Archivio mensile:maggio 2012

In memoria di Giovanni Falcone, vent’anni dopo

Ore 17,56, 23 maggio 1992. Abbiamo appena pareggiato. Metto la borsa da calcio nel bagagliaio e salgo in macchina. “C’è stato un attentato a Palermo”, gracchia la radio. Il gr è in edizione straordinaria. Mia madre sospira: “Ne hanno ammazzato un altro”. La radio gracchia ancora: “Il giudice Giovanni Falcone è ferito”. Ferito, ma è un’illusione. La radio gracchierà più tardi, mentre stiamo per tornare a casa, a Senigallia: “Giovanni Falcone è morto”. Tredici anni, la scuola, il mio anno in seconda media è agli sgoccioli. Tutto si ferma. E niente si riavvolge. Magari si potesse, magari l’auto del giudice che lui guidava fosse andata più lenta, forse si sarebbe salvato. Giovanni Falcone è morto. Ma chi è per me questo 52enne con i baffoni, leggermente imbiancati dal tempo e dalle delusioni di una carriera da magistrato integerrima (l’aggettivo più ricorrente in tv ai tempi e di difficile assimilazione per un 13enne come me)? Chi è? E’ difficile, anche ora, vent’anni dopo, provare a spiegare che cosa abbia rappresentato la violenta morte di Falcone per la mia vita. Per le mie convinzioni, per la mia voglia di saperne un mezzo millimetro di più, per ragionare su quello che sembra, ma a volte non è. E’ così difficile, perché si rischia di cadere nella retorica. Oggi tutti ricorderanno Falcone. Molti – anche quelli che lo pugnalarono – riproporranno vecchie immagini sbiadite dal tempo. Io proverò a raccontare che cosa ha rappresentato quell’uomo per la mia generazione. Consapevole che sarà difficile trasmettere sensazioni, passioni e soprattutto quella rabbia che non si è mai totalmente neutralizzata col tempo. Ogni anno, quando arriva il 23 maggio, non riesco mai a evitare di ricordare che cosa accadde quel pomeriggio sull’autostrada che da Punta Raisi porta a Palermo, località Capaci. Forse – senza esagerare – per noi adolescenti le immagini di quella strage furono in qualche maniera la perdita dell’innocenza. O meglio una sorta di linea d’ombra. Una prematura maturazione. Una constatazione che vivevamo in un paese difficile, dove la mafia è in grado di uccidere un magistrato con la stessa forza di un terremoto. E quel magistrato per noi, magari anche un po’ inconsapevolmente, era la faccia pulita di questo paese. Tutto col senno di poi, è vero. Tutto subito dopo la sua morte, non prima. Ma Falcone è stato in grado di scuotere coscienze, di rompere il muro di omertà, di provocare una rivolta. Una nuova resistenza come l’etichettò Antonino Caponnetto che con Falcone aveva lavorato in quel pool che portò per la prima volta i boss di Cosa Nostra alla sbarra. Quello stesso Caponnetto che, 57 giorni dopo Capaci, tornò a Palermo per i funerali di Paolo Borsellino, e disse, sconsolato: “E’ finito tutto”. Non era finito tutto. I cortei di quei giorni, le immagini di quel popolo siciliano, ma non solo siciliano, che si ribellava al potere mafioso più smaccato e violento di quel potere politico che, con la Prima Repubblica, emetteva i suoi ultimi respiri, erano le speranze che quest’Italia sciancata poteva cambiare. Vent’anni dopo quelle immagini ci fanno ancora sussultare. Non è solo questione di eroi e di maledizioni per parafrasare Brecht, ma di modelli. Giovanni Falcone era un modello. Un simbolo. Il simbolo che legalità e giustizia non sono poi parole vuote. La dimostrazione che i mafiosi potevano pagarla e anche cara. Come accadde col maxi processo. La mafia non era invincibile e Falcone l’aveva dimostrato sul campo. I mafiosi potevano anche comandare in Sicilia, ma non erano onnipotenti. Anzi, potevano cadere da un giorno all’altro. Questione di metodo, d’investigazione moderna ed efficace, bastava cercare, bastava andare ad attaccare il denaro. Falcone lo diceva sempre: basta seguire la scia dei “piccioli”. Le minacce dei boss, piene zeppe di simboli e di messaggi, da dietro le sbarre non facevano più paura. Falcone aveva minato le certezze di Cosa Nostra. E aveva minato la certezza numero uno: che la paura sarebbe riuscita a vincere su tutto e avrebbe imposto l’omertà come modo di vivere. Ma non si può vivere nella paura. Falcone sapeva come attaccare quel mostro. Eppure ogni volta che poteva dare da una posizione migliore un colpo più forte a quel Moloch, non gli permettevano di darlo. Non fu scelto come capo dell’Ufficio Istruzione a Palermo, quando lui era l’erede designato di Caponnetto. Non fu scelto come consigliere del Csm. Abbiamo iniziato a capire anche da lì che la meritocrazia in Italia è un concetto molto astratto. Si adombrava, ma non si fermava. Gli dissero di tutto, quando lasciò Palermo per Roma, andando al ministero di Grazia e Giustizia. Gli dissero che si era venduto alla politica. Ma ora vent’anni dopo forse abbiamo un po’ più chiaro che cosa Falcone andò a fare a Roma. Cambiava il punto d’attacco, ma l’obiettivo era sempre quello: sconfiggere la mafia. E dimostrare che quel “terzo livello”, i rapporti tra mafia e politica, la contiguità (per una ragione prettamente semantica e non solo) come fu costretto a chiamarla, non era soltanto un’invenzione. Sono serviti chili di tritolo e un’esplosione che ha fatto oscillare anche il sismografo, tanto da far pensare a un terremoto, per annientarlo sulla strada di casa. E’ morto Falcone, ma Cosa Nostra e con lei chi ha organizzato, pensato e teorizzato quella strage in infinite stanze e dedali, non è riuscita a neutralizzarlo. Non c’è riuscita, perché le lacrime di Rosaria Schifani, la moglie dell’agente di scorta morto, ci sono entrate dentro. E perché vent’anni dopo ci ricordiamo ancora, per filo e per segno, la voce di Rosaria e quelle sue parole strozzate dal pianto. Come non ci dimentichiamo i fischi e le facce di pietra del potere. Le reazioni alla strage di Capaci e a quella di via D’Amelio ci hanno inorgoglito, per una volta ci hanno fatto essere fieri di essere italiani e ci hanno dato coraggio. Ci hanno fatto credere che questa nostra Povera Patria potesse cambiare. Che noi, tredicenni di allora, avremmo potuto disegnarla in una maniera diversa. Magari un po’ più somigliante a noi, con tratti meno bruschi, meno violenti e soprattutto meno misteriosi. Ci abbiamo creduto e molti di noi continuano a crederci. Nel ricordo di un magistrato che è riuscito dove molti maestri, prof, genitori e politici hanno fallito: a non farci accogliere passivamente quello che già c’è, l’esistente. Ma a provarlo a cambiare.

