Archivio mensile:settembre 2013

“Urbino, Nebraska”: la provincia e la sua mozione degli affetti

La mia recensione sul libro di Alessio Torino “Urbino, Nebraska” uscita sabato su Qn (il Resto del Carlino – La Nazione – Il Giorno)

 

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Ester e Bianca, un ago in vena e la morte: l’esistenza di due sorelle si spegne così, davanti alla Fortezza Albornoz. Un’istantanea di fine anni ’80. L’ultimo romanzo di Alessio Torino, “Urbino, Nebraska” (Minimum Fax; 237 pagine, 14 euro) ruota attorno a quest’istantanea che non riesce a scrollarsi dalla memoria di un’atipica città di provincia: Urbino. Lo scrittore è di casa e osa: nei ringraziamenti a fine libro dice che l’ha fatto perché prima di lui l’aveva fatto un altro urbinate, Paolo Volponi, con “Strada per Roma”. In questo romanzo ci sono quattro storie che si reggono proprio sulla morte delle due ragazze a più di vent’anni di distanza, anche se nessuno, salvo il Nicola che abbandona il basso per farsi frate, ha qualche legame di parentela con le due. In compenso, c’è Dorina, la madre delle due ragazze che combatte la sua guerra di sopravvivenza al dolore che è in tutte le quattro storie. Se il valore di un romanzo lo si riconosce dall’intreccio, Torino ha colto nel segno: il romanzo si divora, anche se non si è marchigiani, perché si porta dietro un carico di detriti musicali (dal “Nebraska” del titolo, l’album più scuro e “depresso” di Springsteen al cardigan verdagnolo e “slabbrato” di Cobain, feticcio nostalgico dell’unplugged dei Nirvana a Mtv) e sentimenti contrastanti ma tutt’altro che sfuocati — dalla solidarietà diffusa alla nostalgia, passando per l’inevitabile voglia di scappare — della vita in provincia.

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Il patrimonio artistico calpestato dalla politica

La mia intervista a Tomaso Montanari sul suo libro “Le pietre e il popolo” (Minimum Fax editore) pubblicata sabato 21 settembre su Qn (il Resto del Carlino – La Nazione – Il Giorno)

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MATTEO MASSI

Il patrimonio artistico è il nostro petrolio». Un’espressione in Italia, buona per tutte le stagioni e che da oltre trent’anni viene pronunciata senza soluzione di continuità. Tanto da diventare, assai facilmente, luogo comune. Anche Tomaso Montanari, storico dell’arte, ha scelto di inserirla nel suo libro «Le pietre e il popolo»(Mininum Fax edizioni, 164 pagine, 14 euro). Ma la sua è più che altro una provocazione. «Il nostro patrimonio, almeno dagli anni Ottanta in poi — racconta — è stato considerato inesauribile proprio come il petrolio e hanno cercato di sfruttarlo in qualsiasi maniera. Il patrimonio come il petrolio, secondo una concezione tipicamente italiana, deve bruciare per dare energia economica e così è successo, perché è stato spesso dilapidato. Il petrolio, quando brucia, inquina e all’inquinamento morale del nostro patrimonio stiamo già assistendo da un po’».
Perché?
«Perché lo scopo del patrimonio artistico non è economico. La storia dell’arte, da sempre, è stata la storia del potere, ma la nostra Costituzione ha ribaltato questo concetto, considerando il patrimonio storico e artistico come uno strumento per eliminare le diseguaglianze. Tutti ne dovrebbero avere accesso».
E invece non è così?
«Quando sento parlare di Uffizi come macchina da soldi e poi vedo che ospitano sfilate o addirittura cene eleganti, o ancora, quando la cantante Madonna li ha per sé per tutto un giorno intero, il diritto d’inclusività cui si riferisce la nostra Costituzione viene violato, perché accade proprio tutto il contrario. Dobbiamo metterci in testa che i nostri musei non sono oggetti economici: non possiamo venderli e nemmeno affittarli».
Nel suo libro fa un giro d’Italia: da Venezia a Napoli. E racconta aspetti tragicomici come ciò che le capita di vedere all’interno della biblioteca dei Girolamini di Napoli o come il progetto di fare una pista da sci al circo Massimo.
«L’allora direttore della biblioteca, Marino Massimo De Caro, maneggiava preziosi libri tra un pastore tedesco e lattine vuote di Coca Cola che troneggiavano sui banconi antichi. Ma lì, i problemi erano anche altri: lui non aveva i requisiti per fare il direttore ed erano scomparsi anche dei volumi importanti. Ma ancora più assurdo è quello che è successo dopo: solo perché ho fatto la denuncia sullo stato di quella preziosa biblioteca, mi sono dovuto difendere, nell’ordine, da una querela e da un’interrogazione parlamentare. Il problema non era il saccheggio della biblioteca, ma la denuncia in sé. Certo, una soluzione potrebbe anche esserci».
E quale sarebbe?
«Con l’amico Paolo Maddalena (giurista e già componente della Corte costituzionale, ndr) abbiamo pensato che si potrebbe inserire il reato di disastro culturale: sarebbe una leva per la costruzione di un futuro dove evitare la distruzione delle biblioteche. Così come è successo anche per la biblioteca Corsini, che ha venduto all’asta il proprio patrimonio di libri, invece di venderlo allo Stato».
Il grande evento: nel suo libro lo racconta come un’ossessione per amministratori e politici.
«Ma le sembra normale che mentre Napoli si sbriciola, l’amministrazione preferisce spendere i soldi per la Coppa America? È la politica del panem et circenses. L’arte viene vista come un’arma di distrazione di massa. Per non parlare di L’Aquila, una città che non viene ricostruita. Non si riescono a trovare 11 miliardi di euro e poi si pensa di spenderne 17 per gli F35. La cultura è un divertimento o un elemento di crescita per la comunità? La risposta, secondo la nostra Costituzione, dovrebbe essere la seconda. Ma in realtà non è così».

