gara dei duecento metri. Quelle due medaglie che – dopo quel gesto condannato dal comitato olimpico americano – le autorità sportive hanno cercato in tutte le maniere di ritirare. «Perché non erano atleti ma dei militanti». Loro sono riusciti a difendere quei due pezzi di metallo (oro e bronzo), senza evitare però di precipitare nell’abisso privato e pubblico: famiglie distrutte, porte chiuse dalle università e dallo sport per cui avevano scritto una pagina importante. Eppure quella foto, così iconica, ha resistito alla polvere e al fango. E ogni volta che c’è una protesta, come l’anno scorso nel football americano, rispunta fuori. Ma la storia di quella foto e le sue conseguenze sono molto più complesse di quel gesto in sé. E così dopo la fine del secondo mandato Obama, il primo presidente nero degli Stati Uniti, chiusa con il riesplodere della questione razziale, le parole di Edwars più che profetiche cristallizzano la situazione: «Non ci può essere una vittoria finale – riferendosi alla tardiva riabilitazione di Smith e Carlos (ora c’è una statua che ricorda quell’istante all’università di San José) – ma una lotta permanente. Jesse Owens, Tommie Smith e John Carlos? Non una vittoria finale. In fondo nemmeno il primo presidente nero degli Stati Uniti è stata una vittoria finale».

 

Lorenzo Iervolino

“Trentacinque secondi ancora”

66thand2nd editore

288 pagine 23 euro

 

 

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Libri/74 Il sogno americano che si sgretola

Il debutto italiano di Nickolas Butler era un invito alla lettura, almeno per il sottoscritto, perché “Shotgun lovesongs” nasceva come un libro che raccontava (anche) Bon Iver. E per capire il Bon Iver di “Emma forever ago”, il suo primo disco, bisognava anche capire da dove il signor Justin Vernon arrivasse. E, guarda caso, il (fu) Justin Vernon ora Bon Iver è nato a Eau Claire, Wisconsin. Lo stesso paese di Nickolas Butler. Diciamo, quindi che il suo primo libro, così autobiografico, poteva essere scritto anche di getto. Ma non è detto che raccontare ciò che si conosce meglio per finire poi col raccontarsi sia così facile. Comunque Butler mostrava una naturalezza davvero sorprendente. In questo secondo libro, “Il cuore degli uomini” (edito in Italia sempre da Marsilio) riesce a declinare dal Wisconsin, la sua terra, tre generazioni in un arco di tempo fondamentale per capire gli Stati Uniti, il sogno americano che si forma e che si disintegra, forse per sempre, e la ricerca di determinati valori che possono sembrare pure secolari, come il coraggio appunto, ma non è detto che appartengano a tutti.
Questa è la recensione su “Il cuore degli uomini” uscita lo scorso 19 febbraio sul settimanale di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) “Il piacere della lettura”.

