Archivio mensile:luglio 2014

L’Unità tra agnelli (sacrificali), pecore e pecoroni

È morta l’Unità, viva l’Unità. Come ogni storia italiana che si rispetti, anche in questo caso la tendenza italica a prendersi la ribalta prevale su qualsiasi considerazione più o meno ben argomentata per ragionare e riflettere su un settore in crisi. E come sempre appare l’immancabile divisione tra agnelli (non quelli con l’A maiuscola, anche se di editoria si parla e del suo salvataggio, ma gens ormai in via d’estinzione, se non totalmente estinta per come l’abbiamo conosciuta almeno fino a una paio di lustri fa), pecore e pecoroni. Non è difficile identificare chi sono gli agnelli sacrificali, quelle ottanta persone (i giornalisti) mandate al patibolo da una gestione (o management che dir si voglia) che è riuscita a bruciare soldi veri tanto da creare un rosso di 30 milioni. Il loro futuro professionale, come quello di molti altri colleghi che stanno vivendo la stessa passione in un settore in una crisi ormai conclamata da anni, è in bilico. E non sono – come vorrebbero far credere i saccenti, tuttologi del niente e nientologi del tutto, col ditino sempre alzato in servizio permanente e costante – col didietro così parato.
Ma la fauna non è finita in questa storia e, come spesso succede in questo paese, si popola di pecore e anche di pecoroni. Gente simile ai saccenti succitati che crede di aver capito tutto e si permette di pontificare. C’è sempre un capo gregge e onestamente in un mondo dove proliferano sempre di più gli hashtag e si leggono sempre di meno i giornali (perché gli articoli sono molto lunghi, ahinoi) dove si vive solo di proclami a piè sospinto e sempre meno di ragionamenti politici, non poteva mancare tenendo conto che dell’Unità si parla, il premier e segretario del Pd, Matteo Renzi. Che ha detto più o meno così: “Se fosse stata (l’Unità) nelle disponibilità del partito non sarebbe successo”. Ben ha regolato questa ennesima proclama del premier, Chiara Geloni, l’ex direttrice di YouDem, che ha scritto: “Ma se Renzi ha sempre sostenuto che il finanziamento pubblico andava abolito, come l’Unità poteva essere nelle disponibilità del Pd?”. Domanda legittima che non può essere derubricata solo a una spiacevole (perché è questa la sensazione che esce fuori ogni qualvolta qualcuno prova a dire qualcosa che è contrario alla linea) voce critica. Anzi ci aiuta a capire che anche in questo paese gli asini non volano. Anche se qualcuno vorrebbe farci credere l’inverso. Se il premier ha detto così, come da programma ormai da almeno un anno a questa parte ancor prima che diventasse premier, tutti ad andargli dietro e sostenerlo nelle sue certezze. Ok, sono opinioni, che però cozzano tremendamente con la realtà di un paese che è sempre più in evidente difficoltà e talvolta talune dichiarazioni rischiano di offendere anche la storia della sinistra o di quello che ne resta. L’Unità, come ricordava bene un suo ex direttore Peppino Caldarola, è già morta una volta a cavallo tra il 2000 e il 2001 e già allora faceva difficoltà a essere catalogata come organo di un partito, i Ds a quei tempi. Ma quel nome bello, intenso, forte e con i suoi caratteri cubitali non può essere ridotto solo ed esclusivamente a un brand da sventolare per creare un senso di appartenenza a un partito che non rappresenta più quella che un tempo veniva definita la sua base, perché o la base è cambiata e si affida all’uomo solo al comando, l’asso per vincere le elezioni (come se fossero una partita di poker), o ha sempre più forti mal di stomaco nel vedere disperdersi gli ultimi valori di sinistra. Anche perché quel nome nasce nel solco della storia della sinistra italiana e di Gramsci appunto che quel giornale, non quello di ora, ha fondato 90 anni fa. Quel nome non è qualcosa di quantificabile economicamente e nonostante si sia sbiadito nei colori e nelle forme sempre di più nel corso del tempo, dovrebbe rientrare a pieno titolo in quel pantheon che il Pd ha sempre sostenuto di avere, almeno nella testa, ma che realmente non è mai riuscito a creare e che di conseguenza, forse non ce ne siamo accorti, non l’ha mai ispirato nelle scelte per il paese.
Per concludere in tutta questa storia animalesca e a proposito di pecoroni, fa veramente tenerezza vedere i grillini esultare per la chiusura di un giornale perché il loro capo è contro i giornali, i giornalisti e i finanziamenti pubblici. Esultano non rendendosi conto, giusto per essere un tantino retorici, che se ne va così un pezzo di democrazia. Ma a loro che gliene frega tanto il web risolverà tutto. “Non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita perché tu possa dirlo”. Voltaire (forse) l’ha detto. Che non è il nome dell’ultimo programma open source. Una volta ci si permetteva di congedare così chi non aveva un solido profilo culturale in politica: “Studiate e poi ne riparliamo”. Ma per quello che rimane di una sinistra così vanesia da pensare che tutto si possa risolvere in 140 caratteri di annuncio, come un venditore d’enciclopedie 2.0, diventa difficile anche sostenere il peso di una frase del genere.

