Libri/73 Come ti cucino un noir

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Nelle letture di questo inizio 2017 mi sono imbattuto nel colonnello Arcieri (con colpevole ritardo) in “Non è tempo di morire” di Leonardo Gori (Tea edizioni) e nel maggiore Annibale Canessa ne “La seconda vita di Annibale Canessa” di Roberto Perrone (Rizzoli editore). In quest’ultimo caso – visto che si tratta di un esordio almeno nel giallo tout court per Perrone – è stata una piacevole sorpresa. In entrambi i romanzi si scava a piene mani nel passato del nostro Paese, in quelli che – mai definizione, almeno dal punto di vista televisivo, fu così geniale – sono i misteri d’Italia. Ma ecco la prima differenza rispetto ad altri libri, anche gialli, che erano ambientati negli anni della cosiddetta “Strategia della tensione” o ancora tout court, in quelli che, forse frettolosamente, sono stati definiti “Anni di piombo”: non c’è nessun intento dietrologo, non c’è la volontà dei due autori – che tra l’altro non so nemmeno se si conoscano – di fornire al lettore un’altra versione. Dietrologia, fatti più in là dunque. E questo è un ottimo aspetto. Perché sia l’Arcieri sia il Canessa si ritrovano a indagare – nel contesto della strage di Piazza Fontana (nel primo caso) in quello più ampio e mai definito del terrorismo rosso – su due vicende private. Tra l’altro “Non è tempo di morire” è proprio ambientato in quel dicembre 1969. Mentre il romanzo di Perrone si muove a ritroso dal presente al passato, con dei flashback significativi. Che cosa accomuna poi i due protagonisti? Entrambi sono in pensione. Arcieri che non è nuovo nei libri di Gori – proprio per questo dicevo sopra ci arrivo con colpevole ritardo – è un colonnello dei carabinieri che ha lavorato nei servizi segreti e che per limiti d’età si è ritirato a vita privata. E’ un ultrasessantenne che ha trovato una compagna, francese, conosciuta in una precedente missione. E ora ha preso una trattoria a Firenze che gestisce con degli improbabili soci che nessuno penserebbe di vedere lavorare fianco a fianco a un ex carabiniere. Un ex carabiniere che non si risparmia – anche se lui giura di aver chiuso – le frequentazioni di salotti bene e infatti la sua amica, più cara, è nobile e anche lei è ormai con tutti i due piedi nella Terza Età. Gli chiede un favore: far luce sulla scomparsa (o morte?) del figlio di una sua amica. La nipote di quest’ultima signora non si è ancora fatta una ragione che suo padre possa essere morto dentro la Banca nazionale dell’Agricoltura quel 12 dicembre del 1969. Niente, comunque, è come sembra. Ad Arcieri il compito di muoversi tra le mefitiche puzze di servizi deviati – che rischiano di portar fuori strada anche il lettore – e una vicenda così privata che si innesta in un contesto con i contorni tutti da definire. Lui farà i conti con il suo passato, vecchie conoscenze, ma alla fine raggiungerà la verità. Senza dimenticare l’attività della sua trattoria.

Trattoria in un posto bellissimo della Liguria, a due passi da San Fruttoso, che è il buen ritiro di Annibale Canessa. Lui  che è stato un uomo di punta della lotta al terrorismo. Vicino, vicinissimo al generale. Attenzione, non bisogna farsi prendere dal solito gioco di ritrovare nei personaggi romanzati del libro il personaggio in carne e ossa dell’epoca. E’ assai probabile che esistesse un vero Canessa e non è dato a sapersi a chi si sia ispirato Perrone e questo rende la cosa più affascinante. Perché è facile scovare nel generale Verdi, il generale Dalla Chiesa. Ma si rischia di andare comunque fuori strada. Perché il libro fa battere immediatamente la faccia a Canessa contro il suo passato. Che poi è un passato privato, privatissimo. Canessa lascia la Liguria per Milano, quando suo fratello – con cui non parlava da più di trent’anni – viene ritrovato morto ammazzato assieme a un vecchio irriducibile brigatista che aveva ottenuto il regime di semilibertà. Sia detto per inciso: Canessa junior, la vittima, era un movimentista all’epoca, nemmeno probabilmente un fiancheggiatore. Si era fatto però qualche mese di carcere perché arrestato durante una retata. E a proposito di quella retata e del concetto di rete, senza fare troppo spoiler sul romanzo, ecco la via per capire come un eroe della lotta antiterrorismo, come Canessa senior, decida di ritirarsi a vita privata, subito dopo aver arrestato la primula rossa più pericolosa, quel Petri che trent’anni dopo troverà steso sul selciato a fianco di suo fratello Napoleone. Già, a questo punto, l’intreccio dimostra tutta la sua consistenza ed è un invito a non perdersi come andrà a finire. Quattrocento pagine che, come nel caso del libro di Gori, non squarciano con chissà quali rivelazioni o analisi di pura dietrologia i misteri d’Italia e i tanti buchi neri della storia più recente del nostro Paese. E vista la passione di entrambi, sia di Arcieri sia di Canessa, per la cucina; nei due libri ci sono gli ingredienti giusti per godersi due ottimi noir.

