Archivio mensile:ottobre 2014

Benvenuti nella postdemocrazia

Postdemocrazia. A prescindere dalla sintetica esposizione wikipediana del termine che coniò Colin Crouch, per avere le idee un po’ più chiare su che cosa questo termine definisce, basterebbe prendere in esame l’ultimo anno di politica (chiamiamola ancora così per convenzione) interna. Come consigliavano i maestri alle elementari il riassunto è sempre un esercizio utile per chiarirsi le idee. E allora andiamo con ordine. Il partito di maggioranza, o quasi (visto l’esito delle ultime elezioni politiche), ha disarcionato il presidente del consiglio (Letta) del cosiddetto governo delle larghe intese nato da quel pasticcio deforme prodotto dall’esito elettorale del febbraio 2013. Ha deciso di disarcionarlo per mettere a Palazzo Chigi quello che fino a poco tempo prima era il sindaco di Firenze e che nel giro di qualche mese è diventato prima segretario del partito (stiamo parlando del Pd per chi non lo avesse ancora capito) e poi, appunto, presidente del consiglio. Da segretario-premier – perfino molti (non tutti) vecchi democristiani ebbero il buon gusto di dimettersi dalla guida del relativo partito d’estrazione in concomitanza con la chiamata al governo – ha portato a termine la torsione di un partito sempre più scollato dalla base e sempre più autoritario, arrivando con la sua leadership, alla mutazione personalistica. Il Pd è diventato un partito del capo come gli altri. E il capo al momento è lui. Di tutto questo non si può non tenerne conto quando si analizza la politica autoritaria che questo governo sta portando avanti. Che segue inevitabilmente la scia del neoliberismo più bieco proprio perché è ormai suddito della finanza e degli organismi tecnofinanziari che indirizzano la politica. Autoritario nei modi di comportarsi con i cosiddetti dissidenti interni ed esterni, con le parti sociali. D’altronde quello che è successo ieri a Roma con la polizia, emanazione diretta del governo per il controllo e la vigilanza nel paese, che manganella gli operai dell’Ast, è solo una triste conferma. Autoritarismo, svuotamento dei processi democratici (come non notare che le cosiddette riforme, rigidissime nella loro esposizione, vale a dire il Jobs Act e lo Sblocca Italia, abbiano relegato il Parlamento a un mero ruolo di burocrate-passacarte) per un governo sempre più oligarchico nella sostanza, anche se la forma apparentemente vorrebbe far credere il contrario. Non ultimo un governo che non è nato per espressa volontà degli elettori, ma anzi è stato digerito con molteplici mal di pancia, rimarrà in carica, pur con il necessario turnover che non ne intaccherà (c’è da scommetterci) l’essenza, fino al 2018. Benvenuti nella postdemocrazia.

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Figurine/2 Klas Ingesson aveva il numero di telefono sull’elenco

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Esistevano ancora le cabine telefoniche. Gettone o scheda. A noi la scelta. Esistevano ancora, negli autogrill, gli elenchi telefonici di (quasi) tutte le città. Noi, liceali al termine della corsa, era la primavera del 1998, eravamo fermi in un autogrill in Puglia. Destinazione Brindisi. Da lì un traghetto ci avrebbe portato a Igoumenitsa, Grecia, per la gita di fine anno. La maturità era all’orizzonte. Come l’annuncio delle materie. Prima di entrare nell’autogrill, ci fermiamo alla cabina telefonica. Sfogliamo l’elenco di Bari. Alla ricerca di qualche nome famoso. E un nome famoso, a quella età, fa spesso rima con calciatore. Poi lo sguardo si ferma. Quasi incredulo, perché tra quei cognomi, quasi tutti uguali, e così rituali nel ripetersi, c’è un cognome che inevitabilmente cozza alla vista rispetto agli altri. Un cognome lungo: Ingesson. Non può che essere lui. Qualche istante, per vedere se il nome coincide. E il nome coincide, perché è Klas. Sì, è proprio lui. La via sembra quasi uno scherzo del destino: via Matarrese (Salvatore, scopriremo poi). Klas Ingesson oggi se ne è andato, per sempre, e il calore umano per questo omone di 190 centimetri, il Gigante Buono così l’hanno ribattezzato, provando a quantificarlo ora, è notevole. Come la commozione. E il tutto non può essere legato solo all’ultima partita, quella con la vita, che ha perso, pur combattendo da leone, proprio come faceva in campo, contro una gravissima malattia, l’avversario diretto più duro e scorretto perché prova sempre a sorprenderti, a colpirti alle spalle.

