Archivio mensile:luglio 2013

De Gregori, l’uomo che cammina sui pezzi di vetro

matteomassi

Uno cerca conforto nelle parole di un cantautore. Magari in un pezzo di Francesco De Gregori. E’ così, è sempre successo così. Almeno nel centrosinistra o in quello che resta di una storia che rischia di essere ormai giunta al capolinea. A meno che non cambi percorso.  Pier Luigi Bersani quando lanciò una delle campagne del Pd scelse una canzone di Vasco Rossi. Sì, forse allora le parole erano giuste, almeno quelle che mancavano:  “Voglio trovare un senso a questa storia”. E il pezzo proseguiva così, ma non c’era nel manifesto elettorale: “Anche se questa storia, un senso non ce l’ha”. E il punto è proprio questo. Il Pd un senso non lo ha. Inutile girarci attorno e continuare a pensare che sia qualcosa di sinistra, che dica qualcosa di sinistra e che faccia qualcosa di sinistra. Non ci voleva De Gregori per scoprirlo, con la sua intervista al Corriere. Il problema è…

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De Gregori, l’uomo che cammina sui pezzi di vetro

Uno cerca conforto nelle parole di un cantautore. Magari in un pezzo di Francesco De Gregori. E’ così, è sempre successo così. Almeno nel centrosinistra o in quello che resta di una storia che rischia di essere ormai giunta al capolinea. A meno che non cambi percorso.  Pier Luigi Bersani quando lanciò una delle campagne del Pd scelse una canzone di Vasco Rossi. Sì, forse allora le parole erano giuste, almeno quelle che mancavano:  “Voglio trovare un senso a questa storia”. E il pezzo proseguiva così, ma non c’era nel manifesto elettorale: “Anche se questa storia, un senso non ce l’ha”. E il punto è proprio questo. Il Pd un senso non lo ha. Inutile girarci attorno e continuare a pensare che sia qualcosa di sinistra, che dica qualcosa di sinistra e che faccia qualcosa di sinistra. Non ci voleva De Gregori per scoprirlo, con la sua intervista al Corriere. Il problema è un altro e il maitre a penser, in questo caso, ha un po’ di confusione in testa. Ok, parlare di Noemi e di come disarcionare Berlusconi nel tradizionale impeto berlusconiano, a proposito di senso, non l’aveva prima e a maggior ragione non lo ha ora, visto il governo a larghe intese che è stato partorito dalle ultime elezioni che hanno certificato, se ce ne fosse bisogno, la fine della democrazia rappresentativa. Però, è anche vero che questa etica della responsabilità che De Gregori, come molti altri sbandierano, è qualcosa di preoccupante (“Ho votato Monti”, “Questo era l’unico governo possibile”). Forse De Gregori non si è accorto che la sinistra, così come l’ha conosciuta lui, non esiste da un pezzo. E non è nemmeno detto che sia un danno. Forse sarebbe meglio che rivolgesse lo sguardo, tra un album e un altro, a quello che si muove in questo paese. Non ci sono solo i pezzi di vetro, quelli sono per terra da tempo. C’è molto altro che racconta lontano dalle ormai vecchie e stantie coordinate del partito come unica risorsa per far politica e canalizzare l’impegno che poi indica sempre, come unico sbocco, l’accesso al parlamento: una realtà che ha metabolizzato i disastri di una politica neoliberista all’amatriciana (l’Ilva, cui fa riferimento De Gregori, è purtroppo uno dei tanti casi) e che ha scelto di intraprendere una strada diversa. Forse se pensasse meno anche lui a quelli che pensano alle ciclabili o allo slow food e guardasse con un occhio più attento e critico a quello che è accaduto in Val Susa, si renderebbe conto che lassù la questione è un’altra (molto diversa da strizzatine d’occhio ai Cinque Stelle) e pur, condannando le violenze, non può essere comunque bollata come una questione solo ed esclusivamente di ordine pubblico o di una moda contestatrice. Lassù, c’è un percorso che è partito da tempo che contesta un modello economico e di sviluppo che va al di là del Tav in questione e che è completamente sganciato dalla realtà. Perché se ci sono studi che confermano di come sia diminuito il traffico merci in una zona, tra l’altro, dove è già presente una tratta che collega l’Italia alla Francia, forse non c’è bisogno di un’altra opera che, vista anche l’ultima presa di posizione francesce che l’ha retrocessa a opera non prioritaria, rischia di diventare l’ennesima incompiuta con un ingente sperpero di denaro. Tralasciando, ma senza dimenticarla, tutta la questione ambientale. Forse – e questo forse è più pleonastico degli altri – qualsiasi soggetto politico che si definisca di sinistra, dovrebbe schierarsi contro non alla grande opera in sé, ma contro un modello che giustifica qualsiasi cosa, dalle misure di rigore (quelle decise e perseguite da Monti) al Tav, con la famosa frase “E’ l’Europa che ce lo chiede”. E che ha sostituito, aggiornando il frasario ai tempi, la celebre massima della Thatcher “There’s no alternative”.  Le alternative, invece, potrebbero anche esserci. Se solo si finisse con l’idea assoluta di governare l’esistente e di dimostrarsi affidabile coi poteri forti e con gli organismi di controllo sovranazionali. De Gregori, come molti altri, ha smesso di guardare il suo paese. E lo si sente anche dalle sue ultime canzoni.