Leonardo Gori

Non è tempo di morire

Tea edizioni

298 pagine, 14 euro

 

Roberto Perrone

La seconda vita di Annibale Canessa

Rizzoli editore

420 pagine, 19 euro

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Libri/72 Un Paese al crepuscolo

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Questa è la recensione sul libro di Nicola Barilli “Italia in autunno” uscita sabato 14 gennaio sul settimanale di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno), “Il Piacere della lettura”

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Non sembra esserci consolazione in Italia in autunno, il primo romanzo del bolognese Nicola Barilli (Pendragon editore, 219 pagine, 15 euro). E di per sé non è che sia un male che tutto ciò accada in un’opera letteraria, soprattutto quando questa prova a raccontare un passato prossimo che rischia di essere, purtroppo, un eterno presente. Da cui diventa impossibile scappare. Al centro della scena c’è Andrea Montini: una compagna, un dottorato, lo status di precario cognitivo in un Paese, l’Italia, che non è più in grado di sognare. Per Andrea la rimozione non esiste. Su di lui aleggia sempre l’ombra di Sergio, l’amico della tardoadolescenza, scomparso (non morto). E d’improvviso, in quella metà dei primi anni Duemila, gli iniziano ad arrivare delle lettere anonime. Ada, la sua compagna, è invece la stabilità: equilibrata, granitica, sicura e con un posto di lavoro a tempo indeterminato. L’inquietudine di Andrea vaga in quel viaggio della speranza che molti giovani italiani intraprendono convinti che all’estero possa esserci la loro effettiva autodeterminazione, anche perché spesso alle soglie dei trent’anni non si sono mai realmente staccati da casa dei genitori. Andrea a Berlino scopre un altro mondo che diventa comunque uno sguardo privilegiato sul mondo che ha lasciato: l’Italia con tutte le opportunità negate a chi cerca di realizzare anche solo metà del proprio sogno. E’ un romanzo di formazione sì, ma con la certezza che “formarsi” non è più possibile. E crescere pure. Ma Andrea arriverà a una resa dei conti con la propria vita, le proprie relazioni, le proprie aspirazioni. E uscire indenne da lì sarà per lui la vera linea d’ombra verso la maturità.

Nicola Barilli

Italia in autunno

219 pagine, 15 euro, Pendragon editore

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Libri/71 Le otto montagne e il senso della libertà

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Nella mia vita non esistono né Emma né Bruno. Però, nel giro esatto di otto anni, da autunno ad autunno, non mi era mai capitato di rimanere attaccato a un disco e a un libro, così come è successo con l’esordio discografico di Bon Iver “For Emma, forever ago”, e col romanzo di Paolo Cognetti “Le otto montagne”. Non ci sono affinità tra le due opere. Forse, cercando bene, magari qualcosa spunta fuori. C’è invece, un desiderio d’immedesimarsi, fino quasi a scomparire nei protagonisti. Che poi siano gli autori – perché entrambe sono due opere autobiografiche – poco importa. C’è quella necessità di rivedersi in loro che è come riconoscere un po’ le proprie imperfezioni. Ma senza correggerle, tenendosi tutto il pacco, coi propri errori. L’Emma di turno, forse, sarà passata anche nella mia vita. Ma quello che mi colpì in quel disco fu la pervicace intenzione di chiudere col mondo fino ad allora conosciuto e rifugiarsi nei boschi del Wisconsin, a tagliare legna. Justin Vernon, prima di diventare Bon Iver, riuscì a farci un disco sopra “For Emma forever ago”, in cui traspare malinconia, solitudine, l’abbandono della donna (Emma, appunto) ma anche un paradossale quanto benefico compiacimento nella situazione che è appena mutata, perché è l’unica occasione per fare i conti con se stessi e (forse) riconoscere di essere diventati adulti. E così è anche con il Pietro, protagonista del libro di Cognetti, e il suo amico Bruno. Otto anni dopo il disco di Bon Iver ho provato le stesse identiche sensazioni: avrei voluto essere a Grana, il paesino sotto il Monte Rosa, in cui tutto comincia e dove non è detto che tutto finisca (nessuna operazione di spoileraggio). Anche in questo caso, leggendo questo libro, si ha l’occasione, così è successo a me, di riprendersi in mano la propria vita. Altri ritmi. Se c’è una concezione del vivere slow – che non significa però polleggiare, ma anche spaccarsi la schiena coi tempi dilatati, in quello in cui si crede, nel lavoro cui ci si appassiona e non viene considerato solo ed esclusivamente come una fonte di reddito – quella concezione va ricercata in quel Bruno montanaro, per sua stessa definizione e consapevolezza, con cui Pietro stringe un’amicizia che è un legame ben più solido di uscite assieme, telefonate a intervalli regolari e perfino senso d’appartenenza. E’ amicizia. Ecco, leggendo questo libro, si riesce forse anche a definire il concetto di purezza. Perché è puro il rapporto tra i due: non c’è nessuna perdita d’innocenza improvvisa, anche perché entrambi diventeranno grandi, per quel concetto di maturità che è solo ed esclusivamente introiettare il mondo reale in cui viviamo, forse anche troppo tardi. E’ un romanzo che oltre a essere scritto bene – ma Cognetti in questo è una garanzia – che parla anche di tome, di salami, di bicchieri di rosso e di birre. Cose vere. Roba che è come se toccassimo con mano – e questo sembra un particolare irrilevante ma non lo è, è merito dello stesso Cognetti – mentre stiamo leggendo il libro. Non so se la reazione alla lettura di “Otto montagne” sia una diretta conseguenza della voglia di evadere dal proprio mondo reale, soffocante come quando Pietro racconta del padre e di quanto fosse fagocitato dalla città, Milano: “Certe notti mio padre non ne poteva più, si alzava dal letto, spalancava la finestra come se volesse insultare la città, intimarle il silenzio”. Forse l’esigenza di evadere c’è ma in fondo la letteratura e i romanzi in particolare servono anche a questo.