Ingesson era già mito allora, quando arrivò in Italia: uno che stava lì, lì nel mezzo finché ne aveva e quando magari sembrava che non ne avesse, andava a fare gol. Un idolo per chi, certosinamente, costruiva le proprie formazioni di fantacalcio. Un mito per i propri tifosi perché segnava e non tradiva mai. Non l’ho mai conosciuto. Ma io e i miei compagni, quel giorno, inizio dell’aprile 1998 (credo che fosse addirittura il primo, il giorno del pesce d’aprile), alla fine decidemmo di provare a chiamarlo. Non era uno scherzo telefonico del genere: “Pronto casa cavallo? No, allora forse ho sbagliato stalla”. Quella era roba da adolescenti. Era proprio una telefonata per provare a parlarci. Per sentire anche l’accento svedese (sì, non quello di Fantozzi) inconfondibile. E così, infilata la scheda o una moneta (onestamente non ricordo), componemmo il numero. Dall’altra parte rispose la voce di una donna. Noi – ero io a parlare – ci fingemmo giornalisti. Dissi con tono rapido, evitando balbettii o tentennamenti: “Sono Piepoli della Gazzetta di Lucca e vorrei parlare con Ingesson per un’intervista”. E Klas arrivò al telefono e rispose. Incredibile. Riportare alla luce questo ricordo personalissimo è un modo per onorare la memoria di Klas Ingesson. Ma dai, verrebbe da dire ora, un calciatore non mette il suo numero di telefono sull’elenco. A parte che adesso i calciatori hanno almeno un paio di cellulari, ma soprassediamo. Eppure è andata proprio così. Ingesson aveva il suo numero di telefono sull’elenco. E anche questo dà la grandezza di un personaggio. E di un calciatore.

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Libri/28 Voglio la testa di Ryan Giggs