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , ,

Calcio, questo non è un Paese per Tavecchio

Quando ho scritto questo post ieri non avevo ancora metabolizzato la gravità delle dichiarazioni del candidato alla presidenza della Figc Carlo Tavecchio che ha parlato di mangiabanane etc, con toni da leghista della prima ora. Se qui di seguito ci sono almeno un paio di motivi tecnici perché non è il presidente ideale per un auspicato cambiamento nel mondo del calcio, ora non si può nemmeno soprassedere su questi toni autoritari con evidenti venature razziste che ha mostrato di avere nell’incontro di ieri. A prescindere dalle scuse in differita che si è affrettato a inviare. E mentre il mondo del pallone resta quasi tutto in silenzio per non infastidire quello che ormai è a tutti gli effetti un nuovo potente di turno, dalla politica o ciò che ne resta si alza qualche ditino per metterlo all’indice. Peccato che la stessa indignazione mostrata per l’uscita anticipata dall’Italia al mondiale non venga fuori ora di fronte a chi rischia di diventare il nuovo padrone della Federazione. 

Ci sono cose più importanti di chi diventerà presidente della Figc. E su questo non ci sono dubbi. Anche se fino a un paio di settimane fa presi dallo sconforto di vedere un’Italietta uscire mestamente dal mondiale brasiliano si invocava una rivoluzione e veniva considerata come  una priorità di cambiamento pari alla nuova legge elettorale o alla modifica del Senato. Abete e Prandelli togliendosi di mezzo, avevano in qualche maniera accelerato i tempi. E tutti (quasi) d’accordo di fronte alla vittoria della Germania nel mondiale nel dire che sì anche l’Italia doveva ispirarsi al modello tedesco. Ora, sembra  già tutto dimenticato. E infatti l’Italia del pallone – dei migliaia di tesserati, come ci tiene a precisare il tipo che presto presenteremo (ma anche lì il concetto di rappresentanza sembra andato a farsi benedire già da un po’) – sta per eleggere Carlo Tavecchio. Un passato da bancario e da sindaco Dc e poi l’infatuazione per il calcio, tanto da diventare il presidente della Lega Nazionale Dilettanti e da trovarsi a essere il vicario di Abete. Ora un paio di esercizi di logica. Se la gestione Abete è stata considerata così disastrosa, perché si dovrebbe scegliere la linea della continuità, andando a eleggere Tavecchio? Prima domanda. Seconda domanda: se il modello tedesco fino a un paio di settimane fa veniva considerato quello giusto da seguire, perché si sceglie un collezionista di cariche calcistiche che, solo per diletto, ha preso a calci il pallone? Ok, non si può sperare che il declino del calcio nostrano venga fermato da un governo tecnico. E’ altrettanto vero però che bisogna fare uno sforzo per ragionare su quello che non è accaduto almeno negli ultimi otto anni nel calcio italiano. Il merito del mondiale vinto nel 2006 dagli azzurri va ricercato, andando a ritroso nel tempo, e non solo in Marcello Lippi che ha fatto quello che deve fare qualsiasi selezionatore: chiamare i migliori. La differenza tra l’illustre passato e il triste presente era che il più era già stato fatto da tempo. C’era una generazione e quella generazione di calciatori che ha regalato al paese l’ultima soddisfazione mondiale era già un gruppo bello e assemblato. Perché la spina dorsale di quella squadra era passata tutta per l’under 21 di Cesare Maldini – chi prima e chi dopo – e quando era uscita dall’ovile, con gli inevitabili innesti nel corso del tempo, aveva battuto la faccia a terra in Corea, ma si era ritrovata l’ultima occasione (per ragioni anagrafiche) di essere protagonista e l’ha sfruttata. Proprio come è successo alla Germania. Questa digressione sembra  non c’entrare nulla con il discorso dell’elezione del nuovo presidente della Figc. E invece, come diceva Nanni Moretti, non c’entra, ma c’entra.  Perché l’impressione di fronte a quello che sta accadendo per l’elezione del presidente della Figc, è che si cerchi la scorciatoia che dà più certezze ai principali attori di questa che rischia di essere una messinscena, perché dal momento che Tavecchio ha già in tasca il 65% dei consensi, visto che tutte le Leghe sono già con lui,  ci si ritroverà di fronte a un inutile plebiscito. Ecco la parola più evocata nell’ultimo anno solare: la rottamazione non sembra valere per il calcio. D’accordissimo che rottamare tanto per rottamare, appropriandosi della patente di “nuovi”, non serve a nulla. Ma è altrettanto vero che questo, per forza di cose, dovrebbe essere considerato l’anno zero del calcio italiano. E per farlo bisogna togliere di mezzo tutte quelle sovrastrutture che l’hanno eterodiretto negli ultimi anni.  Non sono in grado di giudicare se la candidatura di Demetrio Albertini possa essere considerata un buon punto di partenza, ma quello che ha detto, presentandolo come delle idee per un programma, non mi sembra così malvagio. Se anno zero deve essere bisognerebbe ricominciare a ragionare sulla centralità delle nazionali giovanili che non possono essere considerate solo uno spunto di marketing per il cosiddetto Club Italia. Bisognerebbe tornare a ragionare anche sul ruolo dei tecnici federali ormai in via d’estinzione nel nostro paese, se non definitivamente estinti. Tre esempi, anzi quasi quattro: Enzo Bearzot con cui abbiamo vinto il mondiale del 1982, Cesare Maldini con cui abbiamo vinto tutto a livello giovanile, Azeglio Vicini il ct delle notti magiche e di una nazionale che sarebbe potuta arrivare fino in fondo se Zenga non si fosse fatto beffare da Canigga e infine Dino Zoff che ci portò alla finale degli europei del 2000 e che si dimise solo perché l’allora presidente del consiglio gli mosse appunti tecnico-tattici.  E invece si insegue il sogno di portare sulla panchina azzurra uno come Antonio Conte solo perché ha vinto gli ultimi tre scudetti sulla panchina della Juve nel campionato più scarso delle potenze europee o presunte tali. Senza pensare che ci si ostina a ripartire da una fine indecorosa (l’eliminazione in Brasile), solo per un uno spirito di (auto)conservazione (non sembrano esserci altre spiegazioni logiche) provando a metterci le toppe qua e là, invece di ricominciare da un vero inizio. Meditate.

