Archivio mensile:aprile 2012

Il Grillo sparlante

Fino a metà pomeriggio di oggi ero d’accordo con Aldo Grasso. “Beppe Grillo è più attore adesso di quando girava i film”. Poi le agenzie raccontano l’ultimo show di questo uomo barbuto che  vorrebbe (forse) fare il politico e capisco che non può fare più nemmeno l’attore. Perché comico o drammatico che sia il genere – e qui in Italia il confine è sempre molto labile – un attore dovrebbe essere quanto meno sufficientemente preparato su quello che sta per dire. Ops, per recitare. E uno che dice “La mafia non ha mai strangolato le proprie vittime, si limita a prendere il pizzo” è uno che ignora l’argomento di cui comunque parla. La solita obiezione di prendere qua e là una frase, estrapolarla dal contesto e giudicarla sommariamente, questa volta proprio non regge. Sappiamo tutti, perché tutti l’abbiamo sentita, in che contesto era inserita quella frase. Ma questo non ne allenta la gravità. Forse – ricorrevano  solo qualche mese fa i vent’anni dalla  morte – Grillo non sa chi era Libero Grassi. E a Grassi la mafia non si è limitata a prendere il pizzo. Ma Beppe è un approssimativo, abituato a fare la battuta ad effetto. Battuta facile e ormai, ahinoi, scontata per ricevere in cambio l’applauso. Un narcisista del palcoscenico. Ma le battute audaci vanno calibrate. Altrimenti anche l’attore non fa fino in fondo il suo dovere. E diventa un attore scarso. Il problema  è che Grillo vuole farci credere che non sia solo un attore. Vuole essere il Grillo parlante di quest’Italia. Più Grillo sparlante a dir la verità. E quando si concede simili  libertà, diventa anche un po’ farneticante. Facile sparare su un morto che cammina. E non c’è bisogno che sia Grillo a dirci che questa politica qui – sempre che possa chiamarsi tale – sia appunto moribonda. Altrimenti non ci ritroveremmo con un governo tecnico, b-side di un modello economico-finanziario che ha fallito. Ma poi non è nemmeno questione di politica, troppo alto il termine per essere calibrato su quelli che dovrebbero farla la politica, ma che sono in tutta evidenza privi di cultura, di conoscenze e di letture. Eh sì, anche di letture. Grillo è lo specchio di questo paese e della degenerazione della nostra politica. Ci basta (non a tutti a dir la verità)  uno che si prenda il palcoscenico – e lui è bravissimo nel farlo, lo è sempre stato – e che dica quello che vogliamo sentirci dire e tutti ci sentiamo più alleggeriti, meno pesanti. Ma è solo un’impressione. Il vacuo discorrere del Grillo può strappare perfino standing ovation in serie.  Ma solo perché conosce bene le regolette della retorica, sa calibrare il timbro della voce, impasta un po’ il tutto con lo slang da genovese e ci mette in mezzo qualche parolaccia d’indignazione. Ma l’indignazione è vacua appunto. Come nella più classica delle equazioni: urlo contro lo specchio e mi sento meglio. Da qualche anno Grillo urla contro quello specchio che lo autorappresenta. La chiamano antipolitica. Far passare un termine di questo genere è possibile, se quell’altra la chiamiamo politica. Ma non può bastare. Ci vuole ben altro per provare a cambiare l’Italia. Sempre che ci si riesca. E il paradosso è che questo paese ha bisogno proprio della politica. Quella che venga fuori dal confronto di idee e di pensiero. Anche filosofiche se poi muovono e indirizzano le scelte. E Grillo invece, è un po’ despota in questo senso. Il suo dispotismo è nel considerare come unica verità quello che lui dice. E quello che dice non è altro che un retorico sparare sullo status quo. Facile, fin troppo facile. Saprebbe farlo anche mio nipote di undici anni. Gli basta guardare un po’ di tv, leggere i giornali per  capire che il finanziamento ai partiti, così com’è, è un’aberrazione, che la legge elettorale è un Porcellum di nome e di fatto, perché non scegliamo noi chi ci rappresenterà in Parlamento. Non c’è bisogno nemmeno di un corso accelerato di educazione civica.  E poi c’è il confronto. Parola sconosciuta per Beppe. Se gli fanno domande – come è successo con Santoro – svicola. Non accetta il confronto. E alza giustificazioni risibili. Se uno va nelle piazze, fonda un movimento, chiede alle persone di condividere battaglie, lotte ed idee, quanto meno dovrebbe ascoltare quello che gli altri hanno da dire. E soprattutto da chiedergli.  E invece, come è successo dopo la puntata di “Servizio Pubblico”, passa subito a bacchettare giornalisti e talk show. Imponendo, utilizzando però gli stessi mezzi che critica aspramente,  la sua lezione su come si fa (o non si fa) informazione e di conseguenza politica estera, economica, scolastica e perfino sportiva. Ecco perché l’Italia non ha bisogno di lui. L’epoca delle battute ad effetto, è finita da tempo. E le sue – come è successo oggi a Palermo – non fanno più nemmeno ridere.