Come si distingue il
coraggio dalla codardia?
Il capo scout
Nelson, ormai cinquantenne,
lo spiega
a Trevor, il figlio
dell’amico Jonathan.
«Gli eroi vengono sempre guidati
dal cuore; i codardi dal cervello.
Gli eroi non fanno calcoli, non ponderano.
Fanno quello che è giusto».
Siamo alla fine degli anni Novanta e
i tre si ritrovano a Chippewa, nel Wisconsin,
lo stesso campo scout ove si
erano conosciuti trentacinque anni
prima Nelson e Jonathan. Allora Nelson
veniva chiamato, in tono sprezzante,
il “trombettiere”. Era quello
che anni dopo avrebbero definito un
nerd: occhialuto e secchione, dedito
maniacalmente alla collezione di figurine
di giocatori di baseball. E Jonathan
era l’unico compagno con
cui aveva un minimo di dialogo, il solo
che era andato alla sua festa di
compleanno. Già allora Nelson dimostrò
di aver coraggio e già da allora
si sarebbe capito che Jonathan sarebbe
diventato ricco: uno che col denaro
sapeva giocarci sopra, scommettere
per poi guadagnarci, riuscendo
a ottenere tutto quello che avrebbe
voluto. Due facce della medaglia di
quell’American Dream, sognato, bistrattato,
violentato che pervade l’ultimo
romanzo di Nickolas Butler.
IL PUBBLICO italiano ha conosciuto
Nickolas Butler con “Shotgun
lovesongs”, uscito due anni fa per
Marsilio. Ora torna con questo romanzo
“Il cuore degli uomini”(in Italia
uscirà sempre per Marsilio il prossimo
23 febbraio) che prova a raccontare
l’America dal Wisconsin, la sua
terra. Per l’esattezza da Eau Clair, il
paesino in cui ha passato tutta la sua
vita, dove a 10 anni ha conosciuto
sua moglie che ha poi sposato e con
cui ha fatto due figli. Perché il Wisconsin
rimane comunque un ottimo
punto d’osservazione degli Stati
Uniti. «Nessuno ci vivrebbe – ha detto
più volte Butler – nel paese dove
sono nato e cresciuto. Inverni gelidi,
pieni di neve». Il suo ex compagno di
liceo, Bon Iver, ora folksinger venerato
e adorato in tutto il mondo (cui si
ispira uno dei personaggi del debutto
letterario di Butler) ci è tornato
per registrare il suo primo disco che
ha incantato (perfino) Peter Gabriel.
Lo stesso Wisconsin che in pochi si
sono sognati di raccontare prima
dell’ultimo voto americano, salvo
poi tornarci sopra, quando Donald
Trump ha vinto le elezioni, disattendendo
tutte le previsioni e le analisi
della vigilia.
IN QUEL Wisconsin lì, nell’ultimo
romanzo di Butler, s’intrecciano
bene tre generazioni che rappresentano
i sogni e le aspirazioni ma anche
il disincanto e l’estrema delusione
degli Stati Uniti. Il riscatto di Nelson
da nerd dileggiato a eroe passerà
per il Vietnam con uno strascico d’incubi
e fantasmi che si porterà dietro
fino all’ultimo giorno della sua vita.
Con il suo unico talismano: quel nichelino
con impresso il bufalo che
gli ricorda una vecchia scommessa
nel campo scout del 1962. Jonathan
invece, vedrà scorrere davanti a sé
un Paese che cambia, anche se lui
dall’alto della sua posizione non se
ne accorgerà. Come non si accorgerà
di quel figlio Trevor che pure di non
fare lo stesso percorso del padre, si arruolerà
nei Marines e andrà a combattere
in Afghanistan. E poi c’è Thomas,
il figlio che Trevor non ha mai
conosciuto (è morto prima): anche
lui andrà a Chippewa, in quel campo
scout, dove si presume che siano
impartiti dei valori che dovranno servire
per tutta la vita ma che serve solo
a prendere coscienza di essere diventati
più grandi. E anche Thomas
si troverà di fronte allo stesso dilemma:
eroe o codardo in un Paese, gli
Stati Uniti, che non riesce più a trattenere
e nemmeno a comprendere
l’insidioso e sempre più violento lato
oscuro.
IN UN DIALOGO serrato e teso
tra Trevor e sua moglie, Trevor appena
rientrato dall’Afghanistan mette
in guardia sua moglie dal “buio negli
occhi” perché lì che si annida il
male. «Io guardo gli occhi – dice Trevor
alla moglie -. Le persone mentono
con la bocca. Non guardo mai la
bocca». Ma riconoscere il male non è
così facile. Sono tutti personaggi imperfetti
quelli che racconta e descrive
Butler ma sono capaci di raccontare
quel Paese reale, gli Stati Uniti, ormai
così lontano dal sogno americano.
Partendo proprio dal Wisconsin.

Nickolas Butler

Il cuore degli uomini

Marsilio editori, 416 pagine,   19 euro

 

 

