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Libri/72 Un Paese al crepuscolo

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Questa è la recensione sul libro di Nicola Barilli “Italia in autunno” uscita sabato 14 gennaio sul settimanale di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno), “Il Piacere della lettura”

barilli

Non sembra esserci consolazione in Italia in autunno, il primo romanzo del bolognese Nicola Barilli (Pendragon editore, 219 pagine, 15 euro). E di per sé non è che sia un male che tutto ciò accada in un’opera letteraria, soprattutto quando questa prova a raccontare un passato prossimo che rischia di essere, purtroppo, un eterno presente. Da cui diventa impossibile scappare. Al centro della scena c’è Andrea Montini: una compagna, un dottorato, lo status di precario cognitivo in un Paese, l’Italia, che non è più in grado di sognare. Per Andrea la rimozione non esiste. Su di lui aleggia sempre l’ombra di Sergio, l’amico della tardoadolescenza, scomparso (non morto). E d’improvviso, in quella metà dei primi anni Duemila, gli iniziano ad arrivare delle lettere anonime. Ada, la sua compagna, è invece la stabilità: equilibrata, granitica, sicura e con un posto di lavoro a tempo indeterminato. L’inquietudine di Andrea vaga in quel viaggio della speranza che molti giovani italiani intraprendono convinti che all’estero possa esserci la loro effettiva autodeterminazione, anche perché spesso alle soglie dei trent’anni non si sono mai realmente staccati da casa dei genitori. Andrea a Berlino scopre un altro mondo che diventa comunque uno sguardo privilegiato sul mondo che ha lasciato: l’Italia con tutte le opportunità negate a chi cerca di realizzare anche solo metà del proprio sogno. E’ un romanzo di formazione sì, ma con la certezza che “formarsi” non è più possibile. E crescere pure. Ma Andrea arriverà a una resa dei conti con la propria vita, le proprie relazioni, le proprie aspirazioni. E uscire indenne da lì sarà per lui la vera linea d’ombra verso la maturità.

