Archivio mensile:settembre 2015

L’orfano Giovanni Lindo Ferretti

Mi piace pensare – non è detto che sia così ma voglio crederlo – che abbia provato ancora una volta a provocare. Anche se c’è andato giù pesante. Questa volta. Giovanni Lindo Ferretti ospite della festa di Atreju, la vecchia destra che prova a rinnovarsi e che non trova niente di meglio che sfruttare un’icona della vecchia sinistra. Un mondo assolutamente lontanissimo dal suo. Che poi Giovanni Lindo abbia detto “prima gli italiani” e tante altre amenità (si fa per dire) mi fa accaponare la pelle. E come se io dicessi ora: “vorrei ricordarti così come eri”. E il “così come eri” corre immediatamente “A Tratti” a quel ritornello martellante in cui salmodiante lui, Giovanni Lindo, ripete: “Non fare di me un idolo o mi brucerò, se divento un megafono m’incepperò”. Ha costruito su questo salmo, forse, la sua seconda vita che appare inspiegabile a qualsiasi criterio razionale. Ma assai strumentalizzabile invece, per chi cerca di far passare un messaggio fin troppo basic da risultare banale: l’anticomunismo dell’ex comunista pentito. Peccato che Giovanni Lindo Ferretti non sia mai stato comunista. Nel senso dell’istituzione Pci (era in Lotta Continua) e meno che meno in quello che è diventato poi il partitone di sinistra fino a quello che ora ne rimane e che ha smarrito la via – non comunista – ma semplicemente di una rappresentazione della sinistra nel nostro paese. E non era comunista nemmeno nelle pratiche. Anzi, nella prassi. Chi si ostina a pensare che i Cccp fossero gli aedi del socialismo reale e dell’allora linea sovietica da esportare nel nostro paese, non ha veramente capito nulla. Provocazione. Era una provocazione, semiseria anche nei contenuti, nei confronti di quello che allora sembrava il monolite sovietico (“Voglio odorare
il sapore celeste del ferro, voglio vedere il profumo sanguigno del fuoco, esiste lo so non tutti possono tendendo le braccia afferrare la sorte, schiaffeggiarle la faccia renderla solida ed obbediente
renderla tenera, incandescente”). Ecco a Giovanni Lindo Ferretti è sempre piaciuto provocare – meno, anche se personalmente ho apprezzato comunque la storia (anche intima), quando lui e gli altri sono diventati Csi (ma già il nome nascondeva lo spirito dei tempi che stavano cambiando) – e lui stesso lo ammetteva. Non si può diventare punk a 40 anni suonati. E infatti lui non è mai stato punk in senso stretto. Se non in quella massima che continua a ripetere “fanculo alla tecnica”. Troppo poco per giustificare l’essere punk. Ferretti ha sempre fatto della provocazione la sua cifra stilistica. Come quando, in quel grande teatro dell’assurdo che erano i Cccp, si metteva una pallottola in quel posto e cantava: “Allah è grande e Gheddafi è il suo profeta”. Ci credeva veramente? Se solo un paio di canzoni dopo si lasciava andare a una preghiera nemmeno troppo laica come “Madre” e una canzone così, una vera e propria invocazione alla Madonna, cantata da un gruppo che si dichiarava filosovietico era un pugno allo stomaco. Altra provocazione. Forse l’unica cosa su cui non mente a una decina d’anni di distanza da quella che può considerarsi – solo per chi non l’ha seguito attentamente – una vera e propria torsione religiosa, quando ammette:  “Orfano di sinistra vuol dire che una famiglia, geneticopolitica, l’avevo. Che non l’abbia più, l’ho vista morire l’ho sepolta, non significa che sono disponibile al farmi adottare. Ho superato la fase del lutto e del cordoglio, mi tengo disponibile se il caso per il pianto rituale”. Tra tutti i commenti di questi giorni sulla sua partecipazione ad Atreju c’è uno più degli altri che mi sembra centrato su quella che in tutto e per tutto è stata un’esibizione, alla faccia di chi crede di aver trovato un nuovo guru, un nuovo idolo che appena diventerà un megafono si brucerà e forse l’ha già fatto di fronte a tanto clamore: gli piace farci incazzare. E in effetti ci ha fatto incazzare. E anche parecchio. Soprattutto i suoi (ex) sodali rimangono stupiti. Che combini Giovanni? Sembrerà paradossale ma in tutto questo percorso – assai tortuoso e incoerente se lo si guarda con la lente ideologica – c’è una coerenza e un filo logico. Il filo logico della provocazione. Ok, non si può vivere battendo sempre sullo stesso tasto. Ma se Glf non può considerarsi un punk in senso stretto. Sicuramente ha capito meglio degli altri quella che i Sex Pistols nel loro film-documentario definirono “La grande truffa del rock’n’roll”. Si è ripreso la scena. Facendo intendere, a suo modo, che un cantante (benché fintamente o realmente impegnato) non può essere un’icona culturale.  Chi si affanna ad accaparrarselo rischia di bruciarsi. O solo di essere sconfessato. E poi quel sorriso (quasi da ebete) di fianco alla Meloni. O è impazzito o ci sta prendendo tutti per il culo. La seconda che hai detto. Voglio sperare che sia (ancora) così. 

