Archivio mensile:agosto 2012

Dalle Olimpiadi alla carretta del mare, la tragica storia di Samia

Il mio articolo uscito oggi su Qn (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

Samia, dalle Olimpiadi al barcone ‘E’ morta su una carretta del mare’

L’ex campione di atletica somalo Abdi Bile: sognava l’Italia

Matteo Massi
I TRENTADUE secondi più belli della sua vita. Pechino, estate 2008, le Olimpiadi, Samia ha una t-shirt larga, un paio di scarpe, un po’ lunghe (forse troppo) che le ha donato la squadra femminile di atletica sudanese e un paio di fuseaux fin sotto le ginocchia. Ai blocchi di partenza vede sfilare tutte le campionesse dei 200 metri. C’è anche lei con le più forti. Ma le altre sfrecciano e lei arranca dietro, inseguendole invano e taglia il traguardo in 32 secondi. Un’eternità per chi riesce a «polverizzare» quella distanza anche in poco più di 20 secondi. Probabilmente li avrà rivissuti e rivisti anche nell’ultimo momento della sua vita quei 200 metri, quando ha sfidato il mare, il Mediterraneo, con un barcone, per cercare di realizzare un altro sogno. Quello di rifarsi una nuova vita. Magari in Italia. Di correre via dalla Somalia, dove era nata nell’aprile del 1991, a quattro mesi dalla fine del regime di Siad Barre. Quegli occhi avevano visto sangue e pallottole. Aveva provato a fuggire da lì. A riprendersi un altro pezzo di speranza e di bellezza. Con le Olimpiadi di Londra negli occhi e un campo di atletica, in Etiopia, non bucherellato di colpi, dove potersi finalmente allenare. Ma il sogno olimpico non si è materializzato di nuovo.

PROPRIO a Londra invece, ha scritto il capitolo più bello della sua storia Mo Farah. Anche lui era fuggito dalla Somalia. Era andato in Inghilterra con la speranza di esordire in Premier League. Ma non era fatto per giocare da ala destra. Sa correre. È nato per correre. E a Londra, dopo essere diventato inglese, l’ha dimostrato. Due ori e un presente da star, con tanto di ricevimento a Downing Street. Samia Yusef Omar no. Non ce l’ha fatta.

A RACCONTARE la sua tragica fine è stato Abdi Bile, un eroe nazionale in Somalia, il primo somalo a vincere un oro ai Mondiali di atletica (Roma 1987). «Sapete che fine ha fatto Samia?», ha interrogato la platea del comitato olimpico Abdi Bile. E la voce si è subito strozzata. Singhiozzi di fronte al silenzio della platea, perché di quella ragazzina diciasettenne che a Pechino portò la bandiera somala e arrivò ultima nei 200 metri, si erano dimenticati tutti. Quei trentadue secondi di celebrità non sono bastati per farla ricordare.

«È MORTA – ha detto Abdi -. Morta in una di quelle carrette del mare che dalla Libia l’avrebbe dovuta portare in Italia». E ieri la faccia di Samia è ricomparsa di nuovo su milioni di pc, appena la notizia della sua morte ha fatto il giro del globo. Nei video di YouTube la sua gara a Pechino, nelle immagini d’archivio la sfilata con la bandiera somala nella cerimonia inaugurale, con i capelli legati per evitare che le finissero sul viso. Tuta, bandiera e tanto orgoglio utile a vincere anche un po’ di naturale timidezza. «È stato fantastico rappresentare il mio paese», disse quattro anni fa Samia, pensando che quel messaggio di gioia potesse servire a ridare speranze a chi non le aveva più in un paese che negli ultimi ventuno anni ha visto tredici tentativi di avere un governo stabile che sono finiti nel vuoto. E ancora più spesso nel sangue. Triste il destino, la morte di Samia è stata raccontata da Abdi Bile proprio a pochi giorni dalla fine della transizione politica in Somalia prevista per oggi. Il paese che ha appena adottato una nuova costituzione, dovrà eleggere un nuovo presidente e dovrà avere nuove istituzioni. Ma Samia non vedrà mai tutto questo.

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