Archivio mensile:aprile 2014

L’intellettuale della Magna Grecia

Per la serie a volte ritornano. O meglio non se ne sono mai andati. Capita di imbattersi in un’intervista su Repubblica a Ciriaco De Mita. Che cosa può dire ancora quello che Gianni Agnelli, l’avvocato, definì l'”intellettuale della Magna Grecia” e Montanelli, ancora con più sarcasmo, aggiunse alla definizione “togliamo pure Grecia”? Ha 86 anni e ha rappresentato l’articolazione più geometrica (concentrica per l’esattezza) del potere della Democrazia Cristiana e si (ri)candida per la seconda volta a Nusco, il suo paese, quello in cui riceveva frotte di adulatori o questuanti e si concedeva in interminabili sfide a tresette al baretto del posto. Però, scorrendo l’intervista, uno non può non condividere almeno un paio di concetti dell'(ex) intellettuale della Magna Grecia. Molto più chirurgico e telegrafico, pur non twittando senza soluzione di continuità, dei giovani, rottamatori o non (poco importa ora). De Mita dice così: “In Italia è stata introdotta una strana nozione: non si riconosce più tra chi è capace o meno capace, ma piuttosto tra chi è giovane e possibilmente donna”. Ok, niente di rivoluzionario, altrimenti si rischia di fare un’apologia del suddetto e di come erano “meglio quando si stava peggio” con l’incombenza dello scudocrociato davanti agli occhi. Però è innegabile che quello che sia successo nelle ultime settimane non sia altro che una spocchiosa operazione ipocrita di marketing politico che parte dalle nomine dei manager pubblici (presidenze in rosa, ma incarichi operativi rigorosamente in blu, giusto per dare una stuccatina) e tocca inevitabilmente le “vuote rosa”, altro che quote rosa, soprattutto per quanto riguarda il Pd. Perché l’imbarazzata presa di posizione e la nobile uscita di scena di una donna come Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, non può essere archiviata come un mero incidente di percorso in una regione come la Sicilia dove il Pd ha dato – e se possibile – continua a dare il peggio di se stesso. Scorrendo ancora le parole di De Mita e proiettando lo sguardo alle elezioni europee, in tempi sempre più aspri di euroscetticismo d’accatto, l’intellettuale della Magna Grecia dice un altro paio di cose semplici che potrebbero suonare come slogan: ” Bisogna ricostruire la comunità.  Il futuro è legato alla ricomposizione di valori come la sensibilità, l’amicizia, la condivisione”.  Anche qui, niente di straordinario. Ma nel macropartito di centrosinistra – che non sembra più rientrare tra i riferimenti politici di De Mita, anche se mantiene rapporti di buon vicinato come spiega nell’intervista – non c’è stato nessuno che abbia posto l’accento su queste questioni. Che sembrano sì, in superficie, generiche e perfino un po’ retoriche, ma nascondono almeno un paio di convinzioni su come andrebbero affrontati i problemi politici e sociali di questo paese e anche dell’Europa (i detrattori monocorde diranno: il solito assistenzialismo meridionale). Ecco, in Europa, proprio il concetto di comunità che stava tra l’altro nella denominazione studiata sui sussidiari delle elementari (Cee, comunità economica europea), si è perso. Come d’altronde si è perso nel nostro paese dove spesso comunità, infervorati dal più becero e spocchioso leghismo, si è fatto passare come particolarismo e un localismo da difendere, serrando i propri confini ed evitando di vedere che cosa c’è fuori e respingendo i vari spauracchi alimentati a dovere. Ora che sia un vecchio democristiano, quando c’è un postdemocristiano al governo e alla guida del macropartito di centrosinistra che si è sempre ben guardato dall’affermare, anche solo in un tweet come piace a lui, concetti come condivisione e comunità, fa un certo effetto.   E invita, comunque, a una riflessione.  Breve magari, quanto la lettura dell’intervista suddetta, ma inevitabile.  

