Indignatevi pure. Ma non fermatevi all’indignazione

E poi cos’è successo? Sette anni dopo la montante e straripante indignazione ha generato figli difformi che sono andati a ingrossare le fila dell’establishment. Quello che è successo ieri non è la sconfitta dell’establishment, sgomberiamo subito il campo dagli equivoci. Cinque Stelle e Lega (non più Nord) erano già nei gangli del potere da almeno cinque anni. La Lega ha governato indisturbata la Lombardia negli ultimi cinque anni e lo rifarà per un altro lustro con una radicalizzazione più forte e pericolosa. I Cinque stelle guidano Roma e Torino che non sono certo due paesotti. Stupirsi di fronte a questo risultato non serve. Tutto così scontato nella forma e, purtroppo, nella sostanza. L’indignazione di sette anni fa andava canalizzata, andava resa proposta, i due partiti in questione l’hanno fatto nella maniera peggiore. Quella più becera, più forcaiola. Gli altri non hanno capito che cosa stava succedendo. Il Pd soprattutto, preso dalle sue infinite beghe e lotte interne e da una personalizzazione alla Re Sole che ha decretato, giustamente, la fine del rottamatore. Il rottamatore è finito rottamato. Senza avere nemmeno la capacità di comprendere che, forse, sarebbe bastato fare un passo indietro prima per evitare di oscurare con la sua figura diventata immediatamente indigesta ciò che di buono aveva fatto il governo. Non il suo, sia detto per inciso e non solo. Perché il governo Gentiloni checché se ne dica è riuscito nell’impresa di arrivare a definire qualche legge di civiltà (biotestamento, unioni civili), tutto oscurato però dalla bramosia di Renzi di ritornare a Palazzo Chigi. Il Pd, ormai chiusa definitivamente la sua mutazione genetica da partito di centrosinistra a vocazione maggioritaria a oggetto non identificato, ha però colpe gravissime. E sono proprio i suoi territori a ricordarglielo: non aver compreso l’insoddisfazione di un elettorato che magari, con enorme disincanto, non si aspettava risposte. Ma quanto meno una vicinanza che non ha sentito. Colpa della peggiore classe dirigente del macro partito. Persone che non hanno mai conosciuto le piazze ma solo la corsa facile a un posto al sole che significa qualche grammo di un potere che si rivela poi effimero, quando viene travolto dall’insoddisfazione del suo stesso popolo. Non parliamo poi dei cespuglietti a sinistra, tutti creati per provare a costruirsi qualche posizione di rendita o solo per fare sapere al mondo della propria esistenza. Una pericolosa e inquietante autoreferenzialità destinata a produrre solo marginalizzazione. E l’esperienza di Leu in questo senso è stata paradigmatica. I veri sconfitti però sono quelli della generazione dei neo 40enni che sognavano un altro mondo possibile e si sono ritrovati in mezzo al peggior incubo: il più bieco populismo a tirare le fila di un Paese, l’unico in Europa occidentale che ha dimostrato di non aver gli anticorpi necessari per debellare questo populismo. La sconfitta è epocale e generazionale. Di portata colossale se si pensa che l’indignazione iniziale sia diventata humus per movimenti populisti, invece di terreno fertile per provare a costruire qualcosa. E non solo distruggere. Indignatevi e indigniamoci (tra quei quarantenni ci sono anche io) perché non siamo stati capaci di evitare tutto questo ai nostri figli. Ma non fermiamoci all’indignazione. Proviamo per quello che è possibile a non tenere più le mani in tasca, consapevoli di quanto siano pulite. Avere le mani pulite e tenerle in tasca non serve a nulla. Se non a cristallizzare lo status quo. Che adesso come adesso non è più dei rassicuranti.

Annunci

Kobe, una vita a canestro

La mia recensione sulla biografia di Kobe Bryant “Showboat, la vita di Kobe Bryant” di Roland Lazenby uscita sulle pagine de Il Piacere, il settimanale culturale di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno) uscita domenica 28 gennaio. 

I RED HOT CHILI PEPPERS non gli
hanno dedicato una canzone come fecero per
Magic Johnson. Ma Kobe Bryant ha lasciato il
segno quanto e forse più di Magic nella storia
dei Lakers. Tanto che sono state ritirate le sue
due maglie: la 8, che era omaggio a Mike
D’Antoni e la 24 che non è il triplo di otto ma
la dedizione (h24, appunto) con cui si è
dedicato al basket ogni giorno. Adesso c’è una
biografia che scandaglia anche il Kobe
privato. A firmarla è Roland Lazenby
(“Showboat, la vita di Kobe Bryant“), lo stesso
scrittore che raccontò anche Michael Jordan.
Di cui Bryant può considerarsi il vero erede.
Era l’idolo del Bryant ragazzino che Kobe ha
superato nei punti realizzati in Nba. Nella
biografia oltre alle sfide sportive, ci sono
quelle della vita. La più difficile: tenere
assieme la sua famiglia. Un canestro decisivo
che Kobe è riuscito, ovviamente, a realizzare.

