Archivio mensile:agosto 2016

Libri/63 L’umanizzazione del cinghiale

cinghiale

Gli occhi di Apperbohr colpiscono immediatamente. Sono occhi perennemente lucidi attraversati dalla malinconia e forse anche dall’impotenza nel poter cambiare lo stato delle cose. Lo stato delle cose a Corsignano, paese tra Umbria e Toscana (tra le province di Perugia e Siena) inventato di sana pianta da Giordano Meacci per il suo ultimo libro “Il cinghiale che uccise Liberty Valance” (finalista all’ultimo Premio Strega), non è molto diverso da quello di altri paesi di provincia: si intrecciano vita e morte, si perdono a carte svariate milioni di lire (siamo ancora a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo), si diventa schiavi di strozzini “travestiti” da avvocati, si ama, si odia, si tradisce. Ma soprattutto si fanno i conti con la morte. Apperbohr, il cinghiale, vede passare davanti a sé a tutto questo. Non sa darsi una spiegazione ma nel frattempo diventa consenziente, riesce anche a capire cosa può passare nella testa degli umani, anzi degli “alti sulle zampe”, come li chiama lui.

Meacci s’inventa una lingua, il cinghialese (alla fine del libro c’è un prezioso glossario), ma soprattutto regala un romanzo intenso, denso, ricco di citazioni cinematografiche (dimostrando come il cinema sia una sua magnifica ossessione, basti pensare alla collaborazione con Caligari per il film uscito post mortem del regista “Non essere cattivo”). La scrittura è ricca, piena di immagini, di sensazioni, di odori e anche di umori, fino a quelli più intimi. Non risparmia nulla al lettore. Ma non c’è mai autocompiacimento e questo non può non colpire. Meacci sa padroneggiare bene la lingua, sa destreggiarsi ancora meglio in un tessuto narrativo ricco di immagini, evocativo, talvolta onirico. Ma non è il tipo che se la tira e probabilmente i paragoni che in questi mesi che sono stati fatti tra la sua scrittura così derivativa o solamente riconoscente al flusso narrativo di Foster Wallace (cui per occhiali e capelli, potrebbe anche assomigliare) non lo sfiorano. Perché non è questo il punto, perché a voler essere chiari, fino in fondo, per questo libro non è essenziale (e nemmeno interessante) fare paragoni con autori del passato, contemporanei o andati via troppo presto e per sempre. Questo romanzo, almeno nel panorama italiano, come modo di procedere narrativo e anche dal punto di vista linguistico è qualcosa di diverso.  Anche se alla fine sono proprio gli occhi di Apperbohr che colpiscono. Apperbohr in suo personalissimo romanzo di formazione, ha perso l’innocenza (passate il termine) animalesca, ha iniziato a capire gli umani. Ma ormai è troppo tardi. E’ sempre troppo tardi quando non si possono avere rimedi all’infelicità ed è – nonostante descrizioni spassose, avvincenti – l’infelicità che pervade comunque il romanzo di Meacci. “Se si potesse dire amore in cinghialese, se si potesse dire amore in qualsiasi lingua”. Basterebbe a frenare l’infelicità? Forse davvero come cantava quel tale: “l’infelicità è senza limite. Va e viene”.

Giordano Meacci

Il cinghiale che uccise Liberty Valance

Minimum Fax editore, 452 pagine, 16 euro

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Libri/62 C’era una volta l’antimafia

Unknown

La quarta di copertina dice già tutto. E non è – fidatevi – uno specchietto per l’allodole. E’ l’innesco giusto per leggere un libro corrosivo – questo sì politicamente scorretto ma nel senso giusto non in quell’aberrazione che abbiamo metabolizzato così tanto da non far più caso alla sua trasformazione in insulto e sfottò – che incide su un tema dibattuto. Ma sempre comunque poco dibattuto. E’ un libro, come dice il titolo, “Contro l’antimafia”. Scritto da uno, Giacomo Di Girolamo, che la mafia – anche se non spara più – la vede tutti i giorni con i propri occhi. E che ormai da una manciata d’anni dalla sua trasmissione radio dileggia l’ultimo (forse) boss dei boss Matteo Messina Denaro: “Matteo, dove sei?”. E infatti, anche questo libro si gioca tutto su un dialogo immaginario con Messina Denaro in cui Di Girolamo racconta con uno stile caustico ma comunque secco e preciso come il movimento antimafia stia perdendo inevitabilmente la propria essenza. Ecco, la quarta di copertina: “Sono nato un sabato di maggio del 1992. Da allora ho sempre lottato da una parte. E adesso è proprio quella parte che mi fa paura”. De Girolamo riesce a mettere nero su bianco quello che è un po’ il sentimento di una generazione – la sua, la mia – che ha perso la sua innocenza in quei due mesi del 1992 tra maggio e luglio. Le due stragi, Capaci e via D’Amelio, la voglia di reagire. Di mettersi in movimento. Le lenzuola bianche stese dalle finestre di Palermo. Quella “nuova resistenza”, così come giustamente l’etichettò Antonino Caponnetto che diede forza e coraggio anche a lui che aveva detto, dopo la morte di Borsellino, “è finito tutto”. La reazione a quelle due stragi – ancora tutte da chiarire tra mandanti ed esecutori – fu fortissima in tutto il paese. E senza esagerare per gli adolescenti di allora si creò una vera e propria coscienza civile. Energie che furono ben incanalate. Tanto che il movimento antimafia riuscì a incidere anche sulla politica, sulle leggi: basti pensare alla legge sul riutilizzo sociale dei beni confiscati ai boss (1996) che partiva da quella norma sulla confisca pensata e voluta da Pio La Torre e firmata poi dal ministro dell’epoca Virginio Rognoni (era il 1982). Ecco, ma poi dopo la metà degli anni novanta, che cosa è successo? Di Girolamo lo racconta portando degli esempi concreti: dalle assemblee obbligate in tutte le scuole col magistrato sotto scorta alla costituzione parte civile delle molteplici associazioni antimafia in processi anche lontani migliaia di chilometri dalle sedi delle stesse associazioni. Ecco che la testimonianza dell’essere antimafia è diventata rito, un rito talvolta fine a se stesso, quando addirittura business e nel frattempo si sono create delle vere e proprie icone. Molte si sono bruciate da sole. Basti pensare alla svolta della confindustria siciliana vanificata però da inchieste che hanno messo in discussione proprio quelli che si erano (auto)definiti testimonial dell’antimafia. E in tutto questo, piccolo particolare da non sottovalutare, la mafia pur non sparando più come prima, pur non facendo scorrere così tanto sangue come negli anni ottanta dei mille morti di Palermo, ha continuato a prosperare, proseguendo a fare i propri affari. Ecco perché per quanto possa essere indigesto a molti, questo libro è necessario. Tra l’altro Di Girolamo riesce nell’impresa, tutt’altro che facile in casi come questi, di non fare di tutta un’erba un fascio. Ma una considerazione a come si è ridotto il movimento antimafia non è più rinviabile. Soprattutto per quelli che ci hanno speso energie, sentimenti e speranze.

Giacomo Di Girolamo

Contro l’antimafia

Saggiatore, 242 pagine, 17 euro

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