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Libri/17 Note parallele: oltre il confine del surf rock

La mia recensione sul libro “Note parallele” (Nutrimenti edizioni, 107 pagine, 9,90 euro) uscita sabato 26 aprile su Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

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Se esiste il surf rock è perché esistevano i Beach Boys. Brian Wilson era il leader della band e, dopo «Pet Sounds» (1966), si sentiva ormai a disagio, stretto nei panni del surf rocker sempre, comunque e dovunque. Quindi iniziò a pensare a «Smile», un disco che non sarebbe mai potuto uscire in piena «Summer of love». Troppo cerebrale, ma i Beatles, pur non avendolo ascoltato, ne sarebbero stati influenzati, soprattutto dal genio (spesso lisergico) di Brian Wilson, addirittura (così si racconta) per «Sgt Pepper’s». Così Epic Soundtracks ci racconta il lato oscuro di Wilson, quello lontano dai riflettori. Epic Soundtracks è un musicista postpunk, fratello di Nikki Sudden, con cui aveva fondato i Swell Maps, gruppo che non ha venduto milioni di dischi, ma che a distanza di anni è ancora considerato la cartina tornasole della scena indipendente. Basti pensare che perfino Kurt Cobain li avrebbe voluti sul palco per un concerto dei Nirvana. Si intrecciano così — con i rispettivi lati oscuri, ma altrettanto geniali nelle composizioni musicali — le storie di Brian Wilson ed Epic Soundtracks (morto nel 1997). E un libro «Note parallele» (Nutrimenti edizioni, 108 pagine, 9,90 euro) le racconta grazie anche al contributo di Simone Caltabellota, biografo per l’occasione di Epic Soundtracks, di cui compare invece lo scritto su Wilson. Due lati, l’A con Wilson e il B con Epic Soundtracks. Proprio come un disco. Da suonare e (anche) da leggere.

 

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Libri/16 Lipsyte e la faccia grottesca dell’America

Ecco la mia recensione sul libro di Sam Lipsyte “La parte divertente” (232 pagine, Minimum Fax edizioni) uscita su Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

 

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Che cos’è una «doula», anzi un «doulo»? Sam Lipsyte lo spiega in uno dei racconti più esilaranti de ‘‘La parte divertente’’. C’è un ex genio o presunto tale, almeno per lui, che non ha trovato niente di meglio che fare la balia, anzi il balio come lo declina al maschile e chiedendo una parità sessuale anche negli impieghi considerati solo al femminile. Il tipo piomba in una casa newyorkese, tipicamente da middle class e crea una buona dose di scompiglio, anche se vorrebbe consigliare alla neo-mamma come allattare il suo bebè. È solo uno della sterminata fauna — per dirla alla Tondelli — che Lipsyte presenta nel suo libro e che popola New York. Radical chic — senza necessariamente invitare le black panthers come raccontava Tom Wolfe — spiantati con piani per conquistare il mondo, come il tossico che si mette in testa di proporre una biografia del pugile Marvin Hagler per bambini solo per raccattare un po’ di soldi e si ritrova davanti a due improbabili editori che puntano solo alla redenzione di un loro caro, compagno di buchi (purtroppo) del tipo in questione. Scritti così di getto, sembrano caotici, ma Lipsyte è rigoroso, riesce a mostrare quel lato dell’America che ingerisce mode e tendenze, le digerisce e poi le espelle, talvolta, in malo malissimo modo. E così, sempre per parlare di sostanze lisergiche, c’è l’ex tossico che è diventato scrittore di successo, raccontando tutto il suo passato di sofferenza, ma ora si trova nei guai, perché ha attinto così tanto dai suoi ricordi che non sa più che raccontare ed è in crisi. O ancora la figlia di un sopravvissuto all’Olocausto, anche lei con vecchi problemi di dipendenza (dal crack però) risolti, si imbatte in un tipo supertatuato che ha guardato almeno per venti volte «Schindler’s list», ma non per gli stessi motivi per cui avrebbe dovuto guardarlo la donna. «Per capire», si giustifica lui. E il racconto si intitola «I negazionisti».

Tra il grottesco e il sarcastico, si ride, leggendo Lipsyte, ma senza nascondere una sensazione ben amalgamata tra rassegnazione e disincanto: questo doveva essere il miglior dei mondi possibili.

