Archivio mensile:ottobre 2015

Libri/49 Il mito Jordan va ancora a canestro

La mia recensione sul libro di Roland Lazenby “Michael Jordan-La vita” (66thand2nd editore, pagine 782 € 23,00), uscita sabato sulle pagine di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

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Perfino la nuova Miss Italia si è tatuata Michael Jordan. E pensare che quando lui, il Mito, giocava e vinceva, lei non era ancora nata. Ma proprio perché uno diventa mito riesce a tramandare la sua fama alle generazioni successive. «Like Mike», essere come Mike, come recitava quello spot italiano. E Miss Italia si è tatuato sull’anca quel volo verso il canestro diventato in fretta icona quasi trent’anni fa. Un marchio di fabbrica per delle scarpe da basket che avrebbero portato nelle casse della Nike 150 milioni di dollari in tre anni. Mentre i Red Hot Chili Peppers dedicavano una canzone a Magic Johnson (un mito anche per Michael), i Chicago Bulls, la squadra di Jordan diventava la più invidiata di tutti. Proprio perché a trascinarla c’era lui. Creatura darwiniana – come racconta Roland Lazenby nella monumentale biografia («Michael Jordan, la vita», quasi 800 pagine, uscita per la casa editrice romana 66thand2nd) – cresciuta nelle sfide uno contro uno contro suo fratello. Quando i suoi coach dicevano che era già in grado di vincere le partite da solo. Non c’è ovviamente soltanto questo nella biografia di Jordan. Lazenby che ricostruisce in maniera maniacale la vita di “The Air”, prova a raccontare anche il lato oscuro del campione: le scommesse e l’irrequieta vita sentimentale.

 

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Libri/48 Il (suo) romanzo suona il rock

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“Bisogna scegliersi la parte dietro la Linea Gotica”. Hai appena aperto il libro di Daniela Amenta e leggi una scheggia tutt’altro che impazzita del passato e ci si emoziona. Sempre. Quando si parla di quel disco, a maggior ragione – se a distanza di anni – ci si ricorda il pezzo dell’Amenta stessa all’epoca su quel disco dei Csi. Premessa inevitabile per addentrarsi in questo romanzo che sprizza musica da tutte le pagine. Mai fuori tempo. Ci sono i Clash, Nick Drake, Lou Reed e Chet Baker. Non sono abbellimenti narrativi e nemmeno citazioni messe lì tanto per tirarsela un po’, funzionano invece nell’intreccio di questo “La ladra di piante”. La ladra, tanto non si svela nulla di così fondamentale, è Anna, 33 anni, psicologa-precaria. La sua storia si incrocia con quella del suo vicino: Riccardo, giornalista, un matrimonio alle spalle, avrebbe voluto fare il critico musicale (quale giornalista con un minimo sindacale di passione per la musica non l’avrebbe voluto fare?) e invece si occupa di “nera”: omicidi e rapine, quando va bene (si fa per dire, ovviamente). Ed ecco l’altro colpo empatico per il lettore che è anche giornalista e si ritrova a passare le sue giornate al desk, l’Amenta – proprio per la sua esperienza – riesce a rendere benissimo come scorre la vita del redattore nelle redazioni dei giornali, tra titoli, pezzi da passare assai difficili da titolare il più delle volte, e il conforto (misero) delle macchinette delle merendine. Che tristezza, verrebbe da dire, se paragonato col mito del giornalista che vede il mondo, non da un monitor, e ci scrive sopra. Ma la realtà, purtroppo, è questa in quasi tutti i giornali italiani diventati sempre di più vere e proprie unità di produzione. Digressioni a parte, c’è un terzo personaggio, fondamentale, in questo romanzo: Lanfranco Spada, l’informatore della Questura (adesso lo chiameremmo addetto stampa) ormai in pensione. Sì, sono tre generazioni diverse a confronto in una Roma che stenta a ritrovare se stessa e prova logicamente a dare una spiegazione all’omicidio di un’anziana signora, possidente (soprattutto dal punto di vista immobiliare), che è anche la padrona di casa (affitti rigorosamente in nero) di Riccardo e Anna che sono vicini di casa. L’omicidio arriva a un centinaio di pagine dall’inizio, ma in quelle cento pagine che lo precedono non ci si annoia affatto. Chi è l’omicida? Lo scoprirete, leggendo questo libro. Unica pecca, ma davvero veniale, che può essere segnalata solo da chi ha la passionaccia per i Csi: subito dopo il delitto si cita “Depressione caspica” e quel ritornello (e anche incipit della canzone), un po’ mantra come solo Giovanni Lindo Ferretti sapeva fare “No, non ora non qui, in questa pingue immane frana”, viene presentato come un pezzo dei Csi (lo eseguirono nel disco “In acoustica”) ma in realtà è dei Cccp. Comunque, non stona proprio nulla in questo libro.

