Archivio mensile:ottobre 2012

“Lei deve dire signor Prefetto”. Così lo Stato umilia il prete anticamorra

IL MIO ARTICOLO USCITO OGGI SU QN (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

 

Matteo Massi
DON MAURIZIO è il parroco di Caivano. Ma non dice solo messa. In quella terra lì, a metà strada tra le province di Napoli e Caserta, c’è bisogno di molto altro. Caivano, tra l’altro, rientra nella Diocesi di Aversa, quella di don Peppino Diana che la camorra nel 1994 ammazzò per la sua lotta contro il potere oppressivo e sanguinoso dei clan. E don Maurizio Patriciello da anni combatte contro i camorristi ed è in prima linea contro i roghi tossici di rifiuti nel Napoletano. Chi non aveva ancora avuto modo di conoscerlo, l’ha fatto con un video che da almeno due giorni fa il giro del web. È un video «rubato» di una riunione a Napoli dove l’arroganza del potere viene declinata nella sua forma più offensiva per chi ogni giorno combatte nelle terre di frontiera. don Maurizio è letteralmente aggredito dal prefetto di Napoli, Andrea De Martino. La sua colpa aver chiamato soltanto «signora» il prefetto di Caserta, Carmela Pagano. Un appellativo irrispettoso, per De Martino, quando ci si trova di fronte a un prefetto. E quindi alle istituzioni. Quelle istituzioni cui spesso don Maurizio, come molti altri che sono in prima linea, si è appellato invano. Senza ricevere uno straccio di risposta.
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NEL VIDEO che ha provocato una vera e propria sollevazione popolare contro il prefetto di Napoli, Don Maurizio prima si mostra sorpreso, poi imbarazzato. Vorrebbe fare il suo intervento nella riunione. Vorrebbe raccontare della discarica di amianto tra Napoli e Caserta. Vorrebbe raccontare che quei roghi di rifiuti tossici infestano la sua terra che non è poi soltanto la sua, ma dei fedeli che ogni domenica vanno a messa e di tutti gli altri che a Caivano ci vivono. Ma niente, De Martino sbraita. E chi filma quello che sta succedendo si lascia perfino scappare un «Signori si nasce» che non sembra certamente rivolto al prefetto.
Le polemiche dilagano. Andrea Ceccherini, presidente dell’Osservatorio Giovani-Editori, non risparmia critiche. «Da anni tentiamo di valorizzare l’educazione civica dei giovani, con la nostra iniziativa del Quotidiano in classe. Il messaggio che da quel prefetto arriva ai ragazzi, ovvero ai cittadini di domani, fa cadere le braccia. Ora chi ha sbagliato deve scusarsi pubblicamente. Se questo non avverrà, le istituzioni intervengano». Ceccherini intende portare il caso nelle scuole: «Inviteremo i docenti a discutere della distinzione tra cittadinanza e sudditanza, e metteremo a disposizione quel video che documenta un esempio negativo su cui riflettere».
Roberto Saviano, l’autore di «Gomorra», chiede le «immediate dimissioni di De Martino o quanto meno le scuse». Ma niente scuse, il prefetto si limita a parlare di «un incidente di lavoro davvero spiacevole». E Don Maurizio nella lettera inviata al prefetto per chiudere la questione scrive: «Io alla mortificazioni sono avvezzo. Spendo la mia vita di prete nella terra del Clan dei Casalesi. Se una cosa mi addolora è constatare che tante volte è proprio la miopia delle istituzioni, la pigrizia di tanti amministratori, il cattivo esempio di tanti politici a incrementare la sfiducia in tanti cittadini».

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Quelli che Beppe Viola è Beppe Viola

Quelli che sanno che Quelli che l’ha scritta il Beppe e l’ha cantata Jannacci

Quelli che hanno fatto quel mestieraccio, lo stesso del Beppe, per cercare di scrivere e di raccontare, da dio (solo come lui sapeva fare), le cose della vita. Ma non sempre ci sono riusciti

Quelli che avrebbero acceso un cero a qualsiasi divinità per avere delle invenzioni del tipo: “Sarei disposto ad avere 37 e 2 tutta la vita in cambio della seconda palla di servizio di McEnroe”.

