Lacrime di coccodrillo. Sulla nazionale e dintorni

Lasciamo stare Pochesci (non mi ricordo nemmeno come si scrive  esattamente il cognome dell’allenatore della Ternana). Assurto, per la gioia di chi conta tutto il giorno solo visualizzazioni tra YouTube e social, a grande fustigatore dei costumi nazionali. Anche perché fondamentalmente ha detto una cazzata. E non ci voleva certo lui, per sostenere che di questa nazionale qui non c’è proprio nulla da salvare. Non andremo i mondiali. Dura da metabolizzare, al solo pensiero di rinunciare a barbecue estivi o alla scelta di guardarsi in tv le nostre altre nazionali. Perché in fondo, come ci ha ricordato il buon Pochesci in malo comunque malissimo modo, il nostro orgoglio nazionale – vogliamo chiamarlo patriottismo – esce fuori in queste situazioni. Ma mi interessa fino a un certo punto sapere quale sia il mio grado di patriottismo. Perché non è nemmeno questo il punto. E nemmeno, per sgomberare definitivamente il campo da qualsiasi equivoco, quello di giocare a prendersela con la triade Tavecchio-Ventura-Lotito. Questo ci siamo meritati e in qualche maniera abbiamo scelto. Ognuno è artefice del proprio destino e dovrebbe essere perfino consapevole di quello cui va incontro. Era nel destino quindi. E quel destino non sarebbe di certo cambiato se Marcello Lippi fosse diventato direttore tecnico. D’altronde per la proprietà transitiva delle cose calcistiche – non è proprio una certezza come negli altri casi – Lippi avrebbe completato un quadro abbastanza lineare nella sua definizione. Ma non ci avrebbe fatto vincere nulla. Ah veramente sarebbe stato lui l’ultimo commissario tecnico che ci ha fatto vincere un mondiale. Io più che altro lo ricordo per il disastro del Sudafrica di quattro anni dopo, 2010. Adesso (ri)chiamate pure dall’Inghilterra Antonio Conte per fare un simpatico remake di cui sopra. La nazionale non la cambiano i Conte, gli Allegri e perfino gli Ancelotti (e infatti Carletto non tanto perché Sacchi gli facesse ombra, ha tolto subito il disturbo dal giro azzurro e dice di non voler tornare in corsa). Bisognerebbe invece, ripartire da zero. Facendo qualcosa di simile a una disinfestazione. O meglio a una rottamazione. Nella Nazionale che vorrei o che quantomeno dovremmo pretendere non dovrebbero esserci più i Buffon, Chiellini, Barzagli, De Rossi, etc. In questo momento non saprei nemmeno chi dovrebbe esserci: tanto appare evidente la pochezza del calcio italiano, anche agli occhi meno allenati a guardare le partite. E allora se si continua a ragionare sul movimento calcio – parola che detta così fa un bell’effetto – bisognerebbe davvero porre le basi per costruirlo questo movimento. Le basi, appunto. Quindi è inutile dedicarsi alla zuppa inglese calcistica in nazionale cui abbiamo assistito dal 2006 in poi. E qui lo dico forte, senza paura di essere smentito, l’ultima nazionale decente dopo il mondiale vinto in Germania è stata quella di Donadoni (perfino fin troppo sfortunata e accompagnata a casa dalla frenesia di richiamare Lippi). Per il resto si è assistito sempre a un’accozzaglia di intenzioni e presunti buoni propositi: poche idee e molto confuse. Non tanto sui moduli, perché la nazionale non è una squadra di club. Quanto proprio nelle scelte che tenessero in debita considerazione almeno una prospettiva di medio termine. Chiederla di lungo termine forse è troppo. E per ripartire da zero, bisogna ricominciare a considerare la figura del tecnico federale. Negli ultimi trent’anni le migliori nazionali  – che non necessariamente hanno vinto i mondiali – sono state quelle di Enzo Bearzot, Azeglio Vicini e Cesare Maldini. E Lippi ringrazi Maldini, perché ha usufruito di tutti i benefici di un gruppo che si era formato e cresciuto nell’under 21 imbattibile. E non fu questione generazionale ma di metodo. Un campionato europeo fu vinto con un gol di Orlandini che finì presto fuori dai radar e dalle orbite del calcio che conta.ma era funzionale a quel progetto. Tutti e tre gli allenatori venivano appunto da una carriera federale. E avevano costruito qualcosa, andando anche a rompere inevitabilmente. Perché Vicini si portò tutti i suoi ragazzi dell’under 21 e rottamò la nazionale di Bearzot uscita con le ossa rotte dal mondiale messicano. Maldini ebbe più fortuna perché si ritrovò i suoi ragazzi già grandi, belli e cresciuti e con certosina pazienza andò a sistemare dove c’era da sistemare. E in Francia uscimmo per una misera questione di centimetri: il diagonale di Baggio che sfiora il palo della porta difesa da Barthez. E Bearzot vabbé, nel 1978 fece tante scommesse anche pericolose ma mise le basi per la nazionale che vinse il mondiale spagnolo. Per ricominciare da capo serve molto coraggio. Ma soprattutto la scelta più sbagliata che si possa fare ora è quella di mettere un allenatore feticcio come commissario tecnico. Per rilanciare la nazionale e il movimento calcistico non c’è bisogno di un allenatore vincente nei club. Ma di un tecnico che parta dal basso, inteso come conoscenza di tutti i gradini, al momento fradici, del nostro calcio: dai centri federali che spuntano come funghi in ogni parte d’Italia al pecoro nelle squadre giovanili. D’altronde gli esempi su quanto sia sbagliata la scelta di puntare sul nome forte sono tantissimi. Altrimenti, tempo un altro biennio, e a prescindere da chi sarà il nuovo commissario tecnico che si dedicherà alla solita polemica su stage e quant’altro per avere più tempo i calciatori a disposizione (da Sacchi in poi è andata sempre così), ci ritroveremo a piangere altre lacrime di coccodrillo.