Nicola Barilli

Italia in autunno

219 pagine, 15 euro, Pendragon editore

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Io sto con Tsipras

Io sto con Tsipras. Non ho paura di dirlo e di passare per un intruppato. E nemmeno per uno che si è fatto abbindolare da belle promesse irrealizzabili. Quindi da una sorta di demagogia o populismo in salsa greca come ci vorrebbero far credere alle nostre latitudini (ahinoi), anche esponenti del Pd (quelli sì intruppati) che non hanno capito che cosa c’è in gioco in questo momento. Non solo il salvataggio della Grecia ma anche una ridefinizione del rapporto tra politica (quella che decide  e il referendum – chiamando in causa gli elettori, la volontà popolare, il più diretto esempio di partecipazione – è un modo per decidere, non per lavarsi le mani) e la finanza. Un rapporto che in questi anni è stato ribaltato, facendo prevalere, anzi prevaricare la finanza sulla politica e rendendo quest’ultima tutt’altro che autonoma dalla prima, ma trasformandola in una sorta di serva sciocca ben rappresentata (purtroppo) da una classe politica che non è stata in grado di rappresentare invece il mandato popolare. Spiace che in Italia non si capisca fino in fondo la portata di questo braccio di ferro tra Grecia e i burocrati dell’Europa, quelli che hanno svuotato l’Europa stessa della capacità di essere un soggetto politico-istituzionale credibile, autorevole e in grado di incidere sulla scena internazionale e risolvere i problemi. Spiace ancora di più, guardandola dal lato italiano, che si chieda aiuto nella gestione dell’emergenza migranti agli altri paesi, voltando poi le spalle alla Grecia stessa che non chiede l’annullamento tout court del debito, ma una ristrutturazione. Che non è una cosa da comunisti come la vulgata generale, quella sì intruppata e populista, vorrebbe fare credere. È dignità innanzitutto. È provare a ristabilire la giusta distanza tra politica (che decide) e finanza. È soprattutto un modo di difendere la propria sovranità, senza che sia erosa, martoriata o ridotta a stampella ancillare di coefficienti vari. Ora il vero populista, a questo punto del discorso, proverà a obiettare che i greci in passato hanno fatto i furbetti e che vorrebbero provarci ancora. Se il livello del dibattito – e purtroppo, almeno in Italia finora, non ci sono stati esempi contrari – è questo: mi limiterei, molto ricuccianamente parlando (d’altronde il livello è così basso) a dire che è facile predicare il rigore col debito pubblico degli altri. Se invece, per una volta, si capisse che questa è l’occasione giusta per rimettere la politica al servizio di un cambiamento dell’Europa che così come è ora non va, perché è incapace di dare risposte sui problemi dei singoli paesi ma è in grado invece di strangolare i più deboli; forse la battaglia della Grecia in solitario non verrebbe vista solo come l’ennesimo gesto disperato di un paese per evitare il baratro ( che poi anche questo baratro nella narrazione dominante qualcuno dovrà prima o poi spiegare che cos’è, senza ricorrere alle dozzinali immagini di corse ai bancomat). E d’altra parte anche lo stesso Tsipras non verrebbe indicato come uno sprovveduto, un incantatore di serpenti da campagna elettorale e un pessimo politico perché incapace di rendersi conto come va il mondo. Tsipras come va il mondo l’ha capito, forse anche meglio degli altri, è stato eletto e ha rispettato il patto con i suoi elettori, l’ha rispettato così tanto che il braccio di ferro di questi mesi con la Troika è la dimostrazione di come un piccolo paese, forse il più sfigato (ma solo nell’immaginario collettivo e nella narrazione dominante, perché la Grecia ha comunque molto da insegnarci e non solo per quello che sta facendo in questi mesi), possa tenere testa a un Moloch che ha soppiantato la politica e sempre più spesso quelli che sono i meccanismi democratici. Il muro contro muro, a prescindere da come andrà a finire questa storia, è l’esatto trasposizione di quello che i greci chiedevano quando hanno scelto Tsipras: non essere strangolati dall’austerity. Il referendum è lo strumento non per “lavarsi le mani” alla Ponzio Pilato, come vorrebbero far credere alcuni spocchiosi commentatori che pensano di sapere tutto, ma serve a chiamare in causa chi non partecipa ai tavoli della Troika ma ne subisce le conseguenze più dure e immediate. Ecco perché quello di Tsipras è un esempio di democrazia in cui rappresentanza e partecipazione non sono parole vuote, ma anzi sono significative nei fatti per difendere la propria sovranità nazionale che non significa, come vorrebbero far pensare alcuni, a una rinuncia all’Europa. Ma a un’altra idea dell’Europa, quella cui l’Italia, o meglio il governo Renzi si richiama, molto furbescamente ed egoisticamente, solo quando gli serve per risolvere le questioni che più lo riguardano da vicino come l’emergenza dei migranti.

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E’ sempre tutta colpa dell’Europa. La scorciatoia più facile