Contrassegnato da tag , , , ,

Giulia, la suffragetta italiana

La mia recensione sul libro di Marco Severini, edito Marsilio, “Giulia, la prima donna”, uscita sull’edizione di domenica 14 gennaio de Il Piacere, inserto culturale di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno)

 

 

 

 

QUESTA è la storia di
Giulia. Ma è anche la
storia di altre nove
maestre marchigiane:
Carolina, Palmira,
Adele, Giuseppina,
Iginia, Emilia, Enrica, Dina e Luigia.
Ed è, infine, la storia di un giurista coraggioso
che sfidò la legge, facendo
l’unica cosa che un uomo di legge può
fare: interpretarla. Ludovico Mortara,
lombardo, nel 1906 era il presidente
della Corte d’Appello di Ancona e
disse che Giulia e le altre nove maestre
avevano diritto al voto. Il suffragio
universale, almeno in Italia, era
ancora lontano dall’arrivare. Le donne
italiane avrebbero dovuto attendere
altri quarant’anni. Un’eternità cadenzata
da due Guerre, soprattutto la
seconda, che avrebbero irrimediabilmente
spaccato il Paese. Ma agli inizi
del Novecento anche l’Italia aveva le
sue suffragette: AnnaMariaMozzoni,
Teresa Labriola e Maria Montessori.
Avevano studiato lo Statuto Albertino
e avevano colto che non c’era scritto
da nessuna parte, o almeno non
c’era evidenza, che le donne dovessero
essere escluse dal voto. E così in
quel 1906 le commissioni elettorali
dalla Lombardia alle Marche, appunto,
ammisero al voto le donne che ne
fecero richiesta. Giulia e le altre nove
erano propriomarchigiane. E in particolare
della città dell’ultimo Papa re,
Pio IX: Senigallia. Città di mare, dai
mille contrasti, papalina (non solo
perché città natale del Conte Giovanni
Maria Mastai Ferretti salito al soglio
pontificio) e anche sovversiva:
anarchica e repubblicana nelle sue declinazioni
antimonarchiche e anticlericali.
Marco Severini, senigalliese,
professore di Storia Contemporanea
all’università di Macerata, racconta
Giulia Berna, una delle dieci maestre
senigalliesi che sfidarono legge e Giolitti
fino a ottenere quello che volevano:
avere gli stessi diritti dell’uomo in
cabina elettorale. Perché votare non
poteva essere solo appannaggio maschile.
Severini nel suo libro le definisce
le protoelettrici d’Italia e d’Europa,
perché nel Vecchio Continente solo
sette anni dopo quel fatidico 1906,
la Norvegia concesse il voto alle donne.
Le dieci maestre ebbero la sfortuna,
nonostante quella non fosse ancora
la prima repubblica soggetta ai governi
balneari, che le fibrillazioni politiche,
piuttosto abituali anche allora,
non buttarono giù mai dalla sedia
Giolitti e che, quindi, l’Italia non andò
al voto in quell’anno successivo alla
sentenza della Corte d’Appello di
Ancona. Perché poi la Cassazione e infine
la Corte d’Appello di Roma sconfessarono
la decisione del giudice
Mortara. È una storia di dieci donne,
di una in particolare Giulia Berna,
ma anche di un uomo questo libro
Giulia,la prima donnadiMarco Severini
che esce il 18 gennaio per Marsilio.
Perché aLudovicoMortara nonmancò
il coraggio di concedere quel diritto
alle dieci donne senigalliesi. Mentre
i suoi colleghi delle altre Corti
d’Appello d’Italia invece, ribaltarono
la decisione delle commissioni elettorali.
MA SE quell’evocativo «vogliamo
il pane e anche le rose», pronunciato
del 1911, da Rose Schneiderman, leader
femminista e socialista della
Wtul – durante un discorso che rivendicava il diritto di voto femminile di
fronte ad una platea di suffragette benestanti
a Cleveland – ha un senso; a
dare senso a quella frase, senza saperlo
e in qualche maniera precedendo
le battaglie negli Stati Uniti e nel Regno
Unito, fu proprio la signora Giulia
Berna in Storani. Maestra di campagna,
coniugata con un veterinario.
Una donna forte, tenace, in anticipo
sui tempi del femminismo e quant’altro.
Che aveva scelto di diventare
maestra, perché diventare maestra
all’epoca rappresentava una delle poche
soluzioni per rivendicare
un’emancipazione femminile considerata
all’epoca uno spauracchio perfino
da uomini di provata fede di sinistra.
Lei maestra, figlia di due bidelli
che non hannomai rinunciato a chiedere
un compenso adeguato per il loro
lavoro, ha sfidato il Comune, quando
era l’unico responsabile del settore
scuola, proprio sul terreno
dell’identico trattamento economico
per uomini e donne sul lavoro. Con
quel numero, così ripetitivo nelle cifre
– 333,33 lire all’anno – che rischiava
di diventare una condanna alla disuguaglianza
salariale tra maschi e
femmine.
IL CORAGGIO di Giulia in una
terra, le Marche, che – come ricorda
Severini – aveva già i suoi bei primati.
Perché, quando nel novembre del
1860 c’era da votare per plebiscito
sull’annessione allamonarchia sabauda,
Maria Alinda Bonacci, poetessa
nella terra di Giacomo Leopardi (Recanati)
fu l’unica donna a votare per
passare coi Savoia. O ancora la storia
di Elisa Contani che si trasferì da Ravenna
nelle Marche e che diventò il
primo avvocato donna in Italia. Riconoscimento
avvenuto per mano di
Ludovico Mortara, lo stesso che
avrebbe ammesso al voto le diecimaestre
senigalliesi. Da questa terra al
plurale, non solo nel nome, un esempio
di femminismo ante litteram. E
se davvero la città delle suffragette,
cantata da David Bowie, avesse potutomaimaterializzarsi,
quella città sarebbe
stata lì, sul Mare Adriatico, al
centro di un Paese che ora come allora
rimane in cerca di se stesso.
UNA CITTÀ però – ed è questo il
rammarico dello stesso Severini nel finale
del libro – che non ha saputo rendere
omaggio fino in fondo alle sue
dieci coraggiose cittadine. Alle protoelettrici.
Solo l’anno scorso, ma nella
frazione sbagliata dove Giulia non
ha mai insegnato, è stata dedicata
una via alla Berna. La toponomastica
quasi mai riesce a rendere giustizia a
chi ha portato avanti battaglie alte,
nobili, in anticipo sui tempi. E gli
esempi in negativo, spesso, si sprecano.Ma
in un sempre più virtuale pantheon
democratico la storia dellamaestra
Giulia e delle sue altre nove colleghe
non può essere dimenticata. Anzi,
andrebbe raccontata a chi ancora
non la conosce. Soprattutto nel suo finale
beffardo,ma comunque compensativo
per una vita di lotte per i propri
diritti. Giulia riuscì a entrare, finalmente,
nella cabina elettorale. Ma
questo accadde solo quarant’anni dopo
la sua battaglia. Era il 2 giugno
1946 e lei mise una croce su quel quesito
refendario che avrebbe dato una
nuova vita all’Italia.Nonmeno sofferta
di quella che l’aveva (appena) preceduta.