Libri/73 Come ti cucino un noir

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Nelle letture di questo inizio 2017 mi sono imbattuto nel colonnello Arcieri (con colpevole ritardo) in “Non è tempo di morire” di Leonardo Gori (Tea edizioni) e nel maggiore Annibale Canessa ne “La seconda vita di Annibale Canessa” di Roberto Perrone (Rizzoli editore). In quest’ultimo caso – visto che si tratta di un esordio almeno nel giallo tout court per Perrone – è stata una piacevole sorpresa. In entrambi i romanzi si scava a piene mani nel passato del nostro Paese, in quelli che – mai definizione, almeno dal punto di vista televisivo, fu così geniale – sono i misteri d’Italia. Ma ecco la prima differenza rispetto ad altri libri, anche gialli, che erano ambientati negli anni della cosiddetta “Strategia della tensione” o ancora tout court, in quelli che, forse frettolosamente, sono stati definiti “Anni di piombo”: non c’è nessun intento dietrologo, non c’è la volontà dei due autori – che tra l’altro non so nemmeno se si conoscano – di fornire al lettore un’altra versione. Dietrologia, fatti più in là dunque. E questo è un ottimo aspetto. Perché sia l’Arcieri sia il Canessa si ritrovano a indagare – nel contesto della strage di Piazza Fontana (nel primo caso) in quello più ampio e mai definito del terrorismo rosso – su due vicende private. Tra l’altro “Non è tempo di morire” è proprio ambientato in quel dicembre 1969. Mentre il romanzo di Perrone si muove a ritroso dal presente al passato, con dei flashback significativi. Che cosa accomuna poi i due protagonisti? Entrambi sono in pensione. Arcieri che non è nuovo nei libri di Gori – proprio per questo dicevo sopra ci arrivo con colpevole ritardo – è un colonnello dei carabinieri che ha lavorato nei servizi segreti e che per limiti d’età si è ritirato a vita privata. E’ un ultrasessantenne che ha trovato una compagna, francese, conosciuta in una precedente missione. E ora ha preso una trattoria a Firenze che gestisce con degli improbabili soci che nessuno penserebbe di vedere lavorare fianco a fianco a un ex carabiniere. Un ex carabiniere che non si risparmia – anche se lui giura di aver chiuso – le frequentazioni di salotti bene e infatti la sua amica, più cara, è nobile e anche lei è ormai con tutti i due piedi nella Terza Età. Gli chiede un favore: far luce sulla scomparsa (o morte?) del figlio di una sua amica. La nipote di quest’ultima signora non si è ancora fatta una ragione che suo padre possa essere morto dentro la Banca nazionale dell’Agricoltura quel 12 dicembre del 1969. Niente, comunque, è come sembra. Ad Arcieri il compito di muoversi tra le mefitiche puzze di servizi deviati – che rischiano di portar fuori strada anche il lettore – e una vicenda così privata che si innesta in un contesto con i contorni tutti da definire. Lui farà i conti con il suo passato, vecchie conoscenze, ma alla fine raggiungerà la verità. Senza dimenticare l’attività della sua trattoria.

Trattoria in un posto bellissimo della Liguria, a due passi da San Fruttoso, che è il buen ritiro di Annibale Canessa. Lui  che è stato un uomo di punta della lotta al terrorismo. Vicino, vicinissimo al generale. Attenzione, non bisogna farsi prendere dal solito gioco di ritrovare nei personaggi romanzati del libro il personaggio in carne e ossa dell’epoca. E’ assai probabile che esistesse un vero Canessa e non è dato a sapersi a chi si sia ispirato Perrone e questo rende la cosa più affascinante. Perché è facile scovare nel generale Verdi, il generale Dalla Chiesa. Ma si rischia di andare comunque fuori strada. Perché il libro fa battere immediatamente la faccia a Canessa contro il suo passato. Che poi è un passato privato, privatissimo. Canessa lascia la Liguria per Milano, quando suo fratello – con cui non parlava da più di trent’anni – viene ritrovato morto ammazzato assieme a un vecchio irriducibile brigatista che aveva ottenuto il regime di semilibertà. Sia detto per inciso: Canessa junior, la vittima, era un movimentista all’epoca, nemmeno probabilmente un fiancheggiatore. Si era fatto però qualche mese di carcere perché arrestato durante una retata. E a proposito di quella retata e del concetto di rete, senza fare troppo spoiler sul romanzo, ecco la via per capire come un eroe della lotta antiterrorismo, come Canessa senior, decida di ritirarsi a vita privata, subito dopo aver arrestato la primula rossa più pericolosa, quel Petri che trent’anni dopo troverà steso sul selciato a fianco di suo fratello Napoleone. Già, a questo punto, l’intreccio dimostra tutta la sua consistenza ed è un invito a non perdersi come andrà a finire. Quattrocento pagine che, come nel caso del libro di Gori, non squarciano con chissà quali rivelazioni o analisi di pura dietrologia i misteri d’Italia e i tanti buchi neri della storia più recente del nostro Paese. E vista la passione di entrambi, sia di Arcieri sia di Canessa, per la cucina; nei due libri ci sono gli ingredienti giusti per godersi due ottimi noir.

