Archivio mensile:aprile 2013

Materiale (non) Resistente

Diciotto anni, un’eternità. Era il 1995, a Correggio, succedeva qualcosa di irripetibile per la storia contemporanea della nostra scena musicale. Istituzioni che scommettono – finanziandolo – su un progetto culturale, “Materiale Resistente”. Un’utopia, adesso, in tempi di vacche così magre, in cui si scommette sempre meno sulla cultura e sull’arte in generale. Un’etichetta, quella del Consorzio Produttori Indipendenti, che si fa carico dell’organizzazione di un evento: un concerto che diventa disco, poi libro e addirittura film. E una ventina di gruppi, non solo rock, ma che all’epoca dove andavano riuscivano a riempire club e clubbini, che fanno i conti con la storia dell’Italia, il loro paese. Senza inseguire modelli d’importazione. Ma confrontandosi, vista la ricorrenza (i 50 anni dalla Liberazione d’Italia), con le radici del nostro paese e della nostra carta costituzionale (sempre sana, ma sempre meno robusta per gli attacchi continui, indistinti dal punto di vista del colore politico, che le continuano ad arrivare): la resistenza, recuperando i canti della tradizione e della lotta partigiana, duettando sul palco con le mondine. Riascoltare quel disco oggi è innanzitutto un attacco di nostalgia per quegli anni lì – la metà dei Novanta – dove non c’era niente che sembrava impossibile. Si rischiava. Anche con operazioni culturali di questo genere. Dove quel fermento politico e sociale – lungimirante in alcuni casi per quello che sarebbe, purtroppo, successo dopo – si organizzava e si canalizzava in forme di partecipazione (non solo concerti, dischi e libri) significative. E’ triste, proprio oggi, il 25 aprile, all’indomani del via libera a un governo di larghe intese che disattende completamente l’esito delle ultime elezioni e mina ancora una volta il concetto di rappresentanza (concetto sempre più intraducibile in questo momento storico), guardare con nostalgia a un evento del genere (un concerto, piccolo ma sicuramente esemplificativo di quegli anni), ma è anche necessario chiedersi: dove abbiamo sbagliato? Che cosa è successo in questi diciotto anni?

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Addio Pd, ora la prima repubblica è finita davvero

Vent’anni. Dall’hotel Raphael al teatro Capranica. Forse, ieri, è davvero finita la prima repubblica. Per vent’anni ci siamo ostinati a chiamarla seconda repubblica identificandola con il partito personale, quello di Silvio Berlusconi. Ma era soltanto un’illusione. Quella che abbiamo vissuto fino a qualche ora fa era solo l’appendice, brutta e infetta della prima repubblica. E l’elezione bis di Giorgio Napolitano al Quirinale non è che una conferma. Non c’entrano i dati anagrafici in tutto questo. C’entra invece un modo di fare politica che è diretta emanazione della generazione precedente. Solo che i predecessori, anche senza occupare tv e i social network, erano più bravi. Ma non è una questione di nostalgia e nemmeno di farsi uscire dalla bocca frasi del tipo “aridateci er puzzone” o “si stava meglio quando si stava peggio”, è il momento invece di riflettere sulle forme della rappresentazione della politica. Su una in particolare: il partito. L’unico partito che pur cercando di trasformarsi, cambiando sigle e simboli, ha ereditato (anche in questo caso l’anagrafe non c’entra) prassi e strutture dal passato (da Dc e Pci in una fusione a freddo fallimentare), segnando quindi una continuità con la cosiddetta prima repubblica è il Pd. Il Pd si è ufficialmente suicidato politicamente proprio con l’elezione bis di Napolitano. Non ha saputo capire la base e questa volta gli è stato fatale. La base appunto, concetto mutuato dal passato, ma che non ha più ormai una sua solidità. Perché l’organizzazione verticistica del partito è sotto accusa ormai da tempo. Perché i dirigenti non rappresentano nessuno. Perché il leader, caro o meno che sia, spesso non è percepito più come tale, non solo perché non riesce a scaldare piazze reali e virtuali, ma anche perché la distanza culturale dai suoi elettori (e quindi di scolarizzazione e specializzazione), si è ridotta moltissimo. Il segretario di allora, il leader di adesso, non è più un esempio “mitico” da seguire. Il Pd è andato a suicidarsi politicamente. Un suicidio eterodiretto? Non è dato a sapersi. Certo che fa impressione come Bersani, segretario e promesso presidente del consiglio, si sia lasciato sfilare nell’arco di poche ore il partito di mano, si sia fatto bruciare l’unico candidato presentabile (oltre a Rodotà, ma questo è un altro discorso). Romano Prodi sarà stato pure un candidato divisivo, ma lo era solo per il Pdl. Non poteva esserlo per il Pd e per il centrosinistra: è l’unico che ha fatto vincere il centrosinistra. Per due volte tra l’altro. Uno che univa quei valori di una proposta politica che è sempre più indefinibile per il Pd. Il Pd perso in correnti e correnticole, con una classe dirigente che ignora che cosa siano le Frattocchie o la chiesa di base, si è suicidato con le armi della prima repubblica: dai franchi tiratori, mai così tanti cinici e cattivi, alla smania di spartirsi i posti per un dopo che non è mai arrivato. Lascia in eredità però un precedente che non può passare inosservato: per la prima volta ci sarà un presidente della repubblica che farà due settenati. È vero: è stato eletto. È altrettanto vero che la nostra Costituzione non lo vieta, ma nemmeno lo esplicita. Resta il fatto che la sovranità di questo paese sembra limitata ora. Ed è un aspetto da non sottovalutare. La scelta del Pd di chiedere a Napolitano un ulteriore sacrificio non rappresenta i suoi elettori. E chi lo dice? Lo dicono le conseguenze di questo atto. E quello che succederà, salvo sorprese, nei prossimi giorni. Un’intesa piccola o grande che sia col Pdl (e almeno in questo caso Berlusconi non c’entra) non è possibile per chi ha scelto di farsi votare, puntando su una campagna elettorale in cui dal primo all’ultimo giorno si è cercato di far passare un messaggio diametralmente opposto a quello del centrodestra. Non un messaggio rigorosamente progressista o di sinistra (parola che produce ancora evidenti allergie all’interno del partito), ma comunque opposto a quello del Pdl. Quel Pd non rappresenta più gli elettori che l’hanno votato. Quella forma di partito lì è ormai trapassata. Forse con vent’anni di ritardo la prima repubblica potrebbe essere finita davvero. Ma quello che c’è all’orizzonte non è chiaro.