 

 

 

Marco Severini

Giulia, la prima donna

176 pagine, Marsilio editore

 12,50 euro

Contrassegnato da tag , , , ,

Salvate il compagno Ulivieri

Ulivieri non si candida con “Potere al popolo”.  Sospiro di sollievo o notizia? Nessuna delle due. Sarebbe stato un sospiro di sollievo se, raccontando come mai abbia rinunciato a candidarsi  a queste elezioni, fosse uscito per una volta (e definitivamente) dal cliché allenatore di sinistra. Che inizialmente può anche risultare simpatico, avvincente e perfino letterario come cliché, ma alla fine se uno non riesce a uscirne ed è costretto a ostentarlo sempre, diventa ostaggio di quel cliché. Come il suo dito medio davanti alle Trump Tower, ricordate? Gesto sovversivo, punk? No bischerata, come direbbe uno di San Miniato come lui. A 14 anni uno può anche riderci sopra ma se diventa routine, finisce anche l’effetto divertimento. Quindi, che Ulivieri si candidi o non si candidi poco importa. Non sarà certo lui a risollevare le sorti della decadente sinistra. Anche se dovesse girare strade e frazioni per attaccare i manifesti di “Potere al popolo”, come dice che farà. Contento lui. Dopodiché tutta questa ostentazione nel dirsi sempre sono così di sinistra assomiglia quasi a fare la gara a chi, perdonate il francesismo, ce l’ha più lungo. Senza dimenticare che lo stesso Ulivieri, da una posizione di vertice (presidente dell’associazione allenatori) – non solo per l’appoggio incondizionato all’insostenibile vetero democristiano Carlo Tavecchio – ha lasciato che il pallone mantenesse quel suo status quo. Per cui non c’è proprio da vantarsi. Certo, quando ricorda il suo cappottone di cammello anche con trenta gradi, il busto di Lenin in casa e mille altri aneddoti di militante di parasinistra, strappa sempre qualche attenzione. Ma ormai anche i suoi racconti sono datati e sono più o meno sempre gli stessi. Come quelli dei vecchi nonni, cui non si può non volere bene. E proprio per una questione di affetto: salvate il compagno Ulivieri dal diventare la caricatura di se stesso.

