Archivio mensile:agosto 2013

Libri/9 Rostagno e il suono di una sola mano

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Lacrime e sangue. E pelle d’oca quando divori il primo capitolo. Se c’è un coefficiente che misura come certe parole e certe storie si attacchino alle pelle più di altre, quel coefficiente è altissimo per “Il suono di una sola mano”. E’ il libro che Maddalena Rostagno – assieme ad Andrea Gentile – ha scritto su suo padre Mauro, un uomo dalle mille vite, l’ultima delle quali spazzata via barbaramente in un agguato. Un agguato mafioso. Era il 26 settembre 1988, sono passati esattamente quasi 25 anni, un quarto di secolo, eppure sussistono ancora delle ombre sull’omicidio di un uomo scomodo che aveva deciso di combattere la mafia e i rapporti con il potere – in quello che è stato definito il terzo livello in cui talvolta i confini svaniscono – in televisione. Una televisione locale di Trapani dove è cominciata l’ultima delle vite di Rostagno basata sull’impegno nella comunità Saman che si occupava del recupero dei tossicodipendenti con una politica e un percorso diversi dalle altre comunità (nessuna imposizione, solo la possibilità di avere un’opportunità, un’alternativa alle dipendenze) e su un giornalismo di denuncia. Non è stato facile per sua figlia Maddalena, come non lo è per tutte le figlie nell’assenza di un padre dalla figura piacevolmente ingombrante, riaprire ferite che non si sono mai totalmente chiuse. Maddalena ha elaborato il lutto e la sofferenza per vedere allontanarsi sempre di più quella giustizia che non è mai arrivata e che, salvo rarissime eccezioni, non ha provato nemmeno a individuare non tanto gli esecutori materiali dell’omicidio, ma le menti. Perché era chiaro a chi avesse scorso l’ultima vita di Mauro Rostagno che quello era un omicidio mafioso nell’esecuzione, ma che aveva quasi sicuramente “menti raffinatissime” come mandanti. E invece Maddalena si è ritrovata la madre (Chicca Roveri), accusata di favoreggiamento, accusa poi caduta. Comunque un altro colpo al cuore inferto all’adolescente Maddalena (aveva 14 anni quando suo padre fu ucciso), diventata nel frattempo donna e poi successivamente anche madre. Se ci si fa prendere dall’insaziabile voglia di etichettare, secondo i generi, questo libro sicuramente non si può bollarlo solamente come un libro di memorie, c’è qualcosa di più: è un romanzo di formazione che scorre in un’Italia che non riesce, nemmeno ora, a smarcarsi da un passato che resta pieno di cortine fumogene, nebbie e misteri. E la morte di Rostagno, a processo ancora in corso, è uno dei tanti misteri di questo paese che cerca ancora risposte. Risposte per Maddalena, per sua madre, ma anche per il figlio di Maddalena, il nipote che Rostagno non ha mai conosciuto. Certo, sarebbe bello se si potesse dare compiutezza a una frase, a quella frase che Rostagno amava sempre ripetersi: “Noi non vogliamo trovare un posto in questa società, ma creare una società in cui valga la pena trovare un posto”.

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Attivismo 2.0, la storia di Change.org: dove la politica non arriva

 Ecco la mia intervista a Salvatore Barbera, direttore delle campagne di Change.org, uscita su Qn (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) lunedì 12 agosto 2013.

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STAVOLTA non c’è bisogno di scomodare l’antipolitica. La critica-scorciatoia all’immobilismo di chi dovrebbe decidere e non lo fa, di chi dovrebbe prendersi carico delle istanze dei cittadini e si volta dall’altra parte almeno in questa storia, non serve. Perché questa è la storia di change.org.  Una piattaforma nata negli Stati Uniti nel 2007 e arrivata in Italia l’anno scorso. Il nome dice già tutto: cambiamento. E la piattaforma raccoglie le petizioni di chiunque abbia voglia di porre un problema. Nessuna distinzione. E così diventa semplice, senza rimanere impigliati negli ingranaggi della burocrazia, portare all’attenzione di tanti una questione: che sia una strada dissestata, un monumento trascurato, i diritti negati o l’ennesimo episodio di razzismo. Basta entrare nel sito internet (www.change.org/it) della piattaforma e creare la petizione.