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libri/46 Millennium è sempre Millennium

 

 

Non sono quelle duecento pagine che lui, Stieg Larsson, avrebbe scritto prima di morire, a farti credere che l’incanto non è ancora finito. Perché i libri postumi – sempre che si riescano a portare in libreria e a prescindere dal lavoro più o meno buono di editing – sono spesso un’accozzaglia di delusioni. Ci si poteva consolare dunque, con la trilogia. Tanto bastava per far entrare di diritto nei grandi della letteratura gialla due personaggi come Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander. Rammarico certo, perché Larsson se ne era andato troppo presto. Ma bisogna pur farsene una ragione. E se lo scetticismo di fronte a un’opera postuma (arrivata in libreria) schizza alle stelle, figuriamoci se il sequel – o presunto tale – finisce tra le dita – che scorrono veloci sulla tastiera – di uno sconosciuto. Sconosciuto o quasi, perché David Lagercrantz, svedese come Larsson, è riuscito a farsi un nome con la biografia di Zlatan Ibrahimovic. Ciò che più di lontano c’è – nonostante i lati oscuri del personaggio – dalla letteratura gialla.”Quello che non uccide” (edito in Italia da Marsilio) è il quarto capitolo di Millennium. Una saga – va detto prima di subito – che non finirà così in fretta e lo dimostra il finale apertissimo di questo quarto volume che, volente o nolente, a prescindere dall’etichetta che gli è stata appiccicata sopra, è una diretta conseguenza dei primi tre.  Lagercrantz non sfida il mito Larsson. Sa che sarebbe sconfitto in partenza. Lavora però sui suoi personaggi. Carica molto di più – ma in fondo è lei la vera eroina della saga anche se si chiama Millennium come la rivista in cui Blomqvist lavora – su Lisbeth ma senza far perdere al personaggio l’autorevolezza narrativa che si è conquistata nel corso dei primi tre libri. Lisbeth è sempre Lisbeth alle prese con i fantasmi che si rianimano del suo passato e soprattutto della sua famiglia, hacker nel vero senso del termine (non in quello improprio che spesso viene utilizzato nella vulgata generale), desiderosa di farsi giustizia e coerente nel perseguire questo suo desiderio contro gli uomini che odiano le donne. Mikael si ritaglia, ovviamente, il suo ruolo ma sembra avere decisamente, dal punto di vista strettamente narrativo, un profilo più basso. E poi c’è Bublanski, l’ispettore, alle prese con una crisi religiosa e soprattutto il riesumato tutore di Lisbeth, Holger Palmgren che metterà sulla strada giusta Blomkvist. Ecco in uno dei dialoghi centrali tra i due forse si esagera un po’ con una sorta di fenomenologia dei personaggi della Marvel, però è sicuramente efficace la scelta come snodo narrativo. L’intreccio c’è e non sfugge dalle mani e dalla mente di Lagercrantz che riesce a infilarci almeno un paio di richiami al presente. Il primo, volontariamente: l’Nsa, l’agenzia del caso Snowden, il grande orecchio del grande fratello mondiale. Il secondo, involontariamente, ma l’effetto è comunque efficace: la citazione di uno dei libri più famosi di Oliver Sacks “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”. Il libro è uscito a pochissimi giorni di distanza dalla morte di Sacks. E quella citazione è assai funzionale per descrivere un altro protagonista di questo quarto volume, il bambino savant (autistico ma con delle abilità particolari, in questo caso il disegno e la matematica) che Lisbeth – anche perché le ricorderà la sua infanzia difficile – difenderà strenuamente. Non ci sono cali di tensione nello scorrere le cinquecento pagine e la voracità nel divorare le pagine per capire quello che succederà nel foglio successivo rimane. Certo, Larsson proprio perché li aveva creati lui, aveva un tocco migliore nello scavare in profondità i personaggi, arrivando davvero alle viscere, alle loro ossessioni. Lagercrantz li ha ereditati ma non li ha sconfessati o snaturati. Tutt’altro. Ora non resta che aspettare il quinto volume.