Contrassegnato da tag , , , ,

Al Milan serve un allenatore, non un ultrà

Premessa doverosa: non ho mai avuto a genio Ringhio Gattuso. Per capirsi tra lui e Ambrosini, ho sempre preferito quest’ultimo. E non solo per le sue doti tecniche sicuramente più sviluppate e per la capacità di inserirsi e colpire di testa, facendo qualche gol pesante. Dei calciatori che fanno del loro attaccamento alla maglia una spilletta da appuntarsi, ho sempre giustamente diffidato. E Gattuso, dimenticandosi il suo precoce passato (la fuga da Perugia a Glasgow), l’ha sempre fatto. Come diffido di chi parla di “morsi al pallone”, determinazione eccetera eccetera. Come se bastasse mordere sul pallone per vincere le partite. E non saperlo invece giocare. Assurdo. Fatta la premessa, diciamo che a proposito di premesse il Gattuso allenatore si è presentato nel peggior dei modi possibili. E non solo per i risultati. Davvero scarsi. Non c’è bisogno di scomodare coefficienti punti per accorgersene. Ultima e penultima, mettendole insieme hanno fatto quattordici punti e quattro li hanno presi al Milan. E’ stato già detto tutto. Quello che  ha dato subito fastidio è stato il modo di porsi del cosiddetto “Ringhio”. Montella masticando amaro per l’esonero, ha salutato Milano e il Milan, dicendo che preferiva farsi sostituire da Gattuso, un amico, che da qualcun altro. A prescindere da quanto fosse vera o meno la dichiarazione ufficiale di Montella, di certo aveva un suo stile. Tutt’altro quello che ha detto nemmeno ventiquattro ore dopo il sostituto di Montella. “Io e Montella? Siamo diversi”. Diversi sì, nei risultati. Ma forse addirittura in peggio, visto quel (poco, pochissimo) che ha combinato il Milan di Ringhio. Dopodiché dal giorno del suo arrivo sulla panchina del Milan, non ha fatto altro che parlare di carattere, grinta, determinazione e personalità. Ma il Milan ha una sola personalità: che è quella di provare a giocare a calcio. Tornando ai morsi al pallone, a me (come a tutti) non interessa che un calciatore corra, ci metta impegno, morda insomma sul pallone. Ma che quel pallone lo sappia giocare. Sappia dove spedirlo. E che provi a giocarlo, sempre comunque e dovunque. Patetica perfino, la scenetta dell’abbraccio con Donnarumma per portarlo sotto la Curva, in cerca di una riappacificazione con i tifosi. E ancora peggio l’argomentazione (?) subito dopo la sconfitta col Verona: “Ma gli stipendi arrivano puntuali”. Queste parole me le aspetterei dal tifoso – che sia medio o non, poco importa – non certo da un allenatore. Me le aspetterei davanti a un caffè o a uno spritz al bar. Non in una sala stampa e nemmeno in un campo d’allenamento. Se il Milan cercava un cuscino da mettere tra squadra e tifoseria, Gattuso è senz’altro la scelta giusta. Almeno finché i tifosi non si stancheranno della retorica stantia di “cuori rossoneri” o presunti tali di fronte alla collezione di sconfitte. Se cercava un allenatore, doveva guardare altrove. Il Milan ha bisogno di un allenatore (non solo di quello, certo), non di un ultrà.

