Perché non tutti possono fare politica

Forse ma forse la sbornia è passata. E ce ne stiamo rendendo conto. Ma forse, perché dal 1992 in poi abbiamo creduto (un po’ tutti, chi più chi meno) che bastasse un po’ di civismo,un po’ di nuovismo, un po’ di tecnici e un po’ di personaggi con la patente di integerrimi servitori dello Stato per sostituire la vecchia classe dirigente che era andata allo scatafascio con Tangentopoli. Abbiamo sbagliato. Perché non ci si inventa politici da un giorno all’altro. Perché non basta avere le mani pulite – per citare Don Milani – se poi quelle mani si tengono in tasca. Perché l’onestà – o presunta tale – è un valore e non una categoria politica. Perché non basta guardarsi allo specchio, ripetere a memoria il proprio discorsetto e non essere poi capaci di sostenere un contraddittorio. Pensavamo di avere chiuso – con quel clima infame del 1992 – una stagione nera, ne abbiamo inaugurata una forse peggiore. Che non ha lasciato vittime sul campo come la precedente ma ha perseverato nel provocare danni a questo Paese. Soprattutto da parte di chi lo amministra. Il nuovismo, a esempio, l’abbiamo visto con l’appendice finale (per ora) dell’esperienza governativa di Matteo Renzi, non può essere una categoria politica. Nuovo non significa per forza di cose migliore del vecchio. Nuovo non significa nemmeno capace. Renzi e i suoi seguaci, guarda caso, hanno vacillato nei dibattiti televisivi solo quando si sono trovati sulla propria strada i vecchi. I residuati bellici della famigerata Prima Repubblica. Ciriaco De Mita ha conciato per le feste, nonostante la veneranda età, prima la deputata Pd Alessia Morani, poi lo stesso premier. Lungi dall’essere questo post un’apologia della Prima Repubblica. Se è vero però che  la prima repubblica era il male assoluto e se di quel male scontiamo ancora gli effetti, è altrettanto vero che in venti anni e passa non siamo riusciti a dare una svolta a questo paese. Anzi, abbiamo creato a ripetizione delle false illusioni. Abbiamo creduto che bastasse un colpo di spugna, nel solco della legalità, per avere una politica migliore. E invece, eccoci qui a riflettere su una disaffezione alla politica sempre più grande. Ci facevano schifo prima i maneggioni e il consociativismo. Ci fa ancora più schifo ora il solo pensiero di entrare in una cabina elettorale e non sapere chi scegliere. Oppure l’essere costretti a optare per il meno peggio. Che attenzione non è il turarsi il naso di quarant’anni e oltre fa, votando Dc. E’ davvero molto peggio. Perché il concetto di rappresentanza si è ormai definitivamente deteriorato. Chi ci rappresenta? A questa domanda abbiamo provato a dare negli anni risposte che si sono rivelate assolutamente sbagliate. Ci ha rappresentato forse chi da magistrato ha combattuto il malaffare e poi si è dato alla politica? Assolutamente no, perché, restando solo sull’aspetto comunicativo, i discorsi si sono rivelati monotoni. Perché non si può ripetere come un mantra legalità e onestà. E sull’onestà, a esempio, stiamo vedendo come l’abuso di questa parola che diventa programma politico (ma solo quella parola senza altri contenuti) finisca, proprio in questi giorni, col ritorcersi contro ai dilettanti della politica. Che siano i Cinque Stelle a Roma o il Sala di turno a Milano, poco importa. La realtà è che nell’ultimo ventennio – e non certo solo per colpa di Berlusconi – abbiamo assistito a una dialettica politica di basso, bassissimo livello. A un confronto politico da sprofondarsi. Idee pochine, personalizzazioni e scontri tanti, tantissimi. A volte anche senza senso. E tornando a Renzi: la strategia suicida di chi aveva dimostrato un machiavellico uso dell’arte politica (mancata elezione di Prodi al Quirinale e presa dell’intero potere: segreteria Pd e governo) messa in piedi per il referendum ne è una dimostrazione. O con me o contro di me. Ecco, di fronte allo scenario di bassa lega cui siamo costretti ad assistere quotidianamente, ci dobbiamo forse chiedere in che cosa abbiamo sbagliato. Perché in qualcosa abbiamo sbagliato. Perché mandare al macero un’intera classe politica – poiché buona parte era finita nelle inchieste giudiziarie – è stato forse un azzardo troppo grande. Anche perché quelli lì – che dopo averli osannati o dopo aver loro chiesto un favore – erano diventati degli innominabili, abbiamo preferito sostituirli nemmeno con le riserve ma con chi stava addirittura in tribuna (d’altronde il ventennio berlusconiano, non solo per Forza Italia che ha raccattato elementi di quarta e quinta fila dal vecchio pentapartito ma anche dall’altra parte, ne è un esempio plastico di tutto questo). E nel frattempo abbiamo perso anche le buone e vecchie abitudini: scuole politiche. Non ci si improvvisa. I parvenu, purtroppo, sono assolutamente deleteri quando devono ricoprire incarichi importanti. Proprio perché sono dei parvenu e non dei fenomeni. E di fenomeni in giro non ce ne sono. Un tempo per arrivare in Parlamento si faceva un percorso, si conquistava il seggio sul campo, si costruiva quel vincolo di fiducia con l’elettore che poi magari veniva comunque disatteso, ma almeno un po’ di fiducia (seppure solo iniziale) c’era. Non si facevano le liste inserendo, appunto, un po’ di civismo, un po’ di nuovismo, un po’ di tecnici e via andare. Per quanto possa sembrare paradossale – e allo stesso tempo contestabile – l’era cui rinfacciamo con più forza l’assenza totale di meritocrazia, aveva la meritocrazia proprio in chi veniva chiamato, col voto, a fare politica. Ora, lauree presunte tali o contestate a parte, anche il lessico dei politici è più povero. E non è certamente familiare. Nel senso che non scalda più. Non abbraccia più. E’ una performance comunicativa che non ha nulla a che vedere con l’oratoria e che non tocca il senso d’appartenenza. Proprio perché non c’è più un senso d’appartenenza. E tutto questo che stiamo vedendo però, ce lo meritiamo. Questo clima infame 2.0 – e non per le inchieste giudiziarie, quelle dopo Mani Pulite, sembrano quasi routine – abbiamo contribuito anche a noi a crearlo.

