Archivio mensile:luglio 2016

Libri/61 Lo spareggio calcistico: una questione di vita e di morte

lospareggio

L’out on peligro è il colpo che non ti aspetti. La rimessa laterale con capriola incorporata per imprimere più forza al pallone che va scagliato a centro area. Una mossa da circo. La mossa della disperazione. E in uno spareggio quando si gioca tra la vita e la morte, non solo metaforicamente, è l’ultima speranza che rimane confidando che qualcuno si butti su quel pallone e lo spedisca in porta. Hector è un maestro dell’out on peligro ed è uno dei protagonisti dell’ultimo libro di Stefano Ferrio «Lo spareggio» (Nutrimenti editore). Forse è il protagonista cui ci si appassiona di più. Calciatore letterato – e qui scatterebbe d’imperio l’ossimoro – giramondo, un Chatwin del pallone e non solo perché è arrivato a giocare fino in Patagonia, ma con qualche inciampo professionale come una storia di scommesse in cui era rimasto coinvolto. Ormai a fine carriera, siede inizialmente in panchina nello spareggio che vede opposti i suoi biancoblù contro il rivale storico Castello: in palio c’è la promozione tra i professionisti. Ma per quella promozione bisogna solo vincere. Il libro è scandito dai novanta minuti, più recupero ovviamente, della partita in cui s’intrecciano le storie dei protagonisti. Oltre a Hector c’è Nicola, vecchio tifoso biancoblù, costretto a passare gli ultimi giorni della sua vita in un letto d’ospedale. Sa che l’aspetta la morte ma non finisce mai di ricordare lo spareggio, l’unico per lo scudetto nella storia del campionato di serie A, quello del 1964 tra Inter e Bologna, che è poi lo spartiacque della sua vita. C’è poi Angelo, imprenditore e tifoso con incarichi anche in società, combattuto tra l’andare a vedere la partita decisiva o cedere alle lusinghe di Beatrice Baggio, B. B. (iniziali assai evocative), l’amore della sua vita, mai ricambiato. Almeno fino a quel momento. Così sembra. E ancora c’è Tilde, cassiera dello stadio, anche lei cerca l’amore e soffre tra biglietteria e tribuna in questa sfida da punto di  «non ritorno».  Infine Sasha, il piccolo tifoso, costretto a rimanere a casa per assistere alla sorellina ammalata, proprio quando c’è la partita più importante della sua squadra del cuore. Questo libro di Ferrio fa apparire, alla fine del romanzo, meno abusata del solito quella frase che avremo sentito ripetere, spesso a sproposito, migliaia di volte:  il calcio è una metafora di vita. Almeno in questo libro è realmente così.

Stefano Ferrio

Lo spareggio

Nutrimenti editore

208 pagine, 15 euro

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Le ferite aperte del G8 di Genova

A quindici anni dal G8 di Genova, purtroppo, basta passare in rassegna le bacheche Facebook (e non solo), per rendersi conto che il dibattito si riduce ancora una volta a contrapposizioni tra uso di estintori, incappucciati e (presunte) legittime difese. Finendo col bollare quei giorni solo come una mera questione d’ordine pubblico degenerata poi in quella che Amnesty International non ha avuto dubbi a definire come “la più grande sospensione dei diritti democratici in Occidente dopo la Seconda Guerra Mondiale”. C’era molto di più. Una pericolosa e deviante muscolarizzazione dello Stato mai vista prima, come hanno dimostrato sentenze passate in giudicato, ha finito con l’offuscare e distruggere un movimento che si era mosso ben prima di Genova e non solo per tenere la piazza o violare la cosiddetta zona rossa. Nel libro che ho scritto due anni fa per l’Edizioni Gruppo Abele, “In Movimento”, ho provato a raccontare  i limiti di quel movimento ma anche i meriti per aver anticipato temi che sono finiti, con anni di ritardo, nelle varie agende politiche. E come Genova con la sua militarizzazione si sia rivelata in qualche maniera una trappola per il movimento stesso. Di seguito un capitolo del libro sui giorni del G8. 