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“Voglio la testa di Ryan Giggs” (336 pagine, 66thand2nd edizioni, 17 euro). Più che una taglia – anche se a un certo punto del libro di Rodge Glass quasi lo sembrerebbe – è un auspicio.Mikey Wilson, quando è un adolescente, è quello che si definirebbe – con un termine assai abusato e perfino scontato quasi a sfiorare il ridicolo – un campioncino in erba. Lui è l’unico, oltre a Giggs, che Sir Alex Ferguson è andato a prendere a casa per portarlo a giocare nel Manchester United. Uno così può fare solo carriera. Peccato che la carriera di Wilson durerà appena 133 secondi. E tutto questo per colpa di Giggs, colui che non ha mai sbagliato un passaggio. Così sembrerebbe, sbirciando furtivamente le statistiche. Ma poi alla fine anche il campione di turno un passaggio prima o poi lo sbaglia. Accadde anche a Nils Lieldhom e quando avvenne simile rarità, San Siro si alzò in piedi ad applaudirlo. Il Barone non sbagliava mai. Pura poesia ed eleganza. Giggs è decisamente più prosaico in quell’Old Trafford che, come scrive Glass con buona pace dei fratelli Gallagher, è l’epicentro della Repubblica Mancuniana. All’epoca, inizi anni Novanta, tifare City era roba da sfigati. Gli Oasis avrebbero poi lanciato una moda che si sarebbe spenta velocemente con gli Sceicchi. Comunque allora c’erano solo i Red Devils. E lo United era un’istituzione tanto che si ricorderanno i nostalgici smanettoni dell’era computer 1.0 (forse), in cui le paroline magiche erano 386 o 286 (per chi viaggiava, come processore, a scartamento ridotto), in cui c’era un videogioco interamente dedicato al Manchester. Ma non c’era ancora Cantona e il suo colpo di karate, quello sarebbe arrivato qualche tempo dopo. Comunque Wilson è la promessa che deve esplodere. Glass ce lo racconta in questo libro, alternando presente e passato, con la magnifica ossessione per Giggs sempre in testa. Un sogno che si trasformerà in un incubo, quando Giggs sbaglierà quel passaggio che costringerà Wilson, all’esordio in Premier League, al più scellerato degli interventi, una scivolata per recuperare un pallone fondamentalmente inutile con la vittoria già in tasca. Risultato? Wilson si rompe e rompe anche il difensore su cui ha lasciato abbondantemente il segno dei suoi tacchetti. Detto così sembrerebbe, a torto, un romanzo sul calcio. E anche se lo fosse, ci sarebbe da applaudire Glass, perché non è mai semplice scrivere di pallone senza scivolare nella retorica e nelle frasi fatte. E’ invece un romanzo “sociale”, anche se l’aggettivo potrebbe provocare eruzioni cutanee a qualche lettore di questo blog. Sociale perché innanzitutto racconta Manchester in modo geniale. A tratti anche realistico, anche se per Wilson i nomi delle vie della capitale della repubblica mancuniana sono tutti di protagonisti della storia più o meno recente dello United. Racconta un’Inghilterra appena uscita dall’era Thatcher, in cui l’unica cosa a non spegnersi è l’eco della musica di quella formidabile repubblica mancuniana. E anche in questo caso con buona pace degli Oasis. C’è Ian Curtis, a esempio, e ci sono, ovviamente, i Joy Division. Ci sono pure i New Order, ma non sarà mai la stessa cosa come con Ian e l’Old Trafford infatti, in onore dell’eroe novecentesco perso (Curtis)  e in quello tutto compunto nei modi sia in campo sia fuori (Giggs) cantava: Giggs will tear us apart again. Mikey Wilson è fondamentalmente una promessa mancata. Un Marco Macina italiano, quello che era più forte di Roberto Mancini ma non ha mai fatto carriera, pur essendo passato per il Milan. Ma quello che fa spavento è la furia (auto)distruttrice di Wilson. Placata solo dalla nascita di un figlio, come incidente di percorso, e ribattezzato (ovviamente) Ryan junior. Ryan come ossessione. Di una vita e di una carriera. L’adorazione per il mito – figlia del pezzo degli Stone Roses, altri mancuniani doc ma che anche loro non saranno mai come i Joy Division –   non sembra mai trasformarsi in una reazione che accompagna tutto il libro e che consta della più banale e realistica delle frasi: “quell’uomo mi ha rovinato la vita”. Poi arriva Mosca, un’altra finale di Champions League, e la resa dei conti di Mikey con l’idolo di sempre. Un sogno o un incubo: avere la testa di Ryan tra le mani (o quasi)? Mikey ci riuscirà. Solo per qualche istante. Poi dovrà andare a curarsi da una dipendenza, quella da Giggs, come gli era accaduto per almeno altre due nella sua vita. Ma questo Glass non lo racconta.  E comunque Mikey non è pazzo, è solo un mancuniano che non cede al disincanto. Anche di fronte all’evidenza.

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Libri/27 Vivere con ferocia

La mia recensione sul libro di Nicola Lagioia “La ferocia” uscita domenica 19 ottobre su Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno).