Il rapporto col padre poi: difficile, litigioso, divisivo fino a rendersi conto, tornando solo per un istante al mondo reale, che Pietro quando il padre è morto ha 31 anni, la stessa età di quando suo papà era diventato genitore. Il che necessariamente non significa assolutamente nulla. Non è una traduzione di fallimento. Ma è una presa d’atto, inevitabile, su come quella sia ormai un’età da adulto, almeno anagraficamente. Perché non vuol dire di essere diventati automaticamente grandi. Sarà poi il papà a lasciare a Pietro l’eredità più grande e significativa e a tracciargli un possibile cammino o un sentiero, proprio come si fa in montagna. E quel sentiero riporterà di nuovo e inevitabilmente a Bruno, all’amico di sempre, conosciuto quando erano appena adolescenti, e che cerca anche lui di diventare grande, senza perdere la purezza di montanaro. In tutto questo il mondo reale torna ogni volta a chiedere il conto, anche perché (appunto) non si è più bambini. Ma di fronte alla consapevolezza di  essere ormai cresciuti e di dover badare a se stessi da soli (anche se Bruno l’ha sempre fatto), c’è anche nella sconfitta e nel dolore un senso di libertà, a tratti malinconico, che solo la montagna e le (otto) montagne sono in grado di dare.

Paolo Cognetti

Le otto montagne

Einaudi editore, 208 pagine, 18,50 euro

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Libri/70 Milano (non) è la verità

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Oltre trecento pagine filate. Che filano via anche, alla lettura,  piuttosto bene. A scriverle è l’eminenza grigia di molti scrittori di casa Feltrinelli, ove Alberto Rollo ha fatto il direttore letterario fino a poco tempo fa. Il suo primo romanzo si intitola “Educazione milanese”. Titolo di per sé programmatico. Perché quella di Rollo è un’educazione milanese: lui a Milano è nato, ha vissuto e continua a viverci. Dopo la lettura – e non c’entra nulla “X Factor” – ecco che s’insinua un vecchio pezzo degli Afterhours. Anche Manuel Agnelli nelle sue canzoni ha raccontato la trasformazione della sua città, prendendo spesso come spunto gli architetti (“Gli architetti sono qua, hanno in mano la città” in “1.9.9.6”). In questo romanzo che trae una forte ispirazione da almeno due foto di Gabriele Basilico si parla anche di archistar e di quello che Milano è diventata o aspirerebbe a diventare. Il pezzo degli Afterhours che mi entra in testa però, subito dopo la lettura del libro di Rollo, s’intitola “L’inutilità della puntualità”. E c’è una parte che è ancora più significativa, Agnelli canta: “Quando la novità che rappresentate sarà finita, vi appellerete all’inutilità della puntualità”. E via il ritornello: “Milano non è la verità”. Che Milano sia o non sia la verità di questo Paese è ovviamente tutto da dimostrare. Di certo questo libro, costruito non dall’oggi al domani, non arriva puntuale nelle librerie. Sarebbe potuto arrivare molto prima e molti avevano consigliato Rollo di farlo. Però Rollo non arriva nemmeno fuori tempo massimo con questo romanzo che è un romanzo di formazione, il suo romanzo di formazione, con una lingua bella e a tratti appassionante, anche per determinate scelte linguistiche come quando scrive “lo schiaffo insaponato del passare di mano di potenti società finanziarie”. Un’eleganza assoluta nel descrivere il lato più oscuro degli affari di Milano. Una città che probabilmente, soprattutto ora, è ancora in cerca di se stessa. Di una propria identità ma che sembra aver perso lo smalto di un tempo: quando era capitale morale e anche culturale.  Quando era appunto la novità. Che sembra ora essere finita.