Contrassegnato da tag , , ,

L’ombra di Stieg Larsson

Avere l’indice puntato addosso – sempre, comunque e dovunque – non è impresa facile. Ma David Lagercrantz lo sapeva e sicuramente l’aveva messo in conto, quando decise d’imbarcarsi nell’impresa Millennium: dare serialità a storie e personaggi partoriti dalla mente di Stieg Larsson, morto ormai tredici anni fa. Personaggi tutt’altro che facili e che sicuramente piacciono così tanto al pubblico che di loro conosce tutto: tic, manie, abitudini. Se Lisbeth Salander fosse una cantantessa, sarebbe un’eroina punk. E’ una hacker invece, in lotta contro il mondo, una hacker di quelle buone (distinzione necessaria visto che, ormai per la vulgata generale, si è persa quella vera da netiquette, tra hacker e cracker), una che non sopporta le ingiustizie. E che rischia sempre di essere divorata da un passato ingombrante. Un po’ quello che sotto il profilo narrativo – ma per altre questioni – rischia lo stesso Lagercrantz. Comunque non si può non appassionarci a Lisbeth. Come d’altronde a Kalle Blomkvist, giornalista investigativo affascinante nelle inchieste quanto nella vita quotidiana, l’altro protagonista di quella che in tutto e per tutto può definirsi saga. Ecco, se c’era qualcosa che era mancata, pur essendo l’intreccio piuttosto contorto ma non meno avvincente, della prima esperienza Millennium di Lagercrantz, era la  presenza (scarsina) di temi social-politici cari a Larsson. Che prima di molti altri, proprio dalla Svezia, aveva capito che aria tirasse, con il suo osservatorio e la sua rivista sui gruppi dell’ultradestra eversiva. Non un’aria buona visto che ormai proliferano in tutt’Europa e non solo in Svezia movimenti xenofobi, neofascisti e pure neonazisti. Non ci si fa mancare nulla. Lagercrantz in questo quinto volume di Millennium, “L’uomo che inseguiva la sua ombra”, corregge un po’ il tiro, rischiando di apparire fin troppo didascalico nell’inseguire temi sociali e politici, perché alla fine c’è un po’ di radicalismo jihadista e anche di storici movimenti neonazisti svedesi che tornando alla ribalta e a riaffacciarsi sulle pagine di Millennium, intrecciandosi alle vicende di Lisbeth e Kalle. Complessivamente l’intreccio regge, proprio perché riprendono il centro della scena proprio Lisbeth e Kalle. Soprattutto Lisbeth. E ancora una volta per dare forza narrativa al libro si scava forte nel passato dell’hacker con fantasmi e ombre che tornano ad agitarsi: dal papà di Lisabeth a Camilla, la sorella cattiva e spietata, fino alla madre e al suo tutore, l’unico uomo buono (eccetto Kalle, ovviamente) che l’eroina ha conosciuto nella sua vita tutt’altro che ordinaria. Il rischio che col passare dei libri e dei volumi la saga Millennium perda un po’ d’intensità c’è. Pericolo comunque già corso e probabilmente materializzatosi già un paio di anni fa all’uscita del quarto volume. Ma quando a un giallo si rimane comunque attaccati per sapere come va a finire, fino all’ultima pagina, e il libro, come in questo caso, è di per sé voluminoso; vuol dire che la missione è comunque compiuta. Anche se restano le incertezze per capire come procederà e se procederà (eventualmente) la saga.