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L’altro 1984: un “Tuffo” nella paura. Tra Thatcher e Ira

 

Il volo del tuffo. Dal trampolino all’acqua non è solo questione di metri in altezza e quindi di spazio. Ma anche di tempo, poco nella realtà: solo qualche centesimo di secondo. Quei centesimi di secondo che sembrano un’eternità. Non solo per chi si tuffa ma anche per chi è in tribuna a guardare la performance. “Il tuffo” è il terzo libro di Jonathan Lee che maneggia materiale pericoloso perché decide di ambientare il suo romanzo nel 1984. Il 1984, non solo per il suo essere evocativo pensando a Orwell, è anno fatidico per la Gran Bretagna ma anche assai drammatico pensando invece a Margaret Thatcher, la Lady di Ferro. In quel 1984, come racconta David Peace con certosina pazienza e precisione, la Gran Bretagna attraversa la sua trasformazione social-economica-lavorativa più significativa, perché Maggie ingaggia un duello con i minatori, rafforzando le politiche di austerity dei Tories. Ma il 1984 per la Gran Bretagna è anche l’anno del più sanguinoso attacco dell’Ira sul suolo inglese. Lee racconta proprio questa parte del 1984: l’attentato di Brighton, attentato che doveva essere contro la Thatcher, ma che lasciò sul cemento uccisi cinque collaboratori della Lady di Ferro. Lei si salvò. Lee fa i conti con la storia ma non è quello che propriamente si possa definire solo ed esclusivamente un romanzo storico. C’è quel senso di attesa che è ben rappresentato dal volo del tuffo che racconta i mesi, le settimane, prima di quell’attentato di cui si parla sin dalle prime pagine per la sua organizzazione. E poi ci sono i tre protagonisti, tutti personaggi fittizi in un contesto storico molto definito. Personaggi fittizi e in qualche maniera interrotti che cercano comunque una via. Non necessariamente di fuga. Più che altro una via per capire che cosa faranno da grandi. Moses è forse il personaggio più complesso, vice direttore dell’hotel di Brighton che ospiterà il congresso dei Tories, fa di tutto perché il suo hotel possa ospitare l’evento. Un impegno tutt’altro che disinteressato. Sa che dal congresso dei Tories dipende la sua eventuale promozione a direttore di un hotel importante. Moses è divorziato, sua moglie ha mollato lui e la figlia ed era, guarda caso, un campione di tuffi. Freyra, il secondo personaggio, si divide tra l’hotel in cui lavora il padre e la scuola. In un percorso di formazione non senza inciampi. Non sa ancora che università andrà a fare e se andrà a farla, anche se il padre insiste perché si prenda una laurea. E non ha ancora conosciuto l’amore, quello vero, quello che smuove cuore e viscere senza soluzione di continuità. E poi c’è Dan, nordirlandese, che si arruola nell’Ira, pensando di trovare nella lotta armata contro il grande nemico inglese, la medicina che in qualche maniera possa curare sofferenze e perdite della sua giovane vita. Va fino a Brighton a fare il sopralluogo per l’attentato. Le tre storie s’intrecciano in maniera indissolubile, in quell’hotel che finirà a brandelli per l’attentato. L’attesa è palpitante prima che il finale del libro in qualche maniera possa rimettere tutto in ordine. Ma non il sentimento di paura e terrore con cui la Gran Bretagna sarà costretta a convivere per almeno altri quattordici anni.