Leonardo Gori

Non è tempo di morire

Tea edizioni

298 pagine, 14 euro

 

Roberto Perrone

La seconda vita di Annibale Canessa

Rizzoli editore

420 pagine, 19 euro

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Libri/72 Un Paese al crepuscolo

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Questa è la recensione sul libro di Nicola Barilli “Italia in autunno” uscita sabato 14 gennaio sul settimanale di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno), “Il Piacere della lettura”

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Non sembra esserci consolazione in Italia in autunno, il primo romanzo del bolognese Nicola Barilli (Pendragon editore, 219 pagine, 15 euro). E di per sé non è che sia un male che tutto ciò accada in un’opera letteraria, soprattutto quando questa prova a raccontare un passato prossimo che rischia di essere, purtroppo, un eterno presente. Da cui diventa impossibile scappare. Al centro della scena c’è Andrea Montini: una compagna, un dottorato, lo status di precario cognitivo in un Paese, l’Italia, che non è più in grado di sognare. Per Andrea la rimozione non esiste. Su di lui aleggia sempre l’ombra di Sergio, l’amico della tardoadolescenza, scomparso (non morto). E d’improvviso, in quella metà dei primi anni Duemila, gli iniziano ad arrivare delle lettere anonime. Ada, la sua compagna, è invece la stabilità: equilibrata, granitica, sicura e con un posto di lavoro a tempo indeterminato. L’inquietudine di Andrea vaga in quel viaggio della speranza che molti giovani italiani intraprendono convinti che all’estero possa esserci la loro effettiva autodeterminazione, anche perché spesso alle soglie dei trent’anni non si sono mai realmente staccati da casa dei genitori. Andrea a Berlino scopre un altro mondo che diventa comunque uno sguardo privilegiato sul mondo che ha lasciato: l’Italia con tutte le opportunità negate a chi cerca di realizzare anche solo metà del proprio sogno. E’ un romanzo di formazione sì, ma con la certezza che “formarsi” non è più possibile. E crescere pure. Ma Andrea arriverà a una resa dei conti con la propria vita, le proprie relazioni, le proprie aspirazioni. E uscire indenne da lì sarà per lui la vera linea d’ombra verso la maturità.

 

Nicola Barilli

Italia in autunno

219 pagine, 15 euro, Pendragon editore

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Libri/71 Le otto montagne e il senso della libertà

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Nella mia vita non esistono né Emma né Bruno. Però, nel giro esatto di otto anni, da autunno ad autunno, non mi era mai capitato di rimanere attaccato a un disco e a un libro, così come è successo con l’esordio discografico di Bon Iver “For Emma, forever ago”, e col romanzo di Paolo Cognetti “Le otto montagne”. Non ci sono affinità tra le due opere. Forse, cercando bene, magari qualcosa spunta fuori. C’è invece, un desiderio d’immedesimarsi, fino quasi a scomparire nei protagonisti. Che poi siano gli autori – perché entrambe sono due opere autobiografiche – poco importa. C’è quella necessità di rivedersi in loro che è come riconoscere un po’ le proprie imperfezioni. Ma senza correggerle, tenendosi tutto il pacco, coi propri errori. L’Emma di turno, forse, sarà passata anche nella mia vita. Ma quello che mi colpì in quel disco fu la pervicace intenzione di chiudere col mondo fino ad allora conosciuto e rifugiarsi nei boschi del Wisconsin, a tagliare legna. Justin Vernon, prima di diventare Bon Iver, riuscì a farci un disco sopra “For Emma forever ago”, in cui traspare malinconia, solitudine, l’abbandono della donna (Emma, appunto) ma anche un paradossale quanto benefico compiacimento nella situazione che è appena mutata, perché è l’unica occasione per fare i conti con se stessi e (forse) riconoscere di essere diventati adulti. E così è anche con il Pietro, protagonista del libro di Cognetti, e il suo amico Bruno. Otto anni dopo il disco di Bon Iver ho provato le stesse identiche sensazioni: avrei voluto essere a Grana, il paesino sotto il Monte Rosa, in cui tutto comincia e dove non è detto che tutto finisca (nessuna operazione di spoileraggio). Anche in questo caso, leggendo questo libro, si ha l’occasione, così è successo a me, di riprendersi in mano la propria vita. Altri ritmi. Se c’è una concezione del vivere slow – che non significa però polleggiare, ma anche spaccarsi la schiena coi tempi dilatati, in quello in cui si crede, nel lavoro cui ci si appassiona e non viene considerato solo ed esclusivamente come una fonte di reddito – quella concezione va ricercata in quel Bruno montanaro, per sua stessa definizione e consapevolezza, con cui Pietro stringe un’amicizia che è un legame ben più solido di uscite assieme, telefonate a intervalli regolari e perfino senso d’appartenenza. E’ amicizia. Ecco, leggendo questo libro, si riesce forse anche a definire il concetto di purezza. Perché è puro il rapporto tra i due: non c’è nessuna perdita d’innocenza improvvisa, anche perché entrambi diventeranno grandi, per quel concetto di maturità che è solo ed esclusivamente introiettare il mondo reale in cui viviamo, forse anche troppo tardi. E’ un romanzo che oltre a essere scritto bene – ma Cognetti in questo è una garanzia – che parla anche di tome, di salami, di bicchieri di rosso e di birre. Cose vere. Roba che è come se toccassimo con mano – e questo sembra un particolare irrilevante ma non lo è, è merito dello stesso Cognetti – mentre stiamo leggendo il libro. Non so se la reazione alla lettura di “Otto montagne” sia una diretta conseguenza della voglia di evadere dal proprio mondo reale, soffocante come quando Pietro racconta del padre e di quanto fosse fagocitato dalla città, Milano: “Certe notti mio padre non ne poteva più, si alzava dal letto, spalancava la finestra come se volesse insultare la città, intimarle il silenzio”. Forse l’esigenza di evadere c’è ma in fondo la letteratura e i romanzi in particolare servono anche a questo.

