Archivio mensile:gennaio 2013

Libri/3 Quel “Miele” di McEwan che attira il lettore come le api

miele

Ian McEwan

Miele

Einaudi

20 euro

 

L’inizio è la fine. O meglio la fine è l’inizio. Le prime duecento pagine di “Miele” sembrano un esercizio di stile per uno scrittore come Ian McEwan. Sussulti pochi, qualche aspetto pruriginoso dato dagli amplessi – sognati e desiderati magari in “Chesil Beach” dalla coppia di neosposini che si preparava a consumare – e uno sfondo storico da non sottovalutare: l’Inghilterra nella Guerra Fredda. Che aria tirava nel Regno Unito ai tempi? Le spie erano in servizio attivo e permanente. Pronte a infiltrarsi, senza necessità di ingollare un’oliva sorseggiando un wodka-Martini, anche nella letteratura. La protagonista è Serene Frome. Presunta protagonista, la spia in missione per conto del Mi5 in un programma riservatissimo che si chiama “Miele”. Ma non è una spy story questa o almeno lo è soltanto in parte. Non è nemmeno un romanzo di formazione con le prime esperienze in amore, spesso e volentieri travolgenti, della giovane Serena. Anche se sembrerebbe. E non è una vera love story anche se un centinaio di pagine, dedicate alla relazione tra Serena e lo scrittore “protetto” dalle spie Tom Haley, lo lascerebbe presuporre. E quando il mirino dell’autore si sposta proprio su Haley, tutto farebbe pensare che alla fine della fiera il protagonista sia proprio questo giovane scrittore che, quasi debuttante, riesce a vincere un premio letterario prestigioso, rivelando (forse) un intento autobiografico. E’ un libro ed è proprio il finale a rivelarlo su come si scrive un grande romanzo partendo dalle storie personali. E anche se non è una spy story tradizionale, pur con la presenza inquieta delle spie, le ultime cinquanta pagine sono così ricche di colpi di scena che nemmeno Fleming sarebbe riuscito a ricreare su carta.

Svelò i segreti di Cosa Nostra. Morto il superpentito di Falcone

calderone

Il mio articolo uscito oggi su Qn (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

 

Matteo Massi
«VOGLIO parlare col giudice Falcone». Zu Nino era punciutu dal 1962. Credeva di essere un uomo d’onore, ma dopo che suo fratello era morto nella guerra di mafia a Catania, aveva scoperto di essere soltanto un uomo del disonore. Era fuggito in Francia. Aveva aperto una lavanderia in cui cercava di riciclare il proprio passato, ma ogni notte si addormentava con la paura che l’uccidessero o che l’arrestassero. Una vita da braccato. Nel carcere di Marsiglia ha deciso di pentirsi. «Voglio parlare col giudice Falcone, lui sì che è un uomo d’onore». E così Antonino Calderone ha cominciato la sua collaborazione con la giustizia. Con lui in Francia, era il 1986, c’era l’allora capo della Criminapol Antonio Manganelli. «Dottore, ha famiglia?», chiese a Manganelli e quando il poliziotto scosse il capo, lui aggiunse: «Allora si prenda cura dei miei cari». È stato proprio Manganelli, ieri, ad annunciare la morte, avvenuta a 78 anni in una località segreta, di uno dei più importanti pentiti di mafia. Mentre Tommaso Buscetta, l’ex don Masino, ha rivelato a Falcone il nome e la struttura di Cosa nostra, arrivando a lambire soltanto quel terzo livello, quello della contiguità, il sostantivo scelto nelle carte del maxiprocesso per descrivere i rapporti tra mafia e politica; Calderone ha aperto un altro fronte, non meno importante: quello della Sicilia orientale. Catania, la città dei quattro cavalieri del lavoro, ma anche del clan Santapaola, la città dove fu ammazzato Pippo Fava, il direttore de «I siciliani» che aveva denunciato su carta i rapporti tra imprenditoria e Cosa nostra. Calderone riempirà qualcosa come oltre ottocento pagine di verbale nelle dichiarazioni a Falcone, raccontando perfino il rito dell’iniziazione. E convincendo i magistrati che le cosche di Catania, dove la parola mafia non era stata pronunciata nemmeno durante i funerali di Fava, avevano raggiunto un’intesa organizzativa con i Corleonesi di Totò Riina per delitti eccellenti come la strage di via Carini, in cui morì il generale Dalla Chiesa. Un asse che, come hanno dimostrato inchieste e processi, sta dietro anche alle stragi di Capaci e via D’Amelio.

CALDERONE vede la Croma di Giovanni Falcone distrutta nell’inferno di Capaci dalla televisione. È sotto protezione, con una nuova identità, in una località segreta. «Non doveva succedere», dice qualche giorno dopo in un’intervista. Il rapporto col giudice, raccontato da Falcone anche nel suo libro «Cose di Cosa nostra», è forte: ogni anno manda al giudice due biglietti di auguri, uno per Pasqua e uno per Natale. E prima di andarsene per sempre dall’Italia scrive a Falcone: «Signor giudice, non ho avuto il tempo di dirle addio. Desidero farlo ora. Spero che continuerà la sua lotta contro la mafia con lo spirito di sempre. Ho cercato di darle il mio modesto contributo, senza riserve e senza menzogne. Una volta ancora sono costretto a emigrare e non credo di tornare mai più in Italia. Penso di avere il diritto di rifarmi una vita e in Italia non è possibile».

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