Archivio mensile:luglio 2012

Olimpiadi 2012, la principessa Di Francisca è diventata regina

Parigi-Londra. Meno di due anni per prendersi anche l’oro più luccicante. Quello olimpico. E per confermare quello che le dicevano: “Sarai il futuro del fioretto”. Il futuro, attenzione, non la nuova Vezzali. Perché lei, prima di ogni assalto e dopo ogni stoccata, scansava il paragone scomodo con le illustri concittadini, depositarie del marchio “Made in Jesi”. Almeno fino a ieri. “Di Giovanna (Trillini) ammiro la carriera e lo spirito, di Valentina quella rabbia agonistica che le fa fare cose straordinarie. Ma io sono Elisa Di Francisca”. Punto e a capo.

E a una manciata di mesi dai 30 anni – li compirà a dicembre – Elisa Di Francisca ha scritto il suo nome e cognome, in maniera indelebile, nella storia delle Olimpiadi. Due anni per una metamorfosi sportiva e agonistica che l’ha trasformata nella “numero uno”, nella fiorettista da battere. Un ghost writer, nemmeno tanto nascosto poi, che ha scritto questo romanzo di formazione. Un alchimista – che trasforma davvero le atlete in oro – quello Stefano Cerioni, ct della nazionale maschile e femminile di fioretto. Uno che ha ripreso per le orecchie Elisa, l’ha rimessa in pedana e l’ha trasformata in campionessa. Uno che c’è sempre. Soprattutto nei momenti difficili. Come ieri, semifinale con la scomoda coreana Nam, 9-5 per l’orientale a meno di un minuto dalla fine degli assalti e la finale che sembra allontanarsi. Cerioni si avvicina alla Di Francisca, due parole sussurrate, quanto basta, e lei ritorna in pedana e infila la rimonta vincente. Poi l’amica Errigo per un remake della finale mondiale di Parigi 2010. Da Parigi con quell’oro Elisa ha avuto la consapevolezza che qualcosa era cambiato. Che le gerarchie stavano assumendo profili diversi. Non più quello consueto della concittadina e connazionale Valentina, ma quello rigato di sudore e con una vena che pulsa forte, a destra, sulla fronte, quando c’è da andare all’attacco per vincere. E non bisogna tentennare e nemmeno retrocedere di un millimetro. Il suo profilo, insomma. “Se non ce la fai, stai a casa”. Questo si dicevano, per caricarsi, lei e Cerioni. E a casa Elisa non ci sta più. Ha accartocciato la figurina della giovane promessa che le avevano cucito addosso. Ha risposto con le medaglie d’oro a chi le chiedeva: “Quando arriverà il tuo momento?”. Il momento è arrivato. Nessun atto di lesa maestà. E’ lei ora la regina del fioretto. Anche se, quando le provi a far notare questo new deal in pedana, lei ti risponde così, l’ha fatto anche prima di partire per Londra: “Io sono la principessa”. E la regina? La regina è lei e indica la Vezzali. Ma anche Valentina ha capito – dopo averlo annusato (d’altronde la Coppa del Mondo 2012 l’ha vinta la Di Francisca) – che le gerarchie sono cambiate. Come sapeva, già prima di partire per Londra, che per vincere il suo quarto oro di fila avrebbe dovuto battere la propria concittadina. L’avversaria più dura. Non c’è arrivata in finale, dove sarebbe stato emozionante rivedere, come era successo otto anni fa ad Atene contro la Trillini, due “vicine di casa” sfidarsi per l’oro olimpico. Elisa invece, sapeva che questa doveva essere la sua Olimpiade. O adesso o mai più. Lo andava ripetendo da Parigi 2010. Si è fatta probabilmente un paio di film in testa, tutti con lo stesso finale. Quello di ieri. Con l’urlo liberatorio a sancire che lei è la più forte. Ed è con lei che devono  fare i conti. “Adesso tutti mi temono e sono preparata a questo nuovo ruolo”, ha ripetuto in più di un’occasione in questi ultimi due anni. E dietro di lei c’era sempre Cerioni che diceva: “Il merito di Elisa? Sa adattarsi a qualsiasi avversaria”. Rivedete  semifinale e finale olimpica  e ve ne accorgerete. Due rimonte che sanno di romanzo. Questa volta più epico che di formazione. Un concentrato di astuzia, forza e sangue freddo. Anche dopo aver cambiato il fioretto in piena gara (mica facile). Sorridi Elisa, è tutto vero e hai meritato tutto fino all’ultima goccia di sudore. Ora sei tu la regina. E non è più un sogno.