Ormai è una scorciatoia. Fin troppo scontata. Ogni qualvolta si è incapaci di spiegare qualcosa – dall’aggiunta di una nuova tassa all’ennesima strage di migranti in mare come è successo purtroppo anche l’altro giorno – la colpa è sempre dell’Europa. Facile così. Il capro espiatorio è perfetto. D’altronde è impossibile negare come la sovranità degli stati sia stata erosa anno dopo anno da veri e propri Moloch, riassumibili con la figura (o caricatura) di un’Unione Europea germanocentrica, in cui Berlino (o la Merkel) fa la voce grossa perché può permetterselo. Può permetterlo però, perché dall’altra parte non c’è un progetto alternativo. Non c’è una politica che smonti pezzo per pezzo il Moloch eurocrate cresciuto a dismisura negli ultimi anni. E allora nelle difficoltà, facile prendersela col capro espiatorio perfetto; tanto, male che vada si viene rimbalzati dal muro di gomma e questo non fa altro che rafforzare la convinzione che è brutto e cattivo. Difficile, certamente, sostenere il contrario.  Meno difficile però, provando a ripercorrere il cammino che ha portato alla nascita dell’Unione Europea, fare i conti con premesse e promesse (non è un gioco di parole) non mantenute. Che cos’è l’Europa oggi? Un mostro burocratico in cui vige la legge del più forte (o presunto tale) solo perché tutti i paesi si sono adeguati. Eppure, almeno l’ultimo anno, ha regalato un paio di occasioni in cui una solidarietà organica e funzionale a migliorare la condizione di tutti, avrebbe potuto permettere un cambio di passo. Ristrutturazione del debito greco, ad esempio: di fronte alle istanze (legittime come quelle di qualsiasi altro paese che ha un nodo che stringe sempre di più il collo) avanzate dalla Grecia, non c’è stato alcun Paese che materialmente si sia mosso per affiancarla in questa battaglia. Tutti a parole più o meno erano d’accordo sul fatto che le richieste non dovessero essere troppo esigenti, ma nessuno che abbia concretamente appoggiato Atene. E per concretamente non si intende caldeggiare ulteriori prestiti alle asfittiche casse greche, ma un’azione di disobbedienza civile per mettere al centro la vita delle persone non la borsa (intesa, in questo caso, anche con la B maiuscola). E così ora l’Italia si trova a fronteggiare per l’ennesima volta un’emergenza migranti. E di fronte alle stragi in mare che si ripetono sempre più frequentemente,  pone (giustamente) il problema a livello europeo: non può essere solo l’Italia a farsi carico dell’emergenza. Ma quanto conta l’Italia e il suo premier Renzi? Poco, pochissimo. Proprio perché non ha un’autorevolezza. E l’autorevolezza si crea, non nominando la giovane Federica Mogherini come Lady Pesc (è solo un modo di delimitare il campo e di creare uno specchietto per le allodole o per gli elettori), ma assumendo posizioni significative che nascano da alleanze (anche e soprattutto) con gli altri paesi per far prendere un’altra strada all’Europa. Quella strada che era stata auspicata almeno mezzo secolo fa, dove l’Europa sia davvero comunità, dove il mutuo soccorso tra gli Stati membri e la collaborazione, rendano davvero unione questa lista di stati che negli anni si è sempre di più allungata. Ecco, mentre si discute mutuando da “House of Cards” comportamenti e strategie per provare a far passare una legge elettorale che va in direzione opposta a parole chiave come rappresentanza e partecipazione (diretta), forse sarebbe il caso che il partito di maggioranza, anzi quello che ormai sembra sempre di più il partito del premier si prendesse a cuore la questione europea, provando a far capire alla gente che idea di Europa ha (sempre che l’abbia), visto che inevitabilmente la maggior parte di decisioni passano da lì. Contribuendo dal di dentro a rendere davvero l’Unione Europea uno Stato degli Stati con una sua politica estera. Il cammino in questa direzione si è interrotto almeno una decina d’anni fa, ai tempi in cui si discuteva di una Costituzione Europea. Ed ecco i risultati cui l’Italia con i suoi governi e la sua (non) politica comunitaria ha inevitabilmente contribuito. E così di fronte a tragedie del genere prendersela col capro espiatorio Europa sembra fin troppo facile, senza aver fatto nulla prima per cambiare.

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Libri/29 La trilogia di Costantini come una tragedia greca

Di seguito la recensione uscita domenica 16 novembre su Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) sul libro di Roberto Costantini “Il male non dimentica” (Marsilio Editore), ultimo atto della trilogia del Male

costantini

 

 

 

 