 

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L’Apocalisse a Genova

Marina ha 51 anni, suo padre è stato sindaco di Trieste, lei fa la pediatra. E con il marito Giorgio sono volontari in Africa per un’associazione di Padova: “Medici con l’Africa Cuaam”. È stata in Kenya, ma anche in Etiopia e Angola, paesi di frontiera dove la distanza dai paesi occidentali non è percepita solo in un chilometraggio che sembra illimitato, ma in tanti altri aspetti di una vita quotidiana che rende la nascita di un bambino ancora un miracolo, perché spesso si muore anche di parto. Lei e suo marito erano partiti per l’Africa con un Maggiolino Wolkswagen e lì avevano costruito la loro famiglia. A Genova c’è anche Marina. È in prima fila, ha un distintivo di riconoscimento: è un medico-volontario nel corteo che si snoda tra le vie del centro. C’è un’altra istantanea. Arriva direttamente dalla copertina di un settimanale, il Diario: c’è Marina che con una bottiglietta versa dell’acqua sulla testa insanguinata di un ragazzo steso a terra, colpito da una manganellata delle forze dell’ordine, in piazza Manin. Lì si erano alzate tante mani, era la piazza tematica della rete Lilliput. Quel distintivo, però, non servirà a Marina per evitare una manganellata in testa. È una delle tante immagini-simbolo di quello che accadde a Genova nel terzo weekend di luglio. “Nei mesi precedenti il G8 di Genova – disse Marina Spaccini, scomparsa nel febbraio 2012 – capimmo che dovevamo andare in piazza anche noi”. Che, insomma, non bastava più il volontariato anche in terre difficili come Kenya e Angola. Il popolo di Genova che si mosse per contestare un’istituzione che non rappresentava nulla (“Voi G8, noi 6 miliardi”, lo slogan di quei giorni), in cambio ricevette manganellate e arresti. Una repressione mai vista in Italia che fece pronunciare ad Amnesty International, non quindi un’associazione della sinistra extraparlamentare, l’ormai celebre frase: “La più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dalla fine della seconda guerra mondiale”. Genova, inevitabilmente, con tutti i suoi sviluppi giudiziari, ha condizionato anche il dibattito interno al movimento e spesso anche la percezione esterna. “L’uso della forza – dice Lorenzo Guadagnucci – fu una scelta politica per criminalizzare un movimento”. “Fu una mazzata – racconta padre Alex Zanotelli -. Una mazzata del governo che spezzò qualcosa di grande che si stava costruendo”.

E le prime crepe furono immediatamente visibili: il movimento che era nato con una forte carica propositiva, è costretto dopo Genova a giocare in difesa per respingere le accuse che gli piovono addosso. La più infamante, tra le accuse, è la pratica della violenza che verrà dimostrato, in maniera inequivocabile, come un appannaggio di pochi (i Black Block). Mentre l’uso indiscriminato della violenza da parte delle forze dell’ordine sui manifestanti sarà testimoniato, anche in questo caso in modo inequivocabile, attraverso filmati, foto e diffuso via Rete. La tecnologia, così come era stata aggregativa nel momento in cui il movimento muove i primi passi, diventa decisiva per smascherare teorie costruite a tavolino per criminalizzare il Genoa Social Forum. Ma è evidente che il movimento sbanda. Soprattutto perché le associazioni di ispirazione di fede sembrano terrorizzate ora: hanno da sempre teorizzato pratiche nonviolente e vengono considerate alla stregua di ordinari terroristi. Uscire dall’impasse sembra un’impresa quasi impossibile, perché la messa all’indice di un movimento considerato violento – e quindi criminale per una proprietà transitiva da vecchi reazionari – è rafforzata quotidianamente nel dibattito pubblico con pratiche di bombardamento, non solo mediatico. In più non mancano i mal di pancia nei confronti della governance del Genoa Social Forum: il consiglio dei portavoce e il portavoce nazionale vengono visti, talvolta, come dei veri e propri funzionari del movimento. E il termine “funzionari” non sembra scelto a caso dai critici: è un estemporaneo paragone con l’indigesta forma partito. Nonostante tutto i social forum nel locale non smettono di crescere, anzi si strutturano, allargando anche gli orizzonti . Perché Genova – grazie a quella che può definirsi una controinformazione antesignana 2.0 – viene letta anche come una preoccupante muscolarizzazione dello stato, un salto di qualità nelle politiche repressive per soffocare sul nascere qualsiasi movimento antagonista, tacciandolo tout court come un movimento violento, e “insabbiando” di conseguenza invece la critica, che inizia a fare breccia negli altri paesi, a un sistema sociale-economico che risulta completamente sballato. Una critica che negli altri paesi viaggia spedita, grazie soprattutto all’apporto di accademici e intellettuali che diventa fondamentale, anche quando si parla, per esempio, di Tobin Tax.

