Archivio mensile:novembre 2015

Libri/50 Il basket come metafora

Meneghin, nel senso di Andrea, o Pozzecco? Stagione 1998-’99, lo scudetto della stella di Varese. Pozzecco è già una rockstar del basket, Meneghin non è più solo il figlio di Dino ed è un po’ l’alterego di Andrea Lanciano, il protagonista del romanzo d’esordio di Giovanni Fiorina, edito da Marsilio, che s’intitola appunto Masnago come il teatro della cavalcata dei Roosters Varese verso lo scudetto della stella. Entrambi gli Andrea hanno un padre ingombrante da cui in qualche maniera devono affrancarsi. Il Meneghin deve dimostrare che non è solo il figlio di Dino ma è un campione autonomo, il cui cognome è solo una variabile del fato, non una raccomandazione sul futuro e nemmeno un obbligo su che cosa fare da grande. Anche perché il talento è un po’ come il coraggio manzoniano o ce l’hai o non puoi dartelo. Andrea Lanciano invece, è la stellina di Gallarate basket, su cui hanno posato gli occhi gli osservatori delle square di serie A, Varese compresa che gli farebbe firmare un contratto da professionista immediatamente. Ma Andrea si ritrova anche tra capo e collo la piccola azienda di termosanitari del padre finito in ospedale per un’emorragia cerebrale. Lanciano senior è considerato un grande lavoratore, un tipo serio, affidabile. Così almeno Andrea, rimasto orfano della madre, pensa che sia. E invece si ritroverà a dover fare i conti con una realtà che nemmeno avrebbe immaginato, dove i primi segnali della crisi che sarebbe deflagrata con tutta la sua forza qualche lustro dopo si fanno sentire, dove merito, impegno e soprattutto talento non bastano. Dove soprattutto i debitori non pagano e lui, Andrea, non può far fronte alle richieste dei creditori che non arrivano con metodi ortodossi. Basti pensare alla violenza con cui agisce Di Cuonzo, il principale creditore o così almeno sembra (senza fare troppo spoileraggio sul romanzo, ma i meccanismi di scatole cinesi e teste di legno alla guida di società ci sono già in quel 1999). Comunque è questa la linea d’ombra per Andrea Lanciano, il passaggio dall’adolescenza alla maturità. Per lui continuare l’attività lavorativa del padre non è più una libera scelta, come poteva sembrare all’inizio del romanzo quando pareva anche interessato a fare il mestiere del papà, ma un obbligo. Come riuscirà a uscire da tutto questo? Il libro di Fiorina lo racconta, soffermandosi molto sulla vita in provincia e quello che sono i veri poteri forti seppure in piccola scala. Una provincia   dove contano i rapporti, le relazioni e la conoscenza di segreti, visure camerali e libri contabili da tirare fuori al momento opportuno.

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Giovanni Fiorina

Masnago

Marsilio editori, 252 pagine, 17 euro

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Capitale malata, nazione infetta

Cinquant’anni fa il reportage di Concogni (da poco scomparso) col celebre titolo “Capitale corrotta, nazione infetta”. Sulla corruzione a Roma, purtroppo, come hanno ampiamente dimostrato le inchieste della Procura, non vi sono dubbi anche ora, cinquant’anni dopo. E non c’è bisogno che a confermarlo ci sia Raffaele Cantone, presidente dell’Authority che parla di mancanza di anticorpi e ribattezza Milano capitale morale. Mossa dialettica assai ardita – in un eterno ritorno tra mazzette, candidature old style (i sindaci di vent’anni fa, da Bianco a Orlando, e forse ora Rutelli, sono tornati al loro posto) – che cela, difficile nasconderlo, proprio in questo eterno ritorno cui si faceva cenno sopra, prevedibili intenzioni, da parte di Cantone, di giocare in un altro ruolo. Quello del politico, proprio come Di Pietro, appunto, vent’anni fa. Un altro tassello dell’eterno ritorno italico con la convinzione che i magistrati prestati alla politica, possano in qualche maniera surrogare i politici e rappresentare la speranza di cambiamento nel nome della legalità. Lo scetticismo, guardandosi alle spalle e al più recente passato, è legittimo. Perfino fisiologico. Ma il punto, paradossalmente, è proprio questo: considerare che serva un moralizzatore in politica quando la politica di per sé ormai è parola vuota. Non tanto perché o è corrotta (come la vulgata anti casta a corrente alternata sostenga) o perché ormai ha ceduto il passo e soprattutto la sua autonomia al potere economico, quanto invece perché i processi democratici che rappresentano o meglio rappresentavano nel nostro paese la sua essenza, sono stati completamente svuotati di senso. In attesa che le terribili riforme prendano definitivamente forma, mettendo definitivamente una pietra tombale sulla democrazia rappresentativa, ecco ancora Roma – purtroppo – a correre in soccorso e confermare quanto sia ormai evidente più che il disprezzo lo sprezzo nei confronti dei processi democratici. Basti pensare a come è stata gestita la crisi in Campidoglio. Un giorno qualcuno dovrà spiegare, il Pd e anche il (sub)commissario Matteo Orfini che si è affrettato ad autoassolversi su Facebook, per quale ragione si è aperta e si è chiusa una crisi politica in quel modo che ha poi portato alla fine del mandato di Ignazio Marino. Che lo stato di Roma non sia eccellente è sotto gli occhi di tutti. Marino – e non sono qui per farne un’apologia, ma la gestione del suo caso rischia però di diventare paradigmatica sul modo di gestire la crisi, la rappresentanza e di conseguenza anche la fiducia accordata dagli elettori – ha ereditato una situazione già decisamente compromessa. C’è stato o no un cambiamento o una discontinuità col passato? Nì. Perché le insidie maggiori e i nemici erano soprattutto dentro il Palazzo e il suo partito, come d’altronde è stato ampiamente dimostrato nella gestione della crisi di questi ultimi giorni. Senza farla troppo lunga, quello che fa veramente ribrezzo è come si sia deciso – dopo il ritiro delle dimissioni da parte di Marino – di ignorare l’unico luogo deputato alla discussione, ossia l’aula consiliare, per verificare se c’erano o meno le condizioni per andare avanti, e si sia scelto invece lo studio di un notaio per dichiarare finita quell’esperienza amministrativa. Su questo passaggio – di fronte alle riforme (soprattutto quella elettorale) che stanno arrivando come un treno – bisognerà soffermarsi e discuterne. E soprattutto rendersi conto che un’esperienza politica non può essere ridotta a un mero passaggio burocratico. Ecco appunto che la politica, in senso più lato, perde completamente la sua essenza. E se Roma è solo un esempio, ma assai lampante del mood ormai imperante, il rischio di un rapido contagio nel Paese è assai elevato, per non dire concreto. Che tutto questo avvenga poi all’interno del Pd che dovrebbe portare, ma ormai ha dimenticato, l’esperienza e la tradizione dell’Ulivo (meglio ricordare che Prodi, durante il suo secondo governo, quando era ormai certo di non avere più i numeri, non si sottrasse all’esame dell’aula e andò a gestire la crisi in Parlamento), oltre a essere sconcertante, non fa altro che confermare come la mutazione genetica di questo partito iniziata ormai da un po’, sia stata definitivamente portata a termine. E infine mi permetto di dissentire con chi dice che è stata un’operazione di real politik, in puro stile democristiano. No, perché nonostante tutto la vecchia Dc rispettava i processi democratici, li utilizzava certo a proprio piacimento e in un caso del genere avrebbe fatto una cosa: la pugnalata definitiva l’avrebbe data in aula. Non in uno studio di un notaio.

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