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Michele non è più Mike. Sono passati 42 anni dall’estate della sua giovinezza libica e dal mistero dei misteri: chi ha ucciso sua madre Italia? La trilogia del male si chiude con “Il male non dimentica”, dove Michele Balistreri, commissario un po’ imbolsito e acciaccato ma ancora devoto a Leonard Cohen, l’unico che riesce a placare i sobbalzi della sua anima, sembra aver rimosso i fantasmi del passato. Così almeno crede. Roberto Costantini, l’autore della trilogia, gli fa invece fare i conti con quel passato che se anche si sforza non può dimenticare. Perché significa chiedersi chi ha ucciso sua madre il 31 agosto 1969 a Tripoli, su quella scogliera che ogni volta che si riaffaccia nella sua mente è più che un bruciore di stomaco generato dai tanti caffè, è una vera scossa. Nell’ultimo libro della trilogia, rispunta Linda Nardi, giornalista con cui Michele si era abbracciato e poi scontrato nel primo libro. È lei a tessere le fila della prima parte di queste cinquecento pagine e in tutto per tutto può considerarsi una coprotagonista del romanzo di Costantini che fa ripiombare Balistreri nella Libia in piena primavera araba, quarantadue anni dopo l’ultima volta. Costantini ricorda al lettore quel patto di sangue che il giovane Mike aveva fatto a Tripoli con tre suoi coetanei, di cui uno solo è rimasto in vita. Fondamentale per capire anche l’ultimo atto di questa trilogia. Un patto di sangue e sabbia in quella Libia che stava per diventare il Paese di Gheddafi grazie anche all’aiuto di potentati italiani, tra cui il padre di Mike. E il ruolo fondamentale di suo padre nella presa del potere del colonnello che allora sembrava solo un sospetto diventa certezza, confermando la mefitica rete di alleanze che, sullo slancio di quel colpo di stato, è finita col governare, direttamente e indirettamente, l’Italia. Il libro che alterna i diversi punti di vista dei protagonisti e accavalla il passato e il presente (anche per rinfrescare il lettore che aveva letto ormai due anni fa il secondo volume della trilogia) finisce con un funerale che è in qualche modo anche un atto d’amore. Eros e thanatos, amore e morte, come nella più concentrica delle tragedie greche in cui il destino è davvero ineluttabile. E il destino porterà, in maniera risolutiva, Michele a sistemare il passato (a cominciare dalla morte della madre) e il presente della sua famiglia.

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Calcio, questo non è un Paese per Tavecchio

Quando ho scritto questo post ieri non avevo ancora metabolizzato la gravità delle dichiarazioni del candidato alla presidenza della Figc Carlo Tavecchio che ha parlato di mangiabanane etc, con toni da leghista della prima ora. Se qui di seguito ci sono almeno un paio di motivi tecnici perché non è il presidente ideale per un auspicato cambiamento nel mondo del calcio, ora non si può nemmeno soprassedere su questi toni autoritari con evidenti venature razziste che ha mostrato di avere nell’incontro di ieri. A prescindere dalle scuse in differita che si è affrettato a inviare. E mentre il mondo del pallone resta quasi tutto in silenzio per non infastidire quello che ormai è a tutti gli effetti un nuovo potente di turno, dalla politica o ciò che ne resta si alza qualche ditino per metterlo all’indice. Peccato che la stessa indignazione mostrata per l’uscita anticipata dall’Italia al mondiale non venga fuori ora di fronte a chi rischia di diventare il nuovo padrone della Federazione. 