Salvatore Barbera è il direttore delle campagne di Change.org in Italia. Al suo fianco c’è Elisa Finocchiaro che si occupa direttamente delle campagne e Sergio Cecchini invece, è il responsabile della comunicazione. Tutti e tre arrivano da esperienze significative (rispettivamente Greenpeace, Salvatore, e Medici senza frontiere, gli altri due).

Change.org è davvero diventata l’ultima ancora di salvezza per chi nonsi sente rappresentato in Italia?

«La piattaforma ha come obiettivo il cambiamento sociale — spiega Salvatore Barbera —. È chiaro che la possibilità di veder accolte le proprie istanze, quando magari non sono state ascoltate da amministratori o enti o politici in generale, è uno stimolo forte per molti. Soprattutto, per la gente comune. Una volta che la petizione è stata creata, attraverso social network e mail la sosteniamo e cerchiamo di farla girare per raccogliere più firme possibili».

Qual è stato il tema più ricorrente delle petizioni in questo primo anno italiano?

«Sicuramente la politica, ma anche l’immigrazione e i diritti che non vengono riconosciuti. A dimostrazione che questi temi sono molto sentiti in Italia».

In pratica fate quello che la politica non fa?

«Quando la petizione è supportata da tante firme, la politica è costretta a diventare un nostro interlocutore. Abbiamo incontrato il presidente del Senato Grasso, parlamentari europei, abbiamo portato le firme a Strasburgo, ogni qualvolta c’era un problema che veniva posto con forza dalle nostre petizioni».

Quali sono le battaglie per cui vi sentite più orgogliosi?

«Sicuramente quella che chiede il riconoscimento da parte del parlamento italiano della lingua dei segni. È partita dai ragazzi di Caos Italy, una radio che viene interamente gestita dai non udenti. Ma anche il riconoscimento della cittadinanza italiana per un bambino down che veniva considerato incapace di fare il giuramento. Ma anchetutte le battaglie per la legalità».

E le prossime sfide?

«Ci piacerebbe essere sempre di più al servizio dei territori e stiamo lanciando delle petizioni per la salvaguardia dei piccoli o grandi centri dalle brutture e dagli scempi. D’altronde basta uno smartphone per denunciare. Noi siamo qui».

 

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No Muos, una Crocetta sulla coscienza