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Un viaggio e la storia di un no

Scrivo ora, mentre preparo le ultime cose. Tra poco salirò in auto e da Bologna tornerò a casa, nella mia città. Centottanta chilometri in un paio d’ore e poi il ritorno di nuovo a Bologna nel pomeriggio. Una sfacchinata. Una sfacchinata necessaria. Ognuno ha la propria storia. E anch’io ho la mia. L’ammetto e credo che nessuno si scandalizzerà, l’ultima volta, un anno e mezzo fa, c’erano le Comunali a Senigallia e non scesi per votare. Ma stavolta è diverso e riguarda la mia storia. Ho cominciato a fare il giornalista, anche se ero ancora minorenne (allora), in un radio comunitaria di Senigallia (Radio Duomo). E ricordo ancora “Sentinella, quanto resta della notte?”. Lo scrisse Giuseppe Dossetti, il “monaco obbediente” della Linea Gotica dei Csi, nostro padre costituente, dopo che aveva scritto una accorata lettera all’allora sindaco di Bologna, Walter Vitali, sulla necessità di difendere la Costituzione. Era il 1994 e la notte, quella notte era quella della democrazia, ove lui (Dossetti) prima degli altri aveva capito come si fosse trasformata irrimediabilmente la nostra politica in un’improvvisa quanto mai (leggendola ora) definitiva accelerazione verso la personalizzazione. E d’altronde questo referendum che andremo votare oggi ne è solo una macroscopica dimostrazione. Non è un referendum su Renzi. Non mi interessa dare spallate al governo Renzi attraverso il voto referendario. Non faccio il politico. Faccio – diciamo (e non mi si taccia, ora per l’intercalare, di essere un dalemiano: mai stato) – l’osservatore magari un po’ più privilegiato di altri. E di fronte alla guerra tra bande di queste ultime settimane lo sconforto sale sempre di più, perché fondamentalmente sono state raccontate tante baggianate. Dovrei essere un vecchio io che ho 37 anni (e vabbè non sarò più un giovanotto) e che esercito un mio diritto ed è quello di dire no a questa riforma costituzionale. Questa è una riforma che è stata scritta con i piedi (come direbbe qualsiasi prof di italiano), confusa nei contenuti, ove i conflitti d’attribuzione tra Regioni e Senato, sono destinati ad aumentare. E che non sembra avere nemmeno un filo logico: perché se da una parte si sostiene che il Senato debba essere una Camera che in qualche maniera rappresenti gli enti locali, dall’altra dà vita a una centralizzazione del potere che sconfessa, in alcuni casi, lo stesso potere degli enti sul territorio, mantenendoli comunque in vita. Dov’è la logica? Ecco, tornando alla propria storia personale e a quella radio comunitaria. Dopo l’appello di Dossetti, ebbi la fortuna d’incrociare un professore, scomparso da poco, di Filosofia del Diritto, si chiama(va) Enrico Moroni. E con lui facemmo una serie di trasmissioni alla radio sulla Costituzione e sulla sua necessaria difesa. Sono trascorsi più di vent’anni ci sono stati altri tentativi sghembi di modificarla e in qualche maniera di minarne le proprie fondamenta, ma questo paradossalmente sembra il più subdolo. Perché le modifiche costituzionali nascono direttamente dal governo (il famoso decreto Boschi-Renzi) e non invece da una base più condivisa e aperta e sono passate in un Parlamento che ha perso la sua autorevolezza negli anni, in cui continuamente è stato svuotato del suo potere legislativo, e di fatto subito dopo le ultime elezioni (quelle del 2013), quando è stato eletto con una legge il Porcellum, considerata dalla Corte Costituzionale, come “anticostituzionale”, in virtù dello spropositato premio di maggioranza. Ed ecco l’altro concetto fondamentale che affonda comunque nella mia storia: si chiama rappresentanza. Via via, un po’ per l’evidente sfiducia nei confronti dei partiti, tutti noi abbiamo perso quel vincolo di fiducia nei confronti di chi avrebbe dovuto rappresentarci e invece molto spesso non lo fa. Quest’oggi, con il referendum (strumento tutt’altro che antiquato), abbiamo la possibilità di autorappresentarci. E in questa autorappresentazione uno non può tenere conto della propria storia personale, diciamo anche del proprio pantheon (visto che va ancora di moda usare questo termine) e allora se riguardo indietro e vedo tutto quello che ho fatto in questi ventidue anni, ecco che convintamente mi farò questa sfacchinata di 180 chilometri in autostrada per andare e scrivere no.

