Archivio mensile:giugno 2015

Io sto con Tsipras

Io sto con Tsipras. Non ho paura di dirlo e di passare per un intruppato. E nemmeno per uno che si è fatto abbindolare da belle promesse irrealizzabili. Quindi da una sorta di demagogia o populismo in salsa greca come ci vorrebbero far credere alle nostre latitudini (ahinoi), anche esponenti del Pd (quelli sì intruppati) che non hanno capito che cosa c’è in gioco in questo momento. Non solo il salvataggio della Grecia ma anche una ridefinizione del rapporto tra politica (quella che decide  e il referendum – chiamando in causa gli elettori, la volontà popolare, il più diretto esempio di partecipazione – è un modo per decidere, non per lavarsi le mani) e la finanza. Un rapporto che in questi anni è stato ribaltato, facendo prevalere, anzi prevaricare la finanza sulla politica e rendendo quest’ultima tutt’altro che autonoma dalla prima, ma trasformandola in una sorta di serva sciocca ben rappresentata (purtroppo) da una classe politica che non è stata in grado di rappresentare invece il mandato popolare. Spiace che in Italia non si capisca fino in fondo la portata di questo braccio di ferro tra Grecia e i burocrati dell’Europa, quelli che hanno svuotato l’Europa stessa della capacità di essere un soggetto politico-istituzionale credibile, autorevole e in grado di incidere sulla scena internazionale e risolvere i problemi. Spiace ancora di più, guardandola dal lato italiano, che si chieda aiuto nella gestione dell’emergenza migranti agli altri paesi, voltando poi le spalle alla Grecia stessa che non chiede l’annullamento tout court del debito, ma una ristrutturazione. Che non è una cosa da comunisti come la vulgata generale, quella sì intruppata e populista, vorrebbe fare credere. È dignità innanzitutto. È provare a ristabilire la giusta distanza tra politica (che decide) e finanza. È soprattutto un modo di difendere la propria sovranità, senza che sia erosa, martoriata o ridotta a stampella ancillare di coefficienti vari. Ora il vero populista, a questo punto del discorso, proverà a obiettare che i greci in passato hanno fatto i furbetti e che vorrebbero provarci ancora. Se il livello del dibattito – e purtroppo, almeno in Italia finora, non ci sono stati esempi contrari – è questo: mi limiterei, molto ricuccianamente parlando (d’altronde il livello è così basso) a dire che è facile predicare il rigore col debito pubblico degli altri. Se invece, per una volta, si capisse che questa è l’occasione giusta per rimettere la politica al servizio di un cambiamento dell’Europa che così come è ora non va, perché è incapace di dare risposte sui problemi dei singoli paesi ma è in grado invece di strangolare i più deboli; forse la battaglia della Grecia in solitario non verrebbe vista solo come l’ennesimo gesto disperato di un paese per evitare il baratro ( che poi anche questo baratro nella narrazione dominante qualcuno dovrà prima o poi spiegare che cos’è, senza ricorrere alle dozzinali immagini di corse ai bancomat). E d’altra parte anche lo stesso Tsipras non verrebbe indicato come uno sprovveduto, un incantatore di serpenti da campagna elettorale e un pessimo politico perché incapace di rendersi conto come va il mondo. Tsipras come va il mondo l’ha capito, forse anche meglio degli altri, è stato eletto e ha rispettato il patto con i suoi elettori, l’ha rispettato così tanto che il braccio di ferro di questi mesi con la Troika è la dimostrazione di come un piccolo paese, forse il più sfigato (ma solo nell’immaginario collettivo e nella narrazione dominante, perché la Grecia ha comunque molto da insegnarci e non solo per quello che sta facendo in questi mesi), possa tenere testa a un Moloch che ha soppiantato la politica e sempre più spesso quelli che sono i meccanismi democratici. Il muro contro muro, a prescindere da come andrà a finire questa storia, è l’esatto trasposizione di quello che i greci chiedevano quando hanno scelto Tsipras: non essere strangolati dall’austerity. Il referendum è lo strumento non per “lavarsi le mani” alla Ponzio Pilato, come vorrebbero far credere alcuni spocchiosi commentatori che pensano di sapere tutto, ma serve a chiamare in causa chi non partecipa ai tavoli della Troika ma ne subisce le conseguenze più dure e immediate. Ecco perché quello di Tsipras è un esempio di democrazia in cui rappresentanza e partecipazione non sono parole vuote, ma anzi sono significative nei fatti per difendere la propria sovranità nazionale che non significa, come vorrebbero far pensare alcuni, a una rinuncia all’Europa. Ma a un’altra idea dell’Europa, quella cui l’Italia, o meglio il governo Renzi si richiama, molto furbescamente ed egoisticamente, solo quando gli serve per risolvere le questioni che più lo riguardano da vicino come l’emergenza dei migranti.