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Quirinale, il Pd ascolti la pancia per evitare il suicidio politico

La corsa al Quirinale potrebbe mettere fine alla storia (breve e tutt’altro che irresistibile) del Pd. Le basi per accelerare il finale sono state poste col (possibile) avallo della candidatura di Franco Marini al Colle. Ok, Marini è uno iscritto al Pd, ma la pancia del partito dice altro. La pancia non vuole Marini. La pancia, perché ormai la base del partito si è liquefatta, chiede un altro candidato. A meno che quella di Bersani non sia la più smaccata delle mosse per bruciare un candidato (il Marini appunto). Ma l’azione di convergere su un’intesa – larga o stretta poco importa, non sono le dimensioni che contano in questo caso – chiuderebbe definitivamente una stagione. Quella di un partito inteso strutturalmente come un posticcio delle teorizzazioni novecentesche in una forma verticistica dove i dirigenti sono ormai sospesi in aria, in attesa di precipitare. Perché non rappresentano più nessuno. Probabilmente – e se la candidatura di Marini fosse reale, lascio sempre il beneficio dell’inventario – quei dirigenti non rappresentano più nemmeno se stessi. La pancia di questo partito, o meglio di quelli che in questo paese continuano ad avere una visione diametralmente opposta e irriducibile a un’intesa con chi rappresenta un sistema economico-politico-sociale fallimentare, hanno in testa un nome e un cognome: Stefano Rodotà. Rodotà non dovrebbe essere un alieno per il Pd. Non può esserlo, se il partito ha deciso di scegliere come slogan nelle ultime elezioni “Bene comune”. Una definizione, con tutte le battaglie che si porta dietro (a iniziare da quella sui referendum dell’acqua) che arriva proprio dalla commissione Rodotà. Una commissione istituita dal secondo e ultimo governo Prodi che ha avuto il merito di teorizzare il concetto di bene comune. Non serve qui, ricordare il curriculum di Rodotà. Servirebbe invece capire che cosa agita la gente che ripone nell’elezione del presidente della Repubblica un ultimo ancoraggio per sperare. Sarebbe un bel segnale se il Pd e Bersani in primis, optasse per Rodotà. Sarebbe un modo per aprire un confronto con quella società diffusa – entità sempre meno astratta e sempre meno rappresentata – che vedrebbe in Rodotà un’apertura. Sarebbe un modo per riaffermare, in un particolare momento storico-economico-politico, che un modello economico (quello neoliberista camuffato e riveduto e corretto in diverse salse) ha fallito. E che non serve proprio a nulla continuare a ragionare su coordinate sbagliate, consultando cartine ormai scadute.

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Grazie signora Thatcher

Grazie Signora Thatcher. Senza di lei probabilmente non avremmo avuto una decina di pezzi musicali formidabili. Da Billy Bragg agli Smiths con Morrissey che sognava per lei una fine tutt’altro che dolce. Grazie anche per il cinema di Ken Loach. E per i libri di John King, Irvine Welsh. Grazie signora Thatcher è riuscita a canalizzare la critica nei suoi confronti – che talvolta si tramutava (anche legittimamente) in rabbia – in vere e proprie opere d’arte. Grazie perché è stata una fonte d’ispirazione come pochi nemici politici e in più in generale del popolo riescono a essere. Ian McEwan ricordava la litigata coi colleghi-scrittori italiani che rimproveravano gli inglesi di essere ossessionati dall’Iron Lady. E gli italiani, ahinoi, sostenevano che la letteratura dovesse essere separata dalla politica. Insomma che la letteratura o l’arte generale dovesse essere priva di qualsiasi azione sociale. Salvo poi, magari, soffermarsi sulle tinte dei capelli dei nostri (presunti) statisti o su quei rialzi per le scarpe che li facevano così alti ai summit europei, fino a dedicarsi a dell’insano autoerotismo leggendo qualche pezzo di giudiziaria sempre sui nostri presunti statisti. Certo, tutti quei dischi lì, tutti quei libri lì li abbiamo e li stiamo pagando ancora cari. Anche noi italiani. Colpa della globalizzazione ultimo effetto di quel turbocapitalismo che sembrava così eccitante allora. Ma era solo sadomonetarismo. Per questo un po’ meno grazie signora Thatcher.