 

Jonathan Lee

Il tuffo

(445 pagine, Sur edizioni, 18,50 euro)

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Libri/78 American Horror History

La mia recensione sul libro di Massimo Teodori “Ossessioni americane” uscita sul settimanale di Quotidiano Nazionale, “Il Piacere”, il 30 settembre

 

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Vigilia dell’ultimo Ferragosto, Charlottesville (Virginia), gli Stati Uniti si risvegliano bruscamente dal torpore estivo. Sulla scena i suprematisti bianchi. Sembravano estinti, fagocitati dal lato oscuro della storia americana e invece eccoli di nuovo. Non è stato questo, di certo, l’innesco per l’ultimo libro di Massimo Teodori “Ossessioni americane” (Marsilio editori). Ma non si può certo negare che da una parte i suprematisti bianchi e la marcia di Charlottesville e dall’altra la questione razziale di un anno e mezzo prima con città che bruciavano, come la Los Angeles del 1992, hanno intaccato quella reputazione di società aperta che gli Stati Uniti, con molta difficoltà, hanno provato a costruirsi sin da quando sono nati. Così Teodori nel suo ultimo libro ha deciso di affrontare la questione, affondando lo sguardo sulle radici degli Stati Uniti e su quel lato (così) oscuro che contrasta in maniera evidente con il tanto sbandierato (ma forse fuori tempo massimo) “American dream”: la possibilità che ognuno – senza alcuna distinzione di ceto e provenienza geografica – possa puntare al punto più alto. Stesse possibilità per tutti. Un sogno che rischia di diventare un incubo, di fronte a una realtà che sembra aver fatto un deciso downgrade come dimostra la marcia di Charlottesville e le polemiche annesse e connesse. Soprattutto sulla figura di Donald Trump, il presidente americano eletto a novembre, l’irregolare repubblicano che sconquassa con le sue uscite il suo stesso partito. Teodori parte proprio dall’elezione di Trump per dire che l’affanno con cui gli analisti di qualsiasi colore e convinzione hanno avuto per provare a spiegare quella vittoria inaspettata poteva essere risparmiato, andando a rileggersi la storia degli Stati Uniti. Cosa che viene fatta in questo libro: perché il passato aiuta a capire meglio il presente. Perché i suprematisti che hanno marciato a Charlottesville non sono nati ieri. E nemmeno il cosiddetto populismo americano che non sembra conoscere distinzione di provenienza, a sinistra come a destra. Così “America first” non è un’invenzione di Trump suggeritagli dal suo consigliere Bannon. Ma ha un suo fondamento storico. Era il vessillo dei nazionalisti e isolazionisti nel diciannovesimo secolo, utilizzato nel 1940 dal comitato contro la guerra, con esponenti della destra antisemita e della sinistra comunista, guidato da Charles Lindbergh. Altro esempio: le accuse all’establishment e al potere finanziario di Wall Street. Nel 1892 le stesse cose si potevano leggere nel programma del People’s party. O ancora, basta prendere in esame la storia e il curriculum di George Corey Wallace, il governatore dell’Alabama, quando gli Stati Uniti erano nel pieno della protesta giovanile, con le università occupate. Wallace cominciò come democratico liberal per diventare poi il più strenuo oppositore del “potere costituito” di Washington. E nel comizio conclusivo di una campagna elettorale disse: «Noi americani siamo un caposaldo degli aiuti all’estero. Dal 1946 il popolo americano ha dato 212 miliardi di dollari a tutti i paesi, dalla A alla Z, in giro per il mondo». Oltre quarant’anni dopo parole più o meno simili vengono pronunciate sempre più spesso – e non solo da Trump – negli Stati Uniti per chiedere più impegni economici (e anche di saldare i conti) ai paesi alleati per la Nato o per tracciare una linea di demarcazione dall’Unione Europea. Le ossessioni americane che vengono a galla ora, sono datate, come dimostra Teodori, che con un metodo quasi tassonomico (ma comunque legato alla storia degli Stati Uniti), classifica e identifica movimenti, spesso diventati partiti (perché anche il concetto di bipolarismo puro, Democratici e Repubblicani, viene messo in discussione): dai nativisti che erano anticattolici e antisemiti ai populisti, passando per isolazionisti e nazionalisti. Viene dipinto a tinte fosche un (retro)quadro degli Stati Uniti proiettato su un presente carico di incertezze per il ruolo che la Casa Bianca dovrà (o non dovrà) occupare sullo scacchiere internazionale. Ma lo stesso Teodori, americanista convinto e decisamente ottimista, confida che sia sempre quella democrazia liberale assunta a modello, non solo da Alexis Tocqueville, a far superare agli Stati Uniti questo momento così cupo. Perché carico di incertezze, divisioni e violenze.