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Delio Rossi, quei pugni in panchina e l’ipocrisia in sottofondo

Lo capisco, ma non lo giustifico. E la scazzottata di Delio Rossi in panchina l’altra sera, alla luce dei riflettori e della luna, spiega perché il suddetto non abbia mai allenato una grande. Certo, ti prudono le mani, quando la tua squadra – quella che ti paga ma per la quale subisci ogni tipo di critica e di insulto – perde contro una squadra praticamente retrocessa e un ventenne che hai sostituito, perché fino a quel momento si è soltanto lustrato le scarpe in campo, ti applaude in faccia, ti sfotte, non riconosce la tua autorità. Tanto lui, il ventenne, dopo la doccia e i duecento unguenti per profumarsi, sfreccerà in centro con il suo bolide. Salvo, poi dire a giornalisti: “Stiamo facendo di tutto per salvarci”. Ti prudono le mani. Pruderebbero a chiunque. Ma questa Italia non ha bisogno di giustizieri, anche se in molti avrebbero voluto essere nei panni del Delio che cazzottava il ventenne che “mangia troppo cioccolata” (lo disse Mihajlovic, il precedente allenatore e connazionale di Ljajic) e che mostra fiero tutta la sua strafottenza di star superpagata. Nemmeno il calcio che è sempre di più lo specchio di questo paese ha bisogno di giustizieri. Ma piantiamola però anche con questa ipocrisia d’accatto. Che Rossi abbia sbagliato, lo sappiamo tutti. Che un allenatore non dovrebbe fare così pure. Che la società abbia fatto bene a cacciarlo – ma solo perché non poteva fare altrimenti visto che è successo davanti alle telecamere- anche. Ma quanto ci crediamo a quello che abbiamo appena detto, se ci guardiamo allo specchio? Quei due cazzottoni avremmo voluto darli anche noi. Perché di fronte a uno che pubblicamente ti “disonora”, non riesci a stare calmo. E qui lo stress non c’entra nulla. Altra giustificazione ipocrita. E’ stressante fare l’allenatore? Dai, non paragoniamolo a un mestiere usurante. Ci riderebbero tutti dietro. Più che stressante – e qui è il punto – è frustrante in certe occasioni. Quando ti accorgi che parli a vuoto. Che nessuno ti ascolta. Che ognuno fa quello che vuole. E allora non riesci più a tenere a freno i nervi. Delio Rossi sembrava da settimane un uomo solo. Isolato. Frustrato, non stressato, perché quei cazzotti lì nascono dalla rabbia per essersi ritrovati in un vicolo cieco. Il ventenne, l’ultimo arrivato o quasi, perfino lui, che si permette di contraddire una scelta, la sostituzione nella fattispecie. Ma chi è? Chi si crede di essere? I giocatori, alcuni nazionali, che pascolano in campo mentre l’avversario, praticamente retrocesso, trova il modo per fare due gol. E poi il dopo. Il fatto di metterci la faccia. Di sentirsi dire che allora con l’odiato (dai tifosi) predecessore in panchina le cose che andavano meglio. Ma lui aveva almeno un centravanti. Fare i conti su una squadra che ha nazionali, ma che è impelagata nella lotta per non retrocedere. E allora di chi è la colpa? Gli attacchi di bile della domenica e del lunedì di fronte alla classifica e a quella colonna destra che fa paura. Le certezze di sapere come cambiare la situazione che si infrangono contro le sconfitte, contro una diagonale fatta male, contro un’errata marcatura a zona sui calci d’angolo. L’impotenza. La frustrazione, appunto, di sapere che quella squadra lì, sulla carta, varrebbe tot, ma sul campo rende 100 volte di meno. E l’altra amara certezza che scaricare tutto sui giocatori non si può. Ma non perché non sia politicamente corretto, ma perché c’è ancora una stagione da finire. Ecco perché il gesto violento di Delio Rossi può essere capito, ma mai giustificato. E allora altro giro di ipocrisia italica  con vecchi adagi “i panni sporchi si lavano in casa” e sai quanto ne sono successe di scazzottate dentro gli spogliatoi. Soprattutto nelle grandi squadre, con gli allenatori che si inventavano le giustificazioni più fantasiose. Ferguson disse: “Una scarpa accidentalmente ha colpito Beckham”. Ma nessuno credette mai alla strana dinamica dell’incidente. Beckham salutò il Manchester United e Ferguson allena ancora i Red Devils. E questa è la sua ventiseiesima stagione sulla stessa panchina.

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