Archivio mensile:marzo 2014

La postdemocrazia a colpi di tweet

Se bastassero un tweet e un hashtag, proprio come piace all’attuale presidente del consiglio, per banalizzare la comunicazione, questa sera scriverei sul mio profilo twitter #iostoconGrasso. Ma è chiaro che non può bastare un tweet. E che la politica – o presunta tale – non può essere più ridotta alle forme degli slogan 2.0 dell’era dei social network. Troppo facile e (ancora) più ingannevole dei tempi di Silvio. Perché se dico – così a caso – in piena epoca della casta e di antipolitica – che voglio tagliare i costi della politica e per farlo parto dal Senato, infiocchettando la cosa come una riforma; c’è il rischio concreto che  l'”oh” di stupore di meraviglia di fronte a questa singolare azione – verbale – di efficientismo si propaghi da nord a sud, isole comprese, rasando al suolo quei confini, ormai così decisamente labili, tra destra e sinistra. Se però mi fermo a ragionare un attimo su che cosa sta succedendo in nome del sempre cosiddetto efficientismo, forse mi faccio almeno una domanda in più e forse mi corre sulla schiena anche un leggero ma insidioso brivido. Cancellare il Senato che significa? Significa radere al suolo un’istituzione sancita dalla nostra carta costituzionale in nome non solo di quel bicameralismo perfetto così difficile da raggiungere, ma di una salvaguardia e di un controllo da possibili derive autoritarie. Se lo cancello, uno dei luoghi della rappresentanza del popolo sparisce. Ok, la crisi della rappresentanza è conclamata, ma se perdo anche quell’esile speranza di avere dei rappresentanti che mi rappresentano (grossolana utopia di questi tempi, vedendo il livello della discussione, assai basso, nelle due camere), che cosa mi resta? Fidarmi più o meno ciecamente del leader di turno che sta provando a fare una legge elettorale – che non si discosta in definitiva di molto dal vituperato Porcellum – che con la scusa della governabilità restringe ulteriormente il campo della rappresentanza. E magari c’è anche qualcuno che osa l’impossibile, parlando di forme di democrazia partecipativa. Ecco, saranno pure domande e riflessioni banali queste, ma aiutano a capire che cosa sta succedendo in Italia. D’altronde è passato poco più di un anno dalle elezioni politiche che hanno sancito in maniera inequivocabile non il cosiddetto “tripolarismo” italiano (Pd, l’allora Pdl e Grillo), ma l’eloquente disaffezione degli italiani alla politica, testimoniata da affluenza e astensionismo. E questo che significa? Che, soprattutto a sinistra, c’è un popolo che non si sente più rappresentato.  Soprattutto dal Pd che è diventato altro. Altro da quella forma-partito novecentesca, dove sì contava la disciplina, dove spesso si coltivavano minoranze e settarismi, ma dove la discussione non era un inutile orpello. Era una vera discussione. Dove non si sarebbero mai sognati, pur riconoscendo il culto del capo, di mettere il nome del capo appunto nel simbolo. E invece, anche di questo il Pd sta discutendo. Chi rappresenta ora quel popolo? Certo, se le cose funzionassero davvero, in un mondo ideale e non in questo detestabile e reale, non ci sarebbe nemmeno bisogno di tirare fuori il problema della rappresentanza. Perché in alcuni casi il concetto dovrebbe essere superato. Purtroppo, non è così. E l’imminente data delle Europee non fa altro che ricordarlo. E’ l’occasione, forse l’ultima, per provare a risistemare una democrazia che rischia di perdere la sua essenza. Proprio perché la tendenza ad accentrare, a decidere anche senza averne la delega per farlo (e quello che è successo dal novembre 2011 a oggi, con i governi Monti, Letta e infine Renzi, ne è una dimostrazione) è sempre più forte. E perché la politica non riesce più a essere autonoma dall’economia e dal potere economico. Come dimostrano le scelte eterodirette dagli ormai sempre più inquietanti organismi di controllo tecno-finanziari. Ecco perché è meglio fermarsi a ragionare, anche solo per un istante. E farsi domande (mica tanto poi) banali. Un istante per capire che un tweet per quanto innocuo e talvolta bello nella forma (non altrettanto nella sostanza) può contenere molteplici insidie alle nostre certezze democratiche.

Contrassegnato da tag , , , ,

Libri/14 Ferretti e Zamboni, il quarantacinquesimo parallelo

quellochedeveaccadereaccade

La premessa: il quarantacinquesimo parallelo è quello che divide l’emisfero settentrionale. E’ anche il titolo (con la preposizione articolata “sul”) del documentario che il regista Davide Ferrario ha dedicato ai Csi. Era il 1997 e raccontava il viaggio di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni in Mongolia. Mai titolo fu più profetico, perché proprio come il quarantacinquesimo parallelo che delimita, demarca e divide l’emisfero settentrionale, da quel viaggio – in cui i rapporti iniziarono a incrinarsi – iniziarono a dividersi le strade di Ferretti e Zamboni. I Csi si sarebbero dissolti qualche anno dopo. Fine della premessa.