Contrassegnato da tag , , , , ,

Mondiali 2014, il senso di Löw per gli Einsturzende Neubauten

Jogi e Blixa. Due vite parallele, innanzitutto. Ma se la Germania vince il suo primo mondiale da paese unificato (nel 1990 era ancora la Germania Ovest, l’unificazione sarebbe stata formalizzata il 3 ottobre, quindi dopo la finale di Roma contro l’Argentina), sicuramente bisogna tornare alla Berlino degli anni ottanta. Tutto nasce lì o quasi, anche per questa nazionale. Perché è lì che cambia in maniera inevitabile lo spirito del tempo. Su quella Berlino  che si trascinava fuori con fatica dal periodo dell’eroina e della creatività che aveva come due poli attrattori, almeno dal punto di vista musicale, David Bowie e Brian Eno (Lou Reed intitolò il suo concept album più bello, Berlin appunto, con il nome della città), si è scritto e detto molto. Geniale dilettanten oltre che a essere il nome primigenio degli Einsturzende Neubauten, era un festival (non solamente punk) che permetteva alle band di tutto il mondo (lo fecero anche gli italiani Ferretti e Zamboni prima di diventare Cccp) di esibirsi. Un geniale dilettante è Jogi, Joachim Low. Klinsmann lo chiamò per fargli da spalla, quando nessuno in Germania si ricordava di questo centrocampista avanzato che aveva trascorso la sua carriera da calciatore nell’anonimato più completo. Non poteva essere la controfigura di Klinsmann, visti i capelli corvini, era molto di più. E il tempo gli ha dato ragione. Proprio come un architetto cui non deve mancare la creatività ma nemmeno la coscienza di dare solidità alla sua creatura, ha costruito questo edificio calcistico. Neubauten. Quando Blixa Bargeld decise di finirla con l’essere solo “un geniale dilettanten”, fondò gli Einsturzende Neubauten, traduzione letterale: i nuovi edifici che crollano in contrapposizione con gli Altbauten, costruzioni premoderniste della vecchia Germania esaltate spesso e soltanto per la loro solidità. Ok, non è dato a sapersi se Jogi, il Low appunto, abbia mai sentito un pezzo degli Einsturzende Neubauten, anche se mi piace pensarlo assorto nell’ascolto di Blixa che sussurra per poi esplodere “Silence is sexy”. Il silenzio non ha mai accompagnato Low in questi otto anni dove è stato costretto solo a provare a consolarsi. E lui, forse giocandoci anche parecchio, l’ha sempre sottolineato: “Fare il ct della Germania mi ha rovinato la vita”. Da ieri sera probabilmente gliel’ha migliorata, perché finalmente ha vinto qualcosa (anche se per dovere di cronaca, qualche successo sparso qua e là, ma di poco conto, l’aveva ottenuto nella sua carriera di tecnico e comunque era lui l’allenatore dello Stoccarda che si conquistò parecchie simpatie con il trio d’attacco Balakov, il giovane Elber e Bobic).