Ci sono cose più importanti di chi diventerà presidente della Figc. E su questo non ci sono dubbi. Anche se fino a un paio di settimane fa presi dallo sconforto di vedere un’Italietta uscire mestamente dal mondiale brasiliano si invocava una rivoluzione e veniva considerata come  una priorità di cambiamento pari alla nuova legge elettorale o alla modifica del Senato. Abete e Prandelli togliendosi di mezzo, avevano in qualche maniera accelerato i tempi. E tutti (quasi) d’accordo di fronte alla vittoria della Germania nel mondiale nel dire che sì anche l’Italia doveva ispirarsi al modello tedesco. Ora, sembra  già tutto dimenticato. E infatti l’Italia del pallone – dei migliaia di tesserati, come ci tiene a precisare il tipo che presto presenteremo (ma anche lì il concetto di rappresentanza sembra andato a farsi benedire già da un po’) – sta per eleggere Carlo Tavecchio. Un passato da bancario e da sindaco Dc e poi l’infatuazione per il calcio, tanto da diventare il presidente della Lega Nazionale Dilettanti e da trovarsi a essere il vicario di Abete. Ora un paio di esercizi di logica. Se la gestione Abete è stata considerata così disastrosa, perché si dovrebbe scegliere la linea della continuità, andando a eleggere Tavecchio? Prima domanda. Seconda domanda: se il modello tedesco fino a un paio di settimane fa veniva considerato quello giusto da seguire, perché si sceglie un collezionista di cariche calcistiche che, solo per diletto, ha preso a calci il pallone? Ok, non si può sperare che il declino del calcio nostrano venga fermato da un governo tecnico. E’ altrettanto vero però che bisogna fare uno sforzo per ragionare su quello che non è accaduto almeno negli ultimi otto anni nel calcio italiano. Il merito del mondiale vinto nel 2006 dagli azzurri va ricercato, andando a ritroso nel tempo, e non solo in Marcello Lippi che ha fatto quello che deve fare qualsiasi selezionatore: chiamare i migliori. La differenza tra l’illustre passato e il triste presente era che il più era già stato fatto da tempo. C’era una generazione e quella generazione di calciatori che ha regalato al paese l’ultima soddisfazione mondiale era già un gruppo bello e assemblato. Perché la spina dorsale di quella squadra era passata tutta per l’under 21 di Cesare Maldini – chi prima e chi dopo – e quando era uscita dall’ovile, con gli inevitabili innesti nel corso del tempo, aveva battuto la faccia a terra in Corea, ma si era ritrovata l’ultima occasione (per ragioni anagrafiche) di essere protagonista e l’ha sfruttata. Proprio come è successo alla Germania. Questa digressione sembra  non c’entrare nulla con il discorso dell’elezione del nuovo presidente della Figc. E invece, come diceva Nanni Moretti, non c’entra, ma c’entra.  Perché l’impressione di fronte a quello che sta accadendo per l’elezione del presidente della Figc, è che si cerchi la scorciatoia che dà più certezze ai principali attori di questa che rischia di essere una messinscena, perché dal momento che Tavecchio ha già in tasca il 65% dei consensi, visto che tutte le Leghe sono già con lui,  ci si ritroverà di fronte a un inutile plebiscito. Ecco la parola più evocata nell’ultimo anno solare: la rottamazione non sembra valere per il calcio. D’accordissimo che rottamare tanto per rottamare, appropriandosi della patente di “nuovi”, non serve a nulla. Ma è altrettanto vero che questo, per forza di cose, dovrebbe essere considerato l’anno zero del calcio italiano. E per farlo bisogna togliere di mezzo tutte quelle sovrastrutture che l’hanno eterodiretto negli ultimi anni.  Non sono in grado di giudicare se la candidatura di Demetrio Albertini possa essere considerata un buon punto di partenza, ma quello che ha detto, presentandolo come delle idee per un programma, non mi sembra così malvagio. Se anno zero deve essere bisognerebbe ricominciare a ragionare sulla centralità delle nazionali giovanili che non possono essere considerate solo uno spunto di marketing per il cosiddetto Club Italia. Bisognerebbe tornare a ragionare anche sul ruolo dei tecnici federali ormai in via d’estinzione nel nostro paese, se non definitivamente estinti. Tre esempi, anzi quasi quattro: Enzo Bearzot con cui abbiamo vinto il mondiale del 1982, Cesare Maldini con cui abbiamo vinto tutto a livello giovanile, Azeglio Vicini il ct delle notti magiche e di una nazionale che sarebbe potuta arrivare fino in fondo se Zenga non si fosse fatto beffare da Canigga e infine Dino Zoff che ci portò alla finale degli europei del 2000 e che si dimise solo perché l’allora presidente del consiglio gli mosse appunti tecnico-tattici.  E invece si insegue il sogno di portare sulla panchina azzurra uno come Antonio Conte solo perché ha vinto gli ultimi tre scudetti sulla panchina della Juve nel campionato più scarso delle potenze europee o presunte tali. Senza pensare che ci si ostina a ripartire da una fine indecorosa (l’eliminazione in Brasile), solo per un uno spirito di (auto)conservazione (non sembrano esserci altre spiegazioni logiche) provando a metterci le toppe qua e là, invece di ricominciare da un vero inizio. Meditate.

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Mondiali 2014, Da Costa il portiere “tagliatore” di portieri

