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Capitale malata, nazione infetta

Cinquant’anni fa il reportage di Concogni (da poco scomparso) col celebre titolo “Capitale corrotta, nazione infetta”. Sulla corruzione a Roma, purtroppo, come hanno ampiamente dimostrato le inchieste della Procura, non vi sono dubbi anche ora, cinquant’anni dopo. E non c’è bisogno che a confermarlo ci sia Raffaele Cantone, presidente dell’Authority che parla di mancanza di anticorpi e ribattezza Milano capitale morale. Mossa dialettica assai ardita – in un eterno ritorno tra mazzette, candidature old style (i sindaci di vent’anni fa, da Bianco a Orlando, e forse ora Rutelli, sono tornati al loro posto) – che cela, difficile nasconderlo, proprio in questo eterno ritorno cui si faceva cenno sopra, prevedibili intenzioni, da parte di Cantone, di giocare in un altro ruolo. Quello del politico, proprio come Di Pietro, appunto, vent’anni fa. Un altro tassello dell’eterno ritorno italico con la convinzione che i magistrati prestati alla politica, possano in qualche maniera surrogare i politici e rappresentare la speranza di cambiamento nel nome della legalità. Lo scetticismo, guardandosi alle spalle e al più recente passato, è legittimo. Perfino fisiologico. Ma il punto, paradossalmente, è proprio questo: considerare che serva un moralizzatore in politica quando la politica di per sé ormai è parola vuota. Non tanto perché o è corrotta (come la vulgata anti casta a corrente alternata sostenga) o perché ormai ha ceduto il passo e soprattutto la sua autonomia al potere economico, quanto invece perché i processi democratici che rappresentano o meglio rappresentavano nel nostro paese la sua essenza, sono stati completamente svuotati di senso. In attesa che le terribili riforme prendano definitivamente forma, mettendo definitivamente una pietra tombale sulla democrazia rappresentativa, ecco ancora Roma – purtroppo – a correre in soccorso e confermare quanto sia ormai evidente più che il disprezzo lo sprezzo nei confronti dei processi democratici. Basti pensare a come è stata gestita la crisi in Campidoglio. Un giorno qualcuno dovrà spiegare, il Pd e anche il (sub)commissario Matteo Orfini che si è affrettato ad autoassolversi su Facebook, per quale ragione si è aperta e si è chiusa una crisi politica in quel modo che ha poi portato alla fine del mandato di Ignazio Marino. Che lo stato di Roma non sia eccellente è sotto gli occhi di tutti. Marino – e non sono qui per farne un’apologia, ma la gestione del suo caso rischia però di diventare paradigmatica sul modo di gestire la crisi, la rappresentanza e di conseguenza anche la fiducia accordata dagli elettori – ha ereditato una situazione già decisamente compromessa. C’è stato o no un cambiamento o una discontinuità col passato? Nì. Perché le insidie maggiori e i nemici erano soprattutto dentro il Palazzo e il suo partito, come d’altronde è stato ampiamente dimostrato nella gestione della crisi di questi ultimi giorni. Senza farla troppo lunga, quello che fa veramente ribrezzo è come si sia deciso – dopo il ritiro delle dimissioni da parte di Marino – di ignorare l’unico luogo deputato alla discussione, ossia l’aula consiliare, per verificare se c’erano o meno le condizioni per andare avanti, e si sia scelto invece lo studio di un notaio per dichiarare finita quell’esperienza amministrativa. Su questo passaggio – di fronte alle riforme (soprattutto quella elettorale) che stanno arrivando come un treno – bisognerà soffermarsi e discuterne. E soprattutto rendersi conto che un’esperienza politica non può essere ridotta a un mero passaggio burocratico. Ecco appunto che la politica, in senso più lato, perde completamente la sua essenza. E se Roma è solo un esempio, ma assai lampante del mood ormai imperante, il rischio di un rapido contagio nel Paese è assai elevato, per non dire concreto. Che tutto questo avvenga poi all’interno del Pd che dovrebbe portare, ma ormai ha dimenticato, l’esperienza e la tradizione dell’Ulivo (meglio ricordare che Prodi, durante il suo secondo governo, quando era ormai certo di non avere più i numeri, non si sottrasse all’esame dell’aula e andò a gestire la crisi in Parlamento), oltre a essere sconcertante, non fa altro che confermare come la mutazione genetica di questo partito iniziata ormai da un po’, sia stata definitivamente portata a termine. E infine mi permetto di dissentire con chi dice che è stata un’operazione di real politik, in puro stile democristiano. No, perché nonostante tutto la vecchia Dc rispettava i processi democratici, li utilizzava certo a proprio piacimento e in un caso del genere avrebbe fatto una cosa: la pugnalata definitiva l’avrebbe data in aula. Non in uno studio di un notaio.