Tra scienza e coscienza, almeno prevalga la coscienza. La coscienza di non regalare l’ennesimo territorio – tra l’altro per buona parte si tratta di una riserva naturale – a un’opera che nasce già impattante nella forma e con profondi rischi per la salute, nella sostanza. Il giro su se stesso, tutt’altro che da perfetto equilibrista, del governatore della Sicilia, Rosario Crocetta, sul Muos, il super radar che dovrebbe (meglio sperare negli effetti benefici del condizionale) nascere a Niscemi, non può passare inosservato. Soprattutto per le motivazioni addotte dal governatore siciliano. C’è uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità che dice che i limiti sono rispettati e questo avrebbe convinto la Regione a revocare quella revoca (non è un gioco di parole, è l’Italia) alle autorizzazioni al Muos. Allora, nello studio si parla di limiti e di prevedibilità. Il che dovrebbe suonare già abbastanza strano, perché lo studio non essendo un dogma, qualche interrogativo, anche semplice nella formulazione, lo lascia, tipo: i limiti saranno rispettati, ma non è detto che il superradar faccia bene alla salute (se poi, non così distante, ci sono altre antenne) e  ancora, comunque, quel territorio lì sarà rovinato dal super-radar. Le giustificazioni (politiche, si fa per dire) farebbero ridere, se non facessero quasi piangere. C’è un governatore che è determinato nel governare solo l’esistente. Giusto per dimostrarsi “affidabile” con chi poi decide, perché quando paventa il default della Regione se i lavori non saranno terminati è più che altro la solita storiella – che si gioca sul campo dell’etica della responsabilità  come ogni qualvolta si annunciano misure restrittive per entrare nei parametri europei –  per giustificare determinate scelte, svuotando così completamente (ma solo formalmente, perché poi alla fine non se ne va nessuno) quelli che sono i palazzi in cui si dovrebbe realmente decidere. Tra l’altro Crocetta è stato eletto proprio perché in campagna elettorale – e anche successivamente – aveva assunto posizioni nette di contrarietà al Muos. Ora il giro su stesso che fa spavento, quando scarica tutto il suo disappunto su un movimento che, come molti altri in giro per l’Italia, rappresenta una base e un dissenso sociale forte e radicato sul territorio in cui Crocetta dovrebbe governare. Ma sembra non accorgersene e preferisce parlare di infiltrazioni mafiose e di violenze. Almeno nella seconda parte è l’altra solita storiella di italica memoria, ridurre tutto a un mero fenomeno di ordine pubblico, per oscurare il problema vero: il Muos che va a “colonizzare” un territorio con un impatto che non va sottovalutato e senza rispondere alla solita domanda, che spesso ci si dimentica di farci: ma alla fine questo Muos a che serve?

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Beppe Viola, un mito visto dalla figlia

La mia recensione sul libro di Marina Viola “Beppe Viola è stato anche mio padre” uscita oggi su Qn (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

Non c’è niente di tutto quello che, da trentuno anni (morì nel 1982), avvolge la sua figura. Un’aneddotica spassosa e infinita. Non c’è la celebre risposta data all’esame da giornalista alla domanda: «Dove sta Fanfani nello schieramento della Democrazia Cristiana, a destra o a sinistra?». E lui che era Beppe Viola disse: «Un po’ di qua e un po’ di là». Marina, sua figlia, arriva alla resa dei conti con la figura di un papà più ingombrante per la sua assenza — non solo fisica — che per la sua presenza. E lo fa, affidandosi a un libro che ha un titolo tra i più azzeccati: «Mio padre è stato anche Beppe Viola». È un libro-terapia, l’ultima tappa di un’elaborazione del lutto, dove il Beppe Viola padre prende, giustamente, il sopravvento sul Beppe Viola celebrità. Non c’è infatti il Beppe diventato giornalista di culto per la sua abilità con la parola sia nel raccontare una partita di calcio, sia nello scrivere i dialoghi di «Romanzo popolare» di Monicelli, l’uomo che si è inventato una lingua (assieme all’amico Enzo Jannacci), quella di piazza Adigrat dove viveva. Tutto questo è già nella storia e nella nostalgia di una Milano che non esiste più. C’è invece un rapporto inarrestabile tra la figlia e un papà estremo in qualsiasi gesto come quando, nel bel mezzo della vacanza di famiglia in un villaggio turistico sardo ancora in costruzione, annunciava alle figlie che si sarebbe allontanato per un po’, per andare a Roma. Colpa di una ricca bionda. È un memoir epidermico, perché i sentimenti di Marina escono fuori da quelle pagine ancora così dolorose, nonostante siano state scritte a più 30 anni di distanza dalla morte di un papà che nella pasticceria Gattullo (altro luogo mitico) aveva inventato il suo ufficio facce: scommetteva con gli amici se gli avventori del locale fossero milanisti o interisti, guardandoli, appunto, soltanto in faccia. E chissà che faccia avrebbe fatto ora, lui, se solo avesse letto questo libro. Sicuramente, non avrebbe rimproverata la figlia e nemmeno l’avrebbe multata come faceva con i suoi collaboratori, chiedendo 5mila lire, per ogni parola retorica.

 

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