Balcani, l’autoritratto con guerra: quell’umorismo nero tra libri e cinema

 

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Il mio articolo sulle guerre balcaniche tra film e libri uscito il 19 novembre su “Il piacere della Lettura”, il settimanale culturale di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno). 

ALL’EPOCA le ferite erano ancora fresche e l’orrore ancora vivo negli occhi. Non era passato nemmeno un decennio dalla fine dell’ultima guerra dei Balcani e Danis Tanovic, regista bosniaco (ma con doppia cittadinanza, ha anche quella serba), disse: «La lingua parlata dai Serbi, dai Croati e dai Bosniaci è di fatto la stessa. Oggi i Serbi la chiamano serbo, i Bosniaci bosniaco e i Croati croato. Ma quando parlano si capiscono perfettamente tra loro». Il suo film “No man’s land”, la terra di nessuno, nella primavera del 2002 aveva appena vinto il premio Oscar come miglior opera straniera, ed era la rappresentazione plastica dell’incomunicabilità.

UN BOSNIACO e un serbo si ritrovano a condividere gli stessi metri quadri col serio rischio che una mina, su cui è adagiato il corpo di un soldato ferito, possa esplodere. «Chi ha iniziato la guerra?». Voi, esplode il bosniaco Ciki e il serbo Nino replica: «Voi». Che si possa raccontare la più grande tragedia umana in Europa e la più grande guerra dopo la Seconda guerra mondiale, con una commedia amara, in cui il grottesco prende il sopravvento, in cui si gioca e si scherza sulle vite e sul loro scarso, scarsissimo valore, sembrava un’impresa impossibile allora. Eppure quelle ferite a più di vent’anni di distanza dall’assedio di Sarajevo, dal genocidio di Srebenica, rimangono ancora aperte. Pochi mesi fa i serbo-bosniaci sono andati a votare per un referendum che chiedeva il riconoscimento del 9 gennaio come festa nazionale e quel 9 gennaio è una data che ancora fa tremare le vene: ventiquattro anni fa ci fu la dichiarazione unilaterale dell’indipendenza della repubblica serbo-bosniaca dalla Bosnia. Quella repubblica che qualche mese dopo sarebbe stata presieduta da Radovan Karadzic, condannato all’inizio dell’anno dal tribunale dell’Aja per genocidio. Sono passati più di vent’anni dalle guerre balcaniche, eppure la narrazione, che non passa necessariamente solo per i libri di storia, non si è mai interrotta. Una narrazione coi toni spesso del tragicomico come i registri di un’opera letteraria o cinematografica prevedono.

DOPO Tanovic, qualche anno più tardi Emir Kusturica nel presentare il suo “La vita è un miracolo”, disse «non cominciamo a parlare di dimensione politica del film (lì c’era una storia di amore molto shakesperiana, come lo stesso Kusturica osò definirla, tra un serbo e una bosniaca prigioniera). Ho realizzato questo film dodici anni dopo la fine di tutto perché era necessaria una certa distanza estetica». Ma perché quelle guerre suscitano ancora così tanto interesse? Non è solo una questione di vicinanza chilometrica su quello che accadde dall’altra parte dell’Adriatico. Più probabile invece che sia un fatto generazionale per i trentenni e quarantenni di adesso. Tanto che lo stesso premier italiano, Matteo Renzi, ogni volta che vuole criticare l’Unione Europea, ricorda l’immobilismo dell’Europa di fronte a Srebenica. Allora la percezione della guerra fu reale – non plastificata e cotonata come la prima guerra del Golfo – perché vedere aerei che da Aviano passavano sopra le teste, da adolescenti, fa il suo bell’effetto.

COSÌ a vent’anni di distanza si prova ancora a raccontare da una parte l’immane tragedia umana, quel tanto sangue versato, una folle carneficina e dall’altra si mette in evidenza anche l’immobilismo di chi poteva provare a fermare quelle guerra ma non ci riuscì. In molti casi facendo la figura dei convitati di pietra. E due film, il già citato “No man’s land” e il più recente “A perfect day” (uscito lo scorso anno con un cast stellare da Benicio Del Toro a Tim Robbins), hanno messo in evidenza con un tono grottesco, ma necessario, proprio l’imbarazzo dell’Onu (il bosniaco di Tanovic chiama i caschi blu “puffi”) di fronte a quelle guerre. In particolare nel film con Del Toro, a guerra praticamente finita, gli operatori umanitari devono rimuovere un cadavere che rischia di contaminare le falde acquifere e trovare una corda nei paesaggi martoriati è un’impresa più difficile del previsto e viene fuori tutto l’impaccio dell’Onu, la sua difficoltà nell’agire e dare risposte. Come i lunghi negoziati post bellici avrebbero poi ampiamente dimostrato. Lo stesso impaccio che si registra a ogni checkpoint anche in “Amore, sesso e altre questioni di politica estera”, libro da poco uscito dell’inglese Jesse Armstrong (Fazi editore, 430 pagine). Qui un gruppo di giovani su un pulmino da hippy, si mette in viaggio per Sarajevo, dove vuole rappresentare uno spettacolo per la pace.