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Ferocia non è un sinonimo di aggressività. È qualcosa di più bestiale. Talvolta disumano. Anche se le vicende, raccontate nell’ultimo romanzo di Nicola Lagioia dall’omonimo titolo (“La ferocia’’, Einaudi editore), sono umane. Ma prive, quasi sempre, d’umanità. Quell’umanità che si ritrova nei rapporti tra gli unici due personaggi alieni alla famiglia Salvemini, pur facendone parte, attorno cui ruota tutto il romanzo: Clara e suo fratello Michele. Clara, nuda e insanguinata, appare nelle prime pagine del libro e va incontro, inesorabilmente, alla morte. Un suicidio o un omicidio? Ma non è un noir. È un romanzo che se fosse stato un saggio, parafrasando un vecchio libro di Sciascia, si sarebbe potuto intitolare “La Puglia come metafora’’. Metafora di un’Italia familistica dove ferocia (appunto) e ipocrisia non bastano però per fronteggiare l’ultima crisi che aggredisce, non solo economicamente, i portafogli, ma anche le stesse convizioni su cui il potere di cui si dispone si è formato, come nel caso dei Salvemini e che riportano inevitabilmente al denaro che «tutto può». Ma che non può essere aprioristicamente la salvezza. E se non ci si riesce a salvare da questo magma che tutto inghiotte, bisogna almeno provare a non farsi distruggere. Con o senza ferocia.

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Pierpaolo Mittica, quel lungo viaggio tra le ceneri: “Vi mostro gli ultimi del mondo”

 

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Ecco la mia recensione, con intervista, sulla mostra fotografica di Pierpaolo Mittica a Pordenone, uscita oggi su Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

 

C’è una macchina per scrivere (col carrello distrutto). E attorno solo macerie e brandelli di muro. Sarajevo, anno del Signore 1997, il viaggio di Pierpaolo Mittica inizia da lì. «Ashes». Si intitola così, all’inglese, con la traduzione italiana immediatamente a fianco «ceneri», la mostra di Mittica. Centocinquanta foto — non poche — nella galleria Harry Bertoia di Pordenone (la mostra resterà aperta fino all’11 gennaio) per una retrospettiva che racconta in maniera esauriente il lavoro di Mittica da fotoreporter: dai Balcani all’India, pre Brics, quella del lavoro minorile, non sullo sfondo, ma davanti agli occhi. Come quegli occhi arrossati che ti si piantano davanti e non ti lasciano più, quelli del minatore di zolfo acceccato dai gas tossici nell’inferno del vulcano Jen, in Indonesia: ogni giorno chilometri per caricare quintali di materiale sulle spalle e tornare poi alla base a orari improbabili. Disumani. La mostra in questione è un viaggio che scava in profondità e racconta come si stia polverizzando il mondo che abbiamo conosciuto o che presumiamo ancora di conoscere. È un viaggio senza soluzione di continuità dalla Bosnia al Giappone, c’è anche Fukushima, passando per Chernobyl.