Tornando alle vite parallele di Jogi e Blixa – e soffermandosi i secondi necessari, sembrerà una forzatura, per notare qualche affinità estetica, non tanto nelle stazza, quanto nei capelli (corvini di entrambi e con un ciuffo, ma un po’ più imbiancati quelli del cantante degli Einsturzende Neubauten) e al taglio delle giacche di buona fattura (anche se Jogi lascia spesso la giacca in panchina) – non si può non notare come quello di Jogi sia stato un percorso per affrancare la nazionale tedesca dal modello che negli anni è stato cucito addosso alla Germania di squadra solida, ma poco dedita allo spettacolo. D’altronde, almanacchi alla mano, la Germania storicamente non ha mai avuto, per fare confronti tipicamente italici, né un Rivera né un Baggio. I veri numeri dieci tedeschi si contano sulle dita di una mano e, diciamolo, l’aspetto fisico ha sempre prevalso su quello tecnico, perché non si diventa creativi, ci si nasce. Low comunque, ha costruito il suo complesso con certosina pazienza e qui deve ringraziare quello che è successo negli ultimi trent’anni a Berlino, soprattutto lì, nel cuore di Kreuzberg, ma anche altrove. Un Paese che è riuscito ancor prima della riunificazione a migliorare (talvolta, non senza difficoltà) accoglienza e rapporti con chi ha scelto di viverci per poter sopravvivere, senza azzerare o ridimensionare passioni, credenze, abitudini e soprattutto creatività. Un paese così è un paese che ha già vinto. Ecco che da almeno quattro anni si parla di una Germania, intesa come nazionale di calcio, multietnica. La Germania dei Boateng, dei Khedira, degli Ozil e dei due là davanti, Klose e Podolski. che si parlano in polacco. Low oltre ad assemblare una squadra, le ha dato anche un gioco. Non è la nazionale di Low, come gli Einsturzende Neubauten non sono il gruppo di Blixa Bargeld, perché Blixa ha convogliato le sue esperienze (dai Bad Seeds con Nick Cave ai progetti da solista) nel suo progetto, rendendolo appunto solido (altro che edifici che crollano) e irripetibile.  E gli altri degli Einsturzende hanno fatto altrettanto, proprio come si fa in una squadra di calcio, dove ognuno porta il suo contributo. A cominciare da quell’Alexander Hacke che, grazie all’aiuto di Fatih Akin (il regista de “La sposa turca”), ha trasformato in un film-documentario (“Crossing the bridge”) il suo viaggio alla scoperta della musica turca. Un’apertura a 360 gradi che va ricercata proprio nello spirito di quel tempo, anni ’80, di una Berlino pulsante che evitava accuratamente di avere un atteggiamento dispotico, soprattutto dal punto di vista culturale, per aprirsi alla conoscenza di chi arrivava nella capitale tedesca solo per divertirsi, visti gli innumerevoli clubbini, o per cercare un lavoro. Questione di cultura appunto e ora di fronte al successo di una nazionale, assemblata da Blixa-Low, un neubauten con tedeschi di ormai terza generazione (perché il padre di Ozil è nato in Germania), non si può non applaudire  una creazione solida, efficace ed esteticamente bella, che si prende pure qualche rischio come ha dimostrato la finale con l’Argentina di ieri sera. Verrebbe da dire, se non fossimo italiani e confidando che qualcosa del genere accada prima o poi anche per il nostro calcio, suonacela ancora Jogi.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Libri/20 L’ingegner Brandani nel Paese del disincanto