IL VIAGGIO dall’Inghilterra alla Bosnia sarà ricco di situazioni strampalate, comiche, mentre intorno i colpi di mortaio non si arrestano e i buchi nelle pareti delle case sono diventati crateri. Ma perché la commedia nera per raccontare quelle guerre balcaniche? Se sul genere – e in maniera più specifica sull’umorismo nero – si sono concentrate le riflessioni di intellettuali come André Breton e di scrittori come Thomas Pynchon, forse significa che il reale è così folle da spiegare e totalmente irrazionale (anche se ormai sono passati dei lustri) che solo con una dose massiccia di follia (necessariamente irriverente) nei personaggi di un romanzo, di un film o di una piece teatrale, si può raccontarlo.

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Libri/69 Il Paese dimenticato

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“Italian game”. Non mi ricordo come mi sono imbattuto per la prima volta nel blog di Ivan Carozzi, ma ricordo che nel giro di qualche giorno è diventata una droga. In “Italian game” Carozzi ha raccolto con certosina pazienza ritagli di giornale degli anni settanta e ottanta, pieni di vicende di cronaca nera. Dalle più grandi ed eclatanti, il caso Moro o il delitto Pasolini, a quelle più ordinarie, ma non meno significative (purtroppo), le innumerevoli morti di eroina. Raccontarle su qualsiasi dispositivo digitale provoca un certo effetto, tutt’altro effetto si prova quando si vede la materialità di quelle storie che, in quel periodo, poteva essere rappresentata solo dalla carta di giornale. Così quando è uscito per Einaudi “Teneri violenti”, il romanzo di Carozzi, l’ho comprato a scatola chiusa. Ho letto le note di copertina per capire immediatamente che quel lavoro fatto negli ultimi anni da Carozzi diventava ora un romanzo. E che quella distanza, siderale e di conseguenza significativa, tra materialità e immaterialità del Paese reale, il nostro, sarebbe stata ulteriormente amplificata. Il protagonista del romanzo – anche se il nome viene citato solo in un’occasione e neanche a farlo apposta, si chiama Ivan – è un precario che si ritrova a lavorare come redattore per un quiz televisivo. Redattore costretto a immergersi in un sconfinato archivio per cercare notizie uscite tra il 1970 e il 1985, da utilizzare per il quiz.

Per il protagonista quell’immergersi nell’archivio diventa un’ossessione, magnifica nella sua azione. Ma non c’è un’alienazione e nemmeno una risposta alla Bianciardi. Perché quando si parla di Milano, d’industria culturale, d’immersione lavorativa da sprofondare quasi nell’alienazione, il rischio è perdersi nei paragoni con Bianciardi (sia detto per inciso Carozzi ha fatto l’identico viaggio: dalla Toscana a Milano). Ma il protagonista non cerca di fuggire dal presente, cercando di scappare nel passato. Però descrive in maniera quasi perfetta l’immaterialità della Milano in cui vive e lavora, dove WhatsApp sembra l’unica via alla socializzazione e, anche, al sesso. Non c’è nessun effetto nostalgia. Perché non è vero che l’Italia di allora fosse migliore e meno violenta. Forse, vista l’età precoce (se si prende per buono il Dopoguerra come nuovo inizio), sicuramente era più innocente. Quanto meno compromessa. Però è altrettanto vero che i rapporti personali, senza nessun fine giustificatorio, erano diversi: costruiti su un’intimità cercata e difficile da conquistare, ma una volta conquistata, sacra. E l’ora senza pari, per dirla col celebre slogan del Campari, per capire quanto rimangono distanti (e perfino inconciliabili) le due Italie, rimane sempre la stessa: le 19. L’ora dell’aperitivo.

Ivan Carozzi

Teneri violenti

Einaudi editore, 160 pagine, 17 euro

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Perché il meno peggio non è (più) la soluzione

