Archivio mensile:marzo 2013

Il Travaglio politico

Da cinque giorni l’agenda politica si è arricchita, nostro malgrado, di un impellente impegno: dove si debba svolgere il confronto tv tra il presidente del Senato Pietro Grasso e il giornalista Marco Travaglio. La storia è ormai nota a tutti. Il monologo di Travaglio del giovedì sera non piace (e ci può stare, perché non è assolutamente un delitto) al presidente del Senato che (ci può stare, anche se magari avremmo preferito ben altra lezione di stile dal presidente del Senato) alza il telefono e chiama il programma di Michele Santoro, dove qualche attimo prima è andato in scena il monologo. Grasso chiede un confronto. Fine del riassunto e inizio delle considerazioni. Partiamo dal confronto. Entra in scena il terzo personaggio, Corrado Formigli, ex del team di Santoro, che cammina da solo ora e con buoni risultati sulla stessa emittente del suo ex capo, La7. Formigli invita Grasso e fa altrettanto con Travaglio. Grasso accetta, Travaglio no. E alza scuse pretestuose che, purtroppo, in un codazzo tipicamente italiano, molto simile al gregge che insegue il suo pastore, tutti iniziano a ritwittare, postare su Facebook e quant’altro. Travaglio dice una boiata, ma nessuno ha il coraggio di farglielo notare. Parla di rettifica, giustamente. Che è la molla che ha fatto scattare l’invito a un confronto da parte di Grasso. E Travaglio dice: “se vuole ribattere alle mie tesi, siccome le mie tesi sono state formulate a “Servizio Pubblico” (la trasmissione di Santoro), il confronto deve avvenire lì. Perché se fosse da un’altra parte, è come se uno chiedesse la rettifica a delle accuse arrivate da un dato giornale a un altro giornale”. Credo di aver riassunto bene il concetto. Mi sfugge (forse) qualcosa: la trasmissione di Formigli non va in onda allo stesso orario, pur in un giorno diverso, sulla stessa rete in cui va in onda quella di Santoro? L’editore – nuovo per giunta – è lo stesso. Quale, per attenersi all’esempio di Travaglio, altro giornale quindi? Il giornale, ossia l’editore, è lo stesso: La7 appunto. Però ci sono altre considerazioni che mi sovvengono: la prima è perché Travaglio punti con tanta testardaggine a fare il confronto da Santoro? Non voglio credere al fattore campo, a questa barzelletta credono (e speriamo che siano sempre di meno) quelli che si occupano di calcio e lanciano improbabili tabelle su dove raccogliere punti preziosi (più facile farli in casa è la tesi sostenuta). Ma l’impressione è che di altri numeri si parli, almeno sottotraccia, ossia di quelli che fanno la differenza tra il vivere e il sopravvivere per una trasmissione tv. Lo share. Questione di share presunto, calcolato a tavolino per una puntatona con l’ambito faccia a faccia? D’altronde, mia personalissima considerazione, non era stato forse lo share a muovere la serata del “mi consenta” con Berlusconi. Allora come ora un pubblico, sfegatato o meno, di sostenitori di Travaglio e Santoro aveva pensato che i due avrebbero fatto la vera opposizione al Cavaliere, mettendolo in difficoltà sui temi di vent’anni di Berlusconismo. Come finì lo sappiamo tutti. Anche per gli ascolti, un vero boom. L’ultima considerazione è legata all’inizio: resto perplesso, per non dire altro, di fronte a questo confronto che diventa una priorità dell’agenda politica in un momento così particolare per l’Italia. E resto ancora di più perplesso nel vedere come questa storia si sia trasformata in una singolar tenzone tra Pd (che si crogiola ancora per l’elezione di Grasso al Senato) e anti-Pd (che agita Travaglio come fustigatore della casta). Con il Pdl che (forse) si frega le mani. Restiamo umani, ma per davvero. Consideriamo Travaglio per quello che è: un giornalista che spesso sbaglia (come tutti i giornalisti e su Grasso, nonostante la rilettura dei fatti particolare, ha preso una cantonata) e che non può di certo essere depositario di nessuna verità, se non quelle che riguardano la sua sfera privata, e tantomeno non rincorriamolo come se fosse l’antidoto politico alla politica.

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Libri/6 La nostra vita è la storia che ci raccontiamo

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Subito una citazione. Doverosa, giusta, necessaria. Julian Barnes scrive e lo fa a dire al protagonista del suo romanzo “Il Senso di una fine” (Einaudi edizioni, 17,50 euro), Tony Webster: “La nostra vita non è la nostra, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato”. Gira e rigira, nonostante il colpo di scena finale del romanzo (un po’ forzato, ma l’attesa era stata comunque creata a dovere), al termine della lettura di questo libro si fanno i conti proprio con questa frase appena citata. Che cos’è o meglio che cos’è stata la nostra vita, almeno nel bilancio che è costretto a fare dall’inaspettata rivoluzione degli eventi il protagonista del romanzo? Ho letto questo libro in un paio di giorni e l’ho iniziato subito dopo aver terminato “Limonov”. “Limonov” è la vita, decisamente romanzata, di un uomo degli eccessi. Ma Limonov in persona sarebbe riuscita a scriverla e a raccontarla così se quella biografia fosse stata un’autobiografia? Gli ci voleva uno scrittore, anche se lui Limonov è uno scrittore. E la citazione iniziale torna prepontemente. Solo quando ci troviamo a riflettere, magari a colpi di nostalgia, sul nostro passato, su quel vissuto che magari a intermittenza torna nel presente, che ci poniamo il problema: ma abbiamo davvero vissuto così come la stiamo raccontando la nostra vita? Tony nel libro scopre, piano piano, facendo i conti col passato, con il primo amore, con le amicizie andate, come la sua vita sia stata qualcosa di ben diverso da quello che ha raccontato o solamente creduto negli ultimi 40 anni. Non c’è niente di eccezionale in questo libro e nemmeno di sensazionale, ma la citazione iniziale si insinua e non ci abbandona, rimestando sul nostro vissuto e sulle convinzioni che fino, a un attimo prima, avevamo.