Ecco la mia recensione sul libro di Francesco Pecoraro “La vita in tempo di pace”, uscita oggi su Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno).

 

PECORARO1

 

Ivo Brandani è un ingegnere, nato nella città di Dio (Roma) subito dopo la seconda guerra mondiale, Sessantottino, disincantato dopo la rivoluzione che non è mai arrivata ed estremamente pragmatico, quasi cinico, nella sua terza e ultima età. Davanti a lui e attraverso lui scorre un paese che si allunga, si scuote e si accortoccia per rimanere uno stivale sempre più sformato. Quello di Francesco Pecoraro, «La vita in tempo di pace» (512 pagine, Ponte alle Grazie), giunto terzo all’ultimo «Premio Strega», alla fine dei conti è un romanzo di (de)formazione. Al personaggio di Ivo Brandani, l’ingegnere-protagonista del libro, ci si avvicina lentamente. Il libro parte dal 2015 e da futuristici lavori sulla barriera corallina che l’ingegnere Brandani deve fare. Poi l’intreccio si avviluppa e si sviluppa, avanti e indietro nel tempo. Così conosciamo il Brandani che molla filosofia, in pieno Sessantotto, nonostante si legga tutto il possibile di quegli anni, senza però — almeno così lascia intravedere Pecoraro tra le pagine — un’adesione talvolta fin troppo pedissequa alle teorie, ad esempio, dell’Herbert Marcuse de «L’uomo a una dimensione», lettura obbligata del tempo. Brandani fa a pugni con la vita e col lavoro e mentre lo fa, cresce il suo disincanto nei confronti della vita, delle cose e delle persone. Un matrimonio finito. Un rapporto difficile mai metabolizzato col padre che non è diventato mai ingegnere (è solo perito industriale), ma che durante il boom è diventato uno di quei borghesi che non vota la Dc, odia i «compagnucci» del Pci, odia i fascisti, perché è appena uscito dalla guerra, ma non riesce a capire il figlio. E poi c’è il dolore per la morte della madre che ritorna anche in età avanzata. Infine il rapporto con le donne. Misurare l’amore per l’ingegner Brandani non è possibile. Non lo confonde con le transazioni sessuali (la prostituzione non c’entra qui) che ha con le donne che si ritrova accanto nella sua vita. È un libro che trasuda rabbia per un mondo, il suo, che non ha conosciuto la guerra, perché lui è nato quando era già finita. Ma è come se lui fosse sempre in guerra. Una guerra quotidiana.