Ma è forse la prima parte del libro quella che colpisce di più. Rollo parla di un’educazione proletaria, partendo da come la città dalla fine degli anni Cinquanta si è trasformata. E di come anche la sua adolescenza sia intrisa di quell’educazione proletaria, anche per merito del padre. Nessuna nostalgia ma un modo per raccontare come i quartieri di Milano, la Bovisa ad esempio, siano cambiati, ma anche come siano riusciti in passato a dare grandi energie, non solo fisiche, alla stessa città. E’ un ritratto appassionato di Milano perché calato su se stesso e sulla propria crescita. Certamente, non mancano le tensioni, i cortei e le speranze che dal Sessantotto in poi si sarebbero trasformati in grande illusione. Manca quasi totalmente invece, la Milano da bere, e non è un difetto anzi. Fin troppo raccontata ed enfatizzata nei suoi effetti. Ma il salto temporale che riporta al presente non è assolutamente azzardato. Alla fine, come lo stesso Rollo scrive, questa città l’ha voluto. Un figlio desiderato di una famiglia che era arrivata dal sud (Lecce per l’esattezza). Ma possono sentirsi così i milanesi di oggi? E la Milano post Expo che ha completato la sua mutazione genetica da capitale morale un tempo, pre Tangentopoli, a capitale della moda, dell’effimero (nell’ormai abusata definizione di società liquida), anche in quegli stessi quartieri dove un tempo si produssero saperi, avanguardie e occupazione (e spesso diventati oggetto di una sfrenata archeologia industriale o solamente culturale), come accoglierebbe ora quei suoi figli di seconda generazione?

 

Alberto Rollo

Un’educazione milanese

318 pagine, 16 euro, Manni Editore

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Perché non tutti possono fare politica

Forse ma forse la sbornia è passata. E ce ne stiamo rendendo conto. Ma forse, perché dal 1992 in poi abbiamo creduto (un po’ tutti, chi più chi meno) che bastasse un po’ di civismo,un po’ di nuovismo, un po’ di tecnici e un po’ di personaggi con la patente di integerrimi servitori dello Stato per sostituire la vecchia classe dirigente che era andata allo scatafascio con Tangentopoli. Abbiamo sbagliato. Perché non ci si inventa politici da un giorno all’altro. Perché non basta avere le mani pulite – per citare Don Milani – se poi quelle mani si tengono in tasca. Perché l’onestà – o presunta tale – è un valore e non una categoria politica. Perché non basta guardarsi allo specchio, ripetere a memoria il proprio discorsetto e non essere poi capaci di sostenere un contraddittorio. Pensavamo di avere chiuso – con quel clima infame del 1992 – una stagione nera, ne abbiamo inaugurata una forse peggiore. Che non ha lasciato vittime sul campo come la precedente ma ha perseverato nel provocare danni a questo Paese. Soprattutto da parte di chi lo amministra. Il nuovismo, a esempio, l’abbiamo visto con l’appendice finale (per ora) dell’esperienza governativa di Matteo Renzi, non può essere una categoria politica. Nuovo non significa per forza di cose migliore del vecchio. Nuovo non significa nemmeno capace. Renzi e i suoi seguaci, guarda caso, hanno vacillato nei dibattiti televisivi solo quando si sono trovati sulla propria strada i vecchi. I residuati bellici della famigerata Prima Repubblica. Ciriaco De Mita ha conciato per le feste, nonostante la veneranda età, prima la deputata Pd Alessia Morani, poi lo stesso premier. Lungi dall’essere questo post un’apologia della Prima Repubblica. Se è vero però che  la prima repubblica era il male assoluto e se di quel male scontiamo ancora gli effetti, è altrettanto vero che in venti anni e passa non siamo riusciti a dare una svolta a questo paese. Anzi, abbiamo creato a ripetizione delle false illusioni. Abbiamo creduto che bastasse un colpo di spugna, nel solco della legalità, per avere una politica migliore. E invece, eccoci qui a riflettere su una disaffezione alla politica sempre più grande. Ci facevano schifo prima i maneggioni e il consociativismo. Ci fa ancora più schifo ora il solo pensiero di entrare in una cabina elettorale e non sapere chi scegliere. Oppure l’essere costretti a optare per il meno peggio. Che attenzione non è il turarsi il naso di quarant’anni e oltre fa, votando Dc. E’ davvero molto peggio. Perché il concetto di rappresentanza si è ormai definitivamente deteriorato. Chi ci rappresenta? A questa domanda abbiamo provato a dare negli anni risposte che si sono rivelate assolutamente sbagliate. Ci ha rappresentato forse chi da magistrato ha combattuto il malaffare e poi si è dato alla politica? Assolutamente no, perché, restando solo sull’aspetto comunicativo, i discorsi si sono rivelati monotoni. Perché non si può ripetere come un mantra legalità e onestà. E sull’onestà, a esempio, stiamo vedendo come l’abuso di questa parola che diventa programma politico (ma solo quella parola senza altri contenuti) finisca, proprio in questi giorni, col ritorcersi contro ai dilettanti della politica. Che siano i Cinque Stelle a Roma o il Sala di turno a Milano, poco importa. La realtà è che nell’ultimo ventennio – e non certo solo per colpa di Berlusconi – abbiamo assistito a una dialettica politica di basso, bassissimo livello. A un confronto politico da sprofondarsi. Idee pochine, personalizzazioni e scontri tanti, tantissimi. A volte anche senza senso. E tornando a Renzi: la strategia suicida di chi aveva dimostrato un machiavellico uso dell’arte politica (mancata elezione di Prodi al Quirinale e presa dell’intero potere: segreteria Pd e governo) messa in piedi per il referendum ne è una dimostrazione. O con me o contro di me. Ecco, di fronte allo scenario di bassa lega cui siamo costretti ad assistere quotidianamente, ci dobbiamo forse chiedere in che cosa abbiamo sbagliato. Perché in qualcosa abbiamo sbagliato. Perché mandare al macero un’intera classe politica – poiché buona parte era finita nelle inchieste giudiziarie – è stato forse un azzardo troppo grande. Anche perché quelli lì – che dopo averli osannati o dopo aver loro chiesto un favore – erano diventati degli innominabili, abbiamo preferito sostituirli nemmeno con le riserve ma con chi stava addirittura in tribuna (d’altronde il ventennio berlusconiano, non solo per Forza Italia che ha raccattato elementi di quarta e quinta fila dal vecchio pentapartito ma anche dall’altra parte, ne è un esempio plastico di tutto questo). E nel frattempo abbiamo perso anche le buone e vecchie abitudini: scuole politiche. Non ci si improvvisa. I parvenu, purtroppo, sono assolutamente deleteri quando devono ricoprire incarichi importanti. Proprio perché sono dei parvenu e non dei fenomeni. E di fenomeni in giro non ce ne sono. Un tempo per arrivare in Parlamento si faceva un percorso, si conquistava il seggio sul campo, si costruiva quel vincolo di fiducia con l’elettore che poi magari veniva comunque disatteso, ma almeno un po’ di fiducia (seppure solo iniziale) c’era. Non si facevano le liste inserendo, appunto, un po’ di civismo, un po’ di nuovismo, un po’ di tecnici e via andare. Per quanto possa sembrare paradossale – e allo stesso tempo contestabile – l’era cui rinfacciamo con più forza l’assenza totale di meritocrazia, aveva la meritocrazia proprio in chi veniva chiamato, col voto, a fare politica. Ora, lauree presunte tali o contestate a parte, anche il lessico dei politici è più povero. E non è certamente familiare. Nel senso che non scalda più. Non abbraccia più. E’ una performance comunicativa che non ha nulla a che vedere con l’oratoria e che non tocca il senso d’appartenenza. Proprio perché non c’è più un senso d’appartenenza. E tutto questo che stiamo vedendo però, ce lo meritiamo. Questo clima infame 2.0 – e non per le inchieste giudiziarie, quelle dopo Mani Pulite, sembrano quasi routine – abbiamo contribuito anche a noi a crearlo.