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Libri/41 L’autoerotismo di un romanzo

Non c’è Lunette (la prima), Anna (quella che dovrebbe essere la donna della sua vita) e nemmeno Marie (la prosperosa bibliotecaria che sembra creata a immagine e somiglianza di un personaggio felliniano e in possesso di una potente carica erotica) che tengano. Il vero amore di Libero è il Libero stesso e quindi, per un’impropria proprietà transitiva, chi questo libro l’ha pensato e poi l’ha scritto, ossia l’autore: Marco Missiroli. “Atti osceni in luogo privato” è un bel libro. C’è poco da girarci attorno. Anzi, è il libro che avremmo voluto scrivere. E’ un libro più generazionale di quello che si possa pensare per un trentenne di oggi. E’ un vero romanzo di formazione. Missiroli si piace e si compiace. Soprattutto per le scelte precise e rigorose – che rischiano di trasformarsi in consigli di lettura, forse con un pizzico di snobismo – nelle citazioni di libri (da Malamud a Faulkner)  con cui farcisce i vari capitoli del libro che registrano, forse, rispetto al complessivo incedere impetuoso, solo qualche lieve battuta d’arresto in un finale che si mostra assai scontato, ma comunque funzionale per raccontare la vita di Libero. I personaggi creati da Missiroli sono tutti centrati, belli, affascinanti, desiderabili dal lettore.  Come dall’autore stesso. Perché questo romanzo di formazione che è comunque anche un romanzo di formazione sessuale non vivrebbe o non avrebbe nemmeno ragione di esistere se l’autore (e di conseguenza il lettore) non si abbandonasse alla fantasia. La stessa che porta Libero a quell’autoerotismo, mai volgare mai sguaiato, che è fondamentale per raccontare la crescita, non solo nel fisico e nei suoi bisogni fisiologici, del protagonista. Il rischio invece, che questo romanzo corre è quello di bastarsi così troppo da divenire fine a se stesso,  perché tutto sembra al posto giusto, senza nemmeno una piega, che non c’è niente da cercare altrove (almeno per l’autore). Le citazioni giuste, le letture giuste, le città giuste in cui vivere e trasferirsi. Ma in fondo, tornando proprio alle fantasie, non è proprio quello che chiede un lettore a un libro, anche senza citare il pudico (in questo caso) Battisti, un’evasione. Che sia innocente o no, poi questi saranno, forse, problemi della coscienza di ognuno.

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Marco Missiroli  

Atti osceni in luogo privato

Feltrinelli, 256 pagine, 16 euro

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Libri/40 Io non ci sto

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Il titolo è di per sé evocativo. Quel discorso, così inusuale ma così necessario, del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro – anche per il peso dato alla sua “r” , suo marchio di fabbrica – è diventato storico e ha definito, in qualche modo, anche il suo Settennato. Scalfaro, il 3 novembre 1993,  parlò di “gioco al massacro” e a reti unificate gridò: “Io non ci sto”. Che poi è il titolo del libro di Adele Marini. Si capisce immediatamente dove la scrittrice vada a parare. Basta un paio di pagine per dire che questo libro “puzza di Servizi” (come si direbbe con una frase che è entrato in fretta tra le preferite e tra le più (ab)usate di magistrati e giornalisti). E infatti, il libro della Marini – un noir – si allarga come una forbice tra il 1993 e il 2013. L’alfa e l’omega sono due delitti con molto sangue: nel 1993 vengono uccisi una donna, dal nobile casato, e suo marito, ambasciatore belga in Vaticano; nel 2013 vengono uccisi invece, la figlia di quella donna e un uomo, amico di famiglia, che non risulta essere registrato in nessun schedario. Quest’ultimo elemento che fa esclamare al commissario Vincenzo Marino che la storia “puzza di Servizi”. Tra l’altro Marino era legato al padre della prima donna uccisa. E si ritrova tra le mani un paio di agende, piene di annotazioni, di soldi (fondi neri dei Servizi, eccolo l’aggancio storico al famoso discorso di Scalfaro del 1993 e alla stagione del fango che arrivava a brevissima distanza da quella delle bombe). L’intreccio c’è. E’ valido – qualche smagliatura nei capitoli iniziali in cui si fa cenno all’euro che arriverà solo dieci anni dopo – e una scrittura secca, pulita. Da giornalista quale è la Marini, esperta di giudiziaria e di cronaca nera. Il contesto storico-sociale in cui ambientare la vicenda rimane, a prescindere dalla miriade di pubblicazioni su quegli anni, quello che continua a stuzzicare il lettore. La stagione dei misteri d’Italia resta, nonostante sia sempre di più inflazionata, il miglior serbatoio per creare storie di fantasia ma che affondano le radici, comunque, in quella realtà tuttora difficile da decifrare. Nonostante siano passati almeno quattro lustri e ci siano stati scritti sopra, oltre a infiniti noir, saggi e libri di memorie. Un ultimo aspetto che vale la pena sottolineare è l’editore. Il libro esce con un doppio editore e in un settore in tremenda difficoltà, è davvero una novità interessante: perché in qualche maniera il mainstream (la Feltrinelli, in questo caso) si associa alla piccola casa editrice (Fratelli Frilli, l’editore storico della Marini).