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L’Unità tra agnelli (sacrificali), pecore e pecoroni

È morta l’Unità, viva l’Unità. Come ogni storia italiana che si rispetti, anche in questo caso la tendenza italica a prendersi la ribalta prevale su qualsiasi considerazione più o meno ben argomentata per ragionare e riflettere su un settore in crisi. E come sempre appare l’immancabile divisione tra agnelli (non quelli con l’A maiuscola, anche se di editoria si parla e del suo salvataggio, ma gens ormai in via d’estinzione, se non totalmente estinta per come l’abbiamo conosciuta almeno fino a una paio di lustri fa), pecore e pecoroni. Non è difficile identificare chi sono gli agnelli sacrificali, quelle ottanta persone (i giornalisti) mandate al patibolo da una gestione (o management che dir si voglia) che è riuscita a bruciare soldi veri tanto da creare un rosso di 30 milioni. Il loro futuro professionale, come quello di molti altri colleghi che stanno vivendo la stessa passione in un settore in una crisi ormai conclamata da anni, è in bilico. E non sono – come vorrebbero far credere i saccenti, tuttologi del niente e nientologi del tutto, col ditino sempre alzato in servizio permanente e costante – col didietro così parato.
Ma la fauna non è finita in questa storia e, come spesso succede in questo paese, si popola di pecore e anche di pecoroni. Gente simile ai saccenti succitati che crede di aver capito tutto e si permette di pontificare. C’è sempre un capo gregge e onestamente in un mondo dove proliferano sempre di più gli hashtag e si leggono sempre di meno i giornali (perché gli articoli sono molto lunghi, ahinoi) dove si vive solo di proclami a piè sospinto e sempre meno di ragionamenti politici, non poteva mancare tenendo conto che dell’Unità si parla, il premier e segretario del Pd, Matteo Renzi. Che ha detto più o meno così: “Se fosse stata (l’Unità) nelle disponibilità del partito non sarebbe successo”. Ben ha regolato questa ennesima proclama del premier, Chiara Geloni, l’ex direttrice di YouDem, che ha scritto: “Ma se Renzi ha sempre sostenuto che il finanziamento pubblico andava abolito, come l’Unità poteva essere nelle disponibilità del Pd?”. Domanda legittima che non può essere derubricata solo a una spiacevole (perché è questa la sensazione che esce fuori ogni qualvolta qualcuno prova a dire qualcosa che è contrario alla linea) voce critica. Anzi ci aiuta a capire che anche in questo paese gli asini non volano. Anche se qualcuno vorrebbe farci credere l’inverso. Se il premier ha detto così, come da programma ormai da almeno un anno a questa parte ancor prima che diventasse premier, tutti ad andargli dietro e sostenerlo nelle sue certezze. Ok, sono opinioni, che però cozzano tremendamente con la realtà di un paese che è sempre più in evidente difficoltà e talvolta talune dichiarazioni rischiano di offendere anche la storia della sinistra o di quello che ne resta. L’Unità, come ricordava bene un suo ex direttore Peppino Caldarola, è già morta una volta a cavallo tra il 2000 e il 2001 e già allora faceva difficoltà a essere catalogata come organo di un partito, i Ds a quei tempi. Ma quel nome bello, intenso, forte e con i suoi caratteri cubitali non può essere ridotto solo ed esclusivamente a un brand da sventolare per creare un senso di appartenenza a un partito che non rappresenta più quella che un tempo veniva definita la sua base, perché o la base è cambiata e si affida all’uomo solo al comando, l’asso per vincere le elezioni (come se fossero una partita di poker), o ha sempre più forti mal di stomaco nel vedere disperdersi gli ultimi valori di sinistra. Anche perché quel nome nasce nel solco della storia della sinistra italiana e di Gramsci appunto che quel giornale, non quello di ora, ha fondato 90 anni fa. Quel nome non è qualcosa di quantificabile economicamente e nonostante si sia sbiadito nei colori e nelle forme sempre di più nel corso del tempo, dovrebbe rientrare a pieno titolo in quel pantheon che il Pd ha sempre sostenuto di avere, almeno nella testa, ma che realmente non è mai riuscito a creare e che di conseguenza, forse non ce ne siamo accorti, non l’ha mai ispirato nelle scelte per il paese.
Per concludere in tutta questa storia animalesca e a proposito di pecoroni, fa veramente tenerezza vedere i grillini esultare per la chiusura di un giornale perché il loro capo è contro i giornali, i giornalisti e i finanziamenti pubblici. Esultano non rendendosi conto, giusto per essere un tantino retorici, che se ne va così un pezzo di democrazia. Ma a loro che gliene frega tanto il web risolverà tutto. “Non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita perché tu possa dirlo”. Voltaire (forse) l’ha detto. Che non è il nome dell’ultimo programma open source. Una volta ci si permetteva di congedare così chi non aveva un solido profilo culturale in politica: “Studiate e poi ne riparliamo”. Ma per quello che rimane di una sinistra così vanesia da pensare che tutto si possa risolvere in 140 caratteri di annuncio, come un venditore d’enciclopedie 2.0, diventa difficile anche sostenere il peso di una frase del genere.