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Libri/8 Pessime scuse per un massacro, ottimi motivi per leggerlo

pessimescuse

ENRICO PANDIANI

PESSIME SCUSE PER UN MASSACRO

RIZZOLI EDITORE (384 pagine, 16 euro)

 

Lo ammetto: non avevo mai letto nulla di Enrico Pandiani. E non sapevo nemmeno della saga di “Les italiens”. Ci sono quelle giornate in cui giri a vuoto in libreria, finché l’effetto cromatico non prende il sopravvento sulle tue scelte. Mi sono imbattuto nella copertina di “Pessime scuse per un massacro”. Il titolo, pur chilometrico, era invitante. E’ stato naturale arrivare alla quarta di copertina per capire di che cosa si trattasse. Una trama stringata ma utile a creare interesse: un politico, eroe della resistenza, un Citroen crivellata di colpi e misteri che affondano più nel passato del politico che nel presente. Dopo aver letto una decina di saggi, ultimamente, mi dovevo concedere un noir. E il libro di Pandiani non delude. Un po’ perché, parere personalissimo, quando un noir è ambientato in Francia, è facile immedesimarsi (come mi succede spesso coi libri di Fred Vargas) in bistrò dove una birra o qualsiasi altro tipo di bevanda alcolica è davvero defatigante, un po’ perché l’intreccio è forte. Resistente per utilizzare un termine che ben si addice all’epoca su cui il commissario Jean Pierre Mordenti indaga, perché il passato – almeno in questo caso – è davvero una terra straniera (perdonate la citazione, forse fin troppo gratuita).  C’è tutto al posto giusto in questo libro, anche la storia d’amore. L’ho letto in colpevole ritardo (è uscito nel gennaio 2012), ma anticipando di gran lunga quelle che sono le mie abitudini estive (sono arrivato alla fine del libro quasi un mese fa).  Che cosa mi ha colpito di più? Innanzitutto, primo livello, la competenza balistica dello scrittore e vi assicuro che ce ne vuole per raccontare quello che c’è in questo libro. Ma non basta per farlo diventare un noir da leggere. E allora ad attirare l’attenzione prima e l’interesse poi sono proprio quelle radici in cui affonda il romanzo. La resistenza, appunto. Quello che accadde in quegli anni, in Francia. Al di là delle banalizzazioni revisioniste, qui ci si chiede “i buoni sono davvero buoni?”. E’ la doppiezza delle vite dei protagonisti di questo romanzo nelle quali scava, con l’impeto di un archeologo, proprio per ricostruirle il commissario Mordenti, a dettare il ritmo di un libro che non rallenta fino al finale che svela chi è l’oscuro giustiziere che lascia sul luogo del delitto l’elefantino Babar.