Il rapporto col padre poi: difficile, litigioso, divisivo fino a rendersi conto, tornando solo per un istante al mondo reale, che Pietro quando il padre è morto ha 31 anni, la stessa età di quando suo papà era diventato genitore. Il che necessariamente non significa assolutamente nulla. Non è una traduzione di fallimento. Ma è una presa d’atto, inevitabile, su come quella sia ormai un’età da adulto, almeno anagraficamente. Perché non vuol dire di essere diventati automaticamente grandi. Sarà poi il papà a lasciare a Pietro l’eredità più grande e significativa e a tracciargli un possibile cammino o un sentiero, proprio come si fa in montagna. E quel sentiero riporterà di nuovo e inevitabilmente a Bruno, all’amico di sempre, conosciuto quando erano appena adolescenti, e che cerca anche lui di diventare grande, senza perdere la purezza di montanaro. In tutto questo il mondo reale torna ogni volta a chiedere il conto, anche perché (appunto) non si è più bambini. Ma di fronte alla consapevolezza di  essere ormai cresciuti e di dover badare a se stessi da soli (anche se Bruno l’ha sempre fatto), c’è anche nella sconfitta e nel dolore un senso di libertà, a tratti malinconico, che solo la montagna e le (otto) montagne sono in grado di dare.

 

Paolo Cognetti

Le otto montagne

Einaudi editore, 208 pagine, 18,50 euro

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Libri/70 Milano (non) è la verità

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Oltre trecento pagine filate. Che filano via anche, alla lettura,  piuttosto bene. A scriverle è l’eminenza grigia di molti scrittori di casa Feltrinelli, ove Alberto Rollo ha fatto il direttore letterario fino a poco tempo fa. Il suo primo romanzo si intitola “Educazione milanese”. Titolo di per sé programmatico. Perché quella di Rollo è un’educazione milanese: lui a Milano è nato, ha vissuto e continua a viverci. Dopo la lettura – e non c’entra nulla “X Factor” – ecco che s’insinua un vecchio pezzo degli Afterhours. Anche Manuel Agnelli nelle sue canzoni ha raccontato la trasformazione della sua città, prendendo spesso come spunto gli architetti (“Gli architetti sono qua, hanno in mano la città” in “1.9.9.6”). In questo romanzo che trae una forte ispirazione da almeno due foto di Gabriele Basilico si parla anche di archistar e di quello che Milano è diventata o aspirerebbe a diventare. Il pezzo degli Afterhours che mi entra in testa però, subito dopo la lettura del libro di Rollo, s’intitola “L’inutilità della puntualità”. E c’è una parte che è ancora più significativa, Agnelli canta: “Quando la novità che rappresentate sarà finita, vi appellerete all’inutilità della puntualità”. E via il ritornello: “Milano non è la verità”. Che Milano sia o non sia la verità di questo Paese è ovviamente tutto da dimostrare. Di certo questo libro, costruito non dall’oggi al domani, non arriva puntuale nelle librerie. Sarebbe potuto arrivare molto prima e molti avevano consigliato Rollo di farlo. Però Rollo non arriva nemmeno fuori tempo massimo con questo romanzo che è un romanzo di formazione, il suo romanzo di formazione, con una lingua bella e a tratti appassionante, anche per determinate scelte linguistiche come quando scrive “lo schiaffo insaponato del passare di mano di potenti società finanziarie”. Un’eleganza assoluta nel descrivere il lato più oscuro degli affari di Milano. Una città che probabilmente, soprattutto ora, è ancora in cerca di se stessa. Di una propria identità ma che sembra aver perso lo smalto di un tempo: quando era capitale morale e anche culturale.  Quando era appunto la novità. Che sembra ora essere finita.

