Archivio mensile:agosto 2015

“Noi giallisti, i Dickens del Terzo Millennio”. Markaris e i labirinti della crisi

Il mio racconto della giornata con Petros Markaris pubblicato oggi su Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno).

 

 

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SENIGALLIA (Ancona)
«UN CAFFÈ al vetro anche per me». Petros Markaris scruta il barista che prepara il caffè. Niente tazzina o bicchierino di plastica come è abituato il suo Kostas Charitos quando arriva di fretta alla stazione di polizia di Atene, non ha fatto colazione e da una parte stringe la brioche che finisce poi con l’addentare e dall’altra si prepara a ricevere il caffè. Il commissario Charitos, una creatura narrativa perfetta per raccontare non solo i “labirinti” vecchi e nuovi di Atene ma anche una crisi che non smette di mordere al collo la Grecia. Alexis Tsipras, l’ultimo premier, ha annunciato le sue dimissioni e di conseguenza il voto anticipato. Altro giro, altra elezione. La terza in nemmeno nove mesi. Lui l’aveva saputo mentre era appena salito nell’auto che da Roma l’avrebbe portato a Senigallia, al festival sulla letteratura gialla, “Ventimila righe sotto i mari”, esattamente una settimana fa. Non fa una piega, come chi in effetti ha già visto tutto. E non sembra intravedere una luce in fondo al tunnel. Non è rassegnazione ma disincanto.

CRISI, maledetta crisi. Lui scuote la testa. «La fine non è imminente. E di sicuro non se ne esce con gli stessi mezzi che sono stati utilizzati finora». E nemmeno “Titoli di coda”, in cui racconta l’aggressione alla figlia del commissario Charitos da parte di militanti di Alba Dorata, il suo ultimo libro, sembra essere il capolinea di un discorso narrativo iniziato almeno sei anni fa. Petros infatti ricorda: «Era più o meno il 2010, nel pieno della crisi e in mezzo alla mia trilogia sulla crisi, e una giovane giornalista mi chiese se ero così sicuro di riuscire a scrivere un terzo romanzo sulla crisi. Se non fosse così, dovremmo essere tutti sollevati». Ma il sollievo non ci fu e la trilogia della crisi è diventata già una tetralogia. E probabilmente sarà una pentalogia. Perché Markaris sta lavorando a un nuovo romanzo. Tempi d’attesa in Italia: probabilmente la fine del 2016.

SÌ, SI AGGIUSTA gli occhiali, il poliziesco è un genere che è un diretto discendente del romanzo dell’Ottocento. «Riesce a raccontare la città e la società proprio come un tempo facevano Hugo o Dickens. L’elemento noir nella struttura narrativa c’era anche allora. Solo che ora rispetto ad allora, non è importante chi ha ucciso, ma perché. E raccontando il perché, racconti la società». Nel libro “Si è suicidato il Che” raccontava di quanto sia stata catastrofica l’organizzazione delle Olimpiadi per Atene nel 2004. Montagne di debiti cui il Paese non è riuscito a far fronte. Poi un lampo e un aneddoto. «Quando la Germania (Lipsia fu la città candidata, ndr) era in corsa per organizzare le Olimpiadi del 2012, il comitato tedesco voleva capire quali fossero i costi e benefici e chiesero alla Grecia se tutti erano d’accordo all’epoca con l’ospitare le Olimpiadi e gli dissero che l’unico che non era d’accordo era Markaris. E il tipo del Comitato venne da me e gli spiegai perché le Olimpiadi avevano affossato la Grecia. Furono l’inizio della nostra crisi».

LE AUTO ad Atene, come quella di Charitos negli ultimi due romanzi, rimangono ferme perché assicurazioni e carburante hanno il loro peso, tutt’altro che indifferente, nel costo della vita di tutti i giorni. Ma la dignità non viene scalfita. E la dignità mediterranea – e qui alza fiero la testa – è rappresentata dalla famiglia. E dalla sua Adriana, la moglie del commissario, creata a immagine e somiglianza della mamma dello scrittore.

NEL FRATTEMPO gli passano davanti delle alici in salsa tzatkiki, omaggio culinario alla Grecia. Gradisce. Quelle stesse alici che Adriana va a comprare alla buon’ora per trovarle prima degli altri e portarle in tavola, accompagnate da verdure. Così la signora fronteggia la crisi in cucina. Ma per un po’ niente Ghemistà, piatto delle grandi occasioni, nei suoi romanzi. «Adriana li prepara benissimo perché mia madre li preparava benissimo. I Ghemistà sono i pomodori ripieni. Saperli fare è un’arte. Ci vogliono ore per la preparazione». Si illumina d’un tratto e si vede benissimo, perché è già notte. Altro che caffè al vetro. Meglio i Ghemistà.

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Libri/43 L’autobiografia di un dolore

La recensione sul libro di Marco Peano, “L’invenzione della madre” (Minimum Fax, 280 pagine, 14 pagine) uscita su Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) domenica 2 agosto 2015.