Ha vinto Trump. Game over. L’Europa si risveglia pensando che sia un incubo e invece è la realtà: lo spettro demonizzato per mesi è il nuovo presidente degli Stati Uniti. E gli Stati Uniti si ritrovano il presidente che non avrebbero mai voluto. Più rassicurante di certo la Clinton. Ma la candidatura dell’ex first lady non ha sfondato e non è bastato nemmeno Obama a nobilitarla, anzi probabilmente Barack nella chiusura dei suoi otto anni ha commesso il più grave errore: pensare o solamente autoconvincersi che Hillary avrebbe potuto diventare presidente e raccogliere l’eredità. La realtà, purtroppo, è stringente nella sua evidenza: l’elettorato, sfiancato dalla crisi e da una lontananza sempre più siderale dalla politica (quella che quanto meno dovrebbe prendere le decisioni che cambiano la vita di milioni di persone), o non va alle urne o non si accontenta di scegliere il meno peggio. Perché scegliere il meno peggio significa autocondannarsi, quando va bene, a ulteriori sacrifici per garantirsi sopravvivenza e, quando va male, significa vedere in frantumi tutte le proprie aspettative. Che Trump fosse il peggio(re) e Hillary la meno peggio, su questo non sembrano esserci dubbi di sorta. E’ pacifico, evidente. Ma Hillary paradossalmente, pur presentandosi sotto le insegne del partito democratico per chiamarlo con un termine ormai vetusto, sul fronte progressista; rappresentava già in partenza la conservazione. Una conservazione, tra l’altro, fine a se stessa: la signora Clinton è stata prima (non vuole essere una colpa) first lady per otto anni, poi segretario di Stato (con politiche sui paesi arabi e Medio Oriente per le quali paghiamo ancora le conseguenze) e infine candidata forte o presunta tale sul fronte democratico, perché dall’altra parte si ritrovava come avversario il semisconosciuto (ma in grado comunque nonostante l’età di infiammare la platea dei millennials) senatore del Vermont, Bernie Sanders. E’ andata a finire come nel peggiore degli incubi: con Trump che andrà alla Casa Bianca e almeno per quattro anni sarà il presidente degli Stati Uniti. E proprio sulle candidature, allora, che la sinistra (o presunta tale) deve interrogarsi. E’ evidente che la Clinton fosse meno peggio di Trump, ma è altrettanto evidente che fosse la candidata meno adatta per contrastare le disuguaglianze di un Paese, in cui il ceto medio risulta sempre di più schiacciato dagli effetti a lungo termine della crisi. Disuguaglianze resta la parola chiave, non solo negli Stati Uniti, ma nel dizionario di una politica che dovrebbe essere in grado di incidere in quel rapporto di rappresentanza con l’elettorato (così come si auspicherebbe) e che invece si deteriora elezioni dopo elezioni, da qualsiasi latitudine lo si guardi e in qualsiasi parte del mondo si vada al voto. Ovviamente, la sfida è anche italiana. Ove si continua, soprattutto a sinistra, a spaccare il capello in quattro. E ove non è pensabile che l’ormai ex macropartito di centrosinistra, il Pd diventato ormai altro, possa dare qualche tipo di risposta sul tema delle disuguaglianze.

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Libri/68 Marcobi, un poliziotto a Napoli

La recensione sul libro di Massimo Galluppi “Occhio per occhio” (Marsilio editore), il secondo caso del vicequestore Marcobi, uscita sul settimanale di Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) “Il piacere della lettura” lo scorso 30 ottobre.

 

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Dove eravamo rimasti? Raul Marcobi, commissario di stanza a Napoli con le passioni del sax e del cibo a farlo sopravvivere al mutare della città, aveva risolto il caso di omicidio di un sinologo di fama mondiale ne “Il cerchio dell’odio”, il debutto noir di Massimo Galluppi. Marcobi torna in strada e anche stavolta la scena del crimine è Napoli. E anche la vittima di “Occhio per occhio” (il titolo della seconda prova letteraria di Galluppi) è eccellente: si tratta di Giorgio Cobau, giornalista triestino, che ha appena presentato il suo ultimo libro. Cobau è un esperto di Balcani, ha raccontato la guerra, ma chi l’ha ucciso? Le strade che portano alla soluzione del delitto sono molteplici: dalla mafia slava fino a rivalità tra serbi e croati. Come ne “Il cerchio dell’odio” è il passato che si ripresenta, consegnando il suo conto. Non senza conseguenze.

 

 

Massimo Galluppi

Occhio per occhio

Marsilio editore, 414 pagine, 18,50 euro

 

 

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Libri/67 Cento giorni (da sindaco) a Palermo