Ma è forse la prima parte del libro quella che colpisce di più. Rollo parla di un’educazione proletaria, partendo da come la città dalla fine degli anni Cinquanta si è trasformata. E di come anche la sua adolescenza sia intrisa di quell’educazione proletaria, anche per merito del padre. Nessuna nostalgia ma un modo per raccontare come i quartieri di Milano, la Bovisa ad esempio, siano cambiati, ma anche come siano riusciti in passato a dare grandi energie, non solo fisiche, alla stessa città. E’ un ritratto appassionato di Milano perché calato su se stesso e sulla propria crescita. Certamente, non mancano le tensioni, i cortei e le speranze che dal Sessantotto in poi si sarebbero trasformati in grande illusione. Manca quasi totalmente invece, la Milano da bere, e non è un difetto anzi. Fin troppo raccontata ed enfatizzata nei suoi effetti. Ma il salto temporale che riporta al presente non è assolutamente azzardato. Alla fine, come lo stesso Rollo scrive, questa città l’ha voluto. Un figlio desiderato di una famiglia che era arrivata dal sud (Lecce per l’esattezza). Ma possono sentirsi così i milanesi di oggi? E la Milano post Expo che ha completato la sua mutazione genetica da capitale morale un tempo, pre Tangentopoli, a capitale della moda, dell’effimero (nell’ormai abusata definizione di società liquida), anche in quegli stessi quartieri dove un tempo si produssero saperi, avanguardie e occupazione (e spesso diventati oggetto di una sfrenata archeologia industriale o solamente culturale), come accoglierebbe ora quei suoi figli di seconda generazione?

 

Alberto Rollo

Un’educazione milanese

318 pagine, 16 euro, Manni Editore

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Perché non tutti possono fare politica