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Un viaggio e la storia di un no

Scrivo ora, mentre preparo le ultime cose. Tra poco salirò in auto e da Bologna tornerò a casa, nella mia città. Centottanta chilometri in un paio d’ore e poi il ritorno di nuovo a Bologna nel pomeriggio. Una sfacchinata. Una sfacchinata necessaria. Ognuno ha la propria storia. E anch’io ho la mia. L’ammetto e credo che nessuno si scandalizzerà, l’ultima volta, un anno e mezzo fa, c’erano le Comunali a Senigallia e non scesi per votare. Ma stavolta è diverso e riguarda la mia storia. Ho cominciato a fare il giornalista, anche se ero ancora minorenne (allora), in un radio comunitaria di Senigallia (Radio Duomo). E ricordo ancora “Sentinella, quanto resta della notte?”. Lo scrisse Giuseppe Dossetti, il “monaco obbediente” della Linea Gotica dei Csi, nostro padre costituente, dopo che aveva scritto una accorata lettera all’allora sindaco di Bologna, Walter Vitali, sulla necessità di difendere la Costituzione. Era il 1994 e la notte, quella notte era quella della democrazia, ove lui (Dossetti) prima degli altri aveva capito come si fosse trasformata irrimediabilmente la nostra politica in un’improvvisa quanto mai (leggendola ora) definitiva accelerazione verso la personalizzazione. E d’altronde questo referendum che andremo votare oggi ne è solo una macroscopica dimostrazione. Non è un referendum su Renzi. Non mi interessa dare spallate al governo Renzi attraverso il voto referendario. Non faccio il politico. Faccio – diciamo (e non mi si taccia, ora per l’intercalare, di essere un dalemiano: mai stato) – l’osservatore magari un po’ più privilegiato di altri. E di fronte alla guerra tra bande di queste ultime settimane lo sconforto sale sempre di più, perché fondamentalmente sono state raccontate tante baggianate. Dovrei essere un vecchio io che ho 37 anni (e vabbè non sarò più un giovanotto) e che esercito un mio diritto ed è quello di dire no a questa riforma costituzionale. Questa è una riforma che è stata scritta con i piedi (come direbbe qualsiasi prof di italiano), confusa nei contenuti, ove i conflitti d’attribuzione tra Regioni e Senato, sono destinati ad aumentare. E che non sembra avere nemmeno un filo logico: perché se da una parte si sostiene che il Senato debba essere una Camera che in qualche maniera rappresenti gli enti locali, dall’altra dà vita a una centralizzazione del potere che sconfessa, in alcuni casi, lo stesso potere degli enti sul territorio, mantenendoli comunque in vita. Dov’è la logica? Ecco, tornando alla propria storia personale e a quella radio comunitaria. Dopo l’appello di Dossetti, ebbi la fortuna d’incrociare un professore, scomparso da poco, di Filosofia del Diritto, si chiama(va) Enrico Moroni. E con lui facemmo una serie di trasmissioni alla radio sulla Costituzione e sulla sua necessaria difesa. Sono trascorsi più di vent’anni ci sono stati altri tentativi sghembi di modificarla e in qualche maniera di minarne le proprie fondamenta, ma questo paradossalmente sembra il più subdolo. Perché le modifiche costituzionali nascono direttamente dal governo (il famoso decreto Boschi-Renzi) e non invece da una base più condivisa e aperta e sono passate in un Parlamento che ha perso la sua autorevolezza negli anni, in cui continuamente è stato svuotato del suo potere legislativo, e di fatto subito dopo le ultime elezioni (quelle del 2013), quando è stato eletto con una legge il Porcellum, considerata dalla Corte Costituzionale, come “anticostituzionale”, in virtù dello spropositato premio di maggioranza. Ed ecco l’altro concetto fondamentale che affonda comunque nella mia storia: si chiama rappresentanza. Via via, un po’ per l’evidente sfiducia nei confronti dei partiti, tutti noi abbiamo perso quel vincolo di fiducia nei confronti di chi avrebbe dovuto rappresentarci e invece molto spesso non lo fa. Quest’oggi, con il referendum (strumento tutt’altro che antiquato), abbiamo la possibilità di autorappresentarci. E in questa autorappresentazione uno non può tenere conto della propria storia personale, diciamo anche del proprio pantheon (visto che va ancora di moda usare questo termine) e allora se riguardo indietro e vedo tutto quello che ho fatto in questi ventidue anni, ecco che convintamente mi farò questa sfacchinata di 180 chilometri in autostrada per andare e scrivere no.