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Cento giorni a Palermo. Sono quelli di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Un cadavere eccellente. Lo uccise la mafia in quel settembre del 1982 in via Carini, cinque mesi dopo l’omicidio di Pio La Torre che era appena tornato in Sicilia per fare il segretario del Pci. Il 1982 è anno fatidico: stanno cambiando gli equilibri di potere all’interno di Cosa Nostra. I Corleonesi, spargendo sangue su sangue, si avviano a sbaragliare il campo dagli avversari, la cosiddetta vecchia mafia. Due anni dopo però, 1984, ci sono altri cento giorni che quanto meno fanno discutere. Sono quelli di Giuseppe Insalaco da sindaco. Le date sono importanti e Bianca Stancanelli nel suo libro “La città marcia” (Marsilio editore) le mette in fila, perché potranno sembrare solo coincidenze, però sono coincidenze che non vanno sottovalutate. Insalaco, uomo di fiducia dell’ex ministro dell’Interno Franco Restivo, è chiacchierato. Democristiano, è considerato vicino al boss Stefano Bontate, il principe di Villagrazia, icona della vecchia mafia e principale delegato a gestire i rapporti con la politica, che verrà spazzato via dalla furia sanguinaria dei corleonesi. Ma chi è questo Insalaco che riesce a diventare sindaco per un partito ultrachiacchierato, il partito di Salvo Lima e Vito Ciancimino, il partito dove i ras sguazzano e mettono il becco su ogni singola virgola? Insalaco si fa notare per la discontinuità che imprime immediatamente in quello che sarà il suo brevissimo mandato. Cominciando dagli appalti e arrivando, in occasioni pubbliche, a pronunciare la parola mafia fino ad allora termine pressoché impronunciabile. Finirà travolto da un’inchiesta giudiziaria (per cui andrà anche in carcere per qualche mese) ed estromesso dalla politica, maldigerito dal partito, tanto da ritrovarsi a fare il rigattiere. Ma nel 1984 c’è anche il pentimento di Tommaso Buscetta (pochi mesi dopo la fine del mandato di Insalaco) – attenzione alle date appunto – e ci si avvia a istruire il maxiprocesso che inizierà nel 1986 ma si fonderà proprio sulle dichiarazioni del pentito. Quando Insalaco ormai è solo un rigattiere, nel gennaio del 1988, a una manciata di giorni dalla conclusione del maxiprocesso, viene ucciso in un agguato a colpi di pistola, mentre sta per salire nella sua auto. All’inizio l’omicidio viene considerato come un’opera di balordi, solo anni dopo si scoprirà che a ordinare la morte di Insalaco è stato Totò Riina. La Stancanelli nel suo libro, da vera cronista (è stata inviata de L’Ora di Palermo, prima di fare altrettanto a Panorama), ricostruisce tassello dopo tassello, tutte le anomalie, i misteri e la storia di un delitto che, a tutti gli effetti, nonostante Insalaco fosse ormai da quattro anni un ex politico, va annoverato tra i delitti politici. E riesce a restituire al lettore il clima mefitico e di sangue dell’epoca. D’altronde il titolo del libro è di per sé eloquente e alquanto azzeccato “La città marcia”. Di quanto sia marcia quella Palermo lì, Insalaco ne ha maggiore contezza nel momento in cui diventa sindaco e prova a inaugurare una stagione nuova – prima ancora della primavera palermitana di Orlando – che provi a rompere col passato e soprattutto coi legami finora in essere per lucrare sugli affari e perseverare nel potere. Finirà male per lui l’esperienza amministrativa e finirà ancora peggio quattro anni dopo, quando ci rimetterà la vita. Di fronte alla ricostruzione della Stancanelli e a questo libro, utilissimo per provare a far luce su un delitto fin troppo dimenticato e tutt’altro che secondario, però resta la domanda di come si sia fatto molto poco, se non nulla, per decifrare immediatamente i contorni di quel fatto di sangue. Che si portava dietro alcuni aspetti inquietanti e che non sarebbero dovuti passare così inosservati o addirittura sottovalutati, come il cosiddetto memoriale di Insalaco, su cui all’epoca si fece molta letteratura, ma senza rendersi conto che se non era la chiave di volta del delitto, quanto meno era un buon indizio per capire che l’ex sindaco di Palermo non poteva essere stato ucciso in un regolamento di conti tra rigattieri. Perché, con gli elementi in possesso ora e andando in qualche maniera a ritroso, in quegli anni lì una parte di Palermo iniziava seriamente a ribellarsi alle cosche. Una parte significativa, magari non maggioritaria, ma rappresentata da società civile e da politici, come Insalaco, che avevano visto in faccia il potere del male. Segnali eloquenti dell’intenzione di scoperchiare il sistema della città marcia ma che dovranno attendere altri lutti, altro sangue e altri cadaveri eccellenti, prima che si concretizzino in quella che sarebbe stata definita la “nuova resistenza”.

 

Bianca Stancanelli

La città marcia

Marsilio editore, 270 pagine, 16 euro

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Noir, dalla Cina con furore

Il mio pezzo sul noir cinese uscito sabato 17 settembre sul settimanale “Il piacere della lettura” di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

 

