Archivio mensile:ottobre 2016

Libri/67 Cento giorni (da sindaco) a Palermo

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Cento giorni a Palermo. Sono quelli di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Un cadavere eccellente. Lo uccise la mafia in quel settembre del 1982 in via Carini, cinque mesi dopo l’omicidio di Pio La Torre che era appena tornato in Sicilia per fare il segretario del Pci. Il 1982 è anno fatidico: stanno cambiando gli equilibri di potere all’interno di Cosa Nostra. I Corleonesi, spargendo sangue su sangue, si avviano a sbaragliare il campo dagli avversari, la cosiddetta vecchia mafia. Due anni dopo però, 1984, ci sono altri cento giorni che quanto meno fanno discutere. Sono quelli di Giuseppe Insalaco da sindaco. Le date sono importanti e Bianca Stancanelli nel suo libro “La città marcia” (Marsilio editore) le mette in fila, perché potranno sembrare solo coincidenze, però sono coincidenze che non vanno sottovalutate. Insalaco, uomo di fiducia dell’ex ministro dell’Interno Franco Restivo, è chiacchierato. Democristiano, è considerato vicino al boss Stefano Bontate, il principe di Villagrazia, icona della vecchia mafia e principale delegato a gestire i rapporti con la politica, che verrà spazzato via dalla furia sanguinaria dei corleonesi. Ma chi è questo Insalaco che riesce a diventare sindaco per un partito ultrachiacchierato, il partito di Salvo Lima e Vito Ciancimino, il partito dove i ras sguazzano e mettono il becco su ogni singola virgola? Insalaco si fa notare per la discontinuità che imprime immediatamente in quello che sarà il suo brevissimo mandato. Cominciando dagli appalti e arrivando, in occasioni pubbliche, a pronunciare la parola mafia fino ad allora termine pressoché impronunciabile. Finirà travolto da un’inchiesta giudiziaria (per cui andrà anche in carcere per qualche mese) ed estromesso dalla politica, maldigerito dal partito, tanto da ritrovarsi a fare il rigattiere. Ma nel 1984 c’è anche il pentimento di Tommaso Buscetta (pochi mesi dopo la fine del mandato di Insalaco) – attenzione alle date appunto – e ci si avvia a istruire il maxiprocesso che inizierà nel 1986 ma si fonderà proprio sulle dichiarazioni del pentito. Quando Insalaco ormai è solo un rigattiere, nel gennaio del 1988, a una manciata di giorni dalla conclusione del maxiprocesso, viene ucciso in un agguato a colpi di pistola, mentre sta per salire nella sua auto. All’inizio l’omicidio viene considerato come un’opera di balordi, solo anni dopo si scoprirà che a ordinare la morte di Insalaco è stato Totò Riina. La Stancanelli nel suo libro, da vera cronista (è stata inviata de L’Ora di Palermo, prima di fare altrettanto a Panorama), ricostruisce tassello dopo tassello, tutte le anomalie, i misteri e la storia di un delitto che, a tutti gli effetti, nonostante Insalaco fosse ormai da quattro anni un ex politico, va annoverato tra i delitti politici. E riesce a restituire al lettore il clima mefitico e di sangue dell’epoca. D’altronde il titolo del libro è di per sé eloquente e alquanto azzeccato “La città marcia”. Di quanto sia marcia quella Palermo lì, Insalaco ne ha maggiore contezza nel momento in cui diventa sindaco e prova a inaugurare una stagione nuova – prima ancora della primavera palermitana di Orlando – che provi a rompere col passato e soprattutto coi legami finora in essere per lucrare sugli affari e perseverare nel potere. Finirà male per lui l’esperienza amministrativa e finirà ancora peggio quattro anni dopo, quando ci rimetterà la vita. Di fronte alla ricostruzione della Stancanelli e a questo libro, utilissimo per provare a far luce su un delitto fin troppo dimenticato e tutt’altro che secondario, però resta la domanda di come si sia fatto molto poco, se non nulla, per decifrare immediatamente i contorni di quel fatto di sangue. Che si portava dietro alcuni aspetti inquietanti e che non sarebbero dovuti passare così inosservati o addirittura sottovalutati, come il cosiddetto memoriale di Insalaco, su cui all’epoca si fece molta letteratura, ma senza rendersi conto che se non era la chiave di volta del delitto, quanto meno era un buon indizio per capire che l’ex sindaco di Palermo non poteva essere stato ucciso in un regolamento di conti tra rigattieri. Perché, con gli elementi in possesso ora e andando in qualche maniera a ritroso, in quegli anni lì una parte di Palermo iniziava seriamente a ribellarsi alle cosche. Una parte significativa, magari non maggioritaria, ma rappresentata da società civile e da politici, come Insalaco, che avevano visto in faccia il potere del male. Segnali eloquenti dell’intenzione di scoperchiare il sistema della città marcia ma che dovranno attendere altri lutti, altro sangue e altri cadaveri eccellenti, prima che si concretizzino in quella che sarebbe stata definita la “nuova resistenza”.

 

Bianca Stancanelli

La città marcia

Marsilio editore, 270 pagine, 16 euro

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