Contrassegnato da tag , , , , ,

Balcani, l’autoritratto con guerra: quell’umorismo nero tra libri e cinema

 

balcanibalcani1

 

 

Il mio articolo sulle guerre balcaniche tra film e libri uscito il 19 novembre su “Il piacere della Lettura”, il settimanale culturale di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno). 

ALL’EPOCA le ferite erano ancora fresche e l’orrore ancora vivo negli occhi. Non era passato nemmeno un decennio dalla fine dell’ultima guerra dei Balcani e Danis Tanovic, regista bosniaco (ma con doppia cittadinanza, ha anche quella serba), disse: «La lingua parlata dai Serbi, dai Croati e dai Bosniaci è di fatto la stessa. Oggi i Serbi la chiamano serbo, i Bosniaci bosniaco e i Croati croato. Ma quando parlano si capiscono perfettamente tra loro». Il suo film “No man’s land”, la terra di nessuno, nella primavera del 2002 aveva appena vinto il premio Oscar come miglior opera straniera, ed era la rappresentazione plastica dell’incomunicabilità.

UN BOSNIACO e un serbo si ritrovano a condividere gli stessi metri quadri col serio rischio che una mina, su cui è adagiato il corpo di un soldato ferito, possa esplodere. «Chi ha iniziato la guerra?». Voi, esplode il bosniaco Ciki e il serbo Nino replica: «Voi». Che si possa raccontare la più grande tragedia umana in Europa e la più grande guerra dopo la Seconda guerra mondiale, con una commedia amara, in cui il grottesco prende il sopravvento, in cui si gioca e si scherza sulle vite e sul loro scarso, scarsissimo valore, sembrava un’impresa impossibile allora. Eppure quelle ferite a più di vent’anni di distanza dall’assedio di Sarajevo, dal genocidio di Srebenica, rimangono ancora aperte. Pochi mesi fa i serbo-bosniaci sono andati a votare per un referendum che chiedeva il riconoscimento del 9 gennaio come festa nazionale e quel 9 gennaio è una data che ancora fa tremare le vene: ventiquattro anni fa ci fu la dichiarazione unilaterale dell’indipendenza della repubblica serbo-bosniaca dalla Bosnia. Quella repubblica che qualche mese dopo sarebbe stata presieduta da Radovan Karadzic, condannato all’inizio dell’anno dal tribunale dell’Aja per genocidio. Sono passati più di vent’anni dalle guerre balcaniche, eppure la narrazione, che non passa necessariamente solo per i libri di storia, non si è mai interrotta. Una narrazione coi toni spesso del tragicomico come i registri di un’opera letteraria o cinematografica prevedono.

DOPO Tanovic, qualche anno più tardi Emir Kusturica nel presentare il suo “La vita è un miracolo”, disse «non cominciamo a parlare di dimensione politica del film (lì c’era una storia di amore molto shakesperiana, come lo stesso Kusturica osò definirla, tra un serbo e una bosniaca prigioniera). Ho realizzato questo film dodici anni dopo la fine di tutto perché era necessaria una certa distanza estetica». Ma perché quelle guerre suscitano ancora così tanto interesse? Non è solo una questione di vicinanza chilometrica su quello che accadde dall’altra parte dell’Adriatico. Più probabile invece che sia un fatto generazionale per i trentenni e quarantenni di adesso. Tanto che lo stesso premier italiano, Matteo Renzi, ogni volta che vuole criticare l’Unione Europea, ricorda l’immobilismo dell’Europa di fronte a Srebenica. Allora la percezione della guerra fu reale – non plastificata e cotonata come la prima guerra del Golfo – perché vedere aerei che da Aviano passavano sopra le teste, da adolescenti, fa il suo bell’effetto.

COSÌ a vent’anni di distanza si prova ancora a raccontare da una parte l’immane tragedia umana, quel tanto sangue versato, una folle carneficina e dall’altra si mette in evidenza anche l’immobilismo di chi poteva provare a fermare quelle guerra ma non ci riuscì. In molti casi facendo la figura dei convitati di pietra. E due film, il già citato “No man’s land” e il più recente “A perfect day” (uscito lo scorso anno con un cast stellare da Benicio Del Toro a Tim Robbins), hanno messo in evidenza con un tono grottesco, ma necessario, proprio l’imbarazzo dell’Onu (il bosniaco di Tanovic chiama i caschi blu “puffi”) di fronte a quelle guerre. In particolare nel film con Del Toro, a guerra praticamente finita, gli operatori umanitari devono rimuovere un cadavere che rischia di contaminare le falde acquifere e trovare una corda nei paesaggi martoriati è un’impresa più difficile del previsto e viene fuori tutto l’impaccio dell’Onu, la sua difficoltà nell’agire e dare risposte. Come i lunghi negoziati post bellici avrebbero poi ampiamente dimostrato. Lo stesso impaccio che si registra a ogni checkpoint anche in “Amore, sesso e altre questioni di politica estera”, libro da poco uscito dell’inglese Jesse Armstrong (Fazi editore, 430 pagine). Qui un gruppo di giovani su un pulmino da hippy, si mette in viaggio per Sarajevo, dove vuole rappresentare uno spettacolo per la pace.