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Follia calcio, quei bamboccioni in mutande strapagati e senza dignità

Bamboccioni. Non stanno a casa con i genitori fino a 40 anni. Ma sono comunque bamboccioni in mutande. Come domenica a Genova. Mai cresciuti. Zero responsabilità. Eppure un lavoro ce l’hanno e anche ben remunerato. Fanno i calciatori. Ma guai a uscire fuori dal coro che è sempre lo stesso. Monotono fino alla nausea. Dalle dichiarazioni del dopo-partita, con congiuntivi che saltellano qua e là, ma con un concetto chiarissimo: aria fritta condita con retorica in eccesso. Non chiedete loro di prendere posizione. Non lo faranno. Prima sentiranno Tizio, poi Caio e infine Sempronio. Ma il peggio arriva, quando consultano i tifosi. Come se quei tifosi – quelli della follia di Marassi, tanto per intendersi – fossero gli unici depositari dell’orgoglio e della storia della squadra. Retorica anche questa. Bella e buona. Solo che ad alimentarla ed autoalimentarla succede quello che è successo a Genova. Quegli ultrà lì diventano i veri padroni del vapore. Nascondendosi dietro la frase a effetto più diffusa: paghiamo il biglietto, quando spesso il biglietto, anzi i biglietti con trasferte annesse vengono garantiti dalla società compiacente che non vuole trovarsi una contestazione in casa per un nulla: per un pareggino striminzito in casa o per frasi fuori posto secondo i dieci comandamenti degli ultrà.

Ma ecco il contrappasso evidente: presidenti e giocatori assoldano spesso gli ultrà come autisti delle loro fuoriserie, ma sono poi loro a guidare presidenti e giocatori nelle scelte. Dall’acquisto del centravanti all’obbligo di togliersi le maglie. La maglia, appunto. Ultimo feticcio di un calcio che non esiste più. E non è retorica. Ad Andrea Masiello, ad esempio, gli ultrà del Bari non chiesero mai di togliersi la maglia. Nemmeno dopo il vergognoso – con il senno di poi – autogol nel derby contro il Lecce. E allora si scopre che tra le pieghe dell’inchiesta di Bari sul calcioscommesse alcuni ultrà facevano pressioni sui calciatori del Bari per perdere le partite. Giusto per ricavare soldi dalle scommesse sulle gare pilotate.

Quello che è successo a Genova è una deposizione delle armi, senza nemmeno combattere, da parte dei calciatori. Bamboccioni appunto, ma senza nessun tipo di compassione per loro che guadagnano milioni di euro e non sono capaci di tirare fuori le palle. Sia in una partita di calcio sia nel momento dell’umiliazione globale. Bamboccioni senza dignità. Non chiedono la “paghetta” a papà perché semplicemente non ne hanno bisogno, ma chiedono a un manipolo di pseudo-tifosi cosa devono fare. Chiedono ai dirigenti cosa devono dire. Ma non chiedono mai a se stessi che cosa ci stanno a fare lì. Al massimo diranno: “Abbiamo tenuto bene il campo fino al gol avversario”.

