Archivio mensile:maggio 2015

Libri/39 La notte del calcio

In occasione dei trent’anni dalla strage dell’Heysel, la mia recensione sul libro “Il giorno perduto” (66thand2nd editore) uscita il 29 maggio su Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

heysel

ilgiornoperduto
«Bodini ha la faccia da terzino. E poi ha giocato la finale di Supercoppa. Questa volta tocca a Tacconi». Parlano così Mich, Angelo, Charlie e Miranda (che è maschio ma lo chiamano in quel modo in onore della zia tabacchina). Sono arrivati all’Heysel, confondendo qualche «dare precedenza» con la loro R4 dalla Valchiusella, nel Torinese. Chissà che cosa sta pensando invece, Christy, a Liverpool lo chiamano il Monk, l’altro protagonista del romanzo «Il giorno perduto» (66thand2nd editore) scritto a quattro mani da un inglese, Anthony Cartwright, e da un italiano, Gian Luca Favetto.
Nei loro occhi, prima della tragedia, una sola immagine: la Grand Place di Bruxelles. Il luogo della festa sperata. È l’unico monumento della città che mette tutti d’accordo. La piazza giusta per festeggiare. Ma non sarà una festa. Nemmeno per la Juve che alzerà la sua prima Coppa Campioni. È la notte dell’Heysel. I due autori del libro, a trent’anni di distanza, provano a raccontare con quattro personaggi il prima e il durante (più che altro fuori dallo stadio). Perché il dopo è ancora difficile da raccontare nonostante siano passati sei lustri. Anche se i due capitoli, quello iniziale e quello finale, sono ambientati nel 2015.
Le storie dei protagonisti si intrecciano e sono direttamente legate al loro rispettivo contesto. C’è la normalità, talvolta difficile, raccontata in questo 1985 scandito dall’approssimarsi di questa finale di Coppa Campioni. Che finirà poi con lo squarciare definitivamente quella normalità e mostrare in mondovisione il sangue e l’orrore in quella che doveva essere solo una partita di calcio.

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Nel Pd (ormai) vale tutto

Premessa: l’affermazione non è mia. Me ne approprio, ma rendo merito a Michele Prospero che più o meno un paio di mesi fa (23 marzo)  sul Manifesto definiva “non contendibile” (appunto) il Pd di Matteo Renzi. Argomentando così: “…  che il Pd man­tenga i con­fini di una orga­niz­za­zione com­plessa che esige rispetto delle pro­ce­dure e lealtà a dei riti anti­chi, è una illu­sione”. E come se si dicesse ora: “vale tutto”. E nel vale tutto non deve sorprendere proprio a Renzi la mossa dell’Antimafia con l’elenco degli impresentabili a 48 ore dal voto delle Regionali. D’altronde a inaugurare questa lotta interna senza esclusioni di colpi, era stato allora quello che sarebbe diventato prima segretario e poi presidente del Consiglio. Ricordate? Ciò che accadde nella primavera del 2013 con la mancata elezione di Romano Prodi a presidente della Repubblica (i famosi 101 che voltarono le spalle a quello che consideravano il padre del partito: ma a volte anche un buon padre si ritrova figli degenere o bugiardi o addirittura ipocriti) è stato solo l’inizio dei regolamenti di conti interni. D’altronde è innegabile che, a prescindere da quelle che possono essere tutte le interpretazioni del caso, la mancata elezione di Prodi fu lo strike che permise a Renzi, con un Bersani ormai sfiduciato e sconfitto, di fare “gioco, partita e incontro”. Insomma di prendersi tutto. Trasformando la vocazione maggioritaria del partito, così come disse Veltroni ai tempi dell'”I care”, in una vocazione autoritaria che suona più o meno così: “Qui, comando io”. Ecco, da quella primavera del 2013 a ora, ne sono successe tante altre di cose che hanno reso il dibattito interno al partito un optional. Non è con la dialettica interna che si conquista il Pd. Inutile girarci attorno. Il partito in questo momento non è contendibile, proprio come diceva Prospero, perché il concetto di politicamente corretto non esiste ed è stato sostituito da un qualcosa che sembra direttamente mutuato dalla serie tv – che tanto appassiona il premier –  “House of Cards”: colpi bassi, ripicche e agguati. Allora, dopo aver posto la fiducia sulla legge elettorale (cosa mai vista prima di allora), dopo aver imposto dall’alto una riforma della scuola senza tavoli di concertazione con chi dentro la scuola ci vive, accompagnando il tutto con una comunicazione verbale interna/esterna finalizzata solo ad annullare, quando a non dileggiare, minoranze e opposizioni; Renzi dovrebbe essere consapevole che quel “chi la fa, prima o poi l’aspetti”, insegnato dalle nonne, è estendibile anche all’ennesimo partito del Capo (in cui l’unica regola sembra essere “o con me o contro di me”) dove da almeno un paio di anni la lotta è senza esclusioni di colpi. Ormai nel Pd vale tutto.