 

PECORARO

Contrassegnato da tag , , ,

Mondiali 2014, Da Costa il portiere “tagliatore” di portieri

Lui, Angelo Esmael Da Costa, 31 anni, il mondiale l’ha visto soltanto in televisione. E dalla poltrona di casa ha anche visto due “sue” vittime eccellenti giocare e parare in Brasile. E’ arrivato in Italia nell’inverno del 2008. Destinazione Varese, allora i lombardi erano ancora in C2 e la grande scalata doveva iniziare. L’estate dopo si ritrova quasi per caso in serie B. Tutti ne parlano bene di questo portiere, non troppo slanciato, “piazzatello” (direbbero nelle Marche), agile e abbastanza coraggioso nelle uscite. Nell’Ancona appena promossa in serie B dovrebbe – il condizionale sarà sempre d’obbligo da qui in poi per lui – fare da spalla a Salvatore Sirigu, portiere dell’under 21 azzurra e prima vittima eccellente del buon Da Costa. Sirigu è il titolare e non sembra che questo concetto possa essere messo in discussione almeno nei primi due mesi di campionato. Ma poi quel Sirigu che non si piegherà alle insidie inglesi nei mondiali brasiliani, sparisce dalla scena. E non certo per colpa delle convocazioni in under 21. Sirigu non va bene per l’Ancona, Da Costa piace di più, perché rischia anche di più. E così il brasiliano giocherà 27 delle 42 partite (più le due decisive per la salvezza ai playout contro il Rimini), mentre a Sirigu resteranno solo le briciole. La stagione dopo Sirigu torna a Palermo e la storia si sa com’è andata: Zenga lo rischia come titolare e Sirigu si prende in un colpo solo la nazionale, quella vera, e anche un ingaggio all’estero. Destinazione Parigi, Paris Saint Germain. Da Costa rimane in quell’Ancona che per sei mesi – stagione 2009-’10 – viene considerata la grande sorpresa del campionato cadetto. Allenata da Salvioni – quello che ha fatto diventare Evra un terzino (Nizza, stagione 2001-’02 nella cadetteria francese) ed esordire Balotelli quando ancora aveva i brufoli (a 15 anni col Lumezzane) – la squadra biancorossa si ritrova a un passo dall’effimero titolo d’inverno. In un’alchimia magica Da Costa è un punto di riferimento di quell’Ancona che fa sognare e togliere la polvere alle speranze di tornare in A. Poi la caduta verticale. La squadra precipiterà così tanto fino a doversi giocare la salvezza nell’ultima partita di campionato contro il Mantova. L’Ancona come squadra è salva, Da Costa è un punto fermo, ma la società non è affatto salva. Via, altro giro nei dilettanti per la squadra del capoluogo delle Marche che non riesce a iscriversi al campionato di serie B. E Da Costa si ritrova alla Sampdoria. Prima che finisca “invischiato” anche lui – come molti altri calciatori dell’Ancona – nelle inchieste del calcioscommesse. Ma Da Costa pagherà il suo conto (tre mesi di squalifica per omessa denuncia e multa di 30mila euro). Ma torniamo alla Samp. Da Costa vede per la prima volta la serie A e diventa nella partita contro l’Inter il primo portiere straniero della Samp a giocare nel massimo campionato, perché prende il posto di Curci. Debutto, record e subito un gol subito, firmato da Eto’o (24 ottobre 2010). Nel frattempo vede poco il campo in campionato e molto in Coppa, dove si fa la nomea di pararigori (attenzione, piccolo particolare da non sottovalutare, visto con chi dividerà la porta la stagione successiva). La Samp deraglia e va in B, Da Costa resta e trova la concorrenza dell’argentino Sergio Romero. L’eroe della seconda semifinale dell’ultimo mondiale – nessun caso di omonimia, è proprio quello che ha respinto lontano il rigore di Sneijder –  è il titolare. Per Da Costa un ruolo di comprimario, vede il campo solo quando Romero è impegnato con la nazionale argentina. E la stagione successiva in A non lo vede proprio, almeno per i primi tre mesi (deve scontare la squalifica per calcioscommesse). Poi succede che Romero non dà più la fiducia necessaria né a Ferrara né a Delio Rossi. Da Costa si ritrova titolare nel finale di campionato e Romero l’estate scorsa viene ceduto in prestito al Monaco. Da Costa è il portiere titolare di una Samp che fa una tremenda fatica a salvarsi, ma ci riesce. Sirigu e Romero però, le sue vittime eccellenti, vanno ai mondiali. Lui li guarda in tv e (forse) esclama: “E pensare che a quei due ho tolto il posto”. E (forse) sospira anche davanti al connazionale Julio Cesar infilzato come uno spiedino dalla Germania in semifinale: “Forse potevo esserci anch’io”. Nel mondiale dove i vecchi dodicesimi si prendono la ribalta (dall’olandese Krul pararigori  contro il Costarica all’argentino Romero appunto, secondo portiere al Monaco) lui può consolarsi di essere il più rampante dei dodicesimi, almeno in Italia. Mai fidarsi ad averlo come “secondo”.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Mondiali 2014: Van Gaal geniale, ma il copyright è di Jaconi