 

 

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Libri/77 Lo spassoso canzoniere di Mura

La mia recensione sul libro di Gianni Mura uscita sul settimanale di Quotidiano Nazionale, “Il Piacere”, lo scorso 16 settembre

 

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Se diatonico vuol dire stonato. È spassoso l’ultimo libro di Gianni Mura in cui non parla di ciclismo, pallone o di cibo ma di canzoni. Se ognuno ha un canzoniere della propria vita, Mura in Confesso che ho stonato (Skira edizioni) non fa proprio nulla per nasconderlo. Anzi, con dovizia di particolari, racconta una serie di aneddoti sulla sua passione per la musica. E si arriva anche al diatonico. A definirlo così è la cantante Giovanna Marini. Lui, Mura, al volante canta e si lascia andare. Lei si ridesta da un sonnellino e gli dice: «Nono (Luigi, il compositore, quello de «La fabbrica illuminata», ndr) direbbe che sei diatonico». E Mura nel libro scrive: «Mi sono informato da un esperto, Giovanna voleva dirmi che sono stonato». Ha un altro merito questo libro: rende il doveroso omaggio a Sergio Endrigo, troppo spesso dimenticato.

 

 

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Gianni Mura

Confesso che ho stonato

Skira edizioni, 112 pagine, 13 euro

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Il (dis)ordine pubblico

Poche ore fa ho avuto il piacere di dialogare con Sandrone Dazieri, autore che apprezzo e stimo non solo per le sue capacità narrative. Discutendo con lui del suo ultimo libro, “L’angelo, ci siamo soffermati su una scena, purtroppo, di ordinario ordine pubblico all’italiana che lui ha ben descritto nel suo thriller. La bramosia delle forze dell’ordine di mostrare un po’ troppo spesso i muscoli, anche quando non è strettamente necessario. E succede spesso ultimamente, basti pensare allo sgombero di Labas a Bologna. Nel libro al momento di fare irruzione in una moschea il vice questore, Colomba Caselli, nonché coprotagonista del libro, placava quella bramosia muscolare, appellandosi al buon senso, ossia chiedendo l’intervento di un mediatore culturale. E così con Sandrone si ragionava sull’idea di che cosa debba essere l’ordine pubblico e su come vada esercitato il cosiddetto controllo senza ricorrere necessariamente a un inutile sfoggio di manganelli e quant’altro. Senza che sia insomma un esercizio muscolare. E più o meno due ore prima, mentre si discuteva di questo, c’erano stati i vergognosi (altro aggettivo non trovo ma credo che sia calzante) fatti di piazza Indipendenza. Che dovrebbero far rabbrividire chiunque abbia ancora un minimo interesse per questo ormai malandato Paese. Perché un Paese democratico (anche questo aggettivo rischia di essere banale di fronte alla realtà) non può assistere a quell’inutile esercizio muscolare. Che non ha nulla a che fare con l’ordine pubblico.

Labas e l’oltraggio ai beni comuni

Mi autodenuncio subito. Sono uno di quelli che il mercoledì andava al Labas, la cui sede è un’ex caserma militare di Bologna. Sono a pieno titolo – e lo rivendico con orgoglio – un radical chic e forse, anche, un buonista. Sono però decisamente più preoccupato da quello che è accaduto questa mattina – all’alba – all’ex caserma occupata dai ragazzi del centro sociale Labas. In nome di una cosiddetta legalità – tutta da dimostrare – il centro sociale è stato sgomberato manu militari con scene che non si vedevano da almeno quarant’anni. Finisco con l’autodenuncia concedendomi una digressione autoreferenziale. Tre anni fa scrissi il mio unico libro che era un viaggio nei movimenti. E mi imbattei nell’occupazione dell’ex colorificio a Pisa. Un’esperienza di autogestione e di politica di beni comuni, al tempo un vero e proprio fiore all’occhiello. In punta di diritto tra l’altro. Anzi, di Costituzione. Un po’ come il caso della Ri-Maflow in Lombardia, pur nella diversità dei casi, un’azienda fallita occupata dai dipendenti e fatta ripartire.

A Pisa partì una campagna dal titolo emblematico  “Io pratico la Costituzione”. Ci sono infatti, un paio di articoli nella nostra Carta, il 41 e il 42 per l’esattezza, che danno una copertura alle occupazioni, andando al di là di qualsiasi dibattito da bar sulla legalità. Se un edificio perde la sua funzione sociale, anche la proprietà privata, qualunque essa sia, perde fondamento giuridico. Questo per dire che quella caserma abbandonata a se stessa – e che può fare solo gola a eventuali speculazioni edilizie in loco – non aveva più una sua funzione sociale (il Comune aveva provato a venderla almeno un paio di volte senza riuscirci). Che cosa rappresentava? Nulla. Quell’edificio è stato fatto rivivere, risistemato e aperto al pubblico – e qui entra in scena il mio essere radical chic – con una serie d’iniziative che avevano un interesse pubblico. In primis il mercatino del mercoledì, a chilometro zero, un modo diverso d’intendere l’agricoltura (e non solo l’agricoltura). Un mercatino – e io ne sono testimone diretto visto che ci andavo spesso il mercoledì – che richiamava persone. Questo è solo un esempio. Ma che dimostra come quell’edificio abbandonato a se stesso avesse recuperato una sua funzione sociale, proprio come chiarisce la Costituzione. Un bene comune, a tutti gli effetti. Allora, forse, è il caso d’interrogarsi per l’ennesima volta su come la politica esca inevitabilmente sconfitta da questa storia. Basterebbe leggere le dichiarazioni del sindaco Merola che sembra dalle sue parole, uno capitato per caso alla guida della città.  Una politica che è incapace di gestire situazioni come questa, certifica assolutamente perché ormai non sia più rappresentativa di una buona fetta di popolazione (senza stupirsi poi delle percentuali abissali di astensioni e di fughe degli elettori dalle urne). Dopodiché c’è un altro problema che una volta per tutte il partitone (così lo chiamavano, anche se le percentuali non sono più quelle di un tempo) dovrebbe chiarire. Vuole appiattirsi e trasformare qualsiasi situazione, simile a quella di Labas, solo come una mera vicenda di ordine pubblico ed eventualmente anche di decoro (e su questo punto ce ne sarebbe da ridire)? Perché se fosse così, è evidente che ha lasciato la gestione della città – che sia Bologna che sia l’Italia o qualsiasi altra città – alle forze dell’ordine. E quest’ultimo aspetto, visto che dovrebbe essere la politica a guidare, è forse ancora più inquietante di tutto il resto.