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Libri/45 Una famiglia alla ricerca del tempo

 

La mia recensione sul libro di Maurizio Salabelle “La famiglia che perse tempo”  uscita oggi su Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

 

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Il  titolo, innanzitutto: “La famiglia che perse tempo” . E se invece, avesse perso il tempo (l’articolo determinativo potrebbe fare la differenza in questo caso)? Perché la famiglia che Maurizio Salabelle (scrittore toscano di origini sarde scomparso nel 2003 a 44 anni) ci descrive è una famiglia ossessionata dal tempo. E soprattutto dagli orologi. Salabelle ha scritto questo romanzo alla fine degli anni Ottanta. Ed è rimasto nel cassetto fino a quest’anno. Fino a quando Quodlibet, la casa editrice marchigiana, ha deciso di pubblicarlo nella collana ‘‘Compagnia Extra’’ curata da Ermanno Cavazzoni e Jean Talon.
Una famiglia bislacca, si diceva, ossessionata dagli orologi che vanno fuori tempo: le lancette camminano troppo veloci o troppo lente. Ma come può tenere il tempo questa famiglia che sembra ancor di più ossessionata dalle “infezioni” e dal contagio? Ecco, provare a descrivere questo romanzo è pressoché impossibile. Proprio perché i componenti di questa famiglia sembrano indecifrabili, almeno per quelle che sono le convenzioni non solo narrative. E se questo romanzo con l’altra ossessione – che spesso ha colui che si mette a leggere un libro con l’intenzione di definire e (appunto) catalogare ciò che non lo è, per sentirsi a proprio agio e avere delle certezze – rappresentasse davvero, spingendoci magari oltre o non cogliendo nel segno, lo spirito dei tempi che stavano cambiando? Se uno andasse addirittura oltre, vedendo dei richiami a Chernobyl (la paura del contagio, appunto) e all’ormai traballante politica dei blocchi e alla conseguenziale crisi delle ideologie? La fine degli anni Ottanta, eccoci, con tutto un mondo esterno che all’improvviso diventava difficile da decifrare: «la casa era temporaneamente disorientata e dai muri delle camere si stava staccando la carta fiorita». Potrebbe essere un’ipotesi di lettura. Certo è che questo libro di Salabelle colpisce proprio per la capacità di descrivere a fondo i personaggi: descrizioni minuziose, ricche di aggettivi e tic. Che non possono lasciare indifferenti. Anzi, in alcuni casi, turbano anche.