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Come eravamo in bianco e nero. Una mostra ricorda lo scenografo tv Cesarini da Senigallia

Il mio articolo sulla Rai  di una volta uscito su Qn (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) nelle pagine della Cultura il 22 luglio 2012

 

Matteo Massi
PENNELLI e idee. Così la fantasia andava al potere e in prima serata quasi sessant’anni fa. Era la Rai dei pionieri, dove la televisione era ancora un mezzo tutto da decifrare. Nessuno studiava il suo linguaggio all’università. E nessuno era specializzato. Si sperimentava. Quella Rai lì ebbe la capacità di unificare – a quasi cent’anni dall’effettiva unificazione – un’Italia che si ritrovava alle 20 davanti al televisore in bianco e nero nei bar o nelle case per distrarsi, ma anche per imparare. Era la Rai del maestro Manzi – in molti vinsero la battaglia contro l’analfabetismo davanti a “Non è mai troppo tardi” – e degli sceneggiati e dei varietà. E in quella Rai armeggiava con pennelli e idee Carlo Cesarini. Un ragazzo arrivato dalla provincia marchigiana, da Senigallia (Ancona). Orgoglioso delle sue origini. Tanto che per tutti sarà per sempre Cesarini da Senigallia. Sarà questa la sua firma, dal 1956 – due anni dopo l’avvento della tv in Italia – in poi. Nel contratto che firma il primo luglio 1956 c’è scritto: «Assunto a tempo indeterminato in qualità di impiegato, scenografo-progettista presso il centro di produzione Tv di Roma». Ma il suo regno sarà per sempre il teatro delle Vittorie. Una sfida continua con lo spazio e con le dimensioni del palco che gli impongono di aguzzare l’ingegno per inventarsi, a ogni nuovo varietà, una scenografia diversa. E non è semplice. La scenografia nei primi anni della televisione in Italia viene mutuata dal teatro. Non ci sono regole e modelli da seguire o a cui solamente ispirarsi. Così Cesarini è un vero pioniere. E anche per questo si guadagna la ribalta alla pari del conduttore del varietà di turno. Le signorine Buonasera fanno un’eccezione, quando annunciano il programma, mettendo in coda alla presentazione: «Scene di Cesarini da Senigallia». Scenografo, appunto. Lui che aveva avuto un percorso decisamente irregolare negli studi: dalle magistrali all’istituto per geometri e poi l’accademia. Ma la vela fece la differenza. «Preferivo la barca e così iniziò la mia vita da nomade». E il suo peregrinare, anche all’estero (in Inghilterra), lo porta a sperimentare. Nel 1959 è minimalista, quando sul palco di “Canzonissima”, davanti a uno schermo bianco, mette soltanto tre sedie, quelle dei conduttori: Paolo Panelli, Delia Scala e Nino Manfredi che fa il “Bastiano” di «Fusse che fusse la vorta bbona». Cesarini colpisce tutti, quando raduna più di 2 milioni di 850mila specchietti e crea la scenografia di “Canzonissima” del 1969, quella con Johnny Dorelli, Raimondo Vianello e le gemelle Kessler.
«BISOGNA FARE le capriole – racconta Cesarini all’epoca, morirà nel 1996 – per stare dietro a questo maltrattatissimo spettacolo. Chi sta in poltrona il sabato sera, e magari senza ammetterlo, si diverte, nemmeno se lo immagina quello che succede. La domenica siamo di nuovo in teatro a lavorare. E poi ci dicono che “Canzonissima” quest’anno è solo un insieme di specchietti». E poi il rapporto con Antonello Falqui, il regista di quelle Canzonissime. «Cesarini era il mio scenografo – dice – . Con lui ho lavorato per più di 30 anni. Era geniale. Una volta dissi che mi sarebbe piaciuto in una “Canzonissima” far ballare a Mina una specie di Charleston dentro una vasca da bagno con un bottiglione che versava champagne e il giorno dopo, in teatro, mi ritrovai una gigantesca vasca pronta per l’uso. Questo era Cesarini e la tv di allora». Senigallia, la sua città, lo ricorda con una mostra (fino al 23 settembre alla Rocca Roveresca) in cui sono raccolti, tra foto, bozzetti e video tratte dalle teche Rai, tutti i lavori della sua lunga carriera. Un tributo al pioniere della scenografia televisiva italiana.