Michele Rossi è un docente universitario, specializzato in italianistica. Ma è soprattutto un fan dei Csi. Ora – è davvero difficile se non impossibile – provare solo a credere che questo gruppo non abbia dato una scossa all’asfittica (allora e, forse, anche ora) scena musicale italiana. I Csi – a prescindere dalle conversioni (più o meno attese) di Ferretti e a qualche inevitabile passo falso – rappresentano tuttora con la loro storia una cartina tornasole per provare a comprendere il percorso, spesso obliquo, del (sedicente) rock italiano. Rossi ha scritto un libro. Un bel libro “Quello che deve accadere accade”, pubblicato da Giunti (288 pagine, 14 euro), in cui (per la prima volta) la storia dei Cccp prima, dei Csi poi non risplende solo della luce di Ferretti, perché questo è un libro (soprattutto) su Ferretti e Zamboni. C’è tutto, dal punto di vista biografico. Ma c’è anche una lettura, quasi hermeneutica, che parte dai testi, dalle dichiarazioni pubbliche, da quelle sui giornali, per riannodare il filo del discorso. Se il concetto di “convergenze parallele” ha un senso (e non solo per giustificare strategie politiche), quel senso è proprio nella storia personale (e musicale) di Ferretti e Zamboni. Si incrociano per caso, dopo essere partiti entrambi per Berlino, nella città del Muro e in quella stessa città, molti anni dopo, si consumerà il loro divorzio artistico. Da Berlino parte tutto, da Berlino tutto finisce, ma poi ricomincia anche: ognuno per la sua strada. Paralleli sempre a rischio di incrociarsi di nuovo. E accade, proprio come cantavano in “Tabula Rasa Elettrificata”, punto più alto e allo stesso più basso della storia dei Csi. Sono 288 pagine – non di un romanzo – ma si leggono tutte di un fiato. Forse c’entra inevitabilmente quella passione viscerale che Rossi non nasconde nell’introduzione del libro e che continua ad animare quel vasto pubblico dormiente costretto a consolarsi, tra cui anche il sottoscritto,  riascoltando i Csi  da cd o da disco. Nel libro si evitano interpretazioni e giudizi sulle molteplici svolte di Ferretti che hanno caratterizzato così tanto questi ultimi anni nel racconto del personaggio. Ma c’è comunque un profondo rispetto per il suo rapporto con la religione, senza perdersi nelle etichettature, da un tanto al chilo, che non sono mancate in questi anni: il neocon ratzingeriano e via dicendo. Ma c’è soprattutto a stagliarsi in questo libro la figura di Zamboni. Non un utile orpello per Csi, ma fondamentale come lo stesso Ferretti, tra l’altro, ha sempre riconosciuto. Il silenzio di Zamboni contro la verbosità di Ferretti, perfino qualunquista la constatazione su che cosa erano i Csi, quando le luci si fermavano sui volti dei due (ex) amici. Il libro racconta (bene) la tensione artistica dell’alter ego Zamboni, alternandola con i mille progetti di Ferretti. E’ sempre lecito sperare in un lieto fine, anche quando si parla di rock e si pensa che i protagonisti siano irriducibili a posizioni mediate o compromissorie. Ma ipotizzare un lieto fine che significa Zamboni e Ferretti di nuovo sullo stesso palco, è chiedere troppo, almeno per ora, alla fantasia e alla speranza. Con il rischio, concreto, qualora succedesse, di rimanere delusi. Meglio così. Quello che doveva accadere è accaduto. Con buona pace di tutti. E amen.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Libri/13 Da Sarajevo a Chicago, tutte le vite di Hemon

La mia recensione sul libro di Aleksandar Hemon “Il libro delle mie vite” (Einaudi) uscita sabato 1 marzo su Qn (il Resto del Carlino – La Nazione – Il Giorno)

hemon

L’ultima stazione, la quindicesima, uno la legge tutto d’un fiato. E il cuore sobbalza più e più volte. C’è Isabel, bambina di un anno, affetta da una rara forma di tumore che lotta contro la morte, e Aleksandar, il papà, l’io-narratore, racconta tutto il suo dolore nel personalissimo calvario. Lo fa in differita, perché questa è appunto la quindicesima stazione della sua vita racchiusa in undici anni vissuti velocemente e, talvolta, pericolosamente. L’Aleksandar è Aleksandar Hemon, scrittore bosniaco di Sarajevo, ma trapiantato a Chicago. Le quindici stazioni sono altrettanto capitoli del suo ultimo lavoro ‘Il libro delle mie vite’ (Einaudi). È un’autobiografia, ma è anche un romanzo di (auto)formazione e ancora nelle stazioni centrali è un saggio su che cosa era Sarajevo dopo Tito e prima della guerra. Alexsandar, all’epoca, è un postadolescente preso, come i suoi amici, a essere il più dissacrante possibile e irriverente nei confronti del realsocialismo (non allineato) che sta per frantumarsi in qualcosa che, vent’anni dopo la guerra, diventa ancora difficile da decifrare proprio per il massacro che ha generato. E così in quella Sarajevo ci sono performance anche di respiro internazionale. C’è la Berlino «ispiratrice» degli Einsturzende Neubauten, anche se non vengono mai esplicitamente citati. C’è tanta musica: dalla «colta» alla John Cage all’alternativa, dai Talking Heads ai Pixies. E poi arriva la guerra. In un’altra stazione della vita di Aleksandar però, già volato a Chicago. Ma l’immagine della biblioteca di Sarajevo che brucia, il simbolo di quella guerra così sanguinosa e sterminatrice, ricorre spesso nelle pagine del libro. Quei roghi che si alzano al cielo e che ricordano, ora come allora, che la guerra non può e non poteva essere una questione privata.
Come non è una questione privata, grazie a questo libro, la vita, anzi le vite di Aleksandar. Non è mai semplice raccontarsi e mettere in circolo i propri ricordi, i sentimenti, le sofferenze. Hemon ci riesce. E vale la pena leggerlo.