In Francia nel 1997, due anni prima di Seattle tanto per contestualizzare un po’, Ignacio Ramonet, direttore de Le Monde Diplomatique, scrive un editoriale dal titolo “Disarmare i mercati”. E’ dicembre, manca poco alla fine dell’anno, e anche da quell’editoriale nasce l’Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e per l’Aiuto ai Cittadini. L’acronimo è Attac. Attac, che aderisce al Genoa Social Forum, riprende il succo della Tobin Tax (la tassazione delle transazioni finanziarie così come era stata teorizzata dal padre della tassa nel 1972, il premio Nobel James Tobin) e spiega che il gettito dovrebbe essere utilizzato per finanziare progetti sociali. Il concetto passa nelle università francesi, Attac nel frattempo si struttura in altri 58 paesi e in Italia, tra il 2001 e il 2002, raccoglie 180mila firme per una proposta di legge d’iniziativa popolare che arriva fino a Bruxelles. Marco Bersani di Attac Italia, già nel consiglio dei portavoce del Genoa Social Forum e uno dei protagonisti del movimento dell’acqua, pone l’accento proprio sull’aspetto propositivo “studiato” per una versione della Tobin Tax che avesse degli evidenti benefici per tutti. “Non c’era in quella proposta – racconta Bersani – solo una critica, giusta, al neoliberismo; c’erano anche delle soluzioni alternative. E in quel momento attraverso la critica alla finanziarizzazione dell’economia, una delle punte dell’iceberg neoliberista, stavamo dimostrando dove si stavano collocando i poteri. Era troppo presto? Forse, ma quei discorsi lì adesso solo all’ordine del giorno. Di strapotere finanziario si parla perfino sul tram”.

Eppure buona parte del dibattito italiano si focalizza non su quelli che potrebbero essere i benefici di una legge che probabilmente avrebbe potuto evitare lo scandalo dei derivati, così come l’abbiamo conosciuto dal 2008 in poi, ma sulla presunta strumentalizzazione della teoria di Tobin, mostrando una controversa intervista al Der Spiegel, nel settembre del 2001, in cui l’economista sembra prendere le distanze dal movimento altermondista non sull’essenza della sua imposta (la tassazione delle transazioni finanziarie, colpendo così gli speculatori), ma sulla destinazione del gettito.

La Tobin Tax, come viene rivisitata da Attac e dal movimento, non è solo quindi l’antibiotico per una finanziarizzazione dell’economia sempre più devastante, ma è una cura ricostituiva per i rapporti sociali. Questo è soltanto uno degli aspetti e dei temi che sono in tavola dal primo Social Forum di Porto Alegre e che entrano nell’agenda del movimento altermondista, anche in Italia.

Un altro esempio: la questione del debito, sempre sull’asse sud-nord (ma non solo), è ancora aperta. La marcia d’avvicinamento a Genova si è incrociata con la campagna “Drop the debt” (“Cancella il debito”) che, a prescindere dalla caratterizzazione pop (tra i testimonial ci sono Bono degli U2 e Bob Geldof), ha il merito di tenere viva l’attenzione su un problema reale (il debito, appunto, dei paesi più poveri o, come burocraticamente vengono definiti “in via di sviluppo” con i cosiddetti paesi ricchi) che definisce, di conseguenza, anche i rapporti di forza e, talvolta, nuove forme di colonialismo. E così, prima di Genova, a parte le comparsate dei testimonial in tv (Bono si presenta addirittura al festival della canzone di Sanremo), il dibattito su questo fronte è vivace e aperto, condito inevitabilmente anche da polemiche. Come succede, quando esce un manifesto della campagna “Drop the debt” in cui c’è un bambino bianco in carne che cerca il latte dal seno di una donna africana malnutrita ed è accompagnato dallo slogan: haven’t we taken enough, non abbiamo già preso abbastanza? La questione del debito, nonostante sia passata anche per il Giubileo del 2000, arriva in Italia solo nel 2001 con la presentazione di alcuni studi da parte dei protagonisti di “Drop the debt” che dimostrano come sia possibile cancellarlo, chiamando in causa il Fondo monetario e la Banca mondiale che hanno sufficienti risorse a disposizione per portare a termine, se solo lo volessero, l’operazione. Ma non c’è solo il debito che, mutatis mutandis anche nella geografia, resta tuttora centrale nella lettura e nell’analisi della crisi che ci accompagna.