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Riina, i simboli mafiosi e la morte dignitosa

La morte più dignitosa che possa fare Totò Riina è quella di spirare nel letto dove si trova ora. Non è in carcere ma in una stanza ospedaliera iper blindata. Garantire le cure al peggior criminale malato – e Riina va considerato tale – è un dovere, un obbligo, un diritto per chi si ritrova in condizioni di salute precarie. Ma il discorso poi si apre e si chiude qui. Si è fatta grande letteratura sulla pronuncia della Cassazione in merito alla decisione del Tribunale di Sorveglianza di Bologna che aveva respinto la richiesta dei legali del boss dei boss per un differimento della pena (Riina ha una manciata di ergastoli e si trova in regime di 41 bis) o in subordine una detenzione domiciliare. La Cassazione, in punta di diritto, si è espressa su una questione universale “il diritto di ognuno ad avere una morte dignitosa” e sul particolare ha rimandato indietro al Tribunale di Sorveglianza quel diniego alla richiesta dell’avvocato di Riina, “consigliando” di motivarlo meglio. D’accordo che di 41 bis prima o poi in questo Paese se ne dovrà parlare e non in termini folcloristici come è stato fatto finora: da una parte gli iper garantisti e dall’altra i forcaioli. In un dibattito che si trasforma sempre più spesso in rissa. Ma questa è una parentesi e per chiudere: il 41 bis va contestualizzato sul profilo criminale di chi ci è finito e sulla storia della lotta alla criminalità organizzata e il grado di emergenza, elevatissimo, tra gli anni ’80 e ’90. Quello però che non mi convince in tutta questa storia – nonostante io sia da sempre un convinto garantista – è l’enunciazione di un concetto che va a sbattere inequivocabilmente con la simbologia mafiosa. In molti hanno detto che sarebbe una vittoria dello Stato sulla mafia permettere a Riina di trascorrere i suoi ultimi giorni (quanti saranno? Potrebbero essere anche mesi o anni) nel letto di casa. Perché sarebbe affermare una superiorità. Il problema però è un altro: nonostante la carta d’identità, nonostante la malattia sempre più aggressiva, Totò Riina rimane comunque un simbolo. Un simbolo del male, certo. Ma sempre un simbolo è. Per i vecchi mafiosi ma anche per qualche picciotto. E permettere al boss dei boss, la mente (in compartecipazione o no, non è questo ora il punto) e il braccio della stagione più sanguinaria della storia d’Italia, di morire nel proprio letto, è invece un’evidente dichiarazione di debolezza. Nella simbologia mafiosa – e la simbologia non è assolutamente per Cosa Nostra una minuzia – se un boss muore nel proprio letto significa che ha vinto. Ha vinto contro i suoi nemici, tra chi lo voleva morto di morte violenta, quindi ammazzato, e chi lo voleva in cella. Allora meglio fermarsi un attimo a riflettere. Qui non è questione di essere più o meno garantisti e né tantomeno di vagheggiare l’idea di una pena di morte. Qui, la questione è una sola: ci sono le condizioni perché Riina possa morire dignitosamente dove si trova ora, quindi senza che sbiadisca il marchio di quei duecento cadaveri e di quelle cinque stragi? Ci sono, perché attualmente si trova in quella stanza iperblindata di ospedale che magari – se proprio vogliamo essere ultragarantisti e perfino un po’ populisti, in senso buono ovviamente – a molti detenuti in condizioni ben peggiori e per reati meno gravi non è stata concessa. Riina deve morire lì dove si trova ora. E’ comunque l’unica morte dignitosa che può avere e soprattutto rispettosa nei confronti dei parenti delle vittime delle stragi mafiose. Ogni altra apertura con un boss che non ha mai rinnegato di esserlo è cedimento e debolezza da parte dello Stato.