Dudek come Grobbelaar. Il balletto del portiere polacco del Liverpool che ipnotizzò al momento dei calci di rigore i giocatori del Milan, finale di Champions 2005, aveva un padre: Bruce Grobbelaar che qualche anno prima (21 per l’esattezza) sgretolò il sogno della Roma di vincere la Coppa Campioni all’Olimpico. C’è sempre un antesignano. Uno che l’ha fatto prima. Così mentre viene incensato Louis Van Gaal, commissario tecnico dell’Olanda, che prima dei calci di rigore (anche in questo caso) dei quarti di finale dei mondiali 2014 cambia il portiere titolare con quello di riserva, regalandogli la ribalta e una notte da eroe, non può non tornare alla mente quello che accadde il 22 giugno 1996 allo stadio Zaccheria di Foggia. Finale playoff della vecchia serie C1 per l’accesso al campionato cadetto. Da una parte c’è la favorita, l’Ascoli di Enrico Nicolini, abituata a giocarsi sfide del genere e dall’altra c’è quell’outsider che diventerà una favola, il Castel di Sangro di Osvaldo Jaconi. La squadra abruzzese – su cui si è fatta tanta letteratura come modello di squadra di provincia che accede al quasi Olimpo del calcio, la serie B, almeno allora era così – era partita dalla Seconda Categoria e solo l’anno prima aveva scaraventato fuori, sempre ai calci di rigore, in un’altra finale playoff, un’altra squadra marchigiana, il Fano.

Jaconi, un minuto prima che finisca il secondo tempo supplementare e quando i calci di rigore si stanno ormai per materializzare, richiama in panchina il portiere titolare De Juliis, tra l’incredulità generale, per sostituirlo con l’esperto Pietro Spinosa che non aveva giocato nemmeno un minuto fino ad allora in campionato. La sequenza dei rigori sembra interminabile, si arriva a calciarli a oltranza finché Spinosa non mette le mani, anzi le punte delle mani sul tiro di Milana, spingendolo oltre la traversa. Il Castel di Sangro esulta: è in serie B. E quella mossa azzardata, da pokerista (in fondo anche il Krul messo in campo da Van Gaal aveva parato appena due rigori in carriera), viene immediatamente ribattezzata una “jaconata”. Non è detto che Van Gaal si sia ispirato all’uomo delle promozioni nostrane. Ma una cosa è certa il made in Italy c’è anche dove meno te l’aspetti e dove spesso ci si deve affidare alla genialità: un piccolo misticismo patriottico in un mondiale in cui l’Italia è miseramente deragliata. Il copyright quindi, è del buon Osvaldo. Con buona pace di Van Gaal.

