Archivio mensile:marzo 2016

Libri/55 I legami di sangue oltre il sacro e il profano

La mia recensione sul libro di Marcello Fois “Ex voto” (Minimum Fax) uscita sabato 26 marzo sulle pagine di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino -La Nazione-Il Giorno)

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Ci sono due città nel mondo in cui si venera la Madonna dell’Arco. Una – è facile – è Napoli, l’altra è Adelaide, in Australia. Marcello Fois nella sua short story “Ex voto“ parte proprio da quella che può considerarsi una ricerca antropologica e ci costruisce una storia. Mariarca, Tony (ma in Italia si faceva chiamare Antonia) e Jenny sono le tre protagoniste femminili di questo libro, rappresentanti di tre diverse generazioni. Tony è la madre di Jenny e protegge fin troppo la figlia (ancora bambina in un corpo ormai da adolescente), è una presenza ossessiva, lei è una tipa ruvida che va allo scontro con sua mamma Mariarca, cui non ha mai perdonato di essere stata la causa del loro addio all’Italia. Ma perché da Napoli si sono trasferite in Australia? In realtà non si sono proprio trasferite. Sono state costrette ad andarsene. Mariarca con la sua famiglia (il marito sempre accondiscendente, figura d’equilibrio, che rimane spesso nell’ombra) se ne è andata, perché ormai per lei era diventato impossibile vivere in quell’appartamento, ereditato dal padre, senza essere additata tutt’altro che benevolmente come una strega. Ed ecco l’altro aspetto del libro legato alla venerazione della Madonna dell’Arco: tradizione mistica assolutamente da rispettare (così la pensa Mariarca) o inutile superstizione fuori dallo spazio e dal tempo che può portare solo guai (è il pensiero di Tony). Mariarca paga proprio quella sconfinata devozione per la «Madonna dell’Arco». Così almeno sembra. Ma il passato – che Tony costantemente ha sempre cercato di rimuovere – dopo anni si srotola di nuovo davanti alla figlia della devota Mariarca, quando un suo cugino le chiede di montare un video sulla processione della «Madonna dell’Arco» di Adelaide. E quel video con la processione che, a denti stretti, Tony passa in rassegna è un po’ la nemesi della sua vita e di quella della madre, anche lei iperprotettiva nei confronti della figlia tanto da difenderla fino a mettere in gioco se stessa (ed è qui la vera ragione, si scoprirà, dell’addio all’Italia). Il ritmo narrativo è blando all’inizio ma poi diventa sempre più incalzante quando ci si avvicina alla resa dei conti. Che per Tony diventerà l’occasione per capire che sua figlia finalmente è cresciuta. E che i legami di sangue, alla fine, prevalgono sempre.

Marcello Fois

Ex Voto

Minimum Fax, 101 pagine, 14 euro

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La scelta radicale di Blu

Il contesto e non solo. C’è almeno un paio di buoni motivi per cui la scelta radicale di Blu sia giusta e, ahinoi (intesa come collettività), allo stesso tempo dolorosa per non avere più la possibilità di fruire di quelle opere d’arte. Partiamo dal primo: il contesto, appunto. Le sue opere nascono in determinate aree ad alta depressione, spesso dimenticate o al centro di proteste e quindi ad alta conflittualità, basti pensare il suo lavoro a Niscemi dove vorrebbero, contro la volontà popolare, costruire il famigerato Muos (con tutte le ricadute inevitabili sul territorio). E quindi quelle opere appartengono a quei luoghi, ne sono parte integrante. La loro unica possibilità di fruizione è lì. E d’altra parte, provando ad anticipare la seconda ragione per cui il gesto di Blu non né egoistico (come vorrebbero far credere alcuni) e nemmeno un atto di egocentrismo, è che proprio quei luoghi non mettono vincoli alla fruizione, né steccati, né biglietti, facilitando l’accesso a chi vuole vederle, non bloccandolo. Operazioni di marketing più o meno riuscite vorrebbero far passare il (solito) messaggio che solo attraverso una mostra l’arte dell’artista riesce ad arrivare a più persone, ma nella realtà non è così. Soprattutto nel nostro paese, dove una politica culturale basata sulla privatizzazione e ancor peggio sull’accumulazione, finisce per rendere meno fruibili quelle opere, limitandone di conseguenza  l’accessibilità alla collettività (in barba, anche, alla stessa Costituzione).