Quelli che non l’hanno mai conosciuto, ma sanno tutto di lui.

Quelli che si rivedono il video su YouTube dell’intervista a Gianni Rivera sul tram

Quelli che stringerebbero un patto col diavolo per avere un grammo della sua ironia e del suo sarcasmo

Quelli che accendono con fatica la Rai e qualsiasi altro canale tv, quando si parla di sport

Quelli che si sono stancati di sentire “la maledetta di Pirlo”, “la sciabolata morbida”, etc etc.

Quelli che, insomma, rimpiangono l’impareggiabile capacità del Pepineu, come lo chiamava Brera, nel raccontare una partita di pallone. Che poi non era mai solo una partita di pallone

Quelli che Brera ok, era il migliore, ma Beppe Viola non sfigurava di fronte al maestro

Quelli che vorrebbero con una qualsiasi macchina del tempo ripiombare in quella Milano lì, dove si andava in osteria col Beppe e si tirava fino a tardi e si stappavano parecchie bottiglie

Quelli che l’aperitivo è solo il Campari, altro che cocktail e magari nell'”ora senza pari” ti ritrovi a incrociare Bianciardi e  Mulas.

Quelli che quella Milano lì non esiste più

Quelli che sognano di avere un epitaffio come quello che Giuan Brera gli dedicò, ma che non l’avranno mai

Quelli che non capiscono perché domani, a trent’anni dalla morte, la Rai non trasmetta almeno un programma per ricordarlo

Quelli che ci sono rimasti male, un annetto fa, quando l’amico Jannacci si è dimenticato del Beppe in un’intervista al Corriere

Quelli che Beppe Viola è Beppe Viola e tutto il resto, giornalisticamente e non, è noia

Quelli che vorrebbero, se solo fosse possibile, che Pepinoeu scrivesse, ancora una volta, sul Milan improvvisamente “povero” di Berlusconi, sull’Inter multietnica di Moratti e sulla Juve della ritrovata grandeur, ma dello stile ormai dimenticato. O che soltanto raccontasse il tutto in  tv

Quelli che sono certi che non ci sarà, almeno per i prossimi tre decenni, un altro giornalista che si inventi una lingua come ha fatto lui nella sua piazza Adigrat

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Il Milan, Vincenzina e la fabbrica che fu

Enzo Jannacci cantava: “Zero a zero anche ieri ‘sto Milan qui. ‘Sto Rivera non mi segna più”. Magari fossero questi i problemi – calcistici ovviamente – del Milan di Allegri. Un pareggio nel derby sarebbe grasso che cola. E invece colano le sconfitte. Una dietro l’altra. Anche nel derby. Una stracittadina tra le più povere di contenuti tecnici che la storia della Madonnina ricordi. Ma se l’Inter si arrabatta e si impermalosisce se la chiamano provinciale (soprattutto il parvenu Stramaccioni), il Milan prova a esternare una grandeur che ha perso dall’estate e che forse non ritroverà più. Ma che Milan è questo? Una zuppa inglese partorita da un mercato schizofrenico. D’accordo, l’austerity. Ma ci vorrebbe almeno una strategia. Progetto è una parola grossa, di questi tempi, e soprattutto in casa Milan.