“Diaz”, affinità e divergenze con il cinema d’impegno civile

Proviamo a parlare solo di cinema. Anche se so che sarà impossibile. Vista la materia del film “Diaz”. Questione di etichette e di metodo. Per tutti – quasi indistintamente – il film di Vicari sull’assalto e il massacro alla scuola Diaz, durante il G8 di Genova, è un film di impegno civile. Ecco l’etichetta. E su questo non c’è alcun dubbio.  La ferita di Genova – a undici anni di distanza – è ancora aperta. E lo dimostra il dibattito che si è scatenato all’uscita del film. Due gradi di giustizia, almeno, hanno sentenziato che cosa sia successo dentro quella scuola. Ma nel film restano pressoché oscuri i motivi che stimolarono/ordinarono un’esplosione così cieca di violenza all’interno della Diaz.   Prima obiezione, stile Bertinotti su Il Manifesto di ieri, ma quello è un film e un film non deve darci troppe spiegazioni. Bene, ma se un film rientra nella categoria del cinema d’impegno civile deve almeno provarci. Ecco la prima divergenza. Ed ecco perché forse l’etichetta di film d’impegno civile sta un po’ larga al film. Che – brevissimo inciso – è costruito bene nelle forme (riprese e quant’altro) e continua ad avere il pregio di aver riaperto una discussione su ciò che accadde undici anni fa a Genova, mostrandolo al pubblico. Ma ci sono alcuni aspetti che non possono non passare inosservati. Si parte – così almeno hanno detto tutti, dal produttore al regista – dai fatti. Dagli atti del processo e dalle parole di Amnesty International che vengono utilizzate come sottotitolo al film: “La più grande sospensione dei diritti civili in un paese democratico dopo la Seconda Guerra Mondiale”. Attenzione, l’ha detto Amnesty. Non un attivista. E allora  se si parte dai fatti – e quindi dagli atti del processo – non bisogna dare una verosimiglianza ai personaggi. Devono essere quelli che erano in quei giorni a Genova, sia dentro le caserme, sia dentro la scuola Diaz. Anche perché, altrimenti, il film che cosa vuole essere? Un docu-film (ma non può esserlo per alcuni dei motivi spiegati sopra), una fiction (e ridurrebbe la portata e il valore che questo film ha almeno nelle premesse) o una pellicola d’impegno civile come è stata etichettata dai più? Così, restando sempre in ambito cinematografico, è un meltin’ pot di generi. I nomi – resto di quest’idea – andavano messi. Di vittime e carnefici, di indagati a vario titolo e di imputati a vario titolo. Coincidenza del caso, negli stessi giorni in cui usciva “Diaz” nelle sale, veniva proiettato l’altro discusso film “Romanzo di una strage”. Giordana è partito da una ricostruzione (il libro di Cucchiarelli) – non la ricostruzione – ma non ha omesso nessuno dei nomi. A cominciare – e questo lo dico anche per un po’ di solidarietà professionale – dal più deciso e più bravo dei “pistaroli” il giornalista Marco Nozza (interpretato nel film da Thomas Trabacchi), inviato de Il Giorno, che fu tra i primi a teorizzare la pista nera per la Strage di piazza Fontana. Ma il manifesto del film d’impegno civile italiano – parere altrettanto personalissimo – resta “Il caso Mattei”. La firma di quel film è di Francesco Rosi. Il film esce nel 1972, a dieci anni esatti dall’incidente di Bascapè dove morì Enrico Mattei (stessa ricorrenza per “Diaz”), e va diritto a Cannes dove riceve una menzione speciale. Ebbene, la ricostruzione fatta da Rosi nel film è così rigorosa e coraggiosa che per le ultime ore di Mattei in Sicilia si affida alla consulenza di Mauro De Mauro, il giornalista de L’Ora, la cui fine non è data ancora a sapersi (altro mistero italiano) e la quale – dietrologia o non, qui non conta – c’è chi sostiene sia legata proprio a quelle ricerche per il film di Rosi. Anche Rosi non omette nulla di quello che poteva essere omettibile all’epoca, tenendo conto che la fine del padrone dell’Eni era ancora avvolta nel mistero più assoluto. Ecco perché “Diaz”, osannato magari con una sapiente azione di marketing come un film della nuova era  dell’impegno civile italiano al cinema, non convince per un’etichettatura troppo frettolosa. E’ un buon film – con delle buone premesse: partire appunto dagli atti dei processi – ma con diverse lacune. E sui titoli di coda: nessuno ci racconta che fine hanno fatto  i condannati nei primi due gradi di giudizio.

Figurine/1 Carlo Petrini, una vita all’attacco

Faceva il centrattacco. A ventun anni, nel 1969, aveva vinto una Coppa Campioni. Anche se quel Milan era del Paron Rocco, di Gianni Rivera e di Pierino Prati, triplettista nella finale contro l’Ajax. Lui era un rincalzo. Dal calcio ha avuto tutto, giocando sempre all’attacco.  E con il calcio ha perso (quasi) tutto. Toscano di Monticiano, lo stesso paese di Luciano Moggi, uno dei suoi grandi “nemici” nella seconda vita, questa mattina è morto in un letto di ospedale a Lucca distrutto da un tumore. Prima della “second life” da scrittore, ha fatto qualsiasi cosa, oltre ai gol. Sesso (tanto), rock’n’roll come colonna sonora di una lunga stagione dove tutta era ammesso anche l’inammissibile e droga no. Anche se non si è mai fidato di pillole e sostanze prese da calciatore. Non era droga e forse (non) erano sostanze proibite. Ma l’ombra del doping, per sua stessa ammissione, non l’ha mai abbandonato. E così l’ha raccontato nei suoi libri.

Dopo aver toccato il cielo con un dito ed essersi ritrovato all’inferno – squalificato per il calcioscommesse e in fuga dall’Italia dopo un crac finanziario con gli usurai alle calcagna – è tornato nel suo paese. Ha cominciato a scrivere. E quel “Fango del dio pallone”, il titolo del suo primo libro, ha aperto infiniti squarci sul plastificato mondo pallonaro. Dove niente vero, molto è falso e quasi tutto è verosimile. Un glaucoma gli ha tolto la vista e l’ha sfinito fino all’ultimo dei suoi giorni. Ma ha raccontato i misteri del calcio italiano, compresa la morte di Donato Bergamini. Restano una manciata di libri, uno spettacolo teatrale e un film. Forse così tutto non è andato perduto.

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