Infine il punto di vista artistico: le opere in questione,  verrebbero materialmente staccate dai muri, perdendo la loro aura, perché quei muri e l’insieme che ci sta dietro e tutto attorno, sono l’opera stessa. Indivisibile. Portarle via da lì, significherebbe trafugarle, con (in maniera figurata, ovviamente) o senza (in questo caso realmente) l’assenso dell’autore. E’ chiaro che è stato un atto politico realizzare quelle opere in quei quartieri, come è stato un atto altrettanto politico, quello di Blu di ieri. E proprio come tale va rispettato. Non poteva permettere che quelle opere fossero staccate dai muri, perché sarebbe stato come dare il benestare al funerale (anticipato) della street art.

Libri/54 Non si esce vivi dagli anni ottanta

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Paolo Morando

’80 l’inizio della barbarie

Laterza Editori

242 pagine, 16 euro

 

Non si esce vivi dagli anni ottanta. Morando nel capitolo iniziale del suo libro “Anni ’80 l’inizio della barbarie” cita (giustamente) la canzone degli Afterhours. Anche perché, nel corso del libro uscito per Laterza, si rivelerà fondamentale per capire come ci siamo ridotti male nel cosiddetto terzo millennio. Morando non racconta solo la Milano da bere, l’effimero (sostantivo o anche in versione di aggettivo fin troppo abusato per raccontare quella decade) che prende il sopravvento, il privato che vince sul pubblico, inteso  non solo come paradigma del riflusso. Se si soffermasse solo su questo, rischierebbe di raccontare solo la patina degli anni ottanta. Una patina – nonostante i prodigiosi revival festaioli – decisamente preoccupante, visti poi gli effetti negli anni successivi, compreso appunto il famigerato terzo millennio. Morando scava sotto, attingendo dagli archivi dei giornali per descrivere quel paese reale che non era popolato solo dai paninari (postideologici, ma sicuramente più innocui rispetto ad altri), ma anche dalle prime radici di un razzismo che si sarebbe diffuso poi su larga scala, soprattutto sull’asse nord-sud. Basti pensare all’abuso, ovviamente, spregiudicato della parola terrone, non solo negli striscioni allo stadio ove si evoca l’eruzione dell’Etna o in alternativa del Vesuvio per liberarsi del sud, ma anche nel dibattito comune. Fino a sfociare nel dibattito politico vero e proprio. Basti pensare inoltre alla nascita della Liga veneta, proprio in quegli anni, che riesce a far eleggere i suoi primi deputati in Parlamento.
Ma l’asse razzista si allargherà ulteriormente, fuori dai confini italiani. Perché alla fine di quella decade lì, quando sta per cadere il muro di Berlino, ad agosto viene ucciso Jerry Masslo, sudafricano che aspettava il riconoscimento dello status di rifugiato politico, e che per sopravvivere faceva la stagione estiva a Villa Literno, in Campania, a raccogliere i pomodori. Fu ucciso nel capannone che condivideva con altri raccoglitori di pomodori, arrivati dall’Africa e vittime di caporalato. Una tragedia che scosse anche la politica tanto da far varare in fretta e furia dal governo di allora un decreto legge d’urgenza sull’immigrazione che avrebbe preso il nome del ministro che lo firmò: Claudio Martelli. Ecco leggere questo libro a trent’anni di distanza, togliendo appunto, come fa Morando, la solita patina di quegli anni (paninari, Timberland, piumini Moncler e musica di allora), rende ancora più inquietanti gli anni attuali proprio perché quelli che allora sembravano segnali preoccupanti, sono diventati, purtroppo, delle costanti nel paese reale attuale.