Da Porto Alegre in poi, la questione del cambiamento climatico non era più solo appannaggio di associazioni ambientaliste, radicali o meno, che reclamavano un modello di sviluppo meno impattante con l’ambiente, già provato dal riscaldamento globale. Anche qui, nel giro di pochi anni, l’attenzione su questo tema, anche quando non è trattato dai media mainstream, è crescente, tanto che nel 2007 viene assegnato il Nobel per la Pace ad Al Gore, il vice dell’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, e al comitato intergovernativo dell’Onu sui cambiamenti climatici. Lo stesso Al Gore aveva girato, nel 2006, un documentario choc, “Una scomoda verità”, premiato poi con l’Oscar, in cui metteva in guardia il pubblico dai rischi del riscaldamento globale, sconfessando le tesi di chi sosteneva e sostiene che il problema sia una falsa minaccia.

Il contesto in cui si muovono i social forum è sicuramente favorevole: il dibattito pubblico internazionale si è arricchito, da tempo, dei temi che il Genoa Social Forum ha fatto suoi. Ma in Italia, la situazione – soprattutto dopo Genova – appare decisamente più difficile. Se il mondo accademico non aiuta a far circolare le idee del movimento, quello politico è sempre più intento a prendere le distanze dai cosiddetti violenti, ignorando completamente le proposte che arrivano dal basso.

In Italia il dialogo dei social forum con la politica è inevitabile, non fosse per la presenza di Rifondazione Comunista all’interno dei forum. In questo clima confuso si arriva al Social Forum Europeo di Firenze.

(…)

 

E allora in che cosa ha sbagliato il movimento altermondista in Italia? “Nella comunicazione – dice ancora Agnoletto -. Il movimento non è stato capace di trasformare i grandi messaggi e di farli capire ai soggetti più deboli che sono quelli che ora pagano la crisi, nonostante avesse indicato, in anticipo, l’avvento della crisi stessa”. Basta questo per spiegare l’inabissamento dei social forum? In parte, ma certamente anche un leaderismo che spesso cozzava con quell’orizzontalità teorizzata, ma poco praticata, non ha aiutato, anzi spesso ha diviso le diverse anime. “Ma il movimento altermondista non può definirsi – dice invece, Marco Bersani, proprio sull’ultimo aspetto, quello di una governance del movimento affidata a realtà già da tempo attive – un fenomeno puro e semplice di spontaneismo. Fu un’insorgenza spontanea, perché a muovere tutto erano gli intergruppi, quelli all’interno del movimento. Certo, riuscì a rompere per primo il Thatcherismo, declinato con la formula del “there’s no alternative” (“non c’è alternativa”) e visto fino ad allora come un tabù. Però ebbe sicuramente dei limiti: il primo è che finì per essere solo un movimento d’opinione, troppo simbolico nelle azioni e con poco radicamento territoriale e fu governato appunto da organizzazioni storiche. Oltre al fatto che ha perso la sua consistenza, quando su scala internazionale, nonostante le mobilitazioni e l’impegno profuso, non è riuscito a fermare la guerra”. Ma il vero scoglio, anche per Bersani, rimane quello del rapporto con i partiti. “Dopo Genova e dopo il ritorno di Prodi al governo, il problema è stato sempre uno solo, a quale distanza porsi da un governo che da alcune parti veniva considerato amico e da altre nemico. Così la parte del movimento più partitica ha scelto la strada del governo e il ruolo del movimento è stato quello di confermare, a seconda delle posizioni, o sconfessare quella che era l’azione di governo”.