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FORSE Baidu esagera. Il Google cinese – è il secondo motore di ricerca al mondo dietro il colosso di Mountain View – sostiene che la crime story, per dirla all’italiana il romanzo poliziesco, sia un prodotto originale made in China. Databile durante la dinastia dei Ming. Un primato che i cinesi rivendicano con orgoglio. Anche se il genere definito poliziesco, in cinese, significa più o meno romanzo investigativo con un’apertura alare assai ampia, in grado di raccogliere molteplici generi. Compreso quello che viene considerato tout court noir. Certo è che, almeno negli ultimi anni, la produzione di noir in Cina non accenna a diminuire. Con le più diverse sfaccettature e i più diversi personaggi, molti – per i vezzi, le abitudini e le ossessioni – ricordano diverse protagonisti di crime story occidentali. Ma non sono copie. Sono originali avvincente. Anche perché, come vuole la tradizione del genere, la crime story serve per indagare la società e la Cina sospesa tra il Politburo con i vecchi riti della prassi comunista e un’economia di mercato in espansione da far diventare il Paese potenza globale, offre molteplici occasioni per raccontare contraddizioni e tensioni sociali. E il recente rallentamento di un Paese che negli ultimi anni correva, con tempi da centometrista, anche sulle lunghe distanze, è un altro tema che è più di un contesto per gli autori noir.

IL PADRE nobile del genere può considerarsi senz’altro Qiu Xiaolong, 63 anni. Nato a Shanghai – che nei suoi libri è la città H – ha venduto con i suoi libri qualcosa come milioni di copie. In Italia l’ha portato Marsilio e la scorsa primavera è passato a presentare il suo ultimo libro “Il principe rosso”. Da metà degli anni novanta ha ricominciato a tornare, saltuariamente, anche in Cina. Vive a Saint Louis – particolare da non sottovalutare – la città di T. S. Eliot. E infatti l’amore per la poesia – e soprattutto per Eliot – è forte. Tanto da aver tradotto in cinese anche il “nostro” Montale che fu il traduttore italiano di Eliot. E tanto da trasmetterla al suo personaggio di finzione, il protagonista dei suoi libri. Che fin troppo spesso – e forse anche fin troppo facilmente – è stato considerato un Nero Wolfe orientale.

IL SUO Chen Cao è un “poeta” che fa il poliziotto. Chen oltre alla poesia, ama molto anche la cucina. Un’affinità con molti investigatori occidentali dal Pepe Carvalho di Vasquez Montalban al nostrano Montalbano di Camilleri. Chen Cao si ritrova a dover fare i conti nelle sue indagini con una società, ove il livello di corruzione è piuttosto elevato e dove i rapporti tra politica e polizia non sono così limpidi. Argomento quest’ultimo che si ritrova nell’opera anche di altri autori. Le indagini di Chen Cao si svolgono nella città H, che è come ha deciso di chiamare Shanghai (ha cambiato i nomi anche i ristoranti), Qiu Xialong nei suoi libri. Ha conosciuto la censura solo per “La ragazza che danzava per Mao”, dove veniva messa in discussione la reputazione del padre della rivoluzione culturale cinese. In altre occasioni si è visto tagliare qualche parte di libro, ma ha deciso sempre di pubblicare in Cina ed è un po’ quello che vive ogni giorno il suo Chen Cao che è consapevole della corruzione che alberga nella società, ma ha deciso di rimanere nel sistema per provare a cambiarlo dall’interno. Anche se spesso si rende conto che è pura utopia.

SEMPRE Marsilio ha da poco pubblicato “Il fatale talento del signor Rong” di Mai Jia, per cui il Financial Times si è adoperato in lodi sperticate “la risposta cinese a John le Carrè”. E in effetti la spy story che vede al centro Jinzhen Rong non ha nulla da invidiare al genere occidentale. Jinzhen è “il bambino dalla testa enorme” che avrebbe sognato un futuro accademico e invece, da vero e proprio genio della crittografia e principalmente della matematica, si ritrova assoldato nella misteriosa “Unità 701”. Il suo lavoro è decifrare codici e si imbatte in vecchie conoscenze. Anche qui il libro è pura finzione ma Mai Jia pesca, inevitabilmente, dalla sua vita reale. Ha lavorato per diciotto anni nell’esercito popolare di liberazione, anche se come ha ammesso più volte “ha sparato solo sei pallottole”. Perché si occupava di numeri e lettere. I diritti del libro sono già stati acquistati negli Stati Uniti per farci un film. Ma a investigare non ci sono solo i commissari alla Chen Cao. Ecco Hong Jun, avvocato penalista che ha studiato negli Stati Uniti ed è tornato a lavorare in Cina. E nella Cina in piena espansione economica, la sua assistente non manca mai di ricordargli: «i tuoi colleghi fanno soldi a palate come avvocati d’ affari delle multinazionali, che razza di clienti vuoi avere facendo il penalista?». Hong Jun è il protagonista dei libri di He Jagong (in Italia edito da Mursia) che racconta la trasformazione del Paese: Jagong durante la rivoluzione culturale fu deportato per alcuni anni in Manciuria.

DAL PRESENTE al passato perché il noir cinese si è occupato anche del post colonialismo: ancora Shanghai, anni ‘30, la città degli avventurieri che Xiao Bai (nome d’arte dietro cui si cela un quarantenne che ha scritto per riviste e blog in patria) racconta un po’ come ha fatto James Ellroy con la sua Los Angeles. Il libro “Intrigo a Shanghai”, in Italia è uscito per Sellerio. Commissari, avvocati, giornalisti pronti a investigare su intrighi, segreti e delitti. La Cina noir è tanto vicina. Più di quello che si possa pensare.