David Lagercrantz

L’uomo che inseguiva la sua ombra-millennium 5

Marsilio editore, 496 pagine, 21 euro

Lacrime di coccodrillo. Sulla nazionale e dintorni

Lasciamo stare Pochesci (non mi ricordo nemmeno come si scrive  esattamente il cognome dell’allenatore della Ternana). Assurto, per la gioia di chi conta tutto il giorno solo visualizzazioni tra YouTube e social, a grande fustigatore dei costumi nazionali. Anche perché fondamentalmente ha detto una cazzata. E non ci voleva certo lui, per sostenere che di questa nazionale qui non c’è proprio nulla da salvare. Non andremo i mondiali. Dura da metabolizzare, al solo pensiero di rinunciare a barbecue estivi o alla scelta di guardarsi in tv le nostre altre nazionali. Perché in fondo, come ci ha ricordato il buon Pochesci in malo comunque malissimo modo, il nostro orgoglio nazionale – vogliamo chiamarlo patriottismo – esce fuori in queste situazioni. Ma mi interessa fino a un certo punto sapere quale sia il mio grado di patriottismo. Perché non è nemmeno questo il punto. E nemmeno, per sgomberare definitivamente il campo da qualsiasi equivoco, quello di giocare a prendersela con la triade Tavecchio-Ventura-Lotito. Questo ci siamo meritati e in qualche maniera abbiamo scelto. Ognuno è artefice del proprio destino e dovrebbe essere perfino consapevole di quello cui va incontro. Era nel destino quindi. E quel destino non sarebbe di certo cambiato se Marcello Lippi fosse diventato direttore tecnico. D’altronde per la proprietà transitiva delle cose calcistiche – non è proprio una certezza come negli altri casi – Lippi avrebbe completato un quadro abbastanza lineare nella sua definizione. Ma non ci avrebbe fatto vincere nulla. Ah veramente sarebbe stato lui l’ultimo commissario tecnico che ci ha fatto vincere un mondiale. Io più che altro lo ricordo per il disastro del Sudafrica di quattro anni dopo, 2010. Adesso (ri)chiamate pure dall’Inghilterra Antonio Conte per fare un simpatico remake di cui sopra. La nazionale non la cambiano i Conte, gli Allegri e perfino gli Ancelotti (e infatti Carletto non tanto perché Sacchi gli facesse ombra, ha tolto subito il disturbo dal giro azzurro e dice di non voler tornare in corsa). Bisognerebbe invece, ripartire da zero. Facendo qualcosa di simile a una disinfestazione. O meglio a una rottamazione. Nella Nazionale che vorrei o che quantomeno dovremmo pretendere non dovrebbero esserci più i Buffon, Chiellini, Barzagli, De Rossi, etc. In questo momento non saprei nemmeno chi dovrebbe esserci: tanto appare evidente la pochezza del calcio italiano, anche agli occhi meno allenati a guardare le partite. E allora se si continua a ragionare sul movimento calcio – parola che detta così fa un bell’effetto – bisognerebbe davvero porre le basi per costruirlo questo movimento. Le basi, appunto. Quindi è inutile dedicarsi alla zuppa inglese calcistica in nazionale cui abbiamo assistito dal 2006 in poi. E qui lo dico forte, senza paura di essere smentito, l’ultima nazionale decente dopo il mondiale vinto in Germania è stata quella di Donadoni (perfino fin troppo sfortunata e accompagnata a casa dalla frenesia di richiamare Lippi). Per il resto si è assistito sempre a un’accozzaglia di intenzioni e presunti buoni propositi: poche idee e molto confuse. Non tanto sui moduli, perché la nazionale non è una squadra di club. Quanto proprio nelle scelte che tenessero in debita considerazione almeno una prospettiva di medio termine. Chiederla di lungo termine forse è troppo. E per ripartire da zero, bisogna ricominciare a considerare la figura del tecnico federale. Negli ultimi trent’anni le migliori nazionali  – che non necessariamente hanno vinto i mondiali – sono state quelle di Enzo Bearzot, Azeglio Vicini e Cesare Maldini. E Lippi ringrazi Maldini, perché ha usufruito di tutti i benefici di un gruppo che si era formato e cresciuto nell’under 21 imbattibile. E non fu questione generazionale ma di metodo. Un campionato europeo fu vinto con un gol di Orlandini che finì presto fuori dai radar e dalle orbite del calcio che conta.ma era funzionale a quel progetto. Tutti e tre gli allenatori venivano appunto da una carriera federale. E avevano costruito qualcosa, andando anche a rompere inevitabilmente. Perché Vicini si portò tutti i suoi ragazzi dell’under 21 e rottamò la nazionale di Bearzot uscita con le ossa rotte dal mondiale messicano. Maldini ebbe più fortuna perché si ritrovò i suoi ragazzi già grandi, belli e cresciuti e con certosina pazienza andò a sistemare dove c’era da sistemare. E in Francia uscimmo per una misera questione di centimetri: il diagonale di Baggio che sfiora il palo della porta difesa da Barthez. E Bearzot vabbé, nel 1978 fece tante scommesse anche pericolose ma mise le basi per la nazionale che vinse il mondiale spagnolo. Per ricominciare da capo serve molto coraggio. Ma soprattutto la scelta più sbagliata che si possa fare ora è quella di mettere un allenatore feticcio come commissario tecnico. Per rilanciare la nazionale e il movimento calcistico non c’è bisogno di un allenatore vincente nei club. Ma di un tecnico che parta dal basso, inteso come conoscenza di tutti i gradini, al momento fradici, del nostro calcio: dai centri federali che spuntano come funghi in ogni parte d’Italia al pecoro nelle squadre giovanili. D’altronde gli esempi su quanto sia sbagliata la scelta di puntare sul nome forte sono tantissimi. Altrimenti, tempo un altro biennio, e a prescindere da chi sarà il nuovo commissario tecnico che si dedicherà alla solita polemica su stage e quant’altro per avere più tempo i calciatori a disposizione (da Sacchi in poi è andata sempre così), ci ritroveremo a piangere altre lacrime di coccodrillo.

