Archivio mensile:ottobre 2013

Dalla coccoina alla bicicletta di Bartali: ma l’estetica non basta più

Filippo Panseca, a Pantelleria, forse se la sta ridendo di gusto, o forse no, di fronte al bombardamento estetico della Leopolda. Lui era un maestro. Nel 1981, congresso del Partito Socialista a Palermo con Craxi che preparava l’arrampicata a Palazzo Chigi, fece costruire e innalzare un garofano rosso alto quindici metri. Il significante – per utilizzare termini tecnici – aveva la sua importanza anche allora. Ma il significato, ossia i contenuti, aveva la precedenza. Panseca si è divertito e si è portato sulle spalle una valanga di critiche (anche estetiche, perché qualcuno si è azzardato a definire le sue opere kitsch) con appellativi tipo “architetto del potere” e via discorrendo. Nel 1989 fece costruire una riproduzione del muro di Berlino al congresso del Psi a Rimini. Erano gli anni del gigantismo di Craxi. Ma l’estetica veniva ricondotta sui giusti canali. Anche se poi si votava il Psi della Milano da bere che sarebbe finita in malo, malissimo modo. Tutto forse è cominciato lì. O forse no. Di certo la personalizzazione della politica, proprio in quegli anni, ha avuto inevitabilmente il calco del solo leader al comando nel Psi (dal 1976 al 1992, fanno qualcosa come 16 anni), alternativo e allo stesso tempo “consociativo” con la Dc. Di Berlusconi e delle calze messe davanti alle telecamere prima dei suoi videomessaggi, non vale la pena discutere. Berlusconi ha vinto perché è riuscito a trasformare il dibattito politico nell’aut aut del capo: o con me o contro di me. Dall’altra parte e qui arriviamo ai giorni della Leopolda, non si è fatto nulla se non inseguire quel modello, testando, come se ci si trovasse in un qualsiasi laboratorio per gli esperimenti, leader e leaderini. E così il Pd di Veltroni sognava un’Italia a pane e nutella e spargeva in lungo e largo l’effetto nostalgia rispolverando la coccoina (strategia di marketing avviata tempo prima con l’Unità diretta dallo stesso Veltroni che regalava gli album storici delle figurine di calcio Panini).  Ma manteneva ancora, per quello che poteva essere possibile, un aggancio al simbolo del Pd non così unificante e nemmeno capace di instillare emozioni e ancora peggio incapace di regalare esempi mitici da seguire: come avrebbero poi ampiamente dimostrato i 101 con il loro voto contro Prodi, uno dei fondatori del partito. Perché gira e rigira bisogna tornare proprio lì a quello che è successo nello scorso aprile. Freudianamente parlando, è stato (metaforicamente) ammazzato il padre, tagliando definitivamente gli ultimi germogli del partito novecentesco: vertici, classi dirigenti, base tutte legate e tenute insieme da un simbolo. Alla Leopolda,  al di là delle dichiarazioni di circostanza di Renzi per giustificarsi dopo le critiche di Cuperlo, non c’era nemmeno un simbolo del Pd. Eppure Renzi si candida per guidare il Pd. C’è qualcosa che non torna o che, invece, torna benissimo e in maniera molto netta. E quasi scientifica. E’ l’ultimo passo per completare quella personalizzazione della politica anche nel Pd che ha ormai deciso di giocare con le stesse carte di Berlusconi (e per questo non deve più stupire quel governo delle larghe intese).  La Leopolda più che un think tank, sembra una fiera dove il marketing più spinto con scelte estetiche così smaccate (il microfono da crooner, anni ’50, la bici di Bartali che l’ha fatta ai nazisti tedeschi, salvando gli ebrei, ha vinto il Tour de France e così ha salvato l’Italia con quel successo da un colpo di stato) dice di puntare su di lui: Matteo Renzi. Quello che dovrebbe essere l’uomo giusto per dare una direzione diversa alla politica e anche al Pd. Peccato, che in tutto questo manchi la politica appunto. La grande assente. Non si può scegliere un candidato-segretario-premier solo sull’effetto “piacione”, bombardando il messaggio con scintillanti computer con la mela che valgono l’equazione: li uso e quindi sono creativo. E probabilmente anche bello e fico. La personalizzazione di un partito (il Pd) incapace di intercettare il malcontento della gente sulla politica più in generale, è alla sua fase conclusiva. Completarla, mettendo Renzi al centro di tutto, non darà quelle risposte che ci si attendono. Nonostante l’estetica della speranza che gioca sulla mozione degli affetti del nostro passato e che prova a scuotere gli italiani con (altri) slogan urlati. Ma sempre slogan sono, come ci ha tristemente abituato l’ultimo ventennio politico. Perché su quella tavola lì, alla Leopolda, a esempio, c’è una bottiglia d’acqua senza marca. Di quelle bottiglie in cui si infila l’acqua pubblica. E le politiche di Renzi come quelle del Pd più in generale in giro per l’Italia, non sono mai apparse come strenui difensori dell’acqua pubblica, così come è stato stabilito da un referendum e confermato dalla Corte Costituzionale. Anche questa è estetica e non può essere sottovalutata. Soprattutto da chi chiede un cambiamento davvero radicale delle politiche in questo paese. E non sarà mai intercettato dal Pd. Con o senza Renzi al comando.