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La vittoria di Pirro

Cinque a due. Ma al Nazareno non possono tirare un sospiro di sollievo. Almeno per tre buone ragioni. Due numeriche e una politica. Iniziamo dalla prima, numerica, appunto: dov’è finito il 40% di cui il premier Renzi si beava dopo le Europee? Svanito, visto che le percentuali del Pd attuale, dopo le Regionali, assomigliano a quelle del travagliato partito guidato al tempo da Bersani. L’altra ragione numerica e non c’è ponte del 2 giugno che tenga, è legata alla disaffezione: ormai, purtroppo, una costante. Con un’affluenza anche nelle cosiddette regioni rosse pericolosamente sotto o attorno al 50%, c’è di che preoccuparsi. Infine, l’ultima ragione è politica. L’unico candidato, anzi candidata su cui Renzi aveva scommesso (Raffaella Paita) ha miseramente perso e giustificare la sconfitta per una sinistra (?) che si è presentata divisa alle urne, è come quando un allenatore di calcio si arrovella su contorti periodi ipotetici per dire che se la sua squadra avesse segnato prima, forse la partita sarebbe andata diversamente. Breve inciso sul Veneto, l’altro candidato uscito dall’apparato renziano: Alessandra Moretti, lady like (forse andrebbe cambiato questo soprannome, visti i voti presi), è riuscita a fare peggio di Giuseppe Bortolussi, il candidato del 2010 che arrivava dalla società civile (più rappresentativo lui della Moretti, creatura del Pd? Sembrerebbe di sì, confrontando le percentuali). Certo, le regioni rosse hanno tenuto. Anche se con elementi che non possono essere sottovalutati (l’exploit della Lega in Toscana, la conferma dei Cinque Stelle nelle Marche). E poi, hanno vinto due storici nemici di Renzi, il governatore della Toscana Enrico Rossi e il neo governatore della Puglia, Michele Emiliano. Infine, il premier non si può nemmeno consolare con l’aver ripreso la Campania. C’è riuscito con lo sceriffo De Luca, il candidato più indigesto, che ha difeso per onor di firma, solo quando l’Antimafia l’ha inserito nella lista degli impresentabili e lo stesso premier a proposito di alcuni candidati inseriti nella lista Pd campana aveva detto che non li avrebbe mai votati (per onor di cronaca). La riflessione, gira e rigira, è proprio su che cos’è in questo momento storico il Partito Democratico. Una forza che per volere del suo leader ha marcato le differenze su diversi capisaldi della democrazia e che, alla fine della fiera, dimostra di non essere così rappresentativa come pensava di essere dopo l’ebbrezza del risultato ottenuto l’anno scorso alle Europee. D’altronde la riforma della scuola, osteggiata dalla maggioranza del Paese, ha lasciato evidenti segni in queste elezioni. La svolta decisamente autoritaria nei metodi finalizzata all’uno contro tutti non ha dato i risultati che Renzi sperava. Perché o gli hanno voltato le spalle, come in Liguria (e il dato di Pastorino di per sé ha la sua rilevanza) o non se lo sono proprio filato, non presentandosi alle urne. E l’astensionismo direttamente collegato al deficit di rappresentanza, sempre più imponente nel nostro paese, dovrebbe essere una delle urgenze per un partito a vocazione maggioritaria (diciamo pure così) che non riesce più a comprendere il paese reale.

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