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Se questa è Europa

Dorme. Sì, quel bambino dorme. Dorme sulla spiaggia. Nulla di strano. Capitava anche a te: secchiello, paletta e poi sfinita da una giornata di mare, finivi con l’addormentarti sulla riva. Ma a una bambina di due anni, non puoi raccontare questa favola. Non ci crede. Troppo tetro il contorno di questa spiaggia. Bodrum, Turchia. I confini a est dell’Europa. Non ci sono ombrelloni. Né gonfiabili per divertirsi. Lì muore la speranza – purtroppo non solo – di chi vorrebbe un’altra vita perché la precedente, quella di qualche giorno prima dell’attraversata, del viaggio della speranza, era fatta di sangue, di guerra e di paura. Quella paura lì, di saltare in aria per sempre o di vivere nascosto in quello che rimane della casa, magari ridotta a brandelli dai colpi di mortaio, non è minimamente paragonabile con la paura di mettersi in viaggio. Di sfidare il mare su un barcone, di rischiare di morire soffocati nella stiva. A guidarli c’è la speranza di un’altra vita. Mai facile in terra straniera. Ma un’altra vita che non potrà mai essere peggio di quella che si è appena lasciati alle spalle. Qui però su questa spiaggia di Bodrum non muore solo la speranza di raggiungere la meta, ma anche l’Europa. Quell’Europa che dovrebbe essere Unione ma che è ormai solo un’accozzaglia di Stati che non riescono ad avere una politica unitaria (appunto). Soggetto istituzionale ormai tutt’altro che credibile. E come spieghi a una bambina di due anni che un suo coetaneo muore perché fugge da una guerra e dall’altra c’è chi vorrebbe respingerlo, perché sono troppo, perché non ci stiamo più, perché dicono che vengono a rubarci il lavoro o che vengono soltanto a rubare? Come le spieghi, come spieghi che chi dovrebbe decidere, assiste quotidianamente inerte a quello che succede e condisce tutto con dichiarazioni di circostanza. Come se si potessero riservare quelle dichiarazioni di circostanza a vite che si spezzano ogni giorno. Come se bastassero quelle dichiarazioni a lavarsi le coscienze. Come se fosse possibile risolvere con le parole l’emergenza. Non puoi spiegare tutto questo a una bambina di due anni. Ma non puoi nemmeno chiuderle gli occhi, purtroppo. Vorresti dirle che non si può morire così a tre anni. Ma invece si muore così, talvolta nell’indifferenza generale. Anche se ora tutti gli occhi, forse solo per 24 ore, sono su quella spiaggia, su quell’immagine del poliziotto turco che raccoglie il corpo del bambino. Poi tutto passerà come sempre. Alla prossima strage di migranti, alla prossima gazzarra televisiva dove sentiremo la solita sequenza di frasi fatte “accogliamoli a casa loro” o “l’Europa deve fare qualcosa”. Sì, senza dubbio, l’Europa dovrebbe fare qualcosa. Ma un’idea – anche mezza, una sarebbe pretendere troppo da questo governo di twittatori voraci – su cosa fare l’abbiamo sentita? E magari dopo averla sentita quell’idea è stata perseguita? Abbiamo avuto la fortuna di crescere in tempo di pace, ma abbiamo visto anche la guerra. A una manciata di chilometri, in mare, di distanza. I Balcani sono e resteranno una ferita aperta per quello che Onu ed Europa non sono riusciti a fare, per la limitatezza del loro agire, per l’essere pavidi di chi allora governava. Ora mi fa anche un po’ incazzare che nella storytelling permanente che accompagna lo scenario politico attuale, ove si vorrebbe far credere quello che non si è, ci si appropri indebitamente di Srebenica e del suo infinito orrore per dire che l’Europa non fece nulla. Nessuno fece nulla, come cantò Giovanni Lindo Ferretti allora. Ma l’appropriazione indebita che si trasforma in critica sull’incapacità dell’Europa di agire e di non incidere, non può reggere se a muoverla è chi potrebbe fare qualcosa ora perché si ritrova a guidare un paese di questa (dis)Unione Europea. Ecco, quando il premier Renzi si richiama a Srebenica in questi termini non sbaglia concettualmente, ma viene anche da chiedersi che cosa fa lui e il suo governo per cambiare quest’Europa? Su un punto siamo tutti d’accordo: non è l’Europa che vogliamo o che, per dirla ancora meglio, sognavamo. Ma limitarsi solo a mettere una bandierina generazionale non può bastare. Soprattutto ora. 