Lui, Angelo Esmael Da Costa, 31 anni, il mondiale l’ha visto soltanto in televisione. E dalla poltrona di casa ha anche visto due “sue” vittime eccellenti giocare e parare in Brasile. E’ arrivato in Italia nell’inverno del 2008. Destinazione Varese, allora i lombardi erano ancora in C2 e la grande scalata doveva iniziare. L’estate dopo si ritrova quasi per caso in serie B. Tutti ne parlano bene di questo portiere, non troppo slanciato, “piazzatello” (direbbero nelle Marche), agile e abbastanza coraggioso nelle uscite. Nell’Ancona appena promossa in serie B dovrebbe – il condizionale sarà sempre d’obbligo da qui in poi per lui – fare da spalla a Salvatore Sirigu, portiere dell’under 21 azzurra e prima vittima eccellente del buon Da Costa. Sirigu è il titolare e non sembra che questo concetto possa essere messo in discussione almeno nei primi due mesi di campionato. Ma poi quel Sirigu che non si piegherà alle insidie inglesi nei mondiali brasiliani, sparisce dalla scena. E non certo per colpa delle convocazioni in under 21. Sirigu non va bene per l’Ancona, Da Costa piace di più, perché rischia anche di più. E così il brasiliano giocherà 27 delle 42 partite (più le due decisive per la salvezza ai playout contro il Rimini), mentre a Sirigu resteranno solo le briciole. La stagione dopo Sirigu torna a Palermo e la storia si sa com’è andata: Zenga lo rischia come titolare e Sirigu si prende in un colpo solo la nazionale, quella vera, e anche un ingaggio all’estero. Destinazione Parigi, Paris Saint Germain. Da Costa rimane in quell’Ancona che per sei mesi – stagione 2009-’10 – viene considerata la grande sorpresa del campionato cadetto. Allenata da Salvioni – quello che ha fatto diventare Evra un terzino (Nizza, stagione 2001-’02 nella cadetteria francese) ed esordire Balotelli quando ancora aveva i brufoli (a 15 anni col Lumezzane) – la squadra biancorossa si ritrova a un passo dall’effimero titolo d’inverno. In un’alchimia magica Da Costa è un punto di riferimento di quell’Ancona che fa sognare e togliere la polvere alle speranze di tornare in A. Poi la caduta verticale. La squadra precipiterà così tanto fino a doversi giocare la salvezza nell’ultima partita di campionato contro il Mantova. L’Ancona come squadra è salva, Da Costa è un punto fermo, ma la società non è affatto salva. Via, altro giro nei dilettanti per la squadra del capoluogo delle Marche che non riesce a iscriversi al campionato di serie B. E Da Costa si ritrova alla Sampdoria. Prima che finisca “invischiato” anche lui – come molti altri calciatori dell’Ancona – nelle inchieste del calcioscommesse. Ma Da Costa pagherà il suo conto (tre mesi di squalifica per omessa denuncia e multa di 30mila euro). Ma torniamo alla Samp. Da Costa vede per la prima volta la serie A e diventa nella partita contro l’Inter il primo portiere straniero della Samp a giocare nel massimo campionato, perché prende il posto di Curci. Debutto, record e subito un gol subito, firmato da Eto’o (24 ottobre 2010). Nel frattempo vede poco il campo in campionato e molto in Coppa, dove si fa la nomea di pararigori (attenzione, piccolo particolare da non sottovalutare, visto con chi dividerà la porta la stagione successiva). La Samp deraglia e va in B, Da Costa resta e trova la concorrenza dell’argentino Sergio Romero. L’eroe della seconda semifinale dell’ultimo mondiale – nessun caso di omonimia, è proprio quello che ha respinto lontano il rigore di Sneijder –  è il titolare. Per Da Costa un ruolo di comprimario, vede il campo solo quando Romero è impegnato con la nazionale argentina. E la stagione successiva in A non lo vede proprio, almeno per i primi tre mesi (deve scontare la squalifica per calcioscommesse). Poi succede che Romero non dà più la fiducia necessaria né a Ferrara né a Delio Rossi. Da Costa si ritrova titolare nel finale di campionato e Romero l’estate scorsa viene ceduto in prestito al Monaco. Da Costa è il portiere titolare di una Samp che fa una tremenda fatica a salvarsi, ma ci riesce. Sirigu e Romero però, le sue vittime eccellenti, vanno ai mondiali. Lui li guarda in tv e (forse) esclama: “E pensare che a quei due ho tolto il posto”. E (forse) sospira anche davanti al connazionale Julio Cesar infilzato come uno spiedino dalla Germania in semifinale: “Forse potevo esserci anch’io”. Nel mondiale dove i vecchi dodicesimi si prendono la ribalta (dall’olandese Krul pararigori  contro il Costarica all’argentino Romero appunto, secondo portiere al Monaco) lui può consolarsi di essere il più rampante dei dodicesimi, almeno in Italia. Mai fidarsi ad averlo come “secondo”.