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Speranze e illusioni di un’Italia che correva

saggiatore

 

La mia recensione al libro di Giancarlo Liviano D’Arcangelo “Invisibile è la tua vera patria” (Saggiatore, 256 pagine, 16 euro) uscita oggi su Qn (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

C’era una volta una Italia. Un’Italia di ingranaggi, bulloni, catene di montaggio, aree a caldo. Era l’Italia del centro siderurgico più grande d’Europa, la vecchia Italsider che sarebbe diventata Ilva, e della più grande azienda di elaboratori elettronici, l’Olivetti, quando l’Ibm era un colosso americano che non faceva paura, almeno per la concorrenza. Giancarlo Liviano D’Arcangelo racconta quella Italia lì in “Invisibile è la tua vera patria” (Saggiatore, 256 pagine, 16 euro). Ma racconta soprattutto i reperti della stagione della industrializzazione, lunga almeno mezzo secolo, e che ora è diventata la stagione del declino. Un declino inesorabile che si porta dietro inquinamento (Ilva), paesaggi talvolta deturpati (la porzione di Campania, in cui operava la centrale di Garigliano) e anche una vena di malinconia guardando Ivrea e ricordando la figura dell’imprenditore mecenate Adriano Olivetti. Oltre alla fabbrica per lui, per Olivetti, c’era anche molto altro: perfino una casa editrice, perché si era accorto che gli operai leggevano. C’è l’Italia del passato e c’è l’Italia di un presente che è sempre più difficile da decifrare. È un reportage anche se l’autore non utilizza un linguaggio secco, diretto da reporter. Un libro che racconta, meglio di alcuni manuali specifici, la storia di questo Paese.

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Libri/7 La scoperta del Tav che non c’è

binariomorto

Ho comprato il libro di De Benedetti e Rastello, “Binario morto” (203 pagine, Chiarelettere, 12,90 euro), in una libreria, in una piazzetta di Susa. Ero andato fin lassù per capire meglio la questione Tav e perché un’intera valle – non un gruppetto di violenti terroristi come si ostinano a sostenere in molti – protestasse contro l’opera che tutta Europa, a sentire i proclami, aspetta. Solo l’Italia – ma soltanto alcune parti, quelle più estremiste – sembrava non aver capito la portata di un linea ad alta velocità – o ad alta capacità, perché poi il dizionario si è adeguato –  che collegasse Lisbona con Kiev, passando per l’Italia, appunto. Per questo si poteva anche sacrificare un pezzo di montagne. Ma quei 3.200 chilometri di ferrovia ad alta velocità (“L’Eldorado” come l’ha definito il sindaco di Torino, Piero Fassino) sono davvero un’invenzione della mente. Non esistono ora, probabilmente non esisteranno mai e molti paesi si sono sfilati (Portogallo, Spagna, ma anche le posizioni della Francia dalla relazione della Corte dei Conti a La Commission 21, la commissione parlamentare francese per la mobilità, sembrano essere chiare: l’opera non sarà una priorità almeno fino al 2030). E allora, chi resta? Solo l’Italia. Leggere questo libro non è un’azione da militanti che sfogliano una produzione di propaganda. Tutt’altro. Il libro è emprico, nel senso che De Benedetti e Rastello (gli autori) hanno fatto davvero il viaggio da Lisbona a Kiev alla scoperta del Corridoio 5 che non c’è. Si sono portati dietro, anche per fare i conti con quel concetto di Alta Capacità che cresceva mentre i dati reali non giustificavano un trasporto ad Alta Velocità per i passeggeri, un pacchetto di caffè sottovuoto per vedere come sarebbe arrivato a destinazione. E’ un viaggio romantico tra binari, a scartamenti vari, pullman e anche auto. Una mobilità integrata, più che altro per necessità. Perché l’alta velocità in Portogallo non sanno nemmeno che cosa sia e non hanno nemmeno intenzione di realizzarla: costa troppo e hanno altri problemi a cui far fronte. Perché in Spagna i binari non sono pronti per accogliere i treni Tav e anche lì non fanno le corse per fare le infrastrutture necessarie. Della Francia si è già detto. Dell’Italia pure, ma in Slovenia il termine Tav è già intraducibile per le politiche del governo che hanno altre priorità, idem in Ungheria e in Ucraina i treni non supereranno mai i 106 chilometri all’ora. In tutto questo viaggio c’è chi rimpiange i vecchi Pendolini, produzione italiana  capace di adattarsi  “all’accidentata orografia italiana”, ma che sono stati pensionati a casa nostra o hanno ricevuto una sapiente “ripittata”, mentre stanno spopolando in Svizzera. In tutto questo c’è un’unica certezza: uno spettro si aggira per l’Europa e non è il comunismo. E’ il Corridoio 5 che (praticamente) non esiste per un’alta velocità che non c’è.

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