Nonostante tutto però, il lascito del movimento altermondista è notevole. Non solo per la portata delle battaglie e per la capacità di inserirsi in un percorso di critica, contestazione e proposta al modello neoliberista prima degli altri, ma anche per l’aspetto formativo di chi si impegnava al suo interno. E questo è un aspetto assolutamente da non sottovalutare. In quegli anni, oltre ai conflitti, alle mobilitazioni di piazza, sono state create e accresciute anche le competenze su temi specifici che, come detto, saranno determinanti per le battaglie successive.

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Libri/60 Pablo, dongiovanni stretto tra donne e soldini

La mia recensione sul libro di Alessandro Banda “Io, Pablo e le cacciatrici di eredità” (Gaffi editore) uscita sul settimanale di Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) “Il piacere della lettura” del 16 luglio.

 

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FORSE Alessandro Banda, quando ha pensato al nome del protagonista del suo ultimo libro, gli è venuto in mente il Pablo di Francesco De Gregori. Certo è che il Pablo di questo romanzo – fratello del narratore – è personaggio assai irregolare che supera di gran lunga il concetto di anticonformismo. Nonostante venga da una famiglia di prof, il padre è insegnante (stesso mestiere dell’autore del romanzo che tra l’altro aveva già scritto “Il lamento dell’insegnante” e “Scusi prof, ho sbagliato un romanzo”), è completamente allergico alla scuola. Perché proverà tutti gli istituti, prima di abdicare. Ma destino vuole che l’unica occupazione stabile che riuscirà a mantenere sarà proprio all’interno delle mura scolastiche, come bidello. Un’opportunità nata da un compromesso storico: il padre anticlericale costretto a intercedere presso un prete per trovare un posto di lavoro al figlio che gli dà tante preoccupazioni. Questo Pablo però, vive la vita fino all’ultimo giorno. Erotomane con una certa predilezione per le signore tedesche, si farà ingabbiare almeno un paio di volte in matrimoni che falliranno. Finché non incontrerà Soppressa, nome che è tutto un programma (e anche in questo potrebbe venire in soccorso il rapporto del Pablo degregoriano con la moglie), con cui proverà a stipulare un contratto (incontri due volte alla settimana, vite in casa diverse), con la consapevolezza che quel contratto in qualche maniera si rivelerà capestro per lui. Ecco le cacciatrici di eredità del titolo “Io, Pablo e le cacciatrici di eredità” (Gaffi editore, 133 pagine, 15 euro). Per una storia che si sviluppa, in una permutazione di una vocale, tra Merano e Mirano, ove lo spirito irregolare di Pablo finirà sconfitto non tanto dalla morte in sé, ma dallo spirito del tempo, in cui i soldi o i “soldini”, anche quando sono pochi ma quantificabili in un appartamento minuscolo, vengono prima di ogni altra cosa. Scrittura lineare quella di Banda per una storia godibile che sembra di provincia, ma che in realtà parla a tutti.

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Libri/59 Com’erano grigi gli anni Ottanta

Il mio pezzo su due libri che raccontano gli anni ’80, uscito sul settimanale di Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) “Il piacere della lettura”. I due libri sono “Anni ’80 -L’inizio della barbarie” di Paolo Morando (Laterza) e “Gli ultimi ragazzi del secolo” di Alessandro Bertante (Giunti editore).

 