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Libri/38 I dirimpettai dell’Italia (ir)reale

La mia recensione sul libro di Fabio Viola “I dirimpettai” (Baldini & Castoldi editore) uscita domenica 17 maggio sulle pagine di Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)
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NON VICINI, ma dirimpettai. E ciò significa che basta una finestra per vedere quello che i dirimpettai combinano. O anche uno specchio. E questo di Fabio Viola può considerarsi un romanzo-specchio. Specchio di un’epoca ove l’effimero è al potere già da un pezzo. I due dirimpettai del narratore-voyeur sono un vecchio e un giovane, una coppia gay. Lui, l’anziano è un potente manager Rai. L’altro è un suo complemento. E infatti l’anziano non perde occasione per ricordarglielo. Con ferocia e con toni sprezzanti. Come a dirgli: «Ti ho creato io, tu non sei nessuno». Ci si innervosisce leggendo queste pagine pensando come i due finiscano con il trattare gli altri. A cominciare dalla domestica, anzi dalle domestiche che si chiamano sempre Dolores, un nome d’espiazione per lavorare in quell’attico che è superaccessoriato: dalla tv di ultima generazione alla palestra, passando per Ipad pronti a ricevere manciate di sditate per prenotare il weekend all’Argentario o il cocktail lounge delle vacanze estive in qualche resort.   E poi cene ipocaloriche a base di cruditè e un’ossessione per i vestiti e su che cosa faccia pendant. Nei ringraziamenti finali, l’autore racconta come i due personaggi siano nati su Facebook. E che ci abbia lavorato dal 2012. La distanza dal paese reale – nonostante quelle che potrebbero apparire delle esagerazioni o esuberanze narrative – non sembra essere tanta.
I dirimpettai 
Baldini & Castoldi editore
191 pagine, 16 euro

 

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Libri/37 Marina Viola e la vita vera

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Ci vuole coraggio. Tanto. E Marina Viola ne ha. Il coraggio di chi riesce a raccontarsi senza filtri in un libro. Ecco, leggendo le pagine del suo ultimo libro “Storia del mio bambino perfetto”, non hai mai la sensazione che il libro ceda alla verosimiglianza intesa come un concetto, da un punto di vista quantitativo, il più vicino possibile al vero. Quello che racconta Marina è il vero. E’ la sua vita. Ed anche per fare questo ci vuole coraggio e maestria. Soprattutto quando si scrive un libro e si pensa (non necessariamente) che quello che si sta per raccontare possa essere qualcosa di universale, qualcosa che pur essendo ciò che di più strettamente personale abbiamo, riesca a coinvolgere il lettore. Nei suoi due ultimi libri, scandagliando a fondo la sua vita, Marina c’è riuscita. Due anni fa con “Mio padre era anche Beppe Viola” è riuscita a raccontarci il Beppe Viola più intimo, più privato, rafforzando in qualche maniera l’immagine che c’eravamo fatti di lui e riuscendo anche nell’impresa di raccontare un creativo, il più creativo e più bravo dei giornalisti sportivi (anche se l’aggettivo è assai riduttivo per descrivere l’uomo di piazza Adigrat), rendendolo normale. Questa volta però, era decisamente più dura. Maneggiare gli affetti e scriverne è come camminare su un filo teso, a piedi nudi, e con i cristalli in mano. Le possibilità di romperli o di tagliarsi e di farsi male sono elevatissime. In “Storia del mio bambino perfetto”, Marina Viola racconta suo figlio Luca, il primogenito, autistico e affetto dalla sindrome di Down, e racconta soprattutto se stessa. E’ un libro che incide profondamente su chi lo legge. Non lascia ferite ma colpisce forte. E commuove. Una scena più delle altre, quella finale, il concerto di James Taylor – che è il cantante preferito di Luca che guarda in continuazione i suoi video sull’Ipad – con Luca che balla scatenato non curante di pioggia e fango. Più che una danza liberatoria, l’essenza stessa della gioia e non si può non partecipare, pur leggendola soltanto, a quella gioia che diventa collettiva in famiglia. E non solo.

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