Libri/44 La ballata dei morti di mafia

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Due luoghi, altrettante ossessioni. Da una parte lo stadio La Favorita, ribattezzato da anni “Barbera”, dall’altra il monte Pellegrino col Castello dell’Utveggio posto sul promontorio, quello che Goethe ne “Il suo viaggio in Italia” definì il più bello del mondo. Ma che in questo libro di Pietro Melati e Francesco Vitale (“Vivi da morire”, Bompiani editore), come ci ricorda anche la storia, è un luogo carico non di mistero, ma di misteri. Basti pensare alla strage di via D’Amelio e alla tesi che il telecomando dell’autobomba fu azionato da lassù. A trecento metri sul livello del mare. I due luoghi che riproducono altrettante ossessioni (si parte con i lavori di ristrutturazione della Favorita per Italia ’90) sono l’innesco narrativo di quella che può definirsi, in tutto e per tutto, una ballata dei morti di mafia. Ma il ‘cuntu’ è di Colapesce, figura mitologica, metà uomo e metà pesce, che vive negli abissi e che da laggiù sorregge la colonna per evitare che la Sicilia sprofondi. In questa ballata tra i gradini dello stadio sfilano i protagonisti di un’estate maledetta, quella del 1985, che non ha nulla da invidiare, in quanto a sangue, a quella del 1992 con le due stragi. E così c’è Ninni Cassarà, 200 colpi di kalashnikov i killer corleonesi gli esplosero contro per assicurarsi che non riuscisse a sopravvivere, che si confronta con Erminio Favalli, ala del Palermo. Entrambi bravissimi nei loro rispettivi ruoli, commissario e calciatore; entrambi tutt’altro che disposti a farsi mettere i piedi in testa, a reagire. A essere, quando c’era necessità, anche politicamente scorretti. O ad assomigliare a un ‘malacarne’ come scrivono nel loro libro Melati e Vitale.  L’esecuzione di Cassarà davanti agli occhi della moglie che l’attendeva per il pranzo si porta inevitabilmente dietro quelle di Beppe Montana, altro commissario (della ‘Catturandi’) che fu ucciso prima di lui, e di Lillo Zucchetto, la spalla di Cassarà, sempre in sella alla sua Vespa che guardò negli occhi il boss. Non c’è retorica – e il rischio, purtroppo, è sempre quello quando si parla di mafia e antimafia – in questo libro, si intuisce invece una grande conoscenza della storia e dei personaggi. A dimostrazione che Melati e Vitale hanno consumato le suole delle loro scarpe, andando avanti e indietro, davanti ai cadaveri della guerra di mafia e nell’aula bunker dove si svolgeva il maxiprocesso. E poi ci sono Biagio e Giuditta, i due studenti morti nell’incidente davanti al liceo classico Meli, falciati dall’auto blindata “impazzita” che trasportava a bordo Paolo Borsellino. Era già l’autunno del 1985 e il maxiprocesso alle porte. Dopo sarebbero arrivati l’articolo di Leonardo Sciascia (1987, “I professionisti dell’antimafia”) – c’è anche lo scrittore in questa ballata – e un clima sempre più avvelenato a Palermo che sarebbe sfociato in un vero e proprio tentativo di delegittimazione nei confronti dei protagonisti di quella stagione che portò alla Norimberga della mafia. Ancora un anno e si ricorderà il trentennale del maxiprocesso. Intanto Melati e Vitale ci restituiscono, in questo libro che è anche una ballata civile, non solo gli eroi conosciuti ma anche i personaggi dimenticati e ai dimenticati è dedicato un ultimo capitolo. Due sole inesattezze: il luogo di nascita di Rostagno (Torino, non Trento) e in una frase in cui si rincorrono Ciampi e Scalfaro, proprio nelle pagine iniziali, sfugge agli autori un successore riferito a Scalfaro rispetto a Ciampi (fu il contrario invece). Ma è un libro che va letto. Un modo diverso – ma efficace – di raccontare mafia e antimafia

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