Prima tappa Sarajevo, Bosnia. La città, suo malgrado, simbolo di quella guerra in cui non possono esserci buoni e cattivi per l’inaudita violenza messa in campo.
«Ho deciso di andare lì per provare a capire le motivazioni di come un uomo potesse decidere di annientare un suo simile e la terra in cui aveva sempre vissuto. Volevo cercare di vedere come vivevano i sopravvissuti a quella guerra. Ho provato a raccontare questo con la mia macchina fotografica».
Ci sono i luoghi ma anche le facce.
«Sì, perché non volevo ridurre il mio lavoro solo al contesto, ma anche a chi era protagonista, almeno per me e per le mie foto, di quello che aveva visto accadere sulla propria pelle e sui propri affetti. Ho deciso di chiudere questo viaggio nei Balcani con il Kosovo l’altro fronte che si era aperto nell’Europa. La nostra generazione (lui ha 43 anni, ndr) non aveva mai visto la guerra, in quegli anni vedevamo aerei che passavano sulle nostre teste e la devastazione che eccidi e genocidi avevano portato nelle città dall’altra parte dell’Adriatico. Non potevamo rimanere indifferenti».
Dai conflitti armati, la serie sui Balcani, a quelli non armati, ma non meno laceranti per i paesi, in termini ambientali e sociali. Quando ha deciso di spostare l’obiettivo?
«Dopo l’esperienza nei Balcani e dopo aver incontrato vittime di quella guerra che non avevano più nulla e che quella guerra non la volevano perché la gente comune non la voleva. Ho capito che volevo indagare gli ultimi, le persone che non avranno mai voce in capitolo. E quindi ho cominciato a interessarmi agli ultimi del mondo, dagli sfruttati nelle miniere di zolfo alle condizioni dei minori in India. L’aspetto ambientalista è arrivato dopo. Ma c’è comunque un filo logico perché la distruzione dell’ambiente è anche la distruzione dell’umanità stessa».
Ecco detto così sembra tutto facile, ma nella realtà è un mestiere in cui non si ci può improvvisare. E in cui si corrono anche dei rischi. Basterebbe pensare a quando è arrivato a Fukushima dopo la tragedia.
«In effetti la mia preparazione su una missione inizia uno-due mesi prima, prendo informazioni, studio, ma poi spesso devi improvvisare perché sul luogo trovi cose che non ti saresti mai aspetto. Sono importanti i rapporti con i contatti locali, i fixer. Ma non bastano. I rischi ci sono come in tutti i mestieri. La passione e la volontà di realizzare un lavoro ti portano a superarli. Poi torno spesso sui posti perché voglio affinare ciò che ho fatto».
Bianco e nero o colori?
«Se il colore racconta la storia, come nel caso dello zolfo in Indonesia, scelgo il colore. Se è un elemento distraente, vado col bianco e nero che prediligo visto che arrivo dalla camera oscura, cui sono ancora fortemente legato».
Quali sono stati i suoi maestri?
«Il mio primo maestro è stato mio zio Alfredo che mi ha trasmesso la passione. I miei grandi maestri sono stati Walter Rosenblum, Naomi Rosenblum e Charles Henri Favrod. E poi resta sempre l’ammirazione per Sebastião Salgado».