IL VIAGGIO dall’Inghilterra alla Bosnia sarà ricco di situazioni strampalate, comiche, mentre intorno i colpi di mortaio non si arrestano e i buchi nelle pareti delle case sono diventati crateri. Ma perché la commedia nera per raccontare quelle guerre balcaniche? Se sul genere – e in maniera più specifica sull’umorismo nero – si sono concentrate le riflessioni di intellettuali come André Breton e di scrittori come Thomas Pynchon, forse significa che il reale è così folle da spiegare e totalmente irrazionale (anche se ormai sono passati dei lustri) che solo con una dose massiccia di follia (necessariamente irriverente) nei personaggi di un romanzo, di un film o di una piece teatrale, si può raccontarlo.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Libri/69 Il Paese dimenticato

unknown

“Italian game”. Non mi ricordo come mi sono imbattuto per la prima volta nel blog di Ivan Carozzi, ma ricordo che nel giro di qualche giorno è diventata una droga. In “Italian game” Carozzi ha raccolto con certosina pazienza ritagli di giornale degli anni settanta e ottanta, pieni di vicende di cronaca nera. Dalle più grandi ed eclatanti, il caso Moro o il delitto Pasolini, a quelle più ordinarie, ma non meno significative (purtroppo), le innumerevoli morti di eroina. Raccontarle su qualsiasi dispositivo digitale provoca un certo effetto, tutt’altro effetto si prova quando si vede la materialità di quelle storie che, in quel periodo, poteva essere rappresentata solo dalla carta di giornale. Così quando è uscito per Einaudi “Teneri violenti”, il romanzo di Carozzi, l’ho comprato a scatola chiusa. Ho letto le note di copertina per capire immediatamente che quel lavoro fatto negli ultimi anni da Carozzi diventava ora un romanzo. E che quella distanza, siderale e di conseguenza significativa, tra materialità e immaterialità del Paese reale, il nostro, sarebbe stata ulteriormente amplificata. Il protagonista del romanzo – anche se il nome viene citato solo in un’occasione e neanche a farlo apposta, si chiama Ivan – è un precario che si ritrova a lavorare come redattore per un quiz televisivo. Redattore costretto a immergersi in un sconfinato archivio per cercare notizie uscite tra il 1970 e il 1985, da utilizzare per il quiz.

Per il protagonista quell’immergersi nell’archivio diventa un’ossessione, magnifica nella sua azione. Ma non c’è un’alienazione e nemmeno una risposta alla Bianciardi. Perché quando si parla di Milano, d’industria culturale, d’immersione lavorativa da sprofondare quasi nell’alienazione, il rischio è perdersi nei paragoni con Bianciardi (sia detto per inciso Carozzi ha fatto l’identico viaggio: dalla Toscana a Milano). Ma il protagonista non cerca di fuggire dal presente, cercando di scappare nel passato. Però descrive in maniera quasi perfetta l’immaterialità della Milano in cui vive e lavora, dove WhatsApp sembra l’unica via alla socializzazione e, anche, al sesso. Non c’è nessun effetto nostalgia. Perché non è vero che l’Italia di allora fosse migliore e meno violenta. Forse, vista l’età precoce (se si prende per buono il Dopoguerra come nuovo inizio), sicuramente era più innocente. Quanto meno compromessa. Però è altrettanto vero che i rapporti personali, senza nessun fine giustificatorio, erano diversi: costruiti su un’intimità cercata e difficile da conquistare, ma una volta conquistata, sacra. E l’ora senza pari, per dirla col celebre slogan del Campari, per capire quanto rimangono distanti (e perfino inconciliabili) le due Italie, rimane sempre la stessa: le 19. L’ora dell’aperitivo.

Ivan Carozzi

Teneri violenti

Einaudi editore, 160 pagine, 17 euro

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Perché il meno peggio non è (più) la soluzione

Ha vinto Trump. Game over. L’Europa si risveglia pensando che sia un incubo e invece è la realtà: lo spettro demonizzato per mesi è il nuovo presidente degli Stati Uniti. E gli Stati Uniti si ritrovano il presidente che non avrebbero mai voluto. Più rassicurante di certo la Clinton. Ma la candidatura dell’ex first lady non ha sfondato e non è bastato nemmeno Obama a nobilitarla, anzi probabilmente Barack nella chiusura dei suoi otto anni ha commesso il più grave errore: pensare o solamente autoconvincersi che Hillary avrebbe potuto diventare presidente e raccogliere l’eredità. La realtà, purtroppo, è stringente nella sua evidenza: l’elettorato, sfiancato dalla crisi e da una lontananza sempre più siderale dalla politica (quella che quanto meno dovrebbe prendere le decisioni che cambiano la vita di milioni di persone), o non va alle urne o non si accontenta di scegliere il meno peggio. Perché scegliere il meno peggio significa autocondannarsi, quando va bene, a ulteriori sacrifici per garantirsi sopravvivenza e, quando va male, significa vedere in frantumi tutte le proprie aspettative. Che Trump fosse il peggio(re) e Hillary la meno peggio, su questo non sembrano esserci dubbi di sorta. E’ pacifico, evidente. Ma Hillary paradossalmente, pur presentandosi sotto le insegne del partito democratico per chiamarlo con un termine ormai vetusto, sul fronte progressista; rappresentava già in partenza la conservazione. Una conservazione, tra l’altro, fine a se stessa: la signora Clinton è stata prima (non vuole essere una colpa) first lady per otto anni, poi segretario di Stato (con politiche sui paesi arabi e Medio Oriente per le quali paghiamo ancora le conseguenze) e infine candidata forte o presunta tale sul fronte democratico, perché dall’altra parte si ritrovava come avversario il semisconosciuto (ma in grado comunque nonostante l’età di infiammare la platea dei millennials) senatore del Vermont, Bernie Sanders. E’ andata a finire come nel peggiore degli incubi: con Trump che andrà alla Casa Bianca e almeno per quattro anni sarà il presidente degli Stati Uniti. E proprio sulle candidature, allora, che la sinistra (o presunta tale) deve interrogarsi. E’ evidente che la Clinton fosse meno peggio di Trump, ma è altrettanto evidente che fosse la candidata meno adatta per contrastare le disuguaglianze di un Paese, in cui il ceto medio risulta sempre di più schiacciato dagli effetti a lungo termine della crisi. Disuguaglianze resta la parola chiave, non solo negli Stati Uniti, ma nel dizionario di una politica che dovrebbe essere in grado di incidere in quel rapporto di rappresentanza con l’elettorato (così come si auspicherebbe) e che invece si deteriora elezioni dopo elezioni, da qualsiasi latitudine lo si guardi e in qualsiasi parte del mondo si vada al voto. Ovviamente, la sfida è anche italiana. Ove si continua, soprattutto a sinistra, a spaccare il capello in quattro. E ove non è pensabile che l’ormai ex macropartito di centrosinistra, il Pd diventato ormai altro, possa dare qualche tipo di risposta sul tema delle disuguaglianze.