Libri/66 La sostanza del male è ad alta quota

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La buona stampa di cui ha goduto prima ancora della pubblicazione rischiava di essere uno specchietto per allodole: troppo bello per essere (davvero) troppo bello.  Così non è “La sostanza del male” di Luca D’Andrea, autore esordiente almeno nel campo noir. Bello dunque, ma non bellissimo. I diritti del libro, per la cronaca ordinaria, sono stati venduti in venti paesi.  Il protagonista ha un nome, anzi un cognome letterario: Salinger. E’ un autore televisivo americano che ha sposato un’altoatesina e ha deciso di trasferirsi con lei, per un periodo, in Alto Adige. Ecco, uno dei meriti di D’Andrea: lavorare una terra, l’Alto Adige appunto, contestualizzandoci una crime story che è poi un cold case, riuscendo quindi a raccontare la parte oscura di una regione da cartolina. Tra l’altro, a livello molto incidentale, riesce, visto che il triplice delitto risale a trent’anni prima (metà Ottanta del vecchio secolo, per capirsi), anche a  raccontare il clima politico-sociale di quell’epoca, in cui le distanze tra quella terra e l’Italia erano molto più lontane delle centinaia e centinaia di chilometri da stradario, viste le mire separatiste di alcuni gruppi (anche terroristici) locali. Detto ciò, sarebbe stato fin troppo facile, anche narrativamente parlando, per D’Andrea puntare deciso su una crime story che attingesse proprio alle bombe sui tralicci dell’epoca.

Invece, sceglie di raccontare un fatto di sangue che ha sconvolto la piccola comunità tanto che nessuno da anni ne parla più. L’ha completamente rimossa. O almeno così crede. Perché tra gli occhi che videro trent’anni prima tutto quel sangue, ci sono anche quelli del suocero di Salinger. E così Salinger si imbatte per caso, origliando, su questa storia. E in maniera ossessiva non riesce più a staccarsene. Tra l’altro prende, anzi dovrebbe prendere, antidepressivi per curare i postumi di un incidente in montagna di cui era rimasto vittima, mentre cercava di lanciare un nuovo programma per la tv americana dedicato ai soccorsi in Alto Adige (una sorta di real time). La scrittura di D’Andrea è molto nervosa e ricca di riferimenti musicali (basti pensare ai Kiss che ritornano spesso) e crea quindi la giusta dose di suspence nel lettore. E quando tutti i pezzi del puzzle sembrano essersi rimessi a posto per far luce sul fatto di sangue di trent’anni prima, il lettore ha l’impressione che le oltre cento pagine che mancano alla fine del libro siano del tutto inutili. Invece, senza fare del bieco spoileraggio, non sarà così. Anche se la parte migliore del libro rimane sicuramente quella centrale, soprattutto per il ritmo narrativo, piuttosto serrato. L’unica ammenda: troppo fortunato il Salinger nel vedersi dischiudersi davanti a sé, con così tanta facilità, tutti i vari incastri di una storia vecchia di trent’anni di cui nessuno parlava più. Insomma, il bandolo della matassa si dipana fin troppo semplicemente. E poi spesso risultano fin troppo manieristiche delle soluzioni alla Stephen King (si vede che l’ha letto parecchio e l’apprezza, ma d’altronde sarebbe difficile sostenere il contrario). Complessivamente il contesto geografico (l’Alto Adige) e il cold case sono due ottimi inviti alla lettura – non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di tutta quella pubblicità di cui (legittimamente) ha goduto – ma manca qualcosa dal punto di vista letterario (una complessità maggiore) e anche una cura dei dettagli più puntigliosa nella costruzione dei personaggi e delle vicende che loro hanno vissuto o si (ri)trovano a vivere.

 

Luca D’Andrea

La sostanza del male

Einaudi, 464 pagine, 18,50 euro   

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Libri/65 Tondelli e la provincia che cambiò la letteratura

La mia intervista a Mario Fortunato, autore di “Noi tre”, libro uscito per Bompiani, che parla della sua amicizia con Pier Vittorio Tondelli e Filippo Betto, uscita su Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) sabato 10 settembre.

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PIER, Mario e Filippo. Tre provinciali che abbandonarono la provincia per essere liberi di odiarla. Tre provinciali che incrociano le loro vite e i destini. Giovani e scrittori nei famigerati anni Ottanta. Ne sopravvive uno solo: Mario. E Mario Fortunato ha raccontato in “Noi tre”, libro edito da Bompiani che sarà presentato domani al Festivaletteratura di Mantova, il rapporto con gli altri due: Pier Vittorio Tondelli e Filippo Betto. Il libro si concentra soprattutto su Pier. Il più precoce, letterariamente parlando, dei tre: debutta nel 1980 con “Altri libertini”, quando ha appena 25 anni. Un libro considerato di culto anche dalle generazioni successive.