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Mennea e i Giochi ai tempi della crisi: “Ormai l’economia non scatta più”

La mia intervista a Pietro Mennea uscita su Qn (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) il 20 luglio 2012

Matteo Massi

LONDON CALLING. Londra chiama, ma pochi rispondono. Hotel semivuoti e 2mila biglietti per le gare ancora invenduti. Le olimpiadi ai tempi della crisi. Pietro Mennea, 60 anni compiuti quasi un mese fa, un passato da olimpionico della velocità (oro nei 200 metri a Mosca ’80) e un presente da avvocato e scrittore (ma anche molto altro), non è sorpreso. «Ma lo sa — dice — quanto costa un biglietto per assistere alla finale dei 100 metri?». All’incirca 900 euro, approssimando più che altro per difetto. «Significa che si pagano quasi 100 euro per ogni metro che Bolt corre. Assurdo».
È il business delle Olimpiadi, bisogna rassegnarsi?
«No — dice Mennea dal suo studio legale a Roma —. Ma se poi andiamo a vedere come le olimpiadi hanno ridotto i paesi che le hanno organizzate, c’è da piangere. Le immagini di Atene le abbiamo ancora tutti davanti agli occhi».
E lei infatti si è schierato contro la candidatura di Roma 2020…
«Non mi sono schierato. Credevo e credo tuttora che sia da irresponsabili presentare una candidatura per le olimpiadi, quando ci sono da sistemare i conti pubblici del paese».
Un po’ quello che scrive nel suo ultimo libro «I costi delle Olimpiadi»?
«Lì, ho fatto un po’ la storia di tutte le edizioni dei giochi olimpici».
E che cosa ha scoperto?
«Che l’economia di un paese non è mai cresciuta dopo aver ospitato un’Olimpiade. Anche quattro anni fa a Pechino è andata così. Prima delle Olimpiadi la Cina viaggiava con una crescita economica in doppia cifra, poi dopo il 2008 è retrocessa a una cifra».
Londra 2012 sarà davvero un flop?
«Intanto il budget iniziale è solamente triplicato, perché i costi sono aumentati. Ma molti privati dopo l’iniziale disponibilità a finanziare l’Olimpiade, hanno preferito farsi da parte. Troppo rischioso. La crisi morde anche l’Inghilterra. Basti pensare che nel 2011 il 33% dei lavoratori della City iniziava a cercarsi un altro impiego».
Tra vent’anni le ricorderemo come le Olimpiadi della crisi?
«Credo proprio di sì. Quei prezzi possono permetterseli in pochi. E tutto questo business rischia di affossare i valori dello sport. Ma non sarò io a dire che le Olimpiadi vanno abolite: ne ho fatte cinque in vita mia».
E allora qual è la ricetta anticrisi per le Olimpiadi?
«Spetta al Cio muoversi per primo, iniziando intanto a diminuire le discipline, alcune non c’entrano proprio nulla con la manifestazione in sé. E poi bisogna darsi una regolata con le infrastrutture. Si creano impianti avveniristici per le Olimpiadi, ma poi i costi di gestione e di manutenzione ricadono sulla comunità e dopo pochi anni hanno già delle falle».

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Borsellino, una strage annunciata diventata fiction