Contrassegnato da tag , , ,

Libri/68 Marcobi, un poliziotto a Napoli

La recensione sul libro di Massimo Galluppi “Occhio per occhio” (Marsilio editore), il secondo caso del vicequestore Marcobi, uscita sul settimanale di Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) “Il piacere della lettura” lo scorso 30 ottobre.

 

galluppi1

Dove eravamo rimasti? Raul Marcobi, commissario di stanza a Napoli con le passioni del sax e del cibo a farlo sopravvivere al mutare della città, aveva risolto il caso di omicidio di un sinologo di fama mondiale ne “Il cerchio dell’odio”, il debutto noir di Massimo Galluppi. Marcobi torna in strada e anche stavolta la scena del crimine è Napoli. E anche la vittima di “Occhio per occhio” (il titolo della seconda prova letteraria di Galluppi) è eccellente: si tratta di Giorgio Cobau, giornalista triestino, che ha appena presentato il suo ultimo libro. Cobau è un esperto di Balcani, ha raccontato la guerra, ma chi l’ha ucciso? Le strade che portano alla soluzione del delitto sono molteplici: dalla mafia slava fino a rivalità tra serbi e croati. Come ne “Il cerchio dell’odio” è il passato che si ripresenta, consegnando il suo conto. Non senza conseguenze.

 

 

Massimo Galluppi

Occhio per occhio

Marsilio editore, 414 pagine, 18,50 euro

 

 

galluppi2

 

 

Contrassegnato da tag , , , , ,

Libri/67 Cento giorni (da sindaco) a Palermo

1456467883-0-bianca-stancanelli-la-citta-marcia-racconto-siciliano-di-potere-e-di-mafia

Cento giorni a Palermo. Sono quelli di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Un cadavere eccellente. Lo uccise la mafia in quel settembre del 1982 in via Carini, cinque mesi dopo l’omicidio di Pio La Torre che era appena tornato in Sicilia per fare il segretario del Pci. Il 1982 è anno fatidico: stanno cambiando gli equilibri di potere all’interno di Cosa Nostra. I Corleonesi, spargendo sangue su sangue, si avviano a sbaragliare il campo dagli avversari, la cosiddetta vecchia mafia. Due anni dopo però, 1984, ci sono altri cento giorni che quanto meno fanno discutere. Sono quelli di Giuseppe Insalaco da sindaco. Le date sono importanti e Bianca Stancanelli nel suo libro “La città marcia” (Marsilio editore) le mette in fila, perché potranno sembrare solo coincidenze, però sono coincidenze che non vanno sottovalutate. Insalaco, uomo di fiducia dell’ex ministro dell’Interno Franco Restivo, è chiacchierato. Democristiano, è considerato vicino al boss Stefano Bontate, il principe di Villagrazia, icona della vecchia mafia e principale delegato a gestire i rapporti con la politica, che verrà spazzato via dalla furia sanguinaria dei corleonesi. Ma chi è questo Insalaco che riesce a diventare sindaco per un partito ultrachiacchierato, il partito di Salvo Lima e Vito Ciancimino, il partito dove i ras sguazzano e mettono il becco su ogni singola virgola? Insalaco si fa notare per la discontinuità che imprime immediatamente in quello che sarà il suo brevissimo mandato. Cominciando dagli appalti e arrivando, in occasioni pubbliche, a pronunciare la parola mafia fino ad allora termine pressoché impronunciabile. Finirà travolto da un’inchiesta giudiziaria (per cui andrà anche in carcere per qualche mese) ed estromesso dalla politica, maldigerito dal partito, tanto da ritrovarsi a fare il rigattiere. Ma nel 1984 c’è anche il pentimento di Tommaso Buscetta (pochi mesi dopo la fine del mandato di Insalaco) – attenzione alle date appunto – e ci si avvia a istruire il maxiprocesso che inizierà nel 1986 ma si fonderà proprio sulle dichiarazioni del pentito. Quando Insalaco ormai è solo un rigattiere, nel gennaio del 1988, a una manciata di giorni dalla conclusione del maxiprocesso, viene ucciso in un agguato a colpi di pistola, mentre sta per salire nella sua auto. All’inizio l’omicidio viene considerato come un’opera di balordi, solo anni dopo si scoprirà che a ordinare la morte di Insalaco è stato Totò Riina. La Stancanelli nel suo libro, da vera cronista (è stata inviata de L’Ora di Palermo, prima di fare altrettanto a Panorama), ricostruisce tassello dopo tassello, tutte le anomalie, i misteri e la storia di un delitto che, a tutti gli effetti, nonostante Insalaco fosse ormai da quattro anni un ex politico, va annoverato tra i delitti politici. E riesce a restituire al lettore il clima mefitico e di sangue dell’epoca. D’altronde il titolo del libro è di per sé eloquente e alquanto azzeccato “La città marcia”. Di quanto sia marcia quella Palermo lì, Insalaco ne ha maggiore contezza nel momento in cui diventa sindaco e prova a inaugurare una stagione nuova – prima ancora della primavera palermitana di Orlando – che provi a rompere col passato e soprattutto coi legami finora in essere per lucrare sugli affari e perseverare nel potere. Finirà male per lui l’esperienza amministrativa e finirà ancora peggio quattro anni dopo, quando ci rimetterà la vita. Di fronte alla ricostruzione della Stancanelli e a questo libro, utilissimo per provare a far luce su un delitto fin troppo dimenticato e tutt’altro che secondario, però resta la domanda di come si sia fatto molto poco, se non nulla, per decifrare immediatamente i contorni di quel fatto di sangue. Che si portava dietro alcuni aspetti inquietanti e che non sarebbero dovuti passare così inosservati o addirittura sottovalutati, come il cosiddetto memoriale di Insalaco, su cui all’epoca si fece molta letteratura, ma senza rendersi conto che se non era la chiave di volta del delitto, quanto meno era un buon indizio per capire che l’ex sindaco di Palermo non poteva essere stato ucciso in un regolamento di conti tra rigattieri. Perché, con gli elementi in possesso ora e andando in qualche maniera a ritroso, in quegli anni lì una parte di Palermo iniziava seriamente a ribellarsi alle cosche. Una parte significativa, magari non maggioritaria, ma rappresentata da società civile e da politici, come Insalaco, che avevano visto in faccia il potere del male. Segnali eloquenti dell’intenzione di scoperchiare il sistema della città marcia ma che dovranno attendere altri lutti, altro sangue e altri cadaveri eccellenti, prima che si concretizzino in quella che sarebbe stata definita la “nuova resistenza”.

