Archivio mensile:aprile 2015

E’ sempre tutta colpa dell’Europa. La scorciatoia più facile

Ormai è una scorciatoia. Fin troppo scontata. Ogni qualvolta si è incapaci di spiegare qualcosa – dall’aggiunta di una nuova tassa all’ennesima strage di migranti in mare come è successo purtroppo anche l’altro giorno – la colpa è sempre dell’Europa. Facile così. Il capro espiatorio è perfetto. D’altronde è impossibile negare come la sovranità degli stati sia stata erosa anno dopo anno da veri e propri Moloch, riassumibili con la figura (o caricatura) di un’Unione Europea germanocentrica, in cui Berlino (o la Merkel) fa la voce grossa perché può permetterselo. Può permetterlo però, perché dall’altra parte non c’è un progetto alternativo. Non c’è una politica che smonti pezzo per pezzo il Moloch eurocrate cresciuto a dismisura negli ultimi anni. E allora nelle difficoltà, facile prendersela col capro espiatorio perfetto; tanto, male che vada si viene rimbalzati dal muro di gomma e questo non fa altro che rafforzare la convinzione che è brutto e cattivo. Difficile, certamente, sostenere il contrario.  Meno difficile però, provando a ripercorrere il cammino che ha portato alla nascita dell’Unione Europea, fare i conti con premesse e promesse (non è un gioco di parole) non mantenute. Che cos’è l’Europa oggi? Un mostro burocratico in cui vige la legge del più forte (o presunto tale) solo perché tutti i paesi si sono adeguati. Eppure, almeno l’ultimo anno, ha regalato un paio di occasioni in cui una solidarietà organica e funzionale a migliorare la condizione di tutti, avrebbe potuto permettere un cambio di passo. Ristrutturazione del debito greco, ad esempio: di fronte alle istanze (legittime come quelle di qualsiasi altro paese che ha un nodo che stringe sempre di più il collo) avanzate dalla Grecia, non c’è stato alcun Paese che materialmente si sia mosso per affiancarla in questa battaglia. Tutti a parole più o meno erano d’accordo sul fatto che le richieste non dovessero essere troppo esigenti, ma nessuno che abbia concretamente appoggiato Atene. E per concretamente non si intende caldeggiare ulteriori prestiti alle asfittiche casse greche, ma un’azione di disobbedienza civile per mettere al centro la vita delle persone non la borsa (intesa, in questo caso, anche con la B maiuscola). E così ora l’Italia si trova a fronteggiare per l’ennesima volta un’emergenza migranti. E di fronte alle stragi in mare che si ripetono sempre più frequentemente,  pone (giustamente) il problema a livello europeo: non può essere solo l’Italia a farsi carico dell’emergenza. Ma quanto conta l’Italia e il suo premier Renzi? Poco, pochissimo. Proprio perché non ha un’autorevolezza. E l’autorevolezza si crea, non nominando la giovane Federica Mogherini come Lady Pesc (è solo un modo di delimitare il campo e di creare uno specchietto per le allodole o per gli elettori), ma assumendo posizioni significative che nascano da alleanze (anche e soprattutto) con gli altri paesi per far prendere un’altra strada all’Europa. Quella strada che era stata auspicata almeno mezzo secolo fa, dove l’Europa sia davvero comunità, dove il mutuo soccorso tra gli Stati membri e la collaborazione, rendano davvero unione questa lista di stati che negli anni si è sempre di più allungata. Ecco, mentre si discute mutuando da “House of Cards” comportamenti e strategie per provare a far passare una legge elettorale che va in direzione opposta a parole chiave come rappresentanza e partecipazione (diretta), forse sarebbe il caso che il partito di maggioranza, anzi quello che ormai sembra sempre di più il partito del premier si prendesse a cuore la questione europea, provando a far capire alla gente che idea di Europa ha (sempre che l’abbia), visto che inevitabilmente la maggior parte di decisioni passano da lì. Contribuendo dal di dentro a rendere davvero l’Unione Europea uno Stato degli Stati con una sua politica estera. Il cammino in questa direzione si è interrotto almeno una decina d’anni fa, ai tempi in cui si discuteva di una Costituzione Europea. Ed ecco i risultati cui l’Italia con i suoi governi e la sua (non) politica comunitaria ha inevitabilmente contribuito. E così di fronte a tragedie del genere prendersela col capro espiatorio Europa sembra fin troppo facile, senza aver fatto nulla prima per cambiare.