Daniela Amenta

La ladra di piante  (238 pagine, 16 euro)

Baldini & Castoldi

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Ok, Marino si è dimesso. Ma gli scontrini della democrazia?

Qualsiasi italiano sa quanto Marino ha speso per una colazione o per una bottiglia di vino. Bene. L’ha fatto con la carta di credito del Comune. Male. Quindi, va cacciato. Spende male i soldi dei contribuenti. Ha tradito la fiducia dei suoi elettori. Tutto legittimo. O quasi perché  poi uno pensa al feticismo perfino esasperato – non solo da parte dei giornalisti – nel sapere cosa ha mangiato il sindaco, con chi ha mangiato, con che cosa ha pagato e se, nel caso fosse stato ospite, chi l’ha invitato perché magari potrebbe essersi autoinvitato. Ecco se uno pensa a questo e lo confronta con quello che sta succedendo in Senato dove un governo che non ha la delega di rappresentanza rispetto al suo elettorato (visto che uno che ha votato Pd si è poi ritrovato al governo con Ncd e ora con l’appoggio dei verdiniani) sta minando le fondamenta della Costituzione e i processi democratici, come li abbiamo conosciuti finora, rimane quanto meno interdetto. Perché questione di qualche chilometro (forse anche meno, non sono romano) quelli che al Campidoglio chiedono conto degli scontrini e delle note spese dei ristoranti a Marino, non fanno altrettanto chiedendo conto di come stiano rovinando definitivamente la Costituzione quelli che invece, sono a Palazzo Madama? Perché non chiedono conto di ben altri scontrini? Ecco, perfino il più ingenuo e (forse) distratto spettatore di “House of Cards”, la serie di riferimento del premier per le sue strategie politiche, non capirebbe che Marino è stato incastrato (o si è fatto incastrare). Non ci sarà stata una congiura old style nei confronti dell’ormai ex sindaco di Roma ma una manovra d’accerchiamento così serrata, così pelosa e talvolta maliziosa, forse si ricorda prima, soltanto per Berlusconi. Ed è tutto un dire, in questi casi. Il Pd ha trovato come liberarsi non del sindaco “scomodo” ma del sindaco “irregolare” e il tutto – non ci sarà da aspettare molto – sarà condito con una definizione agée “questione morale”da rivendersi all’esterno. Definizione che – se uno ci riflettesse solo un istante, lo capirebbe immediatamente – poco si adatta o si dovrebbe adattare allo stile del Pd. Ma il tutto ovviamente fa parte del grande storytelling (altra parola chiave ma vuota nel suo limitarsi a narrazione) imposto non solo a questo paese ma anche al dibattito politico, svuotato da qualsiasi tipo di contenuto. Ed è questo che fa profonda tristezza. Marino finirà per essere etichettato come il sindaco delle “spese allegre” (starà lui a dimostrare che non sia così, ma questo è ovviamente un altro discorso) e sarà messo in archivio – senza giudicare di conseguenza nulla della sua azione politica che, pur non essendo lui un politico vero, qualche risultato concreto è riuscita a coglierlo – mentre si scatenerà sempre di più la corsa al successore. Che, vedrete, salvo sorprese, sarà il primo vero esperimento (o laboratorio, come preferite chiamarlo) del partito della Nazione. Nel frattempo ci sentiremo dire che quel governo lì – che tutti si dimenticano che non è un prodotto uscito dalle urne – fa le riforme (su come le faccia, nessuno però si interroga) che non erano mai state fatte in questo paese. E allora, tornando all’indignazione iniziale, la domanda suona perfino un po’ retorica nella forma:  conviene indignarsi per gli scontrini di Marino o per quelli della nostra Costituzione che il Senato sta finendo di stracciare?

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Libri/47 Fred Vargas, l’ultimo noir è Rivoluzionario