 

Bianca Stancanelli

La città marcia

Marsilio editore, 270 pagine, 16 euro

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Noir, dalla Cina con furore

Il mio pezzo sul noir cinese uscito sabato 17 settembre sul settimanale “Il piacere della lettura” di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

 

noircina

noircina2

 

FORSE Baidu esagera. Il Google cinese – è il secondo motore di ricerca al mondo dietro il colosso di Mountain View – sostiene che la crime story, per dirla all’italiana il romanzo poliziesco, sia un prodotto originale made in China. Databile durante la dinastia dei Ming. Un primato che i cinesi rivendicano con orgoglio. Anche se il genere definito poliziesco, in cinese, significa più o meno romanzo investigativo con un’apertura alare assai ampia, in grado di raccogliere molteplici generi. Compreso quello che viene considerato tout court noir. Certo è che, almeno negli ultimi anni, la produzione di noir in Cina non accenna a diminuire. Con le più diverse sfaccettature e i più diversi personaggi, molti – per i vezzi, le abitudini e le ossessioni – ricordano diverse protagonisti di crime story occidentali. Ma non sono copie. Sono originali avvincente. Anche perché, come vuole la tradizione del genere, la crime story serve per indagare la società e la Cina sospesa tra il Politburo con i vecchi riti della prassi comunista e un’economia di mercato in espansione da far diventare il Paese potenza globale, offre molteplici occasioni per raccontare contraddizioni e tensioni sociali. E il recente rallentamento di un Paese che negli ultimi anni correva, con tempi da centometrista, anche sulle lunghe distanze, è un altro tema che è più di un contesto per gli autori noir.

IL PADRE nobile del genere può considerarsi senz’altro Qiu Xiaolong, 63 anni. Nato a Shanghai – che nei suoi libri è la città H – ha venduto con i suoi libri qualcosa come milioni di copie. In Italia l’ha portato Marsilio e la scorsa primavera è passato a presentare il suo ultimo libro “Il principe rosso”. Da metà degli anni novanta ha ricominciato a tornare, saltuariamente, anche in Cina. Vive a Saint Louis – particolare da non sottovalutare – la città di T. S. Eliot. E infatti l’amore per la poesia – e soprattutto per Eliot – è forte. Tanto da aver tradotto in cinese anche il “nostro” Montale che fu il traduttore italiano di Eliot. E tanto da trasmetterla al suo personaggio di finzione, il protagonista dei suoi libri. Che fin troppo spesso – e forse anche fin troppo facilmente – è stato considerato un Nero Wolfe orientale.

IL SUO Chen Cao è un “poeta” che fa il poliziotto. Chen oltre alla poesia, ama molto anche la cucina. Un’affinità con molti investigatori occidentali dal Pepe Carvalho di Vasquez Montalban al nostrano Montalbano di Camilleri. Chen Cao si ritrova a dover fare i conti nelle sue indagini con una società, ove il livello di corruzione è piuttosto elevato e dove i rapporti tra politica e polizia non sono così limpidi. Argomento quest’ultimo che si ritrova nell’opera anche di altri autori. Le indagini di Chen Cao si svolgono nella città H, che è come ha deciso di chiamare Shanghai (ha cambiato i nomi anche i ristoranti), Qiu Xialong nei suoi libri. Ha conosciuto la censura solo per “La ragazza che danzava per Mao”, dove veniva messa in discussione la reputazione del padre della rivoluzione culturale cinese. In altre occasioni si è visto tagliare qualche parte di libro, ma ha deciso sempre di pubblicare in Cina ed è un po’ quello che vive ogni giorno il suo Chen Cao che è consapevole della corruzione che alberga nella società, ma ha deciso di rimanere nel sistema per provare a cambiarlo dall’interno. Anche se spesso si rende conto che è pura utopia.