Contrassegnato da tag , , ,

L’altro 1984: un “Tuffo” nella paura. Tra Thatcher e Ira

 

Il volo del tuffo. Dal trampolino all’acqua non è solo questione di metri in altezza e quindi di spazio. Ma anche di tempo, poco nella realtà: solo qualche centesimo di secondo. Quei centesimi di secondo che sembrano un’eternità. Non solo per chi si tuffa ma anche per chi è in tribuna a guardare la performance. “Il tuffo” è il terzo libro di Jonathan Lee che maneggia materiale pericoloso perché decide di ambientare il suo romanzo nel 1984. Il 1984, non solo per il suo essere evocativo pensando a Orwell, è anno fatidico per la Gran Bretagna ma anche assai drammatico pensando invece a Margaret Thatcher, la Lady di Ferro. In quel 1984, come racconta David Peace con certosina pazienza e precisione, la Gran Bretagna attraversa la sua trasformazione social-economica-lavorativa più significativa, perché Maggie ingaggia un duello con i minatori, rafforzando le politiche di austerity dei Tories. Ma il 1984 per la Gran Bretagna è anche l’anno del più sanguinoso attacco dell’Ira sul suolo inglese. Lee racconta proprio questa parte del 1984: l’attentato di Brighton, attentato che doveva essere contro la Thatcher, ma che lasciò sul cemento uccisi cinque collaboratori della Lady di Ferro. Lei si salvò. Lee fa i conti con la storia ma non è quello che propriamente si possa definire solo ed esclusivamente un romanzo storico. C’è quel senso di attesa che è ben rappresentato dal volo del tuffo che racconta i mesi, le settimane, prima di quell’attentato di cui si parla sin dalle prime pagine per la sua organizzazione. E poi ci sono i tre protagonisti, tutti personaggi fittizi in un contesto storico molto definito. Personaggi fittizi e in qualche maniera interrotti che cercano comunque una via. Non necessariamente di fuga. Più che altro una via per capire che cosa faranno da grandi. Moses è forse il personaggio più complesso, vice direttore dell’hotel di Brighton che ospiterà il congresso dei Tories, fa di tutto perché il suo hotel possa ospitare l’evento. Un impegno tutt’altro che disinteressato. Sa che dal congresso dei Tories dipende la sua eventuale promozione a direttore di un hotel importante. Moses è divorziato, sua moglie ha mollato lui e la figlia ed era, guarda caso, un campione di tuffi. Freyra, il secondo personaggio, si divide tra l’hotel in cui lavora il padre e la scuola. In un percorso di formazione non senza inciampi. Non sa ancora che università andrà a fare e se andrà a farla, anche se il padre insiste perché si prenda una laurea. E non ha ancora conosciuto l’amore, quello vero, quello che smuove cuore e viscere senza soluzione di continuità. E poi c’è Dan, nordirlandese, che si arruola nell’Ira, pensando di trovare nella lotta armata contro il grande nemico inglese, la medicina che in qualche maniera possa curare sofferenze e perdite della sua giovane vita. Va fino a Brighton a fare il sopralluogo per l’attentato. Le tre storie s’intrecciano in maniera indissolubile, in quell’hotel che finirà a brandelli per l’attentato. L’attesa è palpitante prima che il finale del libro in qualche maniera possa rimettere tutto in ordine. Ma non il sentimento di paura e terrore con cui la Gran Bretagna sarà costretta a convivere per almeno altri quattordici anni.

 

Jonathan Lee

Il tuffo

(445 pagine, Sur edizioni, 18,50 euro)

Contrassegnato da tag , , ,

Libri/78 American Horror History

La mia recensione sul libro di Massimo Teodori “Ossessioni americane” uscita sul settimanale di Quotidiano Nazionale, “Il Piacere”, il 30 settembre

 

teodori2

 

 