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Libri/76 La rivoluzione sentimentale non è mai invisibile

 

 

 

Donnie Tammaro non esiste. E’ un prodotto della mente di Giampuzzo. E’ il suo amico immaginario. Eppure è il personaggio più vero, più reale e forse anche il protagonista di “Una rivoluzione sentimentale” di Viola Ardone. La vera protagonista sarebbe Zelda. Che, a un certo punto della sua vita, pianta in asso l’eventuale e tutta da decifrare carriera universitaria per andare a insegnare in una scuola superiore, nella provincia napoletana. Nella terra dei fuochi, tanto per contestualizzare meglio. Zelda è personaggio complesso, ci si innamora ma ci si prende anche le distanze. Ha un rapporto privilegiato – fisico e non – con Marcello. Ma non sono una coppia. Lui presuppone di conoscerla meglio di chiunque altro, non solo perché le ha contato spesso i nei. Zelda invece, non si conosce fino in fondo. Non ha un’idea di che cosa sia, di che cosa rappresenti per sua madre (muta e malata), per Marcello che continua a fidanzarsi e nemmeno (forse) per i suoi stessi studenti. Così inflessibile, come appare, nel valutare le loro subordinate che lottano contro qualsiasi principio di gravità ortografica e grammaticale. Eppure lì davanti a lei, proprio con quel Donnie Tammaro che sì è immaginario ma riesce sempre comunque a insinuarsi, a far sentire la propria voce, c’è una generazione vera d’invisibili. Anche se i compagni reali di Donnie sono fatti di carne, ossa e sangue che scorre. Sono nella piena incertezza sul solcare, anche inconsapevolmente, quella linea d’ombra che rappresenta il passaggio alla maturità. Perché non ci si può per sempre sentire ragazzini. E perché la provincia napoletana non ti dà nemmeno il tempo di concederti una possibilità simile. Non si può non crescere. E di fronte alla discarica carica di veleni in un delirio organizzato si muove la protesta di questi studenti. Non più invisibili e il paradosso che è proprio lo stesso Donnie in qualche maniera a istigarla. Come riesce a istigare quella rivoluzione sentimentale (il titolo del libro) necessaria e inevitabile di Zelda che fa i conti con se stessa, che ha la percezione di cosa significa essere donna ed eventualmente madre. Se fosse una canzone probabilmente questo libro sarebbe un vecchio pezzo degli Afterhours “Posso avere il tuo deserto”: “Puoi pensare che andrà senza un’azione. E la verità passi lasciando il posto alla ragione”. Il deserto di Viola non è più arido. La rivoluzione sentimentale – visto che questo libro non è un giallo ma vale la pena di leggerlo non per sapere come finisca ma per provare a sperimentare sulla propria pelle che cosa significhi fino in fondo conoscersi se stessi – si completa. Scoprirlo è un viaggio comunque affascinante.

 

Viola Ardone

Una rivoluzione sentimentale

Salani editore, 264 pagine, 14,90 euro

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Libri/75 Il razzismo preso a pugni

Il mio articolo su “Trentacinque secondi ancora”, bellissimo libro di Lorenzo Iervolino, uscito su “Il Piacere della Lettura”, inserto culturale di Quotidiano Nazionale.

 

 