SEMPRE Marsilio ha da poco pubblicato “Il fatale talento del signor Rong” di Mai Jia, per cui il Financial Times si è adoperato in lodi sperticate “la risposta cinese a John le Carrè”. E in effetti la spy story che vede al centro Jinzhen Rong non ha nulla da invidiare al genere occidentale. Jinzhen è “il bambino dalla testa enorme” che avrebbe sognato un futuro accademico e invece, da vero e proprio genio della crittografia e principalmente della matematica, si ritrova assoldato nella misteriosa “Unità 701”. Il suo lavoro è decifrare codici e si imbatte in vecchie conoscenze. Anche qui il libro è pura finzione ma Mai Jia pesca, inevitabilmente, dalla sua vita reale. Ha lavorato per diciotto anni nell’esercito popolare di liberazione, anche se come ha ammesso più volte “ha sparato solo sei pallottole”. Perché si occupava di numeri e lettere. I diritti del libro sono già stati acquistati negli Stati Uniti per farci un film. Ma a investigare non ci sono solo i commissari alla Chen Cao. Ecco Hong Jun, avvocato penalista che ha studiato negli Stati Uniti ed è tornato a lavorare in Cina. E nella Cina in piena espansione economica, la sua assistente non manca mai di ricordargli: «i tuoi colleghi fanno soldi a palate come avvocati d’ affari delle multinazionali, che razza di clienti vuoi avere facendo il penalista?». Hong Jun è il protagonista dei libri di He Jagong (in Italia edito da Mursia) che racconta la trasformazione del Paese: Jagong durante la rivoluzione culturale fu deportato per alcuni anni in Manciuria.

DAL PRESENTE al passato perché il noir cinese si è occupato anche del post colonialismo: ancora Shanghai, anni ‘30, la città degli avventurieri che Xiao Bai (nome d’arte dietro cui si cela un quarantenne che ha scritto per riviste e blog in patria) racconta un po’ come ha fatto James Ellroy con la sua Los Angeles. Il libro “Intrigo a Shanghai”, in Italia è uscito per Sellerio. Commissari, avvocati, giornalisti pronti a investigare su intrighi, segreti e delitti. La Cina noir è tanto vicina. Più di quello che si possa pensare.

Libri/66 La sostanza del male è ad alta quota

lasostanzadelmale

La buona stampa di cui ha goduto prima ancora della pubblicazione rischiava di essere uno specchietto per allodole: troppo bello per essere (davvero) troppo bello.  Così non è “La sostanza del male” di Luca D’Andrea, autore esordiente almeno nel campo noir. Bello dunque, ma non bellissimo. I diritti del libro, per la cronaca ordinaria, sono stati venduti in venti paesi.  Il protagonista ha un nome, anzi un cognome letterario: Salinger. E’ un autore televisivo americano che ha sposato un’altoatesina e ha deciso di trasferirsi con lei, per un periodo, in Alto Adige. Ecco, uno dei meriti di D’Andrea: lavorare una terra, l’Alto Adige appunto, contestualizzandoci una crime story che è poi un cold case, riuscendo quindi a raccontare la parte oscura di una regione da cartolina. Tra l’altro, a livello molto incidentale, riesce, visto che il triplice delitto risale a trent’anni prima (metà Ottanta del vecchio secolo, per capirsi), anche a  raccontare il clima politico-sociale di quell’epoca, in cui le distanze tra quella terra e l’Italia erano molto più lontane delle centinaia e centinaia di chilometri da stradario, viste le mire separatiste di alcuni gruppi (anche terroristici) locali. Detto ciò, sarebbe stato fin troppo facile, anche narrativamente parlando, per D’Andrea puntare deciso su una crime story che attingesse proprio alle bombe sui tralicci dell’epoca.

Invece, sceglie di raccontare un fatto di sangue che ha sconvolto la piccola comunità tanto che nessuno da anni ne parla più. L’ha completamente rimossa. O almeno così crede. Perché tra gli occhi che videro trent’anni prima tutto quel sangue, ci sono anche quelli del suocero di Salinger. E così Salinger si imbatte per caso, origliando, su questa storia. E in maniera ossessiva non riesce più a staccarsene. Tra l’altro prende, anzi dovrebbe prendere, antidepressivi per curare i postumi di un incidente in montagna di cui era rimasto vittima, mentre cercava di lanciare un nuovo programma per la tv americana dedicato ai soccorsi in Alto Adige (una sorta di real time). La scrittura di D’Andrea è molto nervosa e ricca di riferimenti musicali (basti pensare ai Kiss che ritornano spesso) e crea quindi la giusta dose di suspence nel lettore. E quando tutti i pezzi del puzzle sembrano essersi rimessi a posto per far luce sul fatto di sangue di trent’anni prima, il lettore ha l’impressione che le oltre cento pagine che mancano alla fine del libro siano del tutto inutili. Invece, senza fare del bieco spoileraggio, non sarà così. Anche se la parte migliore del libro rimane sicuramente quella centrale, soprattutto per il ritmo narrativo, piuttosto serrato. L’unica ammenda: troppo fortunato il Salinger nel vedersi dischiudersi davanti a sé, con così tanta facilità, tutti i vari incastri di una storia vecchia di trent’anni di cui nessuno parlava più. Insomma, il bandolo della matassa si dipana fin troppo semplicemente. E poi spesso risultano fin troppo manieristiche delle soluzioni alla Stephen King (si vede che l’ha letto parecchio e l’apprezza, ma d’altronde sarebbe difficile sostenere il contrario). Complessivamente il contesto geografico (l’Alto Adige) e il cold case sono due ottimi inviti alla lettura – non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di tutta quella pubblicità di cui (legittimamente) ha goduto – ma manca qualcosa dal punto di vista letterario (una complessità maggiore) e anche una cura dei dettagli più puntigliosa nella costruzione dei personaggi e delle vicende che loro hanno vissuto o si (ri)trovano a vivere.