Forse ma forse la sbornia è passata. E ce ne stiamo rendendo conto. Ma forse, perché dal 1992 in poi abbiamo creduto (un po’ tutti, chi più chi meno) che bastasse un po’ di civismo,un po’ di nuovismo, un po’ di tecnici e un po’ di personaggi con la patente di integerrimi servitori dello Stato per sostituire la vecchia classe dirigente che era andata allo scatafascio con Tangentopoli. Abbiamo sbagliato. Perché non ci si inventa politici da un giorno all’altro. Perché non basta avere le mani pulite – per citare Don Milani – se poi quelle mani si tengono in tasca. Perché l’onestà – o presunta tale – è un valore e non una categoria politica. Perché non basta guardarsi allo specchio, ripetere a memoria il proprio discorsetto e non essere poi capaci di sostenere un contraddittorio. Pensavamo di avere chiuso – con quel clima infame del 1992 – una stagione nera, ne abbiamo inaugurata una forse peggiore. Che non ha lasciato vittime sul campo come la precedente ma ha perseverato nel provocare danni a questo Paese. Soprattutto da parte di chi lo amministra. Il nuovismo, a esempio, l’abbiamo visto con l’appendice finale (per ora) dell’esperienza governativa di Matteo Renzi, non può essere una categoria politica. Nuovo non significa per forza di cose migliore del vecchio. Nuovo non significa nemmeno capace. Renzi e i suoi seguaci, guarda caso, hanno vacillato nei dibattiti televisivi solo quando si sono trovati sulla propria strada i vecchi. I residuati bellici della famigerata Prima Repubblica. Ciriaco De Mita ha conciato per le feste, nonostante la veneranda età, prima la deputata Pd Alessia Morani, poi lo stesso premier. Lungi dall’essere questo post un’apologia della Prima Repubblica. Se è vero però che  la prima repubblica era il male assoluto e se di quel male scontiamo ancora gli effetti, è altrettanto vero che in venti anni e passa non siamo riusciti a dare una svolta a questo paese. Anzi, abbiamo creato a ripetizione delle false illusioni. Abbiamo creduto che bastasse un colpo di spugna, nel solco della legalità, per avere una politica migliore. E invece, eccoci qui a riflettere su una disaffezione alla politica sempre più grande. Ci facevano schifo prima i maneggioni e il consociativismo. Ci fa ancora più schifo ora il solo pensiero di entrare in una cabina elettorale e non sapere chi scegliere. Oppure l’essere costretti a optare per il meno peggio. Che attenzione non è il turarsi il naso di quarant’anni e oltre fa, votando Dc. E’ davvero molto peggio. Perché il concetto di rappresentanza si è ormai definitivamente deteriorato. Chi ci rappresenta? A questa domanda abbiamo provato a dare negli anni risposte che si sono rivelate assolutamente sbagliate. Ci ha rappresentato forse chi da magistrato ha combattuto il malaffare e poi si è dato alla politica? Assolutamente no, perché, restando solo sull’aspetto comunicativo, i discorsi si sono rivelati monotoni. Perché non si può ripetere come un mantra legalità e onestà. E sull’onestà, a esempio, stiamo vedendo come l’abuso di questa parola che diventa programma politico (ma solo quella parola senza altri contenuti) finisca, proprio in questi giorni, col ritorcersi contro ai dilettanti della politica. Che siano i Cinque Stelle a Roma o il Sala di turno a Milano, poco importa. La realtà è che nell’ultimo ventennio – e non certo solo per colpa di Berlusconi – abbiamo assistito a una dialettica politica di basso, bassissimo livello. A un confronto politico da sprofondarsi. Idee pochine, personalizzazioni e scontri tanti, tantissimi. A volte anche senza senso. E tornando a Renzi: la strategia suicida di chi aveva dimostrato un machiavellico uso dell’arte politica (mancata elezione di Prodi al Quirinale e presa dell’intero potere: segreteria Pd e governo) messa in piedi per il referendum ne è una dimostrazione. O con me o contro di me. Ecco, di fronte allo scenario di bassa lega cui siamo costretti ad assistere quotidianamente, ci dobbiamo forse chiedere in che cosa abbiamo sbagliato. Perché in qualcosa abbiamo sbagliato. Perché mandare al macero un’intera classe politica – poiché buona parte era finita nelle inchieste giudiziarie – è stato forse un azzardo troppo grande. Anche perché quelli lì – che dopo averli osannati o dopo aver loro chiesto un favore – erano diventati degli innominabili, abbiamo preferito sostituirli nemmeno con le riserve ma con chi stava addirittura in tribuna (d’altronde il ventennio berlusconiano, non solo per Forza Italia che ha raccattato elementi di quarta e quinta fila dal vecchio pentapartito ma anche dall’altra parte, ne è un esempio plastico di tutto questo). E nel frattempo abbiamo perso anche le buone e vecchie abitudini: scuole politiche. Non ci si improvvisa. I parvenu, purtroppo, sono assolutamente deleteri quando devono ricoprire incarichi importanti. Proprio perché sono dei parvenu e non dei fenomeni. E di fenomeni in giro non ce ne sono. Un tempo per arrivare in Parlamento si faceva un percorso, si conquistava il seggio sul campo, si costruiva quel vincolo di fiducia con l’elettore che poi magari veniva comunque disatteso, ma almeno un po’ di fiducia (seppure solo iniziale) c’era. Non si facevano le liste inserendo, appunto, un po’ di civismo, un po’ di nuovismo, un po’ di tecnici e via andare. Per quanto possa sembrare paradossale – e allo stesso tempo contestabile – l’era cui rinfacciamo con più forza l’assenza totale di meritocrazia, aveva la meritocrazia proprio in chi veniva chiamato, col voto, a fare politica. Ora, lauree presunte tali o contestate a parte, anche il lessico dei politici è più povero. E non è certamente familiare. Nel senso che non scalda più. Non abbraccia più. E’ una performance comunicativa che non ha nulla a che vedere con l’oratoria e che non tocca il senso d’appartenenza. Proprio perché non c’è più un senso d’appartenenza. E tutto questo che stiamo vedendo però, ce lo meritiamo. Questo clima infame 2.0 – e non per le inchieste giudiziarie, quelle dopo Mani Pulite, sembrano quasi routine – abbiamo contribuito anche a noi a crearlo.