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La distanza siderale dal paese reale

Capita di imbattersi ancora nella televisione. Mi è successo l’altra sera, giovedì, accedendo l’apparecchio per digerire la cena post lavoro. Erano le 23. E su “Servizio Pubblico”, la trasmissione di Michele Santoro che va in onda su La 7,  si discuteva delle manifestazioni di sabato scorso a Roma. E in più in generale dei movimenti. Nello specifico la mia attenzione si concentra su uno scambio dialettico tra un esponente del movimento No Tav e un deputato che, vi tolgo la sorpresa, scoprirò poi essere del Pd solo quando le sue generalità appariranno in sovraimpressione (si dice ancora così). Si discute ancora del Tav. E l’esponente – il militante chiamatelo come volete – spiattella tutte le controindicazioni di una grande opera. E poi all’agitato deputato chiede se sappia a che cosa servirà quel buco che stanno facendo nelle montagne, le nostre montagne (permettetemi l’unica licenza retorica). Il tipo in questione evita accuratamente la risposta (forse perché non la conosce, possibile d’altronde a un deputato non è richiesto di essere un tuttologo) e non trova di meglio che usare i soliti diversivi da bar con domande del tipo: “ma lei sa quanti camion passano di lassù?”. Lasciando intendere che l’opera di per sé possa alleggerire il traffico. La questione è che il militante lo sa, tanto è vero che un altro esponente dei movimenti aveva sottolineato poco prima come la già esistente linea ferroviaria per la Francia fosse sottoutilizzata, nonostante sia a norma e possa comunque servire per l’alta capacità (l’evoluzione linguistica dell’alta velocità che serve a giustificare questo progetto).

Ecco da uno scambio dialettico come questo non solo si intuisce, ma si calcola con certezza scientifica la distanza siderale che c’è tra la politica e il paese reale. Perché la politica ha smesso di interessarsi del paese reale. Un discorso specifico lo meriterebbe il Pd che dalla sua nascita non è capace di rappresentare una reale alternativa di cambiamento e di direzione (nonostante gli slogan buoni per ogni congresso, l’ultimo quello di Renzi). Il concetto vecchio e stantio – che sa veramente di muffa – è che le grandi opere siano l’unica risorsa o la medicina per rilanciare l’economia di questo paese. Una corsa sfrenata e frenetica al finanziamento per opere che non vengono minimamente calibrate sul paesaggio e sulle reali esigenze di questo paese. Come possa essere un concetto di sinistra, ma anche di centrosinistra, occupare un territorio per costruire un’opera che è stato dimostrato da dati, analisi, perizie (non da opinioni) non serve a nulla se non sventrare delle montagne (tra l’altro per vedere se il tunnel può passare di lì, ecco la risposta deputato su che cosa sta facendo la famosa talpa), è  tutto da spiegare. E non può non allarmare, proprio perché mette in discussione quelli che sono i principi della dialettica democratica. Non si impone, si discute. Non c’è stata nemmeno mezza commissione (l’Osservatorio – non scherziamo – non può essere considerata tale) come invece è successo in Francia, dove la commissione mista (tecnici e politici a rappresentanza di tutte le componenti presenti nel Parlamento) ha stabilito che quell’opera non è da considerarsi una priorità.

Ecco il punto. La questione Tav vale come le molteplici questioni che vengono spesso aperte sul territorio senza che trovino mai una risposta da chi una risposta dovrebbe darla. La politica, appunto. Che sempre di più si trincera dietro l’etica della responsabilità in una situazione d’emergenza, varando quelle leggi di stabilità fatte passare come la pillola amara da ingerire per tornare in salute.  Che sia la Val Susa o in qualsiasi città dove l’emergenza casa è diventata tragica (lo status di drammatica è stato passato da tempo) poco importa, sono tutti luoghi in cui viene messo in discussione un modello di rappresentanza che non rappresenta più. Mentre in tv si continua a discutere. Ma a questo punto, provocatoriamente, uno che vive in Val Susa o a Niscemi si sente più rappresentato dal deputato X o da quei due esponenti dei movimenti l’altra sera nello studio di Santoro che, per una volta, senza dover rispondere alle solite domande sull’ordine pubblico, spiegano le motivazioni di una protesta che va al di là della semplice contestazione di una grande opera. Chi è più nimby, a questo punto, loro (i No Tav) o la politica che ha smesso di guardare al territorio per difendere strenuamente il suo di territorio.

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