 

Luca D’Andrea

La sostanza del male

Einaudi, 464 pagine, 18,50 euro   

Contrassegnato da tag , , ,

Libri/65 Tondelli e la provincia che cambiò la letteratura

La mia intervista a Mario Fortunato, autore di “Noi tre”, libro uscito per Bompiani, che parla della sua amicizia con Pier Vittorio Tondelli e Filippo Betto, uscita su Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) sabato 10 settembre.

tondelli

noitre

 

PIER, Mario e Filippo. Tre provinciali che abbandonarono la provincia per essere liberi di odiarla. Tre provinciali che incrociano le loro vite e i destini. Giovani e scrittori nei famigerati anni Ottanta. Ne sopravvive uno solo: Mario. E Mario Fortunato ha raccontato in “Noi tre”, libro edito da Bompiani che sarà presentato domani al Festivaletteratura di Mantova, il rapporto con gli altri due: Pier Vittorio Tondelli e Filippo Betto. Il libro si concentra soprattutto su Pier. Il più precoce, letterariamente parlando, dei tre: debutta nel 1980 con “Altri libertini”, quando ha appena 25 anni. Un libro considerato di culto anche dalle generazioni successive.

Fortunato, è vero che Tondelli fosse così riservato e permaloso? Lei racconta gli scherzi di Daniele Del Giudice.

«Daniele amava fare scherzi e Pier era la vittima sacrificale. Quella volta parlò, come racconto nel libro, delle lettere d’encomio che disse gli avevano inviato dagli Stati Uniti Saul Bellow e Philip Roth per il suo “Atlante occidentale”. E Pier ascoltava in silenzio. Era timido e sì anche un po’ permaloso».

Ci rimase male quando “Camere separate” fu accolto tiepidamente?

«Pier era uno scrittore bravo, amato da pubblico e critica. Ma non ha mai vinto un premio letterario e quello rimase sempre il cruccio. E in quei momenti la sua fragilità veniva fuori. Io gli dicevo che nemmeno Virginia Woolf aveva mai vinto il Nobel. Ma era fatto così. Però era un generoso, come avrebbe dimostrato poi coi giovani scrittori nell’antologia Under 25. Ad esempio mi preparò una cena a tema per l’uscita del mio primo libro di racconti, “Luoghi naturali”. Mi disse: nessuno l’ha fatto per me quando è uscito “Altri libertini”, almeno tu l’hai avuta».

Per quanto tempo ha tenuto la Saab lotus verde che Pier le lasciò in eredità dopo la morte nel ’91?

«Per parecchio, era la macchina che utilizzavamo per girare quando lo andavo a trovare a Milano. Poi è rimasta in Emilia, perché l’ho venduta a un amico di Modena. Negli ultimi mesi però quando Pier era malato, io non c’ero. Quello che mi dispiace è che in quel momento non sono stato in grado di capire che malattia avesse».

Nel libro lei scrive una sola volta la parola Aids. Altrimenti parla di malattia a forma di acronimo.

«Per dirla alla Ginsberg ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte da questa malattia. E un articolo di Time, tempo fa, mi colpì perché metteva in luce che tra i tanti dolori che l’Aids ha provocato c’è anche quello di aver creato una frattura intergenerazionale di saperi e di cultura: sono morti per il morbo coreografi, ballerini. Sono stati anni dolorosi. Ho fatto questa scelta narrativa, perché se avessi scritto Aids sarebbe stato come darsi alla cronaca di quell’epoca. Questo libro è qualcosa di diverso».

Quanto è stato difficile scriverlo?

«Lo proposi a Bompiani anni fa, quando ero a Berlino, avevo firmato il contratto e poi l’ho rotto, perché non riuscivo a scriverlo. Poi poco tempo fa tornando dalla Sabina a Roma, viaggiando in auto, ho avuto lo scatto per farlo. Ed è stato uno choc positivo perché l’ho scritto di getto».

Come ricordare quegli anni ‘80? Forse è il decennio in cui la letteratura italiana si sprovincializza, contaminata da musica e arti visive.

«Sì. Abbiamo seguito il consiglio di Arbasino che diceva al tempo di farsi una gita a Chiasso, cioè di uscire dai confini italiani. Noi abbiamo fatto parecchie gite. L’inizio del decennio è stato sicuramente molto bello e creativo, non solo per una questione anagrafica. Il finale del decennio è stato sicuramente molto più doloroso».

 

Mario Fortunato

Noi tre

Bompiani, 182 pagine, 17 euro

Contrassegnato da tag , , ,