 

 

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Dire qualcosa di sinistra. O almeno provarci

Un frullatore. Immagini che si sovrappongono e un ronzio interminabile. Proviamo a fare un po’ d’ordine. In una settimana ho sentito evocare “lo sciopero alla rovescia” dal segretario di un sindacato (Landini, Fiom). Ho assistito alla presentazione di un fumetto su Alex Langer. Ho visto al cinema il film di Abel Ferrara su Pierpaolo Pasolini. Ma ho anche sentito cianciare di una riforma del lavoro imprescindibile, chiamata “Jobs act”, portata avanti dal macropartito di centrosinistra (?). Così imprescindibile da seguire la prassi della legge delega su cui il governo (strana creatura partorita e modificata dopo appena un anno dalle elezioni del 2013, quelle del “volemose bene” da larghe intese) pone la fiducia. E ancora, con una prassi lo stesso nota, quella del decreto legge, ho sentito parlare del cosiddetto “Sblocca Italia”. E infine, spulciando i social network, ho visto una sorta di je accuse di Roberto Saviano contro i movimenti che hanno manifestato a Napoli contro la Bce. Ecco tutte le immagini che si sovrappongono e quel ronzio interminabile. E allora provo a fare un po’ d’ordine. Mi chiedo, legittimamente utilizzando un paradosso (forse) retorico, che posto avrebbero in questa Italia Danilo Dolci, colui che inventò lo sciopero alla rovescia (provocatorio, ci finì anche in carcere, ma disarmante per la sua forza), e Alex Langer, se solo fossero ancora vivi? Se a guidarci fosse la logica e la capacità di etichettare le cose per quello che sono, non dovremmo avere dubbi: sarebbero due padri nobili di una sinistra evoluta e in grado di saper leggere cambiamenti e diseguaglianze della società.  Ma bisogna anche avere l’onestà intellettuale (merce sempre più rara) per dare un senso a questa realtà. Visto che, approfittando del solito Vasco, un senso non ce l’ha.  Non si può pensare di far passare una riforma sul lavoro che toglie tutele ai lavoratori (e non mi riferisco, per quelli che già hanno il ditino alzato, solo all’articolo 18) permettendo che un governo (che non rappresenta il volere degli elettori così come era scaturito dalle elezioni politiche del 2013) ponga la fiducia e non si può nemmeno evitare di dire che il macropartito di centrosinistra (?) porterà a compimento quello che non era riuscito al centrodestra. Chi ci ha chiesto questa riforma? Ce lo chiede l’Europa. E subito arriva la risposta pronta da bravi scolaretti. Che poi è un po’ la stessa risposta che dava il governo Monti, delineando in qualche maniera come la politica ormai non goda più di una sua autonomia non solo dall’economia, ma da quel processo di finanziarizzazione dell’economia che ha trasformato i primi ministri in burocrati o eurocrati come un felice neologismo li ha etichettati. Dopodiché non si può chiudere gli occhi su un autoritarismo sempre più dilagante che ha preso possesso del macropartito di centrosinistra (?). Pd o partito di Renzi? La seconda che hai detto e anche le vecchie buone regole, apprese alla scuola delle Frattocchie (agli attuali dirigenti sconosciuta) potrebbero anche saltare. Perché va bene la disciplina di partito, ma bisogna anche fare i conti con la Costituzione e con quell’articolo 67 sull’assenza del cosiddetto vincolo di mandato. Domanda banale, lecita e che non ci dovremmo mai stancare di ripetere a chi si trincera dietro il dovere di fare le riforme ogni qualvolta viene criticato: nel programma del Pd prelettorale era prevista una riforma del lavoro che andasse nella direzione che gli sta dando ora il governo Renzi? Quando Felice Casson, senatore dissidente del Pd, dice di rispondere ai propri elettori che non l’hanno scelto per togliere le ultime tutele ai lavoratori e per decretare una precarizzazione del lavoro ad libitum, perché questo sarà il risultato del Jobs Act, non sbaglia di una virgola.  Purtroppo la Costituzione è un optional per la classe dirigente del partito e del paese. Altrimenti non si spiegherebbe il decreto “Sblocca Italia” che bypassa completamente la Carta, fregandosene di territorio, paesaggio, ambiente e vincoli architettonici. Anche qui le affinità sono molte di più delle divergenze dalla precedente esperienza governativa del centrodestra. L’importante è costruire per far ripartire il paese. Una delle tante favole che hanno le gambe corte, come se bastassero grandi opere, deregulation quasi totale in campo edilizio, per far ripartire l’economia. D’altronde tutto questo non dovrebbe sorprendere vista la considerazione che molti, a iniziare dal premier, nel macropartito di centrosinistra (?), hanno dei beni culturali. “Sono il nostro petrolio”. Si è sentito spesso ripetere, mercificando quello che non si dovrebbe mai mercificare. E una considerazione del genere, viste le affinità con