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Renzi-Letta e quei paragoni esagerati

L’approssimazione è per eccesso. Perché non basta un “parva licet” per accostare figure a loro modo così distanti, non basta una vicinanza di qualche centimetro per intravedere delle affinità con degli illustri avi che non esistono proprio. Stiamo parlando di come da un po’ (troppo) tempo si definisca, ad esempio, Matteo Renzi come un “nipote” di Giorgio La Pira, figura cui il sindaco di Firenze (non basta averci fatto una tesi sopra come è successo a lui) dice di ispirarsi. O come accade quando si considera Enrico Letta “discepolo” di Beniamo Andreatta. Un’esagerazione mediatica, tenendo conto di quello che dicono e soprattutto (non) fanno i due. C’è chi addirittura – in un eccesso di paragoni con la Democrazia Cristiana – si spinge a considerarli i due cavalli di razza del Pd: all’epoca democristiana i veri cavalli di razza erano Aldo Moro e Amintore Fanfani. Di tutt’altra statura (e qui i centimetri non contano, perché altrimenti Fanfani avrebbe perso). Ma quello che più fa riflettere su come stiamo vivendo dei brutti-bruttissimi tempi e che si parli di una democristianizzazione del Pd, convergendo sul duello Renzi-Letta, che è storicamente sbagliata. Renzi ha iniziato a fare politica, quando la Dc era già morta. E Letta quando era di per sé agonizzante, ma già non più rappresentativa della sua stessa storia.

Ma per rispetto dei morti, soprattutto, sarebbe meglio evitare di inserire (arbitrariamente o non) nel pantheon personale dei due (ex) giovani figure come La Pira e Andreatta che hanno dato un contributo importante alla storia e alla cultura di questo paese. La Pira girava in sandali, faceva le marce per la Pace e da sindaco di Firenze telefonava a Enrico Mattei per salvare posti di lavoro e occupazione del Pignone. Se solo fosse possibile chiedergli un giudizio su Tony Blair (figura cui si ispira il Renzi) non credo che ne darebbe un giudizio lusinghiero.  Beniamino Andreatta – con la Democrazia Cristiana trentina e con l’allora presidente della Provincia Bruno Kessler – istituì la facoltà di sociologia a Trento che, al netto di un dibattito ormai permanente su cattivi maestri, fu sicuramente il luogo più vitale di confronto di idee dalla fine degli anni sessanta in poi. Anche se tutti la ricordano, purtroppo, per aver avuto come studente Renato Curcio. Ecco, tutto questo per far capire la lungimiranza di due personaggi che vengono accostati (indebitamente) a due promessi leader di un partito in evidente difficoltà a regalare almeno un paio di idee su come voler cambiare questo paese, guardando più in là di rating e misure di rigore imposte da organismi tecno-finanziari. Restiamo umani, per favore.

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Non basta vincere: l’eterna ossessione del Pd