Contrassegnato da tag , , , , ,

Se il Premio Strega non (ti) strega

Di scontato c’è quasi tutto in Italia. Anche i premi letterari. Anzi, soprattutto. Ma non è questo il punto per discutere dell’ultimo Strega. Ha vinto Francesco Piccolo con una manciata di voti in più su Antonio Scurati. Un premio – almeno per i miei ascolti e per i miei sguardi disattenti – che nelle settimane che hanno preceduto l’assegnazione si è giocato tutto sul gossip più o meno letterario. E quindi sull’ormai celebre caso dello sconfitto Scurati che si sarebbe reso protagonista di un autoplagio. Insomma un’autoreferenzialità alla seconda, forse anche al cubo, che rischia di stonare con quella che un tempo si sarebbe definita con un termine banale come l’originalità di un’opera. A prescindere se il suddetto Scurati fosse o meno a corto d’idee, quello che mi ha colpito è che abbia vinto un libro scontato. “Il desiderio di essere come tutti” di Piccolo è quello che potrebbe definirsi un romanzo autobiografico e ha tutto per essere un romanzo “piacione” – pardon, per la digressione politica – proprio come quel Pd, con tanto di pantheon, che aveva disegnato Walter Veltroni che, infatti, proprio come Piccolo, omaggia a trent’anni dalla morte di Berlinguer, l’ultimo vero segretario di cui la Sinistra possa vantarsi. Detto della ricorrenza, il libro mi aveva colpito più che altro per la doppia ossessione che almeno da vent’anni a questa parte affligge la Sinistra: Berlinguer e i bei tempi andati da una parte e l’incapacità di avere una figura carismatica e mitica come era appunto il sardo e Berlusconi e la sua riduzione della politica a permanente vendita di enciclopedie porta a porta dall’altra. Dopodiché riconosco che non è mai facile mettere in pagina la propria vita e che quello che scrive Piccolo può essere perfino empatico – soprattutto per i motivi descritti sopra – per molti lettori, non necessariamente della sua generazione; ma alla fine della fiera quel libro non ti strega. E non è (involontariamente) un gioco di parole. Impressione epidermica che sfocia nel ricordo: mi ha ricordato infatti, fin troppo da vicino, lo Strega di tre anni fa vinto da Edoardo Nesi. Con “Storia della mia gente” Nesi raccontava la sua Prato e quella che in tutto e per tutto poteva definirsi una mutazione storica e sociale del principale distretto del tessile, ma alla fine  non riusciva a provocarti reazioni che non fossero pure e semplici constatazioni del reale. Il reale appunto, l’Italia. Il nostro paese è da sempre una materia da maneggiare con cura, quando si scrive un libro ma  rimane un ottimo spunto sia che si prenda in esame la sua lunga storia di misteri, stragi, servizi deviati; sia che ci soffermi sul presente sempre più difficile da decifrare. Ma mi chiedo, rimanendo sull’ultimo Strega e facendo tutta la pressione possibile sulle mie sensazioni di lettore (senza per forza di cose voler influenzare nessuno): ma è più efficace il racconto del reale e quindi del vero o il racconto della verosimiglianza? La domanda, per me, retorica almeno in relazione alla cinquina dell’ultimo Strega ha già la risposta pronta: la seconda che hai detto. Sto pensando infatti al libro di Francesco Pecoraro”La vita in tempo di pace”. Anche questo potrebbe essere definito un romanzo autobiografico, perfino di formazione, anzi di (de)formazione. Anche qui c’è l’Italia, non ci sono facce reali, ma c’è una sensazione che pervade le oltre cinquecento pagine del libro e che ben si concilia col titolo scelto: una sensazione di rabbia per un mondo, quello del protagonista, che non ha conosciuto la guerra, perché lui è nato quando era già finita. Ma è come se l’ingegner Brandani fosse sempre in guerra. Ci sono salti temporali: da un futuribile 2015 a un Sessantotto non necessariamente “conformista” che stona inevitabilmente anche con quello che doveva essere politicamente corretto allora, come prassi, ossia leggere il Marcuse de “L’uomo a una dimensione” che il protagonista del libro digerisce assai male. Ecco, leggendo il libro di Pecoraro, pur essendo di una generazione diversa dalla sua,  ho provato qualcosa talvolta di spiazzante in grado di farmi ribollire lo stomaco anche senza essere passato prima per una peperonata e non solo l’inevitabile assenso di fronte a quello che, pur se scritto in bella forma e in grado di toccare le corde della nostalgia dei bei tempi andati (che fossero quelli del Pci di Berlinguer o del tessile pratese che dominava il mondo), non faceva altro che constatare lo stato delle cose e provocarti la banale affermazione: “ma questo lo sapevo già”. Ecco la differenza per me tra ciò che riesce a stregarti o no. E che va oltre il Premio Strega. E che riesce comunque a raccontare questo paese tra contraddizioni e conformismi, avendo come cartina tornasole un eroe tragico – mutuato dal Novecento – come, appunto, l’ingegner Brandani del libro di Pecoraro.

Contrassegnato da tag , , , ,