TRENTACINQUE secondi. Dal tunnel dello stadio al podio. Trentacinque secondi che hanno fatto un pezzo di storia. Una storia che non è solo sportiva. In quei trentacinque secondi Tommie Smith e John Carlos hanno deciso che cosa avrebbero fatto, appena saliti sul podio con le medaglie al collo. Erano le olimpiadi di Città del Messico, 1968. Con quei due pugni chiusi alzati verso il cielo – coperti da un guanto nero – e senza scarpe, per mettere in mostra i calzini neri, i due hanno “costruito” una foto che, secondo il Time, è tra le sei foto più influenti al mondo. Della loro storia si sa tutto su quegli istanti e molto poco di quello che accadde prima e dopo quel gesto che rivendicò l’orgoglio dei neri americani, il 16 ottobre 1968. Così Lorenzo Iervolino, scrittore che aveva già raccontato in maniera magistrale Socrates e la democrazia corinthiana, si è preso un anno per spulciare documenti, intervistare i protagonisti, quelli che sono sopravvissuti a quella stagione, e per scrivere “Trentacinque secondi ancora”, libro uscito per la casa editrice romana 66thand2nd (288 pagine, 23 euro). Per la cronaca: Tommie, ribattezzato Tommie Jet arrivò primo e John terzo. Ma su quel podio olimpico oltre ai due neri americani, c’era anche un australiano: bianco. Chi era quel bianco? Peter Norman. Lui prima di salire sul podio, si appuntò una spilletta alla felpa. Un gesto di solidarietà che avrebbe pagato caro, finendo nell’oblio anche nel suo Paese. Era la spilletta del Comitato Olimpico per i Diritti Umani. Il comitato che aveva creato Harry Edwards. DIRITTI umani, non diritti civili. Perché, parafrasando Malcolm X, come aveva spiegato lo stesso Edwars in quegli Stati Uniti lì, a fine anni Sessanta, i neri non potevano aspettare di vedersi riconosciuti dei diritti civili dai tribunali, se ancora non venivano trattati nemmeno come essere umani. Troppo evidente la discriminazione tra bianchi e neri nelle università. E non c’entrava che i college fossero in California – dove all’epoca il governatore era Ronald Reagan – o magari in un altro Stato considerato più o meno progressista. I neri – come denunciavano Smith e Carlos – erano visti come atleti da sfruttare per ottenere successi e visibilità, ma la loro condizione, nonostante i successi, rimaneva sempre la stessa. Carlos quando arrivò in Texas, si accorse di questa differenza evidente e stridente dai bagni. Eppure era il 1968, anno di speranze e rivolte, ma comunque un annus horribilis per gli Stati Uniti. Il re dell’amore, Martin Luther King, era appena stato ucciso. Come cantò in uno struggente pezzo – scritto in appena quaranta minuti dal suo bassista – Nina Simone. E Luther King profetizzò proprio con Edwars che quello di Memphis sarebbe stato il suo ultimo viaggio. Subito dopo aver riconosciuto la forza del Comitato Olimpico dei Diritti Umani. «Se torno vivo da Memphis – aveva detto il reverendo King – prepareremo una grande marcia il giorno dell’inizio delle Olimpiadi, a Città del Messico». Non tornò vivo. E quella marcia, ovviamente, non ci sarebbe mai stata. Ma da più di un anno si parlava di boicottaggio delle Olimpiadi da parte degli atleti neri. Il comitato olimpico americano era allarmato. E Smith e Carlos continuavano a far capire che ci stavano pensando. POI, ottobre, il 16, le Olimpiadi, la gara dei duecento metri. Quelle due medaglie che – dopo quel gesto condannato dal comitato olimpico americano – le autorità sportive hanno cercato in tutte le maniere di ritirare. «Perché non erano atleti ma dei militanti». Loro sono riusciti a difendere quei due pezzi di metallo (oro e bronzo), senza evitare però di precipitare nell’abisso privato e pubblico: famiglie distrutte, porte chiuse dalle università e dallo sport per cui avevano scritto una pagina importante. Eppure quella foto, così iconica, ha resistito alla polvere e al fango. E ogni volta che c’è una protesta, come l’anno scorso nel football americano, rispunta fuori. Ma la storia di quella foto e le sue conseguenze sono molto più complesse di quel gesto in sé. E così dopo la fine del secondo mandato Obama, il primo presidente nero degli Stati Uniti, chiusa con il riesplodere della questione razziale, le parole di Edwars più che profetiche cristallizzano la situazione: «Non ci può essere una vittoria finale – riferendosi alla tardiva riabilitazione di Smith e Carlos (ora c’è una statua che ricorda quell’istante all’università di San José) – ma una lotta permanente. Jesse Owens, Tommie Smith e John Carlos? Non una vittoria finale. In fondo nemmeno il primo presidente nero degli Stati Uniti è stata una vittoria finale».

 

Lorenzo Iervolino

“Trentacinque secondi ancora”

66thand2nd editore

288 pagine 23 euro

 

 

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Libri/74 Il sogno americano che si sgretola

Il debutto italiano di Nickolas Butler era un invito alla lettura, almeno per il sottoscritto, perché “Shotgun lovesongs” nasceva come un libro che raccontava (anche) Bon Iver. E per capire il Bon Iver di “Emma forever ago”, il suo primo disco, bisognava anche capire da dove il signor Justin Vernon arrivasse. E, guarda caso, il (fu) Justin Vernon ora Bon Iver è nato a Eau Claire, Wisconsin. Lo stesso paese di Nickolas Butler. Diciamo, quindi che il suo primo libro, così autobiografico, poteva essere scritto anche di getto. Ma non è detto che raccontare ciò che si conosce meglio per finire poi col raccontarsi sia così facile. Comunque Butler mostrava una naturalezza davvero sorprendente. In questo secondo libro, “Il cuore degli uomini” (edito in Italia sempre da Marsilio) riesce a declinare dal Wisconsin, la sua terra, tre generazioni in un arco di tempo fondamentale per capire gli Stati Uniti, il sogno americano che si forma e che si disintegra, forse per sempre, e la ricerca di determinati valori che possono sembrare pure secolari, come il coraggio appunto, ma non è detto che appartengano a tutti.
Questa è la recensione su “Il cuore degli uomini” uscita lo scorso 19 febbraio sul settimanale di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) “Il piacere della lettura”.