Qual è la novità del promesso leader-segretario-candidato premier del Pd e del centrosinistra? “Costruire un partito per vincere le elezioni”. Così, ha detto Matteo Renzi l’altra sera a Genova. La vittoria è l’ossessione – tutt’altro che magnifica – del macropartito di centrosinistra che continua a giocare con le regole imposte negli ultimi vent’anni. Chi vince, comanda. E gli altri si adeguano. E la vittoria finale giustifica tutto. Qualsiasi mezzo, qualsiasi alleanza, qualsiasi coalizione. Quella con cui vinse Romano Prodi nel 2008 andava addirittura dall’Udc a Rifondazione. Il programma, a quel punto, può essere anche un optional. E se ti chiedono che cosa hai intenzione di fare per l’Italia, basta adottare la vecchia strategia del calcio all’italiana, contenere i danni in trasferta e provare a ripartire in contropiede. Solo che questi contropiede, almeno negli ultimi tre lustri, non si sono mai rivelati efficaci. Anzi, hanno dato l’illusione del gol, quando spesso ci si trovava di fronte a un vero e proprio autogol. Il problema del Pd – inutile girarci attorno – è che non riesce più a rappresentare la volontà popolare, proprio perché la definizione del suo elettore è qualcosa di difficile quando c’è un partito che è un po’ progressista (il giusto che basta e spesso in maniera sbagliata, quando c’è da dichiararsi per lo sviluppo, che non può però essere risolto sempre, comunque e dovunque con la grande opera), un po’ liberal (quando c’è da dimostrarsi sì un po’ di sinistra, ma non troppo, il giusto per non passare da pericolosi “comunisti” che bandiscono il mercato), un po’ cattolici (ma anche qui con equilibrio, perché il cattolicesimo di base può essere pericoloso quando assume posizioni troppo estremiste). E allora che cos’è questo partito? Un esperimento di fusione a freddo riuscito in malo, malissimo modo. Che rischia di essere sempre più scollegato alla realtà, anche sui territori dove i suoi illustri avi hanno sempre rappresentato pienamente la volontà popolare. La crisi della forma del macro-partito è ormai evidente, ma è ancora più evidente l’incapacità di dare risposte alle domande fondamentali per meritarsi ancora di ricevere una delega in bianco. Come ha ampiamente dimostrato il Pd quando si è trovato tra le mani la responsabilità di provare a segnare una discontinuità con il passato – non espressamente berlusconiano (anche se principalmente, visto che negli ultimi vent’anni è stato per tre volte presidente del consiglio) – e non ha trovato di meglio che fare un congresso a cielo aperto con tanto di resa dei conti durante l’elezione del presidente della repubblica. E allora ricominciare col solito proclama “costruire un partito per vincere” non è forse la scelta migliore, anche dal punto di vista dialettico. Va (ri)costruito intanto un partito che decida innanzitutto a che cosa ispirarsi. Perché conta sicuramente la pratica, ma la teoria è tutto. E se non c’è una serie di valori condivisi in cui il popolo possa riconoscersi è pressoché inutile. E poi basta limitarsi a discutere di virgole, punti e virgola, su come provare a governare l’esistente, senza porsi nella posizione di dettare una vera agenda politica che sia comprensiva di quello che succede in questo paese. Che tenga conto di come molte vertenze in corso reclamino una loro rappresentazione a livello nazionale e sono vertenze che muovono proprio da quelli che dovrebbero essere valori condivisi per un partito che continua a dichiararsi di sinistra, anche se è ormai è diventato un suffisso da allegare senza rubare troppo spazio al prefisso che lo precede (centro): dalla difesa di un territorio (che passa inevitabilmente dalle tante battaglie in corso: No Tav, No Muos. No che non sono solo la negazione che ci si ostina a leggere, ma un modello diverso di partecipazione e anche di sviluppo) a un modello di rappresentanza e di conseguenza decisionale che sia legato, anzi aderente alla realtà (chi viene scelto per rappresentare un popolo, deve prendere decisioni coraggiose e non limitarsi a governare l’esistente senza pestare troppo i piedi a organizzazioni sovranazionali spesso diretta emanazione di poteri tecno-finanziari). Ecco, in tutte queste settimane, in tutte queste feste dell’Unità (ops Democratiche) nessuno ha avuto il coraggio di puntare l’indice dove andava puntato. Non è candidando Renzi – di cui l’elettore qualunque di centrosinistra per molte delle sue convizioni e per molte delle sue idee (e non ultimo per come sta governando Firenze) dovrebbe essere quanto meno diffidente – che si risolvono i problemi di un partito che è incapace di rappresentare la realtà e che ha smesso di profumare di sinistra da un po’ (e probabilmente anche di un centro dinamico senza scomodare l’abusato aggettivo riformista). Tornando al calcio, non serve un numero dieci (ed è tutto da dimostrare che Renzi lo sia) che vinca le partite da solo, ma serve un gioco di squadra, anzi prima ancora un’idea di gioco. Ecco, quello che manca un’idea di gioco. Non basta sapere che cosa non si vuole (e anche lì le idee non sembrano poi così chiare), ma anche che cosa si vuole e come lo si vuole. Tutto il resto, per ora, sono chiacchiere da Feste Democratiche.

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