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Fare spoiler non ha senso. Almeno in certi casi. Provate – se l’avete letto fino a pagina 444 (l’ultima per la cronaca) – con il romanzo di Fred Vargas “Tempi glaciali”. Minuti (preziosi) persi perché potete pure rivelare il nome dell’assassino al vostro attonito interlocutore – che non l’ha ancora letto – ma lui non ci avrà comunque capito nulla. Per risolvere una crime story firmata da Fred Vargas ci vuole metodo. Ci vuole il metodo di Adamsberg, il suo commissario. E metodo con Adamsberg non fa rima con logica. Più che altro il metodo è quello – giusto per tirarsela un po’ con le citazioni – di derivazione greca, nel senso di metà odos. Che significa, appunto: seguire una strada. Quella che segue Adamsberg per risolvere questo caso, come d’altronde anche nei precedenti, non è rettilinea. Anzi, è tortuosa. Spesso rischia di girarsi su se stessa. Ed è naturale che i suoi non lo seguano. Perché gli indizi fanno rimbalzare questi apparenti suicidi, descritti dalla Vargas, come una pallina di ping pong. Tra presente (ovviamente, anche se in fretta si capirà che non sono suicidi) e passato prossimo (una spedizione in Islanda di dieci anni prima), fino al passato remoto (la rivoluzione francese e nella fattispecie Robespierre). Adamsberg non se ne sta tutto il tempo con la testa all’aria, come vorrebbe quella definizione magica che gli ha costruito addosso la Vargas “spalatore di nuvole”, ma disegna anche e si muove. E quando il viaggio in Islanda sembra non avere senso e lui, proprio come la canzone di Vasco, vorrebbe dargli un senso perché un senso alla fine poi ce l’ha, finisce col creare una voragine tra lui e il fido Danglard, il suo vice, che per una volta non si fida del suo commissario. Ecco, la bellezza di questi personaggi della Vargas, cui ci si affeziona anche troppo, è che uno vorrebbe incontrarli per strada, in carne e ossa. Certo, sostenere una discussione con Adamsberg per il suo saltare da una parte all’altra, di palo in frasca come si diceva un tempo, sarebbe impossibile. Ma vederlo mentre cammina con la testa rivolta verso il cielo – il suo riflettere – sarebbe un vero spasso. Come sarebbe difficile sostenere una conversazione con Adamsberg su Robespierre (magari, personaggio ricorrente di questo ultimo romanzo della Vargas) perché sarebbe in grado di citare a memoria – senza essere fallace – tutto l’albero genealogico di Maximilien. Ma il vero spasso e il vero divertimento sarebbe finirci una sera a cena. In una di quelle taverne – che la Vargas descrive nel suo ultimo romanzo – tirando qualche litro di bianco senza quasi accorgersene e rendendosi invece conto che per capire la realtà, a volte bisogna trascenderla. Anche, spalando le nuvole. Professione nobilissima se solo il tempo ce lo permettesse.

 

Fred Vargas

Tempi glaciali (444 pagine, 20 euro)

Einaudi editore

 

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Addio a Mankell, il pioniere del noir nordico

Il mio articolo uscito oggi su Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) per ricordare Henning Mankell, scomparso ieri a 67 anni

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UN GIORNO puntò l’indice sull’elenco telefonico e lo scelse. Wallander. Kurt Wallander. L’uomo che i telespettatori hanno poi conosciuto con le sembianze di Kenneth Branagh nella serie tv della Bbc. Ma Wallander non è l’alter ego preciso e rigoroso di Henning Mankell, è solo il suo personaggio letterario più fortunato. Mankell se ne è andato ieri a 67 anni dopo una lenta agonia iniziata quasi due anni fa: un tumore che aveva scoperto e poi raccontato in un suo personalissimo diario sul quotidiano svedese Göteborgs-Posten. «Un diario dal punto di vista della vita, non della morte», aveva detto. E a giorni verrà pubblicato in Italia “Sabbie mobili“ (Marsilio editore), il suo libro-testamento.
Se il noir nordico s’impersonifica ormai da anni con Stieg Larsson, non si può non considerare le affinità di Larsson proprio con Mankell. Il suo Wallander nasce con “Assassinio senza volto”. «Quando l’ho cominciato a scrivere – raccontò Mankell in un’intervista alla Bbc – mi sembrò che xenofobia e atteggiamenti razzisti fossero attitudini criminali e allora mi parve ovvio introdurre una trama gialla. E ci voleva un agente di polizia. Ecco Wallander».
Ripercorrendo a ritroso la carriera di Mankell, proprio in questo suo impegno contro il razzismo – fondamentale anche la sua esperienza di vita in Africa (in Mozambico, dove fondò anche il teatro Avenida) negli anni dell’Apartheid (“Leonessa bianca”, il secondo Wallander si svolge tra Svezia e Sudafrica) – si intravede la prima affinità con Larsson, che prima di diventare giallista di fama internazionale era stato il fondatore di “Expo”, un magazine antirazzista.
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DALLA REALTÀ al romanzo. Mankell, prima di molti altri, è riuscito a raccontare il lato oscuro della Svezia e in particolare della Scania, quel lembo di terra che unisce, tramite ponte, Malmoe a Copenaghen: terra di confine, il «Texas Baltico» come l’aveva ribattezzato lui. Un lato oscuro dietro la facciata del Welfare State e dell’accoglienza sbandierata ma spesso difficoltosa nella prassi.
Come d’altronde, ecco l’altra affinità con l’opera di Larsson, è riuscito a raccontare i rapporti della Svezia post Olof Palme (il premier socialdemocratico ucciso a Stoccolma nel 1986) con i paesi dell’ex blocco sovietico che, mentre Mankell scriveva le sue “crime story”, si stavano disgregando.
Uno sguardo acuto su una società in rapido cambiamento. Il ruolo della letteratura dovrebbe essere ancora questo: provare a raccontare la realtà così mutevole e così difficile da interpretare per chi dovrebbe invece farlo di professione. E i suoi romanzi, seppure ormai datati (l’ultimo della serie Wallander è del 2013), ci riescono ancora molto bene. Mankell volava alto e si affidava ai classici per spiegare come le “crime story” riescano a essere così incisive nel raccontare la società. «Pensate a Medea – diceva –. Di che cosa parla? Di una donna che uccide i suoi figli per gelosia nei confronti del marito. Forse non è una crime story? Cosa sapevano i greci? Che attraverso lo specchio del crimine puoi vedere le contraddizioni che esistono nella società».
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SPOSATO con Eva Bergman, la figlia del regista Ingmar, oltre a scrivere romanzi gialli (ma in passato si era dedicato anche alla letteratura per l’infanzia), era un attivista. Cinque anni fa era a bordo della “Freedom Flotilla” abbordata dalla Marina militare israeliana. In Mozambico dove viveva per diversi mesi all’anno, aveva fondato il teatro “Avenida”, che continuava a dirigere.
Il suo Wallander, dopo l’era di Martin Beck ,il sovrintendente inventato dalla coppia Sjöwall-Wahlöö, ha aperto la strada al noir nordico. Tanto da far coniare ai critici quel neologismo “GialloSvezia”, diventato in fretta una collana per la Marsilio. Lungimirante.