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FORSE è solo un fatto di cosmesi. Come canta Manuel Agnelli, prossimo giudice di X Factor, in “Non si esce vivi dagli anni ’80”. Una manciata di canzoni non è bastata per raccontare quel decennio che rischia di essere catalogato, per sempre, con un sostantivo “edonismo” e un aggettivo “rampante”. D’altronde a quel cliché, in praesentiam, non si erano sottratti nemmeno Bret Easton Ellis e Pier Vittorio Tondelli, considerati (a torto o ragione) anche nel loro essere alternativi, cantori di quel decennio tra party, yuppies – e da qui l’influenza anglofona sempre più accentuata nel nostro lessico comune – e divertimento senza pensieri. Ma non erano formidabili quegli anni ’80 e nemmeno così gioiosi, anzi erano assai grigi e facevano già presagire al peggio. Ora c’è un paio di volumi italiani che in qualche maniera rileggono quel decennio, considerato appunto dalla vulgata comune eccentrico ed eccessivo, ma in grado sempre di salvarsi con una playlist di canzoni che stuzzicano tuttora la nostalgia. Il primo libro è di Paolo Morando “Anni ’80 l’inizio della barbarie” (Laterza editori), finalista al Premio Estense, e il titolo è più di una dichiarazione d’intenti. Perché la tesi – difficile da sconfessare – è che la barbarie sia cominciata proprio in quegli anni pieni di lustrini e paillettes. Sotto molti punti di vista tra l’altro. A iniziare dalla paura dello straniero: cominciata ben prima dell’iniziale sbarco dei migranti albanesi con la nave Valona (Vlora in lingua originale) in Italia, avvenuto nell’agosto del 1991. E Morando nel suo libro ricorda al lettore la morte di Jerry Essan Masslo, partito dal Sudafrica (ancora sotto apartheid) e arrivato in Italia, con in tasca la richiesta d’asilo politico. Nel frattempo da Roma si era trasferito per raccogliere i pomodori a Villa Literno (Caserta), dove sarebbe stato ucciso nel 1989. Lo stesso Masslo era stato più volte intervistato da “Non solo nero”, la trasmissione Rai nata in quegli anni per raccontare gli stranieri in Italia.

NEL FRATTEMPO la tv di Stato doveva confrontarsi col successo crescente di quella commerciale trainata da programmi come “Drive in”. Entrato con forza (e anche con piacere) nell’immaginario di un Paese che si sarebbe ritrovato anni dopo a identificare il decennio come quello dei paninari, figura creata in “Drive in” e uscita in fretta dal piccolo schermo, tanto da diventare quasi un movimento, con un suo specifico senso d’appartenenza. La postideologia o meglio il postideologico dei nostri giorni probabilmente nasce proprio con i paninari, secondo Morando, perché con insistenza (quasi eccessiva, in certi casi) si cercava di definirli di destra (assimilandoli talvolta ai “Sanbabilini” milanesi) ma nella realtà non erano né di destra né di sinistra. Erano paninari. Anche nell’altro libro, quello di Alessandro Bertante “Gli ultimi ragazzi del secolo” (Giunti editore) finalista al Premio Campiello, c’è un’accesa tonalità di grigio che accompagna la narrazione di quel decennio. Milano, periferia lontana anni luce dalla “Milano da bere”, lì Alessandro il protagonista che è poi in qualche maniera soggetto autobiografico per l’autore, si forma. Si forma nel tedio più assoluto dove le uniche vie d’uscita sembrano i weekend trasgressivi nei club, da raggiungere con metro e mezzi pubblici. Ma sullo sfondo c’è la depressione adolescenziale, spesso anche l’insoddisfazione, che riporta al centro della narrazione l’eroina che rischia sempre di essere solo relegata (o derubricata) erroneamente, in una visione fin troppo ripetitiva e quasi banale, all’anestetico per le delusioni politiche del decennio precedente. Non è così. Probabilmente non lo è mai stato e il libro riesce a raccontarlo molto bene. Bertante riannoda le fila di una narrazione che vive di continui flashback, partendo da un presente che data 1996. La prima vera generazione che non aveva mai conosciuto la guerra, perché nata in tempo di pace, ci sbatte invece la faccia almeno due volte nel giro di pochi anni. Nella prima la guerra, quella del Golfo, è un’emanazione televisiva, ma la seconda volta è uno schiaffo in faccia, perché a pochi chilometri di distanza, dall’altra parte del mare, ci si ammazza senza pietà. Nel romanzo viene raccontato il viaggio di Alessandro e del suo amico a Mostar prima, a Sarajevo poi. Sulle macerie della guerra. Una guerra che la nascente Europa più unita, almeno in apparenza dopo la caduta del Muro e la fine della politica dei blocchi, non è riuscita a evitare. E a pensarci bene, anch’essa rimane un’eredità degli stessi anni ’80.