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Balcani, l’autoritratto con guerra: quell’umorismo nero tra libri e cinema

 

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Il mio articolo sulle guerre balcaniche tra film e libri uscito il 19 novembre su “Il piacere della Lettura”, il settimanale culturale di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno). 

ALL’EPOCA le ferite erano ancora fresche e l’orrore ancora vivo negli occhi. Non era passato nemmeno un decennio dalla fine dell’ultima guerra dei Balcani e Danis Tanovic, regista bosniaco (ma con doppia cittadinanza, ha anche quella serba), disse: «La lingua parlata dai Serbi, dai Croati e dai Bosniaci è di fatto la stessa. Oggi i Serbi la chiamano serbo, i Bosniaci bosniaco e i Croati croato. Ma quando parlano si capiscono perfettamente tra loro». Il suo film “No man’s land”, la terra di nessuno, nella primavera del 2002 aveva appena vinto il premio Oscar come miglior opera straniera, ed era la rappresentazione plastica dell’incomunicabilità.

UN BOSNIACO e un serbo si ritrovano a condividere gli stessi metri quadri col serio rischio che una mina, su cui è adagiato il corpo di un soldato ferito, possa esplodere. «Chi ha iniziato la guerra?». Voi, esplode il bosniaco Ciki e il serbo Nino replica: «Voi». Che si possa raccontare la più grande tragedia umana in Europa e la più grande guerra dopo la Seconda guerra mondiale, con una commedia amara, in cui il grottesco prende il sopravvento, in cui si gioca e si scherza sulle vite e sul loro scarso, scarsissimo valore, sembrava un’impresa impossibile allora. Eppure quelle ferite a più di vent’anni di distanza dall’assedio di Sarajevo, dal genocidio di Srebenica, rimangono ancora aperte. Pochi mesi fa i serbo-bosniaci sono andati a votare per un referendum che chiedeva il riconoscimento del 9 gennaio come festa nazionale e quel 9 gennaio è una data che ancora fa tremare le vene: ventiquattro anni fa ci fu la dichiarazione unilaterale dell’indipendenza della repubblica serbo-bosniaca dalla Bosnia. Quella repubblica che qualche mese dopo sarebbe stata presieduta da Radovan Karadzic, condannato all’inizio dell’anno dal tribunale dell’Aja per genocidio. Sono passati più di vent’anni dalle guerre balcaniche, eppure la narrazione, che non passa necessariamente solo per i libri di storia, non si è mai interrotta. Una narrazione coi toni spesso del tragicomico come i registri di un’opera letteraria o cinematografica prevedono.

DOPO Tanovic, qualche anno più tardi Emir Kusturica nel presentare il suo “La vita è un miracolo”, disse «non cominciamo a parlare di dimensione politica del film (lì c’era una storia di amore molto shakesperiana, come lo stesso Kusturica osò definirla, tra un serbo e una bosniaca prigioniera). Ho realizzato questo film dodici anni dopo la fine di tutto perché era necessaria una certa distanza estetica». Ma perché quelle guerre suscitano ancora così tanto interesse? Non è solo una questione di vicinanza chilometrica su quello che accadde dall’altra parte dell’Adriatico. Più probabile invece che sia un fatto generazionale per i trentenni e quarantenni di adesso. Tanto che lo stesso premier italiano, Matteo Renzi, ogni volta che vuole criticare l’Unione Europea, ricorda l’immobilismo dell’Europa di fronte a Srebenica. Allora la percezione della guerra fu reale – non plastificata e cotonata come la prima guerra del Golfo – perché vedere aerei che da Aviano passavano sopra le teste, da adolescenti, fa il suo bell’effetto.