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Un viaggio e la storia di un no

Scrivo ora, mentre preparo le ultime cose. Tra poco salirò in auto e da Bologna tornerò a casa, nella mia città. Centottanta chilometri in un paio d’ore e poi il ritorno di nuovo a Bologna nel pomeriggio. Una sfacchinata. Una sfacchinata necessaria. Ognuno ha la propria storia. E anch’io ho la mia. L’ammetto e credo che nessuno si scandalizzerà, l’ultima volta, un anno e mezzo fa, c’erano le Comunali a Senigallia e non scesi per votare. Ma stavolta è diverso e riguarda la mia storia. Ho cominciato a fare il giornalista, anche se ero ancora minorenne (allora), in un radio comunitaria di Senigallia (Radio Duomo). E ricordo ancora “Sentinella, quanto resta della notte?”. Lo scrisse Giuseppe Dossetti, il “monaco obbediente” della Linea Gotica dei Csi, nostro padre costituente, dopo che aveva scritto una accorata lettera all’allora sindaco di Bologna, Walter Vitali, sulla necessità di difendere la Costituzione. Era il 1994 e la notte, quella notte era quella della democrazia, ove lui (Dossetti) prima degli altri aveva capito come si fosse trasformata irrimediabilmente la nostra politica in un’improvvisa quanto mai (leggendola ora) definitiva accelerazione verso la personalizzazione. E d’altronde questo referendum che andremo votare oggi ne è solo una macroscopica dimostrazione. Non è un referendum su Renzi. Non mi interessa dare spallate al governo Renzi attraverso il voto referendario. Non faccio il politico. Faccio – diciamo (e non mi si taccia, ora per l’intercalare, di essere un dalemiano: mai stato) – l’osservatore magari un po’ più privilegiato di altri. E di fronte alla guerra tra bande di queste ultime settimane lo sconforto sale sempre di più, perché fondamentalmente sono state raccontate tante baggianate. Dovrei essere un vecchio io che ho 37 anni (e vabbè non sarò più un giovanotto) e che esercito un mio diritto ed è quello di dire no a questa riforma costituzionale. Questa è una riforma che è stata scritta con i piedi (come direbbe qualsiasi prof di italiano), confusa nei contenuti, ove i conflitti d’attribuzione tra Regioni e Senato, sono destinati ad aumentare. E che non sembra avere nemmeno un filo logico: perché se da una parte si sostiene che il Senato debba essere una Camera che in qualche maniera rappresenti gli enti locali, dall’altra dà vita a una centralizzazione del potere che sconfessa, in alcuni casi, lo stesso potere degli enti sul territorio, mantenendoli comunque in vita. Dov’è la logica? Ecco, tornando alla propria storia personale e a quella radio comunitaria. Dopo l’appello di Dossetti, ebbi la fortuna d’incrociare un professore, scomparso da poco, di Filosofia del Diritto, si chiama(va) Enrico Moroni. E con lui facemmo una serie di trasmissioni alla radio sulla Costituzione e sulla sua necessaria difesa. Sono trascorsi più di vent’anni ci sono stati altri tentativi sghembi di modificarla e in qualche maniera di minarne le proprie fondamenta, ma questo paradossalmente sembra il più subdolo. Perché le modifiche costituzionali nascono direttamente dal governo (il famoso decreto Boschi-Renzi) e non invece da una base più condivisa e aperta e sono passate in un Parlamento che ha perso la sua autorevolezza negli anni, in cui continuamente è stato svuotato del suo potere legislativo, e di fatto subito dopo le ultime elezioni (quelle del 2013), quando è stato eletto con una legge il Porcellum, considerata dalla Corte Costituzionale, come “anticostituzionale”, in virtù dello spropositato premio di maggioranza. Ed ecco l’altro concetto fondamentale che affonda comunque nella mia storia: si chiama rappresentanza. Via via, un po’ per l’evidente sfiducia nei confronti dei partiti, tutti noi abbiamo perso quel vincolo di fiducia nei confronti di chi avrebbe dovuto rappresentarci e invece molto spesso non lo fa. Quest’oggi, con il referendum (strumento tutt’altro che antiquato), abbiamo la possibilità di autorappresentarci. E in questa autorappresentazione uno non può tenere conto della propria storia personale, diciamo anche del proprio pantheon (visto che va ancora di moda usare questo termine) e allora se riguardo indietro e vedo tutto quello che ho fatto in questi ventidue anni, ecco che convintamente mi farò questa sfacchinata di 180 chilometri in autostrada per andare e scrivere no.

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