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Del surf come stile di vita

Il mito del surf  tra film, musica e libri. Parlando soprattutto di “Giorni selvaggi” del premio Pulitzer William Finnegan. Il mio articolo uscito oggi su Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno). 

 

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NON lo consiglierebbe mai a sua figlia. Nonostante lui, a 64 anni, continui a salire sulla tavola e a sfidare le onde. «Il surf non è uno sport, è una droga» ha detto e scritto William Finnegan, fresco premio Pulitzer con il suo “Giorni selvaggi”, pubblicato in Italia dalla casa editrice romana 66thand2d. È un romanzo di formazione che ruota attorno al surf e in qualche maniera rende l’idea della carica rivoluzionaria che continua ad avere questo sport. In grado di sprigionare tuttora un potere di fascinazione senza eguali. Tanto da diventare in certi casi mito letterario, cinematografico e musicale.
Basta scorrere la storia del secolo breve per rendersene conto. In particolare dagli anni Sessanta in poi. Per capire soprattutto il sogno americano che si frantuma, diventa bersaglio della contestazione, in quel passaggio inevitabile che va dall’illusione al disincanto ma che non risparmia vittime sul campo. Prima di Berkeley e del Vietnam. E del Sessantotto. Perché c’è un prima e un dopo anche per il surf che anticipa la contestazione con la voglia di disertare, sognando un altro mondo, ma subisce anche gli effetti di una rivoluzione nella società, a lungo sognata, ma che non si mai è concretizzata.

SE C’È una linea d’ombra, di conradiana memoria, che segna il passaggio alla maturità, quella linea d’ombra inevitabilmente passa sopra le onde medio-piccole della California. A Malibù. In questo, “Un mercoledì da leoni”, il film del 1978 di John Milius, è di per sé esplicativo. E rimane tuttora pellicola di culto per chi prova a praticare il surf anche alle nostre latitudini (tra l’altro il movimento è sempre più popoloso anche in Italia). Ma è anche lo specchio fedele, proprio perché arriva dieci anni dopo, dell’inevitabile trasformazione della società americana che deve curarsi per le ferite del Vietnam (come celebra Francis Ford Coppola in “Apocalypse now” con una delle frasi più citate nella storia del cinema: «Mi piace l’odore del Napalm al mattino») e superare lo choc della guerra: due dei tre protagonisti (Matt e Leroy) non andranno a combattere, mentre Jack risponderà alla chiamata, più che altro perché lo considera un dovere.

DI TUTTO questo impasto fondato su natura, carne, sangue, sentimenti e in definitiva sul rapporto col mare e con le sue mareggiate (come le tre mitiche mareggiate degli anni ’60 raccontate dal film), si nutre questo sport. E il fatto di sognare o solo di immaginare di arrivare sulla cresta dell’onda (locuzione fin troppo abusata, da divenire retorica, nel linguaggio comune) rappresenta un modo per prendersi il mondo. Senza preclusioni, basta possedere una tavola o mettersi giù a costruirla. Ed ecco la carica rivoluzionaria. E sognatrice che si culla con quello che è diventato un genere musicale, intuizione di Brian Wilson, il surf rock dei Beach Boys. Anche lì, siamo agli inizi degli anni Sessanta, quando pubblicano “Surfin’ Usa” col surfista Leslie Williams in copertina. Non si faranno incastrare da quel genere che avrebbero potuto ripetere all’infinito e invece anche Wilson, in nome delle «good vibrations» supererà la sua linea d’ombra e la sua maturità musicale con “Pet Sounds”.
Il surf, uno sport perfino iconoclasta, se uno pensa a un’altra pellicola come “Point Break” (il punto di rottura) di Kathryn Bigelow, in cui i quattro rapinatori che cavalcano le onde indossano le maschere di ex presidenti degli Stati Uniti (Ronald Reagan, Lyndon Johnson, Richard Nixon, Jimmy Carter).

FINNEGAN nel suo libro racconta per filo e per segno la sua formazione attraverso la tavola che passa per i Cinque Continenti: vita inquieta tra Polinesia, Australia, Sudafrica (in pieno apartheid), Madagascar. Inseguendo l’onda e quella magnifica ossessione che si chiama surf.

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