Vigilia dell’ultimo Ferragosto, Charlottesville (Virginia), gli Stati Uniti si risvegliano bruscamente dal torpore estivo. Sulla scena i suprematisti bianchi. Sembravano estinti, fagocitati dal lato oscuro della storia americana e invece eccoli di nuovo. Non è stato questo, di certo, l’innesco per l’ultimo libro di Massimo Teodori “Ossessioni americane” (Marsilio editori). Ma non si può certo negare che da una parte i suprematisti bianchi e la marcia di Charlottesville e dall’altra la questione razziale di un anno e mezzo prima con città che bruciavano, come la Los Angeles del 1992, hanno intaccato quella reputazione di società aperta che gli Stati Uniti, con molta difficoltà, hanno provato a costruirsi sin da quando sono nati. Così Teodori nel suo ultimo libro ha deciso di affrontare la questione, affondando lo sguardo sulle radici degli Stati Uniti e su quel lato (così) oscuro che contrasta in maniera evidente con il tanto sbandierato (ma forse fuori tempo massimo) “American dream”: la possibilità che ognuno – senza alcuna distinzione di ceto e provenienza geografica – possa puntare al punto più alto. Stesse possibilità per tutti. Un sogno che rischia di diventare un incubo, di fronte a una realtà che sembra aver fatto un deciso downgrade come dimostra la marcia di Charlottesville e le polemiche annesse e connesse. Soprattutto sulla figura di Donald Trump, il presidente americano eletto a novembre, l’irregolare repubblicano che sconquassa con le sue uscite il suo stesso partito. Teodori parte proprio dall’elezione di Trump per dire che l’affanno con cui gli analisti di qualsiasi colore e convinzione hanno avuto per provare a spiegare quella vittoria inaspettata poteva essere risparmiato, andando a rileggersi la storia degli Stati Uniti. Cosa che viene fatta in questo libro: perché il passato aiuta a capire meglio il presente. Perché i suprematisti che hanno marciato a Charlottesville non sono nati ieri. E nemmeno il cosiddetto populismo americano che non sembra conoscere distinzione di provenienza, a sinistra come a destra. Così “America first” non è un’invenzione di Trump suggeritagli dal suo consigliere Bannon. Ma ha un suo fondamento storico. Era il vessillo dei nazionalisti e isolazionisti nel diciannovesimo secolo, utilizzato nel 1940 dal comitato contro la guerra, con esponenti della destra antisemita e della sinistra comunista, guidato da Charles Lindbergh. Altro esempio: le accuse all’establishment e al potere finanziario di Wall Street. Nel 1892 le stesse cose si potevano leggere nel programma del People’s party. O ancora, basta prendere in esame la storia e il curriculum di George Corey Wallace, il governatore dell’Alabama, quando gli Stati Uniti erano nel pieno della protesta giovanile, con le università occupate. Wallace cominciò come democratico liberal per diventare poi il più strenuo oppositore del “potere costituito” di Washington. E nel comizio conclusivo di una campagna elettorale disse: «Noi americani siamo un caposaldo degli aiuti all’estero. Dal 1946 il popolo americano ha dato 212 miliardi di dollari a tutti i paesi, dalla A alla Z, in giro per il mondo». Oltre quarant’anni dopo parole più o meno simili vengono pronunciate sempre più spesso – e non solo da Trump – negli Stati Uniti per chiedere più impegni economici (e anche di saldare i conti) ai paesi alleati per la Nato o per tracciare una linea di demarcazione dall’Unione Europea. Le ossessioni americane che vengono a galla ora, sono datate, come dimostra Teodori, che con un metodo quasi tassonomico (ma comunque legato alla storia degli Stati Uniti), classifica e identifica movimenti, spesso diventati partiti (perché anche il concetto di bipolarismo puro, Democratici e Repubblicani, viene messo in discussione): dai nativisti che erano anticattolici e antisemiti ai populisti, passando per isolazionisti e nazionalisti. Viene dipinto a tinte fosche un (retro)quadro degli Stati Uniti proiettato su un presente carico di incertezze per il ruolo che la Casa Bianca dovrà (o non dovrà) occupare sullo scacchiere internazionale. Ma lo stesso Teodori, americanista convinto e decisamente ottimista, confida che sia sempre quella democrazia liberale assunta a modello, non solo da Alexis Tocqueville, a far superare agli Stati Uniti questo momento così cupo. Perché carico di incertezze, divisioni e violenze.

 

 

teodori1

Contrassegnato da tag , , ,

Libri/77 Lo spassoso canzoniere di Mura

La mia recensione sul libro di Gianni Mura uscita sul settimanale di Quotidiano Nazionale, “Il Piacere”, lo scorso 16 settembre

 

mura2

 

Se diatonico vuol dire stonato. È spassoso l’ultimo libro di Gianni Mura in cui non parla di ciclismo, pallone o di cibo ma di canzoni. Se ognuno ha un canzoniere della propria vita, Mura in Confesso che ho stonato (Skira edizioni) non fa proprio nulla per nasconderlo. Anzi, con dovizia di particolari, racconta una serie di aneddoti sulla sua passione per la musica. E si arriva anche al diatonico. A definirlo così è la cantante Giovanna Marini. Lui, Mura, al volante canta e si lascia andare. Lei si ridesta da un sonnellino e gli dice: «Nono (Luigi, il compositore, quello de «La fabbrica illuminata», ndr) direbbe che sei diatonico». E Mura nel libro scrive: «Mi sono informato da un esperto, Giovanna voleva dirmi che sono stonato». Ha un altro merito questo libro: rende il doveroso omaggio a Sergio Endrigo, troppo spesso dimenticato.

 

 

mura1

 

Gianni Mura

Confesso che ho stonato

Skira edizioni, 112 pagine, 13 euro

Contrassegnato da tag , ,