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Libri/5 Il “Finale di partito” è già scritto

 

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La mia intervista a Marco Revelli sul suo libro “Finale di partito” (Einaudi) uscita su Qn (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

IL TITOLO non inganna: «Finale di partito». Nell’ultimo libro di Marco Revelli (Einaudi, 137 pagine, 10 euro) infatti, ci sono più Max Weber ed Henry Ford che Samuel Beckett. Beckett è solo fonte d’ispirazione per quel titolo. Le teorie di Weber e Ford, rispettivamente per il partito e il sistema di produzione, sono le coordinate per capire che l’esperienza novecentesca del partito sia ormai giunta al capolinea, come è successo con qualche anno d’anticipo al sistema produttivo fordista che viaggia da tempo, a braccetto, col prefisso post. Solo il 5% degli italiani si fida ormai dei partiti. «È un processo — spiega Revelli — iniziato con la Seconda Repubblica. Il partito come lo teorizzò Weber con le sue strutture permanenti, con la sua organizzazione verticistica non riesce più a rappresentare la gente. Ma questo non succede solo in Italia. Anche se l’ultimo risultato elettorale non ha fatto altro che confermarlo».
Il decifit di rappresentanza è dovuto più alla perdita del senso di appartenenza o alla crisi di fiducia?
«Le due cause viaggiano insieme. I partiti non sono più in grado di strutturare le identità collettive».
E quali sono le ragioni?
«Una volta la base rispettava la classe dirigente. Anche perché i capi erano spesso degli esempi mitici. Ora la base è più informata, più specializzata, spesso anche dei suoi stessi e presunti leader. E vuole dire la propria, partecipare. È un’autodeterminazione dei propri interessi come dimostrano anche gli ultimi referendum sull’acqua. Così la base solida è diventata fluttuante, liquida per dirla alla Bauman».
Ma è possibile una democrazia senza partiti?
«Stiamo vivendo una fase particolare: da una parte i partiti non scompaiono, ma si identificano nei loro capi e dall’altra c’è la crescita della democrazia istantanea».
La democrazia istantanea è quella della Rete, Grillo docet?
«Può sembrare una democrazia diretta, ma bisogna non sottovalutare i suoi rischi. Le faccio un esempio, anzi due: mettiamo che sul blog dobbiamo scegliere tra un cacciabombardiere e un ospedale, almeno in questo caso non dovrebbero esserci problemi. Ma se la scelta è cosa fare a chi è stato autore di uno stupro, beh questo mi fa un po’ paura».
Ma allora a che punto è la notte dei partiti?
«Sappiamo cosa sta finendo, ossia la concezione novecentesca del partito, ma non cosa ci aspetta. I partiti devono capire che non hanno più il monopolio della questione pubblica e che sono costretti a spartirla con una socialità diffusa».

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Libri/4 Limonov, quello che vorremmo essere ma non saremo mai

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E’ più l’Henry Chinaski di Bukowski o il Giovanni Lindo Ferretti della sua precedente vita da punk filosovietico? Né l’uno né l’altro. O entrambi insieme. E forse questa miscela di vita disperata e dissoluta alla Chinaski e questa voglia di rendersi provocatorio sempre, comunque e dovunque (come quando il cantante dei Cccp saliva sul palco e si infilava le pallottole in corpo) a rendere la vita di Eduard Limonov – e di conseguenza il libro di Emmanuel Càrrere (Adelphi edizioni) – straordinaria. Per Limonov il politicamente scorretto è la sua ragione di vita, una presa di posizione permanente nel continuo ricambio di coordinate sociali, politiche e culturali. Non sta dove sta la maggioranza o con quelli che dicono: “Questa è la cosa giusta”. Sta sempre dall’altra parte. Destinato alla sconfitta, ma non un loser, un perdente di successo. Anzi, è l’immagine riflessa nello specchio di quello che vorremmo essere, ma che spesso per convenienza, buonismo e quant’altro non siamo.  E forse non saremo mai. Ci piacerebbe rischiare di più, osare, provocare, distruggere miti, costruiti sapientemente a tavolino. Vorremmo essere degli iconoclasti in servizio effettivo e permanente per bruciare icone che assomigliano, a ben pensarci, a degli specchietti per allodole. Ci piacerebbe guardare dritto negli occhi, senza mai abbassare i nostri, i potenti di turno, qualora solo ci capitasse l’occasione, senza mostrare particolare riverenza. Ci piacerebbe anche che le storie non siano per forza costruite con un lieto fine, quando è impresa abnorme trovarne uno. Ci piacerebbe che il nostro flusso di coscienza non fosse minimamente mediato. Ci piacerebbe essere rivoluzionari senza essere narcisisti. Ci piacerebbe frantumare, magari solo per un giorno, quell’insieme di abitudini, convenzioni linguistiche, teorie buoniste che confezionano quel politicamente corretto che incide pesantemente sull’unidimensionalità umana (senza scomodare Marcuse). Detto questo, il suddetto Limonov, per non rischiare che ciò diventi una sua apologia, si batte anche per cause pessime e fa anche cose assai deprecabili. Ma è il modello Limonov, lui come idealtipo a conquistare il lettore. Una vita tutt’altro che ordinaria. Anche se non da eroe.

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