Archivio mensile:gennaio 2016

Libri/52 Dai misteri d’Italia ai misteri di coppia: è tornato il commissario Balistreri

La mia recensione sul libro di Roberto Costantini “La moglie perfetta” uscita oggi su Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

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Non era facile riuscire a tenere le fila di un romanzo giallo che partisse ancora dalla figura del commissario Michele Balistreri dopo l’ormai nota e acclamata «Trilogia del Male». Pur con qualche forzatura narrativa necessaria, Roberto Costantini ci riesce. Questa volta il suo libro, ‘‘La moglie perfetta’’ (Marsilio), non affonda a piene mani tra i misteri d’Italia. Questa volta il vissuto privato – i rapporti tra moglie e marito – prende il sopravvento sulla storia recente italiana. Certo, i riferimenti a più o meno loschi figuri della storia nera d’Italia ci sono. Come ad esempio il Sordomuto, con cui si apre il libro, e che richiama inevitabilmente al Cecato di Mafia Capitale. E tenendo conto che il tutto si svolge a Roma, non si può non cedere alla tentazione di fare paragoni con la Roma di ‘‘Romanzo Criminale’’ (quasi-fiction) e quella assai più reale e inquietante di Mafia Capitale. Ma è un esercizio fine a se stesso di fronte a un libro di Costantini che non ha bisogno di questi rimandi tra realtà e finzione per conquistare l’attenzione del lettore. In questo libro, si diceva, c’è il rapporto tra moglie e marito e quindi due coppie: da una parte Giovanni «Nanni» Annibaldi, analista-psicologo, e sua moglie Bianca Benigni, magistrato. Dall’altra l’americana Nicole Steele, che si porta dietro l’avvenente sorella Scarlett, e il marito Victor Bonanno, professore, affabulatore ma figura sinistra e alquanto misteriosa. Le storie inevitabilmente di queste due coppie si intrecciano, ancor prima della morte di Bonanno, e s’intrecciano ancora di più col commissario Michele «Mike» Balistreri. Senza fare troppo spoileraggio su come finirà, l’innesco vero del giallo è la morte di Victor Bonanno che non arriva proprio immediatamente. Ci vogliono un po’ di pagine. Il tutto succede nel 2001 ma i contorni di quella morte, con tutti gli annessi e i connessi, si chiariranno solo dieci anni dopo con Balistreri decisamente più riappacificato col mondo, rispetto alla trilogia (anche grazie alla figlia), che rimetterà assieme tutti i tasselli del puzzle criminale.

 

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Libri/51 Il pallone e la guerra nei Balcani