COSÌ a vent’anni di distanza si prova ancora a raccontare da una parte l’immane tragedia umana, quel tanto sangue versato, una folle carneficina e dall’altra si mette in evidenza anche l’immobilismo di chi poteva provare a fermare quelle guerra ma non ci riuscì. In molti casi facendo la figura dei convitati di pietra. E due film, il già citato “No man’s land” e il più recente “A perfect day” (uscito lo scorso anno con un cast stellare da Benicio Del Toro a Tim Robbins), hanno messo in evidenza con un tono grottesco, ma necessario, proprio l’imbarazzo dell’Onu (il bosniaco di Tanovic chiama i caschi blu “puffi”) di fronte a quelle guerre. In particolare nel film con Del Toro, a guerra praticamente finita, gli operatori umanitari devono rimuovere un cadavere che rischia di contaminare le falde acquifere e trovare una corda nei paesaggi martoriati è un’impresa più difficile del previsto e viene fuori tutto l’impaccio dell’Onu, la sua difficoltà nell’agire e dare risposte. Come i lunghi negoziati post bellici avrebbero poi ampiamente dimostrato. Lo stesso impaccio che si registra a ogni checkpoint anche in “Amore, sesso e altre questioni di politica estera”, libro da poco uscito dell’inglese Jesse Armstrong (Fazi editore, 430 pagine). Qui un gruppo di giovani su un pulmino da hippy, si mette in viaggio per Sarajevo, dove vuole rappresentare uno spettacolo per la pace.

IL VIAGGIO dall’Inghilterra alla Bosnia sarà ricco di situazioni strampalate, comiche, mentre intorno i colpi di mortaio non si arrestano e i buchi nelle pareti delle case sono diventati crateri. Ma perché la commedia nera per raccontare quelle guerre balcaniche? Se sul genere – e in maniera più specifica sull’umorismo nero – si sono concentrate le riflessioni di intellettuali come André Breton e di scrittori come Thomas Pynchon, forse significa che il reale è così folle da spiegare e totalmente irrazionale (anche se ormai sono passati dei lustri) che solo con una dose massiccia di follia (necessariamente irriverente) nei personaggi di un romanzo, di un film o di una piece teatrale, si può raccontarlo.

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Libri/69 Il Paese dimenticato

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“Italian game”. Non mi ricordo come mi sono imbattuto per la prima volta nel blog di Ivan Carozzi, ma ricordo che nel giro di qualche giorno è diventata una droga. In “Italian game” Carozzi ha raccolto con certosina pazienza ritagli di giornale degli anni settanta e ottanta, pieni di vicende di cronaca nera. Dalle più grandi ed eclatanti, il caso Moro o il delitto Pasolini, a quelle più ordinarie, ma non meno significative (purtroppo), le innumerevoli morti di eroina. Raccontarle su qualsiasi dispositivo digitale provoca un certo effetto, tutt’altro effetto si prova quando si vede la materialità di quelle storie che, in quel periodo, poteva essere rappresentata solo dalla carta di giornale. Così quando è uscito per Einaudi “Teneri violenti”, il romanzo di Carozzi, l’ho comprato a scatola chiusa. Ho letto le note di copertina per capire immediatamente che quel lavoro fatto negli ultimi anni da Carozzi diventava ora un romanzo. E che quella distanza, siderale e di conseguenza significativa, tra materialità e immaterialità del Paese reale, il nostro, sarebbe stata ulteriormente amplificata. Il protagonista del romanzo – anche se il nome viene citato solo in un’occasione e neanche a farlo apposta, si chiama Ivan – è un precario che si ritrova a lavorare come redattore per un quiz televisivo. Redattore costretto a immergersi in un sconfinato archivio per cercare notizie uscite tra il 1970 e il 1985, da utilizzare per il quiz.

Per il protagonista quell’immergersi nell’archivio diventa un’ossessione, magnifica nella sua azione. Ma non c’è un’alienazione e nemmeno una risposta alla Bianciardi. Perché quando si parla di Milano, d’industria culturale, d’immersione lavorativa da sprofondare quasi nell’alienazione, il rischio è perdersi nei paragoni con Bianciardi (sia detto per inciso Carozzi ha fatto l’identico viaggio: dalla Toscana a Milano). Ma il protagonista non cerca di fuggire dal presente, cercando di scappare nel passato. Però descrive in maniera quasi perfetta l’immaterialità della Milano in cui vive e lavora, dove WhatsApp sembra l’unica via alla socializzazione e, anche, al sesso. Non c’è nessun effetto nostalgia. Perché non è vero che l’Italia di allora fosse migliore e meno violenta. Forse, vista l’età precoce (se si prende per buono il Dopoguerra come nuovo inizio), sicuramente era più innocente. Quanto meno compromessa. Però è altrettanto vero che i rapporti personali, senza nessun fine giustificatorio, erano diversi: costruiti su un’intimità cercata e difficile da conquistare, ma una volta conquistata, sacra. E l’ora senza pari, per dirla col celebre slogan del Campari, per capire quanto rimangono distanti (e perfino inconciliabili) le due Italie, rimane sempre la stessa: le 19. L’ora dell’aperitivo.