Thatcher e Craxi, quanto meno avrebbe dovuto far rabbrividire chi si considera ancora di sinistra e non riesce a sganciarsi dal Pd. E invece niente. Come non ci si scompone di fronte all’attacco, quasi portato a termine, della riforma del Senato. Anche lì un altro esempio di come la Costituzione sia considerata un accessorio. Ok, ma dov’è la sinistra? Basterebbe anche un po’ di centrosinistra e invece siamo di fronte a un neo liberismo geneticamente modificato che ha attecchito in maniera pesante sul nostro paese, personalizzando politica e partiti. Contagiando anche l’ultimo partito, residuato postbellico della prima repubblica, passato per una fusione a freddo riuscita male tra due grandi culture del Novecento che con gli attuali protagonisti hanno mostrato di aver perso ogni carica innovativa, oltre a dimostrare uno scarso rispetto per la Costituzione. Ormai si viaggia sempre nella stessa direzione: o con me o contro di me. E soprattutto si metabolizzano a proprio piacimento mozioni degli affetti per poi cancellarle o ricostruirle a proprio vantaggio. Non si può sentire Renzi parlare di Srebenica e poi assecondare l’intervento per l’ennesimo conflitto. Srebenica e più in generale la guerra dei Balcani ci riportano a Langer. Allo struggimento di Langer di fronte a quel conflitto così sanguinoso che aveva messo in discussione anche la sua fede antimilitarista e pacifista. La sua proposta di inviare i corpi civili di pace, i cosiddetti caschi bianchi, che si frapponessero tra i contendenti, trovò ascoltò anche in Europa. Ricordate? No, perché già allora si stava per compiere quella mutazione irrimediabile del macropartito progressista italiano in conservatore. A tre anni dal tormentone di Nanni Moretti “D’Alema dì qualcosa di sinistra”, il nuovo premier rispondeva in differita, appoggiando la missione Nato in Kosovo e l’Italia entrava formalmente in guerra. Sono queste le risposte di sinistra? La domanda, saltando qualche lustro, potrebbe essere posta ora di fronte al Jobs Act e allo “Sblocca Italia”. La risposta sarebbe identica e il monosillabo inizierebbe con la n. In questo scenario, decisamente preoccupante, anche per la dialettica interna in un partito che sempre più con difficoltà, riesce a rappresentare la cosiddetta base (ci sarà un motivo se le tessere diminuiscono, il senso d’appartenenza non puoi mutarlo geneticamente), c’è un desolante vuoto anche nel dibattito pubblico. Dove sono gli intellettuali o i presunti tali? Irregolari per natura e per forma espressiva. Abrasivi, spesso, per necessità. E in grado, comunque, di svegliare le coscienze. Ecco le altre due immagini che si sovrappongono. Scusate l’ardire, ora. Da una parte William Defoe che impersonifica (è il verbo giusto, non è un errore) Pierpaolo Pasolini e dall’altra Roberto Saviano. Il film di Ferrara è un omaggio vigoroso a Pasolini e nel film esce fuori irrimediabilmente la critica spietata che Pasolini rivolgeva alla società di allora, anticipando i tempi, sul rapporto direttamente proporzionale tra la crescita indiscriminata di consumi e violenza. E sull’incapacità, già allora, di quello che continuava a considerare il suo partito di riferimento (il Pci), nonostante l’avesse espulso, di rappresentare la realtà e soprattutto la sua base. E allora fa un po’ sorridere che Roberto Saviano si erga a fare il verso a Pasolini – e al suo famoso je accuse sugli scontri di Valle Giulia, ben più complesso di quelle quattro-cinque righe che vengono sempre citate da chiunque a casaccio – quando si sente in dovere (da quale pulpito verrebbe da dire) di criticare la manifestazione dei movimenti dell’altra settimana a Napoli contro la Bce, dando prova  di un’incapacità di saper leggere la realtà e producendo un risultato assai banale nella forma e anche nella sostanza che si estrinseca più o meno nella ormai comune frase: “la solita sinistra radicale”.   Di fronte a questo panorama – che, ammetto, nasce inevitabilmente dalle mie esperienze personali – così brutto e, a tratti, anche inquietante, c’è seriamente da preoccuparsi. Perché  non ci si può non accorgersi – nonostante assurdi paragoni con le piazze di altre capitali estere dove fioriscono e sfioriscono le cosiddette primavere – che gli ultimi aliti di partecipazione a quei processi democratici e politici – contestazioni comprese a un modello che è stato imposto da anni e che non ha fatto altro che perpetuare la crisi economica, sociale e infine politica – arrivano proprio da lì, da quei posti che siano cortei o occupazioni, nel solco della Costituzione, di luoghi (cinema e teatri, quindi con una funzione culturale e quindi sociale) abbandonati alla speculazione. E di conseguenza non si può non tenerne conto. Almeno per provare a dire qualcosa di sinistra.

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