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C’era una volta la Democrazia Cristiana

Ecco il mio articolo sul libro di Alessandra Fiori “Il cielo è dei potenti” (Edizioni e/o, 18 euro) uscito domenica 31 marzo su Qn (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

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Le caciotte. Non è un libro sui formaggi, eppure le caciotte, quelle di Fiano Romano, tornano ripetutamente ne «Il cielo è dei potenti» di Alessandra Fiori (Edizioni e/o, 18 euro). Claudio Bucci, il protagonista del romanzo, è ambizioso: dal profumo o dall’olezzo — a seconda dei gusti — delle caciotte vuole affrancarsi. Ecco la politica. E il partito di maggioranza. È la Democrazia Cristiana, anche se la Fiori nel suo libro non la nomina mai. C’è un lessico che sembra essersi perso nella notte dei tempi: correnti, imbussolamenti e campagne di tesseramento. E ci sono anche immagini sbiadite, in bianco e nero: capidelegazione con la lista dei sottosegretari piena di cancellature che salgono e scendono piani con l’ascensore. È roba da Prima Repubblica. Ma non è un capitolo chiuso. Soprattutto per una scrittrice come Alessandra Fiori che era adolescente, quando la Prima Repubblica e la Democrazia Cristiana emettevano gli ultimi respiri. A 36 anni ha deciso ora di raccontare l’ascesa pubblica e la caduta, anche privata, di un politico. Nel libro, come ne «Il Romanzo criminale» di De Cataldo, si rischia di farsi divorare dalla curiosità di riconoscere immediatamente quale personaggio in carne e ossa si cela dietro a quello di fantasia creato dalla Fiori. Meglio allora iniziare subito dal protagonista: quel Claudio Bucci sembra, è, in tutto e per tutto, il padre di Alessandra, quel Publio Fiori, democristiano di lungo corso che diventerà ministro nel primo governo Berlusconi, dopo essere passato ad Alleanza Nazionale.
Quanto l’hanno influenzata i racconti di suo padre per questo romanzo?
«Il giusto. È chiaro che in casa si è sempre respirata quell’aria. Ma lo scatto decisivo è avvenuto al liceo. Frequentavo il “Mamiani” a Roma ed era una scuola molto politicizzata e lì ti dovevi per forza schierare. Poi ho fatto un po’ di ricerche negli archivi su quel periodo e il resto l’hanno fatto alcune interviste che avevo realizzato ai politici».
Ma perché la Prima Repubblica ha ancora questo potere di fascinazione così forte, anche nei confronti di chi non l’ha vissuta?
«Perché ancora ce la portiamo dietro, anche se non ce ne rendiamo conto, nelle vicende di tutti i giorni. Un esempio: quando abbiamo bisogno di cure mediche immediate, la prima cosa che chiediamo è “chi conosciamo?”. Le conoscenze come soluzione immediata per i nostri problemi sono un retaggio della Prima Repubblica».
Questo romanzo fa pensare al “Todo Modo” di Sciascia e a quello cinematografico di Petri. Si parla di Democrazia Cristiana, senza mai pronunciarne il nome, ma lavorando molto sui personaggi. Che a volte diventano quasi delle “macchiette”.
«È il potere del romanzo. Io non avrei mai potuto scrivere un saggio sulla Dc. Questo libro delinea i personaggi, non necessariamente li deforma, ma rende uno spaccato di quell’epoca. Anche senza essere un romanzo storico».
Suo padre l’ha letto?
«Sì, è un democristiano. E alla fine si è fatto una bella risata».
In questo libro ci sono anche un paio di episodi che hanno segnato la carriera politica di suo padre. Come quando fu gambizzato dalle Brigate Rosse.
«L’attentato non posso ricordarmelo, perché avevo appena due mesi. Ma ho voluto raccontarlo nel libro per esorcizzarlo in qualche maniera. Quell’attentato è stato uno spartiacque e la paura in casa ha continuato ad aleggiare per anni».
L’hanno candidata allo Strega, un premio che si annuncia con più polemiche del solito. L’ultima quella dello scrittore Emanuele Trevi.
«Sono contenta e la vivo tranquillamente questa storia. D’altronde che Strega sarebbe senza polemiche. Mi fanno solo sorridere le dichiarazioni di voto a priori di persone che dicono di volersi far da parte dallo Strega».
Anche questo un retaggio da “Prima Repubblica”?
«Probabile. Chissà».

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