 

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Due fuochi. Da una parte la retorica, dall’altra la normalità di una storia autobiografica che diventa romanzo. Perché allora una storia, purtroppo come tante altre, vale la pena di essere raccontata? A Marco Peano, l’autore de “L’invenzione della madre” (Minimum fax), avrebbero potuto tremare anche le dita, visto che questo è il suo libro d’esordio. E invece Peano non si scotta. La retorica non lo sfiora nemmeno anche se si parla di malattia e dolore per la perdita della propria madre, un sentiero minato. E dall’altra parte il percorso narrativo autobiografico, in terza persona, non lascia indifferente il lettore. A maggior ragione se esperienze del genere hanno segnato il vissuto di chi legge. E allora qualsiasi gesto minimale e disperato come cercare conforto sui risultati di un motore di ricerca, per capire se c’è qualcuno che sa come sconfiggere quel male, non è solo un modo di rivivere il proprio dolore, ma anche di elaborarlo. Ecco, il libro riesce in qualcosa che potrebbe essere definita come una sorta di empatia di ritorno. Il narratore anche se non conosce chi sta leggendo in quel momento il suo libro, riesce a capire il suo stato d’animo. In tutto ciò c’è Mattia, giovane che ha abbandonato l’università, lavora in una videoteca e che non si rassegna a un finale che è già stato scritto e contro cui lui non può fare nulla. È il senso d’inadeguatezza. L’inadeguatezza che è poi anche il rendersi conto dell’impossibilità di portare sollievo al proprio caro e che si concretizza spesso in una domanda che rischia di immobilizzare la mente e pietrificare i nostri gesti: che faccio ora? Ma è anche quell’inadeguatezza che per molto tempo, forse troppo, non ha permesso a scrittori (e non solo loro) di raccontare la malattia e il dolore. Talvolta, nascondendosi dietro a espressioni del tipo “male incurabile”. Dai libri e soprattutto dai romanzi ci si aspetterebbe soprattutto questo: la capacità di raccontare la vita reale, senza filtri. Questo libro ci riesce. Ed ecco la risposta alla domanda iniziale e perché questo romanzo merita di essere letto.

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Libri/42 Il (falso) mito del Nordest

Mai dimenticare la geografia. L’imperativo del maestro elementare che ha superato i piani scellerati del Miur di affossare una materia (scolastica) di per sé necessaria per capire il territorio e non solo, risuona forte e chiaro in questo libro di Wu Ming 1 “Cent’anni a Nordest”. Che cos’è il Nordest? Se non un’accozzaglia di contraddizioni storiche e di tradizioni, utile solo per creare un mito quello del Nordest (appunto), buono per alimentare sempre di più la retorica della Locomotiva d’Italia che non va più come un tempo. Come se Nordest fosse solo un’etichetta da appiccicare sopra a un territorio tutt’altro che omogeneo, non solo morfologicamente  ma anche come sentire comune. Wu Ming 1 ci guida nell’unico viaggio possibile per capire questa terra, anzi queste terre, e le sue infinite contraddizioni; quello di ricominciare a discuterne sopra, partendo da cent’anni fa. La prima guerra mondiale, la Grande Guera, l’ultima guerra d’indipendenza.  Che ha reso conciliabile ciò che non lo era: il Friuli con la Venezia Giulia (il riferimento al concerto di Bruce Springsteen a Trieste che saluta in sloveno e poi in dialetto friulano con inevitabile e relativa protesta,  è significativo per capire come nella vulgata generale non sia ancora chiaro quanto siano marcate le differenze), il Trentino con l’Alto Adige (e anche qui la scelta di chiamarlo Alto Adige stona con l’appartenenza di chi vi abita). Geografia dunque e storia. Perché la Prima Guerra Mondiale narrata con l’incedere eroico e, talvolta, sprezzante; serve solo a legittimare ciò che era impossibile legittimare allora e che, adesso a cent’anni di distanza, mostra tutte le proprie incongruenze. Una narrazione dominante che ha volutamente spazzato via i disertori, coloro che che non vollero combattere una sanguinosa guerra di cui le ragioni non erano così chiare. Ecco, questo libro rende giustizia anche a loro. Diserzione e insubordinazione, perché c’è anche chi si rivoltò anche ad azioni suicide. Azioni in nome di chi o di cosa poi? Una vera e propria appropriazione ideologica per giustificare l’ingiustificabile con effetti devastanti che si ripercuotono nel tempo. E da questi territori uniti manu militari (dove Trento viene ancora associata a Trieste, anche se ci sono 200 chilometri a dividerle) si è generato di tutto: dalla fascistizzazione della Venezia Giulia, ai tempi di D’Annunzio, ai rigurgiti indipendentisti intrisi di xenofobia. Ecco il (falso) mito del Nordest e Wu Ming 1 lo racconta nell’unica maniera possibile, tornando su quei territori, e facendo i conti con la storia e la geografia. cent'anni Wu Ming 1 “Cent’anni a Nordest” Rizzoli editore, 272 pagine, 17 euro 

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