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Una manciata di mesi prima la nebbia al Marakana. Savicevic aveva appena condannato il Milan all’uscita anticipata dalla Coppa Campioni. Poi non si vide più nulla: partita sospesa, rinviata al giorno successivo. L’autogol di Vasiljevic, il gol non gol dei rossoneri, il pareggio e infine i rigori con Giovanni Galli come protagonista. Il Milan non lo sapeva allora – e con lui in tantissimi –  ma in quello stadio si stavano per incrociare una serie di destini che avrebbero segnato per sempre Belgrado, la Jugoslavia e l’Europa. Perché qualche tempo dopo, nella primavera del 1989 quando il Milan – superato l’ostacolo Stella Rossa – era lanciato verso la conquista della Coppa dei Campioni, in quello stesso stadio faceva il suo ingresso da leader dei tifosi Zeliko Raznatovic, passato oscuro e criminale, un presente tutto da scrivere al servizio di Milosevic e del progetto di sangue, morte e genocidi denominato “Grande Serbia”. Primavera 1989, la Jugoslavia c’era ancora ma per poco. Nemmeno un anno dopo, a Zagabria, l’inizio della fine. Si giocava Dinamo Zagabria-Stella Rossa finì come tutti sanno con una rissa senza precedenti e con l’immagine plastica del calcio sferrato da Zvonimir Boban a un poliziotto. Nessuno fece nulla come avrebbe gridato tempo dopo Giovanni Lindo Ferretti, prendendo in prestito le parole del poeta bosniaco Nedžad Maksumić, e l’Europa inerte vide davanti ai propri occhi la guerra. Ci sono stati tanti modi e molti ce ne saranno ancora per raccontare la guerra, anzi le guerre dei Balcani, ma il calcio in qualche maniera rimane ancora lo strumento più facile per farlo e per capire che cosa stava succedendo in quegli anni. Diego Mariottini, giornalista e scrittore, ha scritto “Dio, calcio e milizia”, pubblicato da Bradipo Libri, seguendo proprio questa scia che poi, inevitabilmente, sarà una scia di sangue. Dal Marakana a Banja Luka, Mariottini racconta l’ascesa di Arkan e delle sue Tigri. Un’ascesa costruita sull’odio, sulle violenze, sul sangue. Il libro non sempre riesce a rimanere centrato sull’argomento, si perde in divagazioni funzionali a far comprendere anche al lettore meno esperto quello che stava succedendo nell’ormai ex Jugoslavia. Così rischia, talvolta, di generalizzare. Ma riesce comunque nell’intento di dimostrare come il pallone fu un’arma stessa di propaganda e di rafforzamento del seguito per molti dei criminali di guerra. Così quel Marakana dalla nebbia col Milan al posto da dove tutti i campioni fuggiranno (lo stesso Savicevic finirà proprio al Milan dove troverà Zvonimir Boban, o ancora il capitano Stojkovic che si muoverà tra Francia, Marsiglia, e Italia, Verona) per l’Europa e dalla guerra che avrebbe spazzato via la nazionale jugoslava. Qualificatasi agli Europei del 1992 ma costretta a rinunciarvi perché ormai il rumore sordo di carri armati e mortai era più forte di quello dei cori da stadio. Certo, il libro in questione non è un libro definitivo sull’ibrido rapporto tra calcio-potere (e di conseguenza violenza e infine guerra) nella ex Jugoslavia, ma rende comunque l’idea e rinfresca le memorie di chi allora non volle vedere – o si girò solamente dall’altra parte – quei segnali che sempre più nitidamente arrivavano dai campi e dalle curve.

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Quanta nostalgia di Beppe Viola

La mia recensione sul libro “Vite vere, compresa la mia” (edizioni Quodlibet) uscita sabato 2 gennaio 2016 su Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

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«Erano quasi le tre, si perdeva di già e non ci hanno dato un rigore». Scanzonata come ogni canzone di Cochi & Renato, “Cesarini”. Scanzonata come quella Milano lì che si allungava tra il bar Jamaica, di via Moscova, il Derby e la pasticceria Gattullo, il luogo dove Beppe Viola inventò l’ufficio facce, dove scommetteva se l’avventore del locale fosse milanista o interista. In una Milano che non era ancora da bere (fortunamente) ma in cui si beveva: bianchini e Campari, cui anche il Beppe Viola non si sottraeva. Una Milano che quella generazione lì – quella del Derby, dei ragazzi di piazza Adigrat come Jannacci e Viola – è riuscita a raccontare così bene da rendere nostalgici anche chi non ci ha mai vissuto o l’ha soltanto conosciuta, seguendo un particolarissimo filo rosso che si dipana da Bianciardi per arrivare appunto a Viola. E che comunque ha tra i riferimenti culturali il Linus di Oreste Del Buono. Quodlibet, casa editrice marchigiana, ha deciso così di (ri)pubblicare “Vite vere, compresa la mia”; gli scritti di Beppe Viola – che di professione faceva il giornalista sportivo in Rai, orgogliosamente redattore ordinario – apparsi sulla rivista di Odb dal 1977 al 1982. C’è tutto il mondo del Pepinoeu, come lo ribattezzò Brera nell’articolo che gli scrisse per salutarlo definitivamente. Ci sono pezzi spassosi e ormai celebri come “Lettera al direttore”. «Ho quarant’anni , quattro figlie e la sensazione di essere preso per il culo. Non ho mai rubato né pianoforti né sulle note spese. Non ho attentato alle virtù delle numerose signore e signorine che circolano al terzo piano. Vado a Londra, a spese mie, per imparare l’inglese. L’hanno fatto Marx e Mazzini, posso permettermelo anch’io». E fulminanti come il pezzo iniziale «Mio padre giocava ai cavalli, mio nonno a scopa». Il libro rispetto all’edizione originaria esce arricchito da un’introduzione di Stefano Bartezzaghi che precede la prefazione storica di Enzo Jannacci e che parla di come Viola sia stato capace di inventare il milanesco e di crearsi un suo stile, inimitabile, fedele solo a se stesso, tanto da dimostrare una coerenza anarchica.

 

 

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