Fortunato, è vero che Tondelli fosse così riservato e permaloso? Lei racconta gli scherzi di Daniele Del Giudice.

«Daniele amava fare scherzi e Pier era la vittima sacrificale. Quella volta parlò, come racconto nel libro, delle lettere d’encomio che disse gli avevano inviato dagli Stati Uniti Saul Bellow e Philip Roth per il suo “Atlante occidentale”. E Pier ascoltava in silenzio. Era timido e sì anche un po’ permaloso».

Ci rimase male quando “Camere separate” fu accolto tiepidamente?

«Pier era uno scrittore bravo, amato da pubblico e critica. Ma non ha mai vinto un premio letterario e quello rimase sempre il cruccio. E in quei momenti la sua fragilità veniva fuori. Io gli dicevo che nemmeno Virginia Woolf aveva mai vinto il Nobel. Ma era fatto così. Però era un generoso, come avrebbe dimostrato poi coi giovani scrittori nell’antologia Under 25. Ad esempio mi preparò una cena a tema per l’uscita del mio primo libro di racconti, “Luoghi naturali”. Mi disse: nessuno l’ha fatto per me quando è uscito “Altri libertini”, almeno tu l’hai avuta».

Per quanto tempo ha tenuto la Saab lotus verde che Pier le lasciò in eredità dopo la morte nel ’91?

«Per parecchio, era la macchina che utilizzavamo per girare quando lo andavo a trovare a Milano. Poi è rimasta in Emilia, perché l’ho venduta a un amico di Modena. Negli ultimi mesi però quando Pier era malato, io non c’ero. Quello che mi dispiace è che in quel momento non sono stato in grado di capire che malattia avesse».

Nel libro lei scrive una sola volta la parola Aids. Altrimenti parla di malattia a forma di acronimo.

«Per dirla alla Ginsberg ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte da questa malattia. E un articolo di Time, tempo fa, mi colpì perché metteva in luce che tra i tanti dolori che l’Aids ha provocato c’è anche quello di aver creato una frattura intergenerazionale di saperi e di cultura: sono morti per il morbo coreografi, ballerini. Sono stati anni dolorosi. Ho fatto questa scelta narrativa, perché se avessi scritto Aids sarebbe stato come darsi alla cronaca di quell’epoca. Questo libro è qualcosa di diverso».

Quanto è stato difficile scriverlo?

«Lo proposi a Bompiani anni fa, quando ero a Berlino, avevo firmato il contratto e poi l’ho rotto, perché non riuscivo a scriverlo. Poi poco tempo fa tornando dalla Sabina a Roma, viaggiando in auto, ho avuto lo scatto per farlo. Ed è stato uno choc positivo perché l’ho scritto di getto».

Come ricordare quegli anni ‘80? Forse è il decennio in cui la letteratura italiana si sprovincializza, contaminata da musica e arti visive.

«Sì. Abbiamo seguito il consiglio di Arbasino che diceva al tempo di farsi una gita a Chiasso, cioè di uscire dai confini italiani. Noi abbiamo fatto parecchie gite. L’inizio del decennio è stato sicuramente molto bello e creativo, non solo per una questione anagrafica. Il finale del decennio è stato sicuramente molto più doloroso».

 

Mario Fortunato

Noi tre

Bompiani, 182 pagine, 17 euro

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Roma capoccia: considerazioni sparse sui Cinque Stelle e non solo