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23 maggio 1992, io non dimentico

Tredici anni, appena finita la partita di calcio, la radio gracchia: “a Palermo c’è stato un attentato, è rimasto ferito il giudice Giovanni Falcone”. Poco ore dopo Falcone morirà. La nostra linea d’ombra – seppur in netto anticipo con quello che è il normale avvicendarsi delle età – è fissata in quel giorno: 23 maggio 1992. La perdita dell’innocenza. La constatazione che un Paese già tremendamente fiaccato dagli ultimi rantoli sguaiati di una classe politica che si stava dissolvendo (ma solo per poco)  veniva colpito al cuore con una brutale e geometrica violenza (la preparazione dell’attentato come racconteranno le indagini e le inchieste e infine i processi ne è una dimostrazione). Gli occhi si riempiono di immagini di dolore. Poi subentra la rabbia. Infine la ribellione che scalfisce il potere politico di allora, considerato con una sudditanza fin troppo esagerata, al di sopra della gente.  Si sgretolano anche le certezze sul “non vedo, non sento, non parlo”. Le tre scimmiette sembrano ormai una icona del mutismo proverbiale dei siciliani che sta andando in fiamme. E poi le lenzuola bianche che escono fiere dalle finestre delle case palermitane. Una nuova resistenza così l’etichettano in tanti. Uno in particolare, Antonino Caponnetto, le cui lacrime e quelle parole sulla bara di Paolo Borsellino, cinquantasei giorni dopo la morte di Falcone (“ora è davvero finito tutto”), rimangono fisse nella memoria. Una nuova resistenza per provare a costruire un altro paese. Ventidue anni dopo, la mafia non ammazza più. Così almeno pare. Ma dalla dissoluzione apparente del decrepito sistema di potere politico di allora non è nato niente di buono. Nonostante le invenzioni linguistiche come  la “Seconda Repubblica”, nonostante la sete di maggioritario, sognando un bipolarismo, che avrebbe dovuto spazzare via quello che ventidue anni fa chiamavano consociativismo. Il sistema maggioritario uninominale ci aveva fatto credere che avremmo potuto scegliere noi i candidati da mandare in Parlamento, diventando i veri cani da guardia della democrazia e della rappresentanza. Illusione. Nemmeno tanto pia. Poi è arrivato il Porcellum che ha definitivamente distrutto le residue speranze di chi è sempre stato ottimista fino al midollo. In ventidue anni non siamo riusciti a creare un sistema alternativo a quello di allora, ci siamo ritrovati in un pantano forse ancora peggiore. E piano piano hanno cominciato a cedere anche le prime certezze costruite con fatica, sudore e battaglie. Certezze sul lavoro, sul cosiddetto welfare e anche sul concetto di democrazia. E infine sull’Europa. Dalla Comunità di allora, solidaristica organizzazione almeno nelle intenzioni, a Unione economica governata da sempre più potenti oligarchie, così invadenti da andare a intaccare anche le sovranità nazionali. Ventidue anni dopo, nell’anniversario della strage di Capaci, sale forte fino alle narici il fetore di un sogno interrotto. E non c’entra la nostalgia e nemmeno la comparsa dei primi capelli bianchi. Tra due giorni si vota. Per l’Europa. Più che un normale appuntamento elettorale, è un ulteriore appello per provare a esprimere quei concetti che avevamo chiari in testa ventidue anni fa, che magari in qualche passaggio abbiamo perso di vista, ma che radunandoli, li dovremmo avere ancora chiari. A cominciare da come dovrebbe essere la stessa Europa: più democratica, più solidale, con più diritti e soprattutto uguali per tutti.  Non ce lo siamo dimenticati. Spero, almeno noi.