Ivan Carozzi

Teneri violenti

Einaudi editore, 160 pagine, 17 euro

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Perché il meno peggio non è (più) la soluzione

Ha vinto Trump. Game over. L’Europa si risveglia pensando che sia un incubo e invece è la realtà: lo spettro demonizzato per mesi è il nuovo presidente degli Stati Uniti. E gli Stati Uniti si ritrovano il presidente che non avrebbero mai voluto. Più rassicurante di certo la Clinton. Ma la candidatura dell’ex first lady non ha sfondato e non è bastato nemmeno Obama a nobilitarla, anzi probabilmente Barack nella chiusura dei suoi otto anni ha commesso il più grave errore: pensare o solamente autoconvincersi che Hillary avrebbe potuto diventare presidente e raccogliere l’eredità. La realtà, purtroppo, è stringente nella sua evidenza: l’elettorato, sfiancato dalla crisi e da una lontananza sempre più siderale dalla politica (quella che quanto meno dovrebbe prendere le decisioni che cambiano la vita di milioni di persone), o non va alle urne o non si accontenta di scegliere il meno peggio. Perché scegliere il meno peggio significa autocondannarsi, quando va bene, a ulteriori sacrifici per garantirsi sopravvivenza e, quando va male, significa vedere in frantumi tutte le proprie aspettative. Che Trump fosse il peggio(re) e Hillary la meno peggio, su questo non sembrano esserci dubbi di sorta. E’ pacifico, evidente. Ma Hillary paradossalmente, pur presentandosi sotto le insegne del partito democratico per chiamarlo con un termine ormai vetusto, sul fronte progressista; rappresentava già in partenza la conservazione. Una conservazione, tra l’altro, fine a se stessa: la signora Clinton è stata prima (non vuole essere una colpa) first lady per otto anni, poi segretario di Stato (con politiche sui paesi arabi e Medio Oriente per le quali paghiamo ancora le conseguenze) e infine candidata forte o presunta tale sul fronte democratico, perché dall’altra parte si ritrovava come avversario il semisconosciuto (ma in grado comunque nonostante l’età di infiammare la platea dei millennials) senatore del Vermont, Bernie Sanders. E’ andata a finire come nel peggiore degli incubi: con Trump che andrà alla Casa Bianca e almeno per quattro anni sarà il presidente degli Stati Uniti. E proprio sulle candidature, allora, che la sinistra (o presunta tale) deve interrogarsi. E’ evidente che la Clinton fosse meno peggio di Trump, ma è altrettanto evidente che fosse la candidata meno adatta per contrastare le disuguaglianze di un Paese, in cui il ceto medio risulta sempre di più schiacciato dagli effetti a lungo termine della crisi. Disuguaglianze resta la parola chiave, non solo negli Stati Uniti, ma nel dizionario di una politica che dovrebbe essere in grado di incidere in quel rapporto di rappresentanza con l’elettorato (così come si auspicherebbe) e che invece si deteriora elezioni dopo elezioni, da qualsiasi latitudine lo si guardi e in qualsiasi parte del mondo si vada al voto. Ovviamente, la sfida è anche italiana. Ove si continua, soprattutto a sinistra, a spaccare il capello in quattro. E ove non è pensabile che l’ormai ex macropartito di centrosinistra, il Pd diventato ormai altro, possa dare qualche tipo di risposta sul tema delle disuguaglianze.

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Libri/68 Marcobi, un poliziotto a Napoli

La recensione sul libro di Massimo Galluppi “Occhio per occhio” (Marsilio editore), il secondo caso del vicequestore Marcobi, uscita sul settimanale di Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) “Il piacere della lettura” lo scorso 30 ottobre.

 

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Dove eravamo rimasti? Raul Marcobi, commissario di stanza a Napoli con le passioni del sax e del cibo a farlo sopravvivere al mutare della città, aveva risolto il caso di omicidio di un sinologo di fama mondiale ne “Il cerchio dell’odio”, il debutto noir di Massimo Galluppi. Marcobi torna in strada e anche stavolta la scena del crimine è Napoli. E anche la vittima di “Occhio per occhio” (il titolo della seconda prova letteraria di Galluppi) è eccellente: si tratta di Giorgio Cobau, giornalista triestino, che ha appena presentato il suo ultimo libro. Cobau è un esperto di Balcani, ha raccontato la guerra, ma chi l’ha ucciso? Le strade che portano alla soluzione del delitto sono molteplici: dalla mafia slava fino a rivalità tra serbi e croati. Come ne “Il cerchio dell’odio” è il passato che si ripresenta, consegnando il suo conto. Non senza conseguenze.

 

 

Massimo Galluppi

Occhio per occhio

Marsilio editore, 414 pagine, 18,50 euro

 

 

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