E così poche idee, ma decisamente confuse. A iniziare dalla società costretta a cedere Ibrahimovic e Thiago Silva. E costretta a comprare per sostituirli. Ma se non hai più la Nutella in casa – e la pubblicità qui non c’entra – non vai al supermercato e compri due-tre barattoli di crema di nocciole, solo perché il colore (marrone) ricorda vagamente quello della Nutella stessa. Ed ecco Bojan e Pazzini. Due che – diciamolo chiaramente – non sono da Milan. Due che trovavano a fatica posto, rispettivamente, nella Roma e nell’Inter e che vengono spacciati come soluzioni per dimenticare Ibra. Non scherziamo. Quanti dei giocatori impiegati ieri da Allegri nel derby troverebbero un posto da titolare nei competitor di sempre del Diavolo (Inter e Juve)? Probabilmente un paio. Ma Stramaccioni e soprattutto Conte dovrebbero essere davvero di bocca buona. Va a finire – ed è proprio così – che la vera provinciale, in una sorta di retrocessione sociale e gerarchica, è proprio questo Milan qui. Campioni non se ne vedono. E se dalla piccionaia di San Siro, ma anche da altri settori, si fischiava Seedorf col suo passo da “Mondiale del 1986”, ora che si dovrebbe fare? Innanzitutto ci si dovrebbe indignare, per una lesa maestà a chi ha indossato in precedenza il numero 10, che quella maglia sia indossata ora da Boateng. Nel calcio che fu – meno formule e meno alchimie – il fidanzato della Satta sarebbe stato considerato un incursore. E tale è. O almeno resta. I campioni sono altro. Sono quelli che rendono possibile l’impossibile. E il Milan che in superiorità numerica non riesce nemmeno a creare uno straccio di pericolo alla difesa dell’Inter non li ha.

La società. Sarà pure un anno di transizione. Ormai si è capito. Ma c’è modo e modo di transitare, soprattutto quando si è in corsa anche nell’Europa che conta. Il rottamatore in casa rossonera non esiste. O almeno l’ha fatto a corrente alternata e per motivi che magari un giorno ci spiegherà – ma questo è un altro discorso – l’attuale allenatore Massimiliano Allegri. O si rischia o si prova a salvare il salvabile. La società ha scelto la terza via dai contorni confusi e assai nebulosi. Alcuni senatori restano, ma non sono quelli che fanno la differenza e forse non riescono a farla nemmeno nello spogliatoio, e i giovani stanno lì a ritagliarsi qualche spazio. Si comincia dalla porta. Abbiati è un “riciclato sicuro” più nei ritorni (dopo le esperienze torinesi su entrambe le sponde) che nelle uscite (come ha dimostrato nel derby di ieri sera): ha vinto lo scudetto con Zaccheroni, quando era appena ventenne ed è ancora lì. In difesa fa un certo effetto vedere che la coppia di centrali sia formata da due come Mexes e Yepes. In difesa il Milan anche in anni di magra ha avuto almeno sempre un punto di riferimento. E quest’anno bisogna cercarli col lanternino. Il francese non è in grado nemmeno di registrare i suoi nervi, figuriamoci un intero reparto. A centrocampo il regista non esiste. Hanno trovato lì un low cost rude e piuttosto ruvido con i piedi come De Jong. E bisogna sperare che l’ormai quasi 36enne Ambrosini non abbia mai nemmeno un raffreddore per vederlo sempre in campo. Dell’attacco si è già detto.

L’allenatore infine. Bravo Allegri: ha vinto lo scudetto al primo colpo. Ma dovrebbe chiarire, almeno da un paio di anni, una lunga serie di scelte, non di formazione, ma di rosa. Perché, ad esempio, ha lasciato partire Pirlo? E questo non può essere solo un dettaglio. Fa l’allenatore quando il lavoro sporco lo fanno gli altri (vedi cessioni e relative polemiche di Pirlo, appunto, e nell’ultimo caso l’addio di Cassano), poi accetta (così, almeno pare) ogni scelta della società, anche quando gli apparecchiano la tavola tattica con i De Jong, i Bojan e i Pazzini. Anche qui, soprattutto quando mette la faccia davanti alle telecamere, ci si aspetterebbe più coraggio. Sfogliando la lista dei suoi predecessori, Zaccheroni ha sfidato il padrone, rispondendo per le rime a Berlusconi. E Ancelotti non è stato da meno. Prendersela con gli arbitri, come ha fatto ieri sera dopo il derby, è fin troppo facile. E non risolve nulla. Anche lui sembra avere, almeno in questa fase, poche idee ma confuse. E soprattutto il suo Milan non gioca a pallone e non diverte. Il minimo sindacale che si richiederebbe a una squadra che è già praticamente esclusa dalla lotta allo scudetto.  Ed è quello che servirebbe almeno a far rientrare il lunedì Vincenzina e gli altri nelle poche fabbriche che ormai restano con una piccola magra consolazione.

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