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L’importanza di essere Pirlo (e non pirla)

Quando la madeleine è una fetta di tiramisù. Affondo il cucchiaio nel dolce, a mezzanotte inoltrata, e ripenso al più fragile e potente dei cucchiai con il quale l’Italia ha mangiato l’Inghilterra. Le gambe non tremano quasi mai, se ti chiami Andrea Pirlo. Di Cassius Clay, già diventato Muhammad Ali dissero più o meno così: è leggero come una farfalla, ma punge come un’ape. Il nostro Ali che ha cambiato il corso della partita – e soprattutto della sequenza dei rigori – è Andrea Pirlo. Quando ha posizionato il pallone sul dischetto, sapeva esattamente cosa sarebbe andato a fare da lì a qualche millesimo di secondo. Ci voleva una scossa all’Italia (quasi) precipitata nella disperazione di rivivere un altro incubo da rigori. Ci voleva coraggio. Andava dato un segnale. E quel segnale è arrivato. Mentre quelli inviati durante la partita, non avevano raggiunto lo scopo (zero gol, nonostante molteplici inviti partiti dall’uomo di Brescia e indirizzati nell’area della perfida Albione), quello dal dischetto ha minato le certezze dell’Inghilterra che “ha tirato a campare” per tutti i 120 minuti e che, sorniona, sognava la semifinale.

Il cucchiaio. Dodici anni fa, agli Europei nei Paesi Bassi, Totti strafottente prima di dirigersi sul dischetto, disse in romanesco: “‘Mo gli faccio il cucchiaio”. E lo fece al malcapitato Van der Sar, portiere olandese già dilaniato dai sensi di colpa per aver fatto perdere uno scudetto alla Juventus soltanto un anno prima. Pirlo non ha avuto bisogno di fare nessuna dichiarazione urbi et orbi. L’avrebbero preso per un “pirla” magari, vista la delicata situazione, ma lui non lo è. Lui è così invece: è uno che agisce. Parla poco e quando lo fa pubblicamente non regala emozioni, non infiamma le platee. Ma quando si mette lì in mezzo, va a prendere il pallone in difesa e non lo butta mai via, prima ti si allargano gli occhi, poi hai un senso di soddisfazione che solo le sue giocate riescono a darti. Perché quello è il calcio. Questione di centimetri, di testa intesa come cervello e di piedi. Quando Pirlo calcia, sembra quasi che non stia a guardare chi ha lì vicino. Ma è un’illusione. L’ha già fatto prima che noi potessimo accorgercene. E quando lo vedi fare un’apertura o un cambio di gioco di cinquanta metri, pensi che sia pazzo. E invece la palla – che non è telecomandata, anche se così sembra – arriva docile dove deve arrivare, ossia al compagno di squadra libero. Pirlo è quello che in una squadra materializza i sogni e le idee di gioco. E’ quello che vede in anticipo quello che potrebbe accadere e ci costruisce sopra il suo film. E quasi sempre è un capolavoro. E’ il regista insomma, mai termine fu più azzeccato. Nella storia del calcio italiano, probabilmente anche per il vertiginoso incremento dei ritmi di gioco, non c’è mai stato uno così. Uno con quella velocità di pensiero e di azione. Uno che può permettersi di andare sul dischetto con l’Italia sotto ai rigori – con il baratro dell’eliminazione agli Europei dietro l’angolo della porta – e fare un cucchiaio. Coraggioso e non solo. Proprio quello che si chiede a un leader: trascinare tutti a credere in qualcosa che fino, a un attimo prima, sembrava impossibile. E’ un leader silenzioso. Ma è il leader di quest’Italia. E ci sarà un motivo se la Juventus, quest’anno, ha vinto lo scudetto e il Milan no. Ad Allegri soprattutto – e anche ai tifosi rossoneri (me compreso) di conseguenza – i rimpianti di averlo lasciato partire. Ma consoliamoci, averlo lì in mezzo (assist per Di Natale, gol con la Croazia, i due calci d’angolo per le reti di Cassano e Balotelli) è la nostra ipoteca sulla finale. E i tedeschi se lo ricordano ancora. Nella semifinale mondiale del 2006, quando avevano tutti la lingua di fuori ai supplementari, lui spalancò la porta del paradiso all’Italia e a Grosso. Proveranno a ingabbiarlo come ha cercato di fare Hodgson, buttando dentro il belloccio e muscolare Carroll, ma è difficile che riescano a fermarlo. Il pensiero viaggia sempre più veloce e più leggero di qualsiasi altra cosa. E diventa devastante/pungente quando si materializza in giocata. Proprio come dicevano di Ali: “Vola come una farfalla e punge come un’ape”.

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