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Tutto sulla madre

C’è un fogliettino strappato a una vecchia Moleskine che ancora conservo. Era una risposta a una mia lettera. Credo che fosse il 1999. O giù di lì. C’era scritto più o meno così: “non si può godere della gioia se non si è provato il dolore fino in fondo”. Banalità forse. O frasi da prontuario di psicologi che pretenderebbero di risolvere i nostri problemi, dandoci una pacca sulla spalla. Più o meno come farebbero i nostri genitori, vecchi o giovani che siano, ma con ben altra partecipazione e probabilmente con ben altri effetti, almeno rassicuranti. Comunque, quel fogliettino mi è saltato in mente almeno un paio di volte nell’ultimo mese e in circostanze più o meno simili. Prima un libro e poi un film. Il libro è quello di Marco Peano “L’invenzione di una madre” (leggetelo, se potete, ne vale veramente la pena). Il film è quello di Nanni Moretti “Mia madre”. Se uno dovesse limitarsi alla quarta di copertina del libro e al trailer o alle recensioni del film che ne svelano in parte la trama e avesse dovuto fare i conti con la malattia di sua madre, dovrebbe starsene alla larga forse. Forse, appunto. Perché di fronte a due dritti in faccia (mia madre è stata ricoverata due volte negli ultimi due anni in terapia intensiva con speranze, in entrambi i casi, ridotte al lumicino di uscirne in piedi e in entrambi casi invece c’è riuscita), uno deve reagire. E forse l’unica reazione è provare e riprovare, ma senza alcuna vena masochista, quel dolore leggendolo in un libro e guardandolo in un film e rendersi conto sì che entrambe le opere, pur autobiografiche ma sempre romanzate e sceneggiate, sono ciò che di più vero ci possa essere. Non è solo una sorta di empatia di ritorno, ma è qualcosa di più. Qualcosa di inspiegabile che rende l’idea di come ci senta inadeguati – sia Peano sia Moretti lo raccontano in maniera perfetta – di fronte alla malattia della propria madre. Né il libro né il film sono due stampelle per provare a rialzarsi, ma sono due tunnel dove bisogna infilarcisi per ritrovare poi la luce. Sono quel dolore che va vissuto fino in fondo. Raccontato, tra l’altro, in maniera maniacale e certosina. E tutto gira sempre attorno a quel letto. Il letto che allestiscono nel piano di sotto della casa raccontata da Peano, il letto d’ospedale sempre più attrezzato alle esigenze del paziente, nel film di Moretti. Ritrovarsi in quelle operazioni quotidiane sperando di allungare alla propria cara la vita di un giorno, di una settimana (il piatto preferito portato a letto, il libro, la rivista) non basta però, a raccontare come i lavori di Peano e Moretti siano davvero centrati sul dolore e sulla sua elaborazione in presenza e nell’assenza del caro. Quello che ne viene fuori è proprio l’inadeguatezza, nel rendersi conto dell’impossibilità di portare sollievo o di aiutare il proprio caro fino in fondo e nell’incapacità nel rispondere a una domanda che immobilizza la mente e pietrifica i nostri gesti: che faccio ora? Ma è anche quell’inadeguatezza che per molto tempo, forse troppo, non ha permesso a scrittori o registi di raccontare quel dolore lì in libri e film. Perché quel dolore lì è indicibile, non è raccontabile. Non basta uno sfogo per liberarsene. Il romanzo o il film in questione, riescono a essere opere d’arte quando ci raccontano la vita. Vera. Il film di Moretti insiste molto su questo precetto che la Buy cerca di inculcare ai suoi attori “l’attore deve stare al fianco del personaggio” proprio per delimitare il film come un’opera di verosimiglianza. Ma rendendolo, talvolta, più reale del vero, soprattutto quando si maneggia materia forte come i sentimenti e assai sensibile.   Ma un libro o un film, sempre rimanendo nei casi specifici, riesce nel suo intento solo quando provoca quello che può considerarsi una sorta di corrispondenza biunivoca. Restituisce al lettore-spettatore che si dà, mettendo in gioco o solamente rinvangando il proprio doloroso vissuto, emozioni. Quelle emozioni che non fanno perdere all’opera in sé quell’aura benjiaminiana che resiste alla riproducibilità tecnica dell’opera. Ecco, non sono le somiglianze tra il nostro vissuto e ciò che ci viene raccontato nel libro o nel film, ma è quell’emozione di ritorno che ci riporta anche a rivivere quel dolore, aiutandoci a metabolizzarlo e infine a elaborarlo. Ma senza mai dimenticarlo. E dall’altra parta la bravura di uno scrittore in questa nuova fase del romanzo (post-postmoderno, penso anche a Ben Lerner nel “Mondo a venire”) non è nel trasformare l’autobiografico nell’autoreferenziale, ma nel rendere l’autobiografico non solo qualcosa che valga la pena di essere raccontato perché di per sé rappresentativo per tanti altri che si accingono alla visione o alla lettura, ma anche in grado di emanare quell’empatia di ritorno (anche se il termine utilizzato non è proprio centrato). Nel caso specifico di Moretti invece, l’autoreferenzialità fin troppo esibita, è comunque sempre bilanciata, spesso con anche con l’autoironia. Ma in questo caso la protagonista, Margherita Buy, è l’alterego del protagonista del vissuto reale, Nanni Moretti appunto, che da attore l’affianca nella narrazione, esibendo quel dolore e l’inadeguatezza difficile da riprodurre tecnicamente. E creando un’intimità con lo spettatore che è anche condivisione, rendendo così l’oggetto di narrazione reale. E’ questo (forse) il segreto di un’opera d’arte.  In cui cercare sollievo o, soltanto, un po’ di conforto ma che dà comunque, dopo averne fruito, un senso di pienezza.