Come si distingue il
coraggio dalla codardia?
Il capo scout
Nelson, ormai cinquantenne,
lo spiega
a Trevor, il figlio
dell’amico Jonathan.
«Gli eroi vengono sempre guidati
dal cuore; i codardi dal cervello.
Gli eroi non fanno calcoli, non ponderano.
Fanno quello che è giusto».
Siamo alla fine degli anni Novanta e
i tre si ritrovano a Chippewa, nel Wisconsin,
lo stesso campo scout ove si
erano conosciuti trentacinque anni
prima Nelson e Jonathan. Allora Nelson
veniva chiamato, in tono sprezzante,
il “trombettiere”. Era quello
che anni dopo avrebbero definito un
nerd: occhialuto e secchione, dedito
maniacalmente alla collezione di figurine
di giocatori di baseball. E Jonathan
era l’unico compagno con
cui aveva un minimo di dialogo, il solo
che era andato alla sua festa di
compleanno. Già allora Nelson dimostrò
di aver coraggio e già da allora
si sarebbe capito che Jonathan sarebbe
diventato ricco: uno che col denaro
sapeva giocarci sopra, scommettere
per poi guadagnarci, riuscendo
a ottenere tutto quello che avrebbe
voluto. Due facce della medaglia di
quell’American Dream, sognato, bistrattato,
violentato che pervade l’ultimo
romanzo di Nickolas Butler.
IL PUBBLICO italiano ha conosciuto
Nickolas Butler con “Shotgun
lovesongs”, uscito due anni fa per
Marsilio. Ora torna con questo romanzo
“Il cuore degli uomini”(in Italia
uscirà sempre per Marsilio il prossimo
23 febbraio) che prova a raccontare
l’America dal Wisconsin, la sua
terra. Per l’esattezza da Eau Clair, il
paesino in cui ha passato tutta la sua
vita, dove a 10 anni ha conosciuto
sua moglie che ha poi sposato e con
cui ha fatto due figli. Perché il Wisconsin
rimane comunque un ottimo
punto d’osservazione degli Stati
Uniti. «Nessuno ci vivrebbe – ha detto
più volte Butler – nel paese dove
sono nato e cresciuto. Inverni gelidi,
pieni di neve». Il suo ex compagno di
liceo, Bon Iver, ora folksinger venerato
e adorato in tutto il mondo (cui si
ispira uno dei personaggi del debutto
letterario di Butler) ci è tornato
per registrare il suo primo disco che
ha incantato (perfino) Peter Gabriel.
Lo stesso Wisconsin che in pochi si
sono sognati di raccontare prima
dell’ultimo voto americano, salvo
poi tornarci sopra, quando Donald
Trump ha vinto le elezioni, disattendendo
tutte le previsioni e le analisi
della vigilia.
IN QUEL Wisconsin lì, nell’ultimo
romanzo di Butler, s’intrecciano
bene tre generazioni che rappresentano
i sogni e le aspirazioni ma anche
il disincanto e l’estrema delusione
degli Stati Uniti. Il riscatto di Nelson
da nerd dileggiato a eroe passerà
per il Vietnam con uno strascico d’incubi
e fantasmi che si porterà dietro
fino all’ultimo giorno della sua vita.
Con il suo unico talismano: quel nichelino
con impresso il bufalo che
gli ricorda una vecchia scommessa
nel campo scout del 1962. Jonathan
invece, vedrà scorrere davanti a sé
un Paese che cambia, anche se lui
dall’alto della sua posizione non se
ne accorgerà. Come non si accorgerà
di quel figlio Trevor che pure di non
fare lo stesso percorso del padre, si arruolerà
nei Marines e andrà a combattere
in Afghanistan. E poi c’è Thomas,
il figlio che Trevor non ha mai
conosciuto (è morto prima): anche
lui andrà a Chippewa, in quel campo
scout, dove si presume che siano
impartiti dei valori che dovranno servire
per tutta la vita ma che serve solo
a prendere coscienza di essere diventati
più grandi. E anche Thomas
si troverà di fronte allo stesso dilemma:
eroe o codardo in un Paese, gli
Stati Uniti, che non riesce più a trattenere
e nemmeno a comprendere
l’insidioso e sempre più violento lato
oscuro.
IN UN DIALOGO serrato e teso
tra Trevor e sua moglie, Trevor appena
rientrato dall’Afghanistan mette
in guardia sua moglie dal “buio negli
occhi” perché lì che si annida il
male. «Io guardo gli occhi – dice Trevor
alla moglie -. Le persone mentono
con la bocca. Non guardo mai la
bocca». Ma riconoscere il male non è
così facile. Sono tutti personaggi imperfetti
quelli che racconta e descrive
Butler ma sono capaci di raccontare
quel Paese reale, gli Stati Uniti, ormai
così lontano dal sogno americano.
Partendo proprio dal Wisconsin.

Nickolas Butler

Il cuore degli uomini

Marsilio editori, 416 pagine,   19 euro