Reminiscenza liceale. C.v.d., ossia come volevasi dimostrare. La teoria che il Movimento Cinque Stelle, messo alla prova dei fatti, fosse incapace di governare, è stata (purtroppo, per chi credeva nel movimento) dimostrata. I rappresentanti del movimento sono stati travolti – e il caso di Roma lo dimostra in maniera inequivocabile – dalle loro stesse ossessioni che come una mantra hanno ripetuto all’infinito: dalla trasparenza alla legalità. Ok, nessuno nega che non siano valori cui richiamarsi. Però il problema è un altro: non ci si inventa politici da un giorno all’altro. Soprattutto in città complicate come Roma, ove non basta la buona volontà. Qui, tra l’altro, la buona volontà sarebbe stata scalzata da un gioco d’ombre e scricchiolii, così sinistri, da far pensare che i suggeritori più o meno occulti sulle nomine in giunta, facciano parte dello stesso brodo in cui Roma ha navigato in un passato piuttosto recente. Un brodo destrorso che mette assieme frequentazioni esclusive e studi legali potenti. Inutile girarci attorno: il candore con cui il neo assessore De Dominicis ha ammesso di essere stato contattato da Pieremilio Sammarco, dell’omonimo studio legale e non stiamo a farla lunga sul parentado dei Sammarco e sui rapporti di amicizia con l’ex ministro Cesare Previti (l’hanno fatto ormai tutti, chi più e chi meno e non è questo il punto della faccenda), ha dato l’idea di come la Raggi, sindaco di Roma, fosse in qualche maniera eterodiretta nelle sue scelte. Tanto da far rialzare la testa allo sfidante sconfitto al ballottaggio, Roberto Giachetti, candidatura tutt’altro che forte che il Pd si giocò per il dopo Marino, che ha detto: “Una giunta paralizzata dalla guerra tra due studi: Sammarco e Casaleggio”. Di fronte però a questa incapacità di riuscire ad amministrare una realtà complessa come Roma, fanno sorridere, se non addirittura piangere – perché ci vuole un minimo di decenza – le lezioni che vorrebbero impartire gli esponenti del Partito Democratico, quando non sono presi addirittura dal gonfiarsi il petto e dire in maniera perentoria: “L’avevamo detto che questi non erano capaci”. Che detto dal Pd, tenendo conto di come ha mandato a carte quarantotto l’esperienza di Marino sindaco (si decise tutto fuori dal Consiglio comunale) e con l’ombra dell’inchiesta “Mafia capitale” che continua ad aleggiare sulla città, fa quanto meno sorridere appunto. Se non addirittura piangere. A seconda dei punti di vista. Detto questo ciò che sta andando in scena a Roma è lo specchio fedele di un Paese che si avvia a un voto decisivo per le sue istituzioni, così come le abbiamo conosciute finora, quello del referendum costituzionale. Dove ormai parlare di politica – forse perché i politici sono sempre meno e sono razza in via d’estinzione, peggio ancora dei panda che sembrano essersi ripopolati invece – nel merito e non in 140 caratteri (o con  slogan demenziali tipo “basta un sì”), sia diventata una cosa pesante. Da vecchi babbioni. Però i giovani o presunti tali – perché ormai anche con questa scorciatoia linguistico-giovanilistica dobbiamo finirla (visto che a quarant’anni, uno è un diversamente giovane, soprattutto se calpesta da tempo determinati tappeti) – che cosa hanno fatto? Molto poco finora e rischiano di fare danni decisamente più seri, pensando al referendum e alle loro prove da amministratori o da statisti (con presunzione di esserlo).

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Libri/64 L’ultimo rigore della Jugoslavia

La mia recensione sul libro di Gigi Riva “L’ultimo rigore di Faruk” (Marsilio editore) uscita sulle pagine del settimanale di Quotidiano Nazionale “Il piacere della lettura”.

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L’ORSO lo disse, quando la sconfitta ai rigori contro l’Argentina era ancora calda: «Se non spappolano questa nazionale, tra due anni vince gli Europei». Era il 1990 e la Jugoslavia era stata appena eliminata nei quarti di finale dalla nazionale di Maradona. L’orso è Ivica Osim, il commissario tecnico, spalle da gigante per portarsi addosso la pressione tutt’altro che sportiva di un Paese che stava per frantumarsi in una guerra fratricida. Gigi Riva, giornalista e scrittore, racconta quell’ultimo mondiale di calcio della nazionale jugoslava. Il suo libro s’intitola “L’ultimo rigore di Faruk” (Sellerio). E Faruk è Hadzibegic, capitano di quella Jugoslavia dei grandi talenti: il Maradona dell’Est, Dragan Stojkovic, il Genio Savicevic, Prosinecki, i vecchietti europeisti Susic e Vujovic. Tutti a rappresentare quella Federazione che dopo la morte di Tito mostrava ora tutte le proprie differenze in preda al nazionalismo più becero. Riva dimostra in questo libro come il calcio e la guerra, quando si parla del conflitto dei Balcani, siano strettamente collegati. Perché l’eco della guerra si udì in maniera nitida, su un campo da calcio, qualche mese prima del mondiale italiano. Maggio 1990, Zagabria, si affrontano Dinamo Zagabria e Stella Rossa, le due più grandi espressioni calcistiche del Paese, ma espressioni dirette del presidente croato Franjo Tudjman (la Dinamo) e della «tigre» Arkan, capocurva della squadra di Belgrado ed emanazione del presidente serbo Slobodan Milosevic. Quel giorno finì con Zvonimir Boban, capitano della Dinamo, che colpì al volto un poliziotto serbo (ma in realtà si scoprì poi bosniaco). E da lì si ebbe la sensazione che nulla sarebbe stato più come prima, che la Jugoslavia iniziava a morire. L’Orso, il commissario tecnico, e Faruk (entrambi bosniaci) che sbaglierà poi il rigore decisivo con l’Argentina, si portano addosso tutto questo peso.

 

Gigi Riva

L’ultimo rigore di Faruk

Marsilio editore (192 pagine, 15 euro)

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