 

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Libri/15 Una formazione di sinistra

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Non è come potrebbe sembrare, dal titolo di questo post, l’ennesimo tentativo di costruire qualcosa in Italia per rappresentare la sinistra. La formazione di cui si parla è una formazione di calcio. Ci sono le facce dei giocatori che Quique Peinado racconta in “Calciatori di sinistra” (Isbn edizioni, 220 pagine, 21 euro). Un libro che ha un potere di fascinazione – pressoché inevitabile – per chi non crede più da tempo che il calcio sia solo 4-4-2, ripartenze. diagonali e dichiarazioni di circostanza del tipo: “Siamo stati danneggiati dal gol preso a freddo, ma ho visto una grande reazione. Pari tutto sommato giusto”. Quei calciatori che Peinado racconta non hanno mai parlato così e se dovevano farlo, preferivano dribblare i microfoni. Come Paolo Sollier che si trovava a disagio a firmare autografi. Un’icona sportiva di sinistra – non solo per i pugni alzati e Il Manifesto in tasca – ma per il modo di intendere il calcio. Anche l’associazione linguistica genio e sregolatezza che siamo stati abituati a leggere sui giornali – e diventata così rapidamente luogo comune – per provare a giustificare chi non voleva rientrare negli schemi,  in questo libro non regge. Ecco, tanto per capirsi, non si racconta di Diego Armando Maradona, di sinistra più per posa (con il suo culto contraddittorio del Che, di Fidel fino a Chavez) che per convinzione. C’è però una parte interessante (forse la migliore del libro) in cui si racconta il mondiale del 1978 in Argentina durante il regime dei militari. E si racconta il logoramento interiore di chi vorrebbe vincere il campionato mondiale per il proprio paese, ma non per i militari. Ci sono storie come quella  di Claudio Tamburrini, portiere dell’Almagro, squadra di seconda divisione, che finisce in uno dei Garage Olimpo argentini, in cui viene picchiato e sbeffeggiato. “Sei un portiere? Para questo allora”. E via botte e calci. Tamburrini riuscirà a scappare, vivrà in clandestinità, ma farà il tifo perché la sua Argentina vinca il mondiale.

Oltre a Socrates e alla sua “democracia corinthiana”, ci sono storie anche meno note come quella Ivan Ergic: dall’ex Jugoslavia all’Australia per scappare dalla guerra e diventare calciatore. E poi l’Italia e la Svizzera  e la scelta di andare in direzione ostinata e contraria, denunciando come nel calcio sei out, non solo se dichiari che sei gay, ma anche se ammetti di essere depresso. Come è successo a Ergic che però è andato oltre a prendere calci un pallone, ha vinto i suoi demoni, ha iniziato a scrivere e a raccontare un mondo che conosceva molto bene. Ecco perché dopo aver letto questo libro, appena si riaccende la tv e si vede una partita di calcio si prova qualcosa come un senso di straniamento. Soprattutto per le parole che servono a raccontarla sia da parte dei giornalisti sia da parte dei diretti protagonisti. Ed ecco perché, almeno negli ultimi, si sono moltiplicati gli spazi (blog, ma anche libri, l’Isbn nel settore ci ha puntato parecchio) di chi prova a raccontare il calcio come una grande epica privata che diventa in fretta pubblica, partendo dalle storie personali. Storie mai banali anche quando il protagonista è accecato da riflettori e flash. Perché ci sarà sempre un tifoso della Fiorentina che si ricorderà di più di Dino Pagliari (assente illustre in questo libro) che di Giancarlo Antognoni. Eskimo, capelli e barba lunghi, senza patente, arrivava allo stadio in bicicletta o a piedi. E recentemente dopo l’occupazione dell’ex colorificio di Pisa, da allenatore del Pisa, è andato nello spazio occupato a portare il proprio sostegno. Lode a te Dino Pagliari. Così gli cantavano i tifosi della Fiorentina. E così il suo mito rimane inattaccabile anche dopo trent’anni.

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