Cinquantasette giorni. Meno di due mesi. Vent’anni fa. Era il 1992 e la perdita dell’innocenza giovanile per noi adolescenti di allora fu segnata da un’altra strage. Mi chiedevo, senza risposte, come fosse potuto succedere ancora. E addirittura nel cuore di Palermo, in via D’Amelio. Borsellino dopo Falcone. Lo sapevano tutti che dopo la strage di Capaci era Borsellino il bersaglio designato. Eppure il giudice è andato incontro alla morte. Nessuno ha provato a evitare una strage che, letta e decifrata nell’immediatezza e a maggior ragione vent’anni dopo, sembrava inevitabile. Continuiamo anche ora a chiederci perché Borsellino sia stato ammazzato. Allora come ora la domanda è retorica. La risposta, la sappiamo tutti e non è soltanto legata – non può esserlo – all’eredità che gli aveva lasciato Falcone. Un’eredità sicuramente pesante. Ma passando al setaccio gli ultimi istanti, le carriere dei due giudici, incrociando gli ultimi movimenti, le ultime prese di posizione, non possiamo nemmeno stupirci ora di come sia stata, vent’anni fa, così geometrica la potenza di Cosa Nostra. Tanto geometrica da insinuare il dubbio – che ora non sembra più essere tale – che quelle due stragi erano state pensate in mille stanze. Non solo siciliane forse. E perfino avallate. Ed è quello che da una parte ci spaventa. E ci dovrebbe fare indignare ancora di più. Ma come è possibile che Cosa Nostra azioni il telecomando, con precisione quasi svizzera, il giorno  in cui Falcone torna a Palermo da Roma? Un viaggio annunciato ai pochi, ma non chiaramente strombazzato per ragioni di sicurezza. E come possibile che venga azionato il telecomando per un’autobomba davanti alla casa della madre di Borsellino proprio nel giorno in cui il giudice decide di interrompere la domenica al mare, a Villagrazia di Carini, per andare a trovarla? Borsellino l’ammetteva lui stesso, proprio per ragioni di sicurezza, non era un abitudinario. Non faceva mai le stesse cose. Eppure Cosa Nostra compie due stragi per dimostrare la proprio potenza di fuoco, per togliere di mezzo due magistrati che erano stati l’anima e il cervello del maxi processo. Ma forse non è soltanto questa la causa. Forse la causa va ricercata in quello che negli ultimi mesi di vita stavano facendo Falcone e Borsellino. Falcone aveva lasciato la Sicilia e si era trasferito a Roma, al ministero di Grazia e Giustizia. Stava lavorando al progetto di superprocura. Ma non aveva mai abbandonato la ricerca di quel terzo livello, la contiguità tra politica e mafia come era stato scritto nelle carte del maxi processo. E Borsellino? Le dichiarazioni private e pubbliche dei suoi ultimi giorni dicono molto di più di qualsiasi altro gesto. La disperazione con la moglie Agnese “Ho visto la mafia in faccia”, “Qualcuno mi ha tradito”. E poi il viaggio a Roma, il primo interrogatorio con il pentito Gaspare Mutolo. E quell’agenda rossa, il suo diario personale, che non è stato più ritrovato.

Infine la vergogna più grande per questo paese: la trattativa tra Stato e mafia. Borsellino l’aveva annusata, aveva capito e forse scoperto che cosa stavo succedendo alle sue spalle e per questo forse è stato ammazzato. Per anni ci hanno raccontato una favola sulla strage di via D’Amelio, facendoci credere che ci fosse anche un lieto fine: i colpevoli in cella. Ma era una bieca fiction. Hanno provato a farci credere che dietro quella strage annunciata e con quella potenza geometrica ci fosse un mezzo disperato: un pentito (Scarantino) che raccontò una, due, mille versioni della strage con continue ritrattazioni. Ma quell’uomo non poteva essere stato arrestato per caso e non poteva per caso essere stato considerato un pentito eccellente. Qui, il caso non esiste. Come riesce difficile credere che quello fu un abbaglio investigativo. Non scherziamo, per quelle indagini fu allestita una vera e propria task force. Ci lavorarono gli investigatori più bravi e preparati, almeno secondo i vertici della polizia di allora. Quello si chiama depistaggio e vent’anni dopo i contorni sembrano decisamente più nitidi. Vent’anni dopo abbiamo saputo della trattativa tra Stato e Mafia – che non sembra più quasi a nessuno un’invenzione giornalistica – abbiamo saputo del Monte Pellegrino e di quella sede del Sisde al castello Utveggio. Ma non sappiamo ancora come sia stato possibile lasciare ammazzare l’unico uomo che non doveva essere ammazzato e doveva essere protetto – non solo fisicamente da quei poveri cinque agenti di polizia che sono morti con lui – ma anche dai piani più alti dello stato. Ecco, perché a maggior ragione vent’anni dopo, quella seconda strage nel giro di cinquantasette giorni per noi adolescenti di allora, rappresentò la perdita dell’innocenza, guardando all’incapacità dello stato di proteggere un proprio servitore che stava combattendo contro quello che veniva definito come l’antistato.  E in una visione decisamente manichea, ma non così ingenua come sembrerebbe, ci continuavamo a chiedere perché il buono viene lasciato da solo andare incontro alla morte? Perché? Vent’anni dopo, con un po’ più di pelo sullo stomaco e rileggendo e incrociando quegli eventi alla luce degli sviluppi giudiziari, non abbiamo ancora tutte le risposte complete, ma abbiamo cominciato a capire che cosa accadde in quell’estate del 1992.

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