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Libri/46 L’età della febbre. Storie di questo tempo

La mia recensione su “L’età della febbre” (Minimum Fax) uscita il 3 ottobre sul Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

 

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Dopo aver letto ‘‘L’età della febbre’’ viene in mente un ritornello di una vecchia canzone dei Cccp «L’eterno presente che capire non sai». L’antologia della Minimum Fax, curata da Christian Raimo e Alessandro Gazoia, è un progetto editoriale ambizioso. Senza indugiare troppo e senza nemmeno esagerare, i due curatori nella prefazione dicono di ispirarsi ai modelli ‘‘New Yorker ’’ (negli Usa, nell’antologia del 1999 ci finirono i racconti di Foster Wallace e Jonathan Franzen) e ‘‘Granta’’ (in Gran Bretagna, nell’edizione del 1983 c’erano Salman Rushdie e Ian McEwan). Undici autori under 40 per provare a raccontare il nostro tempo. Ma qual è il nostro tempo? E di conseguenza il nostro presente?

I curatori, ed ecco che torna il ritornello del pezzo dei Cccp, non sanno neanche loro quale sia. Indecifrabile. Ma sanno quello che non hanno voluto in quest’antologia: una rappresentazione di un Paese in cui trasudasse la disperazione come effetto principale della crisi. Sarebbe stato troppo scontato. Certo, nessuno degli undici racconti (una è una graphic novel) trasuda ottimismo. Però, hanno un pregio questi racconti – in qualche modo unificatore, una sorta di filo rosso – non indugiano troppo sul contesto storico-ambientale, tanto che leggendoli nemmeno ci si rende conto che stanno raccontando il nostro Paese; ma riescono invece a indagare personalità diverse tra loro che, talvolta, sembrano affette anche da fragilità quasi patologiche. Oltre la febbre del titolo. C’è Nicola, trovato dal padre nel parcheggio di un centro commerciale di Corsico (hinterland milanese) che cerca di cancellarsi le impronte digitali mentre il papà lo implora a trovare un lavoro legale. Oppure c’è Ines che beve cocktail con il marito e «spinta» da un non meglio precisato desiderio di conoscenza, finisce col trovarsi legata in un bosco. E poi la graphic novel, un modo ancora più diretto di raccontare il presente. Che, va detto, in questi racconti sembra molto più futuribile di come appare il cosiddetto paese reale, con tutta una serie di inevitabili turbamenti. Ecco, magari, da questi racconti non si capisce come sia «questo eterno presente» – forse proprio perché non appare così comprensibile – ma senz’altro i racconti non lasciano indifferenti. E non è poco.

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