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Libri/36 Il Sessantotto (tutt’altro che) formidabile di Clara

Di nuovo non c’è nulla o quasi. Il libro di memorie su quanto fossero formidabili quegli anni, in riferimento al Sessantotto, ha sicuramente un mercato. Non necessariamente di “reduci”. Tutt’altro forse. Perché il Sessantotto continua comunque ad avere un potere di fascinazione forte. Clara Sereni ci racconta il suo Sessantotto. Che è un Sessantotto che non si discosta di molto da quello di molti altri che l’hanno vissuto e ci hanno sperato. Ma ci sono alcuni aspetti che vale la pena mettere a fuoco. Innanzitutto l’innesco narrativo. Che poi è anche il titolo del suo ultimo romanzo. In via Ripetta 155 (il libro è candidato allo Strega), a Roma, c’era la sua casa. Quella della sua personalissima linea d’ombra. Quella che per la ventiduenne di allora, rappresentava l’autonomia dalla famiglia. E soprattutto dal padre. Ecco, l’altro aspetto che va messo a fuoco. Il rapporto col padre. Il padre di Clara non è uno qualsiasi. Ma Emilio Sereni, dirigente del Partito Comunista. Il padre rappresenta l’istituzione sia nel privato sia nel pubblico con l’appartenenza al Pci, pur essendo il partito all’opposizione. Tutto ciò contro cui si scaglia la vena ribelle di quel Sessantotto che forse – e questo è un altro punto che va messo a fuoco – è stato perfino sopravvalutato. D’altronde se decidiamo di ragionare con l’arco temporale che il romanzo ci impone, la permanenza di Clara nella casa di via Ripetta, quei nove anni che vanno dal 1968 al 1977, non possiamo non constatare come il Settantasette abbia inciso in maniera decisamente più significativa del Sessantotto. Innanzitutto il Sessantotto italiano fu decisamente emulativo e scontò probabilmente il fatto che a seguire l’onda lunga partita dal maggio parigino, almeno in Italia furono soprattutto studenti che non avevano un legame significativo con la società e in effetti gli anni successivi alla ricerca di quella saldatura con la classe operaia che non c’è poi mai stata, lo dimostrano. Ben altra portata dal punto di vista della creatività e dell’analisi ebbe il Settantasette, sicuramente meno emulativo del Sessantotto; fu italiano, per dirla tutta. E in qualche maniera riuscì, anche dal punto di vista dell’analisi, a capire in anticipo come il lavoro si sarebbe sempre di più precarizzato. E dal punto di vista del dibattito culturale, anche a livello internazionale, non si può certo dimenticare come a Bologna vennero quegli anni per capire il movimento italiano personaggi del calibro di Guattari e Deleuze. Ecco, la digressione, a prescindere dall’arco temporale, serve a individuare come al libro manchi un po’ quell’autocritica sul Sessantotto e su quello che avvenne poi. Nonostante che la Sereni lascia trasparire dalle pagine il disincanto su quello che poteva essere e non è stato. Quella ribellione che non si è mai trasformata in un vero e proprio cambiamento.  Ok, è un libro. Autobiografico per giunta. Un libro che convince quando riesce, proprio nel privato, a definire le distanze marcate ed evidenti – talvolta anche rabbiose (e perfino violente) – tra il Pci e il movimento del ’68; ma che alla fine lascia un po’ la solita sensazione di fronte a quegli anni che sono stati raccontati e (stra)raccontati: e allora? Allora, il romanzo non aggiunge nient’altro che non si sapesse, ma non riesce a provocare nemmeno quell’afflato emotivo di avere la percezione di cambiare il mondo proprio perché il disincanto della protagonista-autrice prende (giustamente) il sopravvento di fronte a un’impresa di cambiamento che è miseramente fallita. Ma un sentimento più degli altri, se può definirsi tale, si affaccia leggendo pagina dopo pagina questo romanzo: la curiosità. La curiosità di sapere come erano molte di quelle persone che sono finite poi a ricoprire ruoli anche chiave nella cultura e nella società italiana. Come, pur essendo passati molti anni (ma questo importa fino a un certo punto), va riconosciuto il coraggio di mettersi a nudo, fino in fondo e senza reticenze, di Clara Sereni. Ma tutto questo, in un panorama pubblicistico tuttora decisamente congestionato su opere in memoria di quegli anni così formidabili (?), non può bastare.

 

viaripetta155

 

Clara Sereni

Via Ripetta 155

204 pagine, Giunti editore

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