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La decadenza da Milan

L’unica cosa palese, finora, è che questa squadra qui è mediocre. E non per il pareggio in extremis col Torino. Quello è solo l’ultimo episodio. Ed è anche l’ennesimo indicatore di come Massimiliano Allegri possa fare anche il presidente del consiglio, oltre che l’allenatore del Milan, in questo paese. Ha scelto ormai da tre stagioni di governare l’esistente. Che significa più o meno: faccio con quello che passa il convento. E’ come quando un premier decide di fare una manovra e si guarda bene da scontentare gli organismi tecno-finanziari diventati ormai istituzioni che hanno imposto le regole del gioco. Il problema è che nel Milan di tecnico – il significato qui è puramente calcistico – c’è rimasto ben poco. Nemmeno la mozione degli affetti Kakà – pesantuccio e intermittente (anche troppo) come la più scontata delle luci per l’albero di Natale – riesce a scuotere dal disincanto il tifoso rossonero. Che di dichiarazioni di ormai supposta e arrugginita grandeur (le Champions in bacheca) così simili nella forma a quelle mai dimenticate dell’allora presidente del consiglio (ora solo presidente onorario del Milan e forse nemmeno più senatore) del tipo “dov’è la crisi? i ristoranti sono pieni”, ne ha gonfie le orecchie. Basta, guardiamo la realtà. Dura da digerire. Questo Milan qui come la versione di un anno fa può solo vivacchiare. Non osate sognare, perché non ve lo permetterà. Non ve lo permette il suo allenatore che preferisce (scaramanzia) voltare le spalle al rigore salva sabato sera trasformato da Balotelli. Un allenatore davvero che potrebbe fare il presidente del consiglio, così ostinato nel governare l’esistente da non rischiare nemmeno di guardare un po’ più in là. Provando a fare qualcosa che è nella storia del Milan. Quando Carlo Ancelotti, dopo essersi acclimatato sulla panchina rossonera, decise di giocare in contemporanea con tre trequartisti a centrocampo (Pirlo, Seedorf, Rui Costa, poi sarebbe arrivato Kakà) e due punte, alcuni pensarono che fosse pazzo. Come c’è la cosiddetta etica della responsabilità (“non si fa cadere un governo, perché ci sono da rispettare i conti”, “bisogna fare i sacrifici perché sennò finiamo fuori dall’Europa” e non si tratta di Champions) in politica, nel calcio c’è l’etica dell’equilibrio. Sfidare quelle leggi che la maggior parte degli allenatori si sono autoimposti è roba da coraggiosi. Da Don Chisciotte 1.0 era  ai tempi di Carletto (nell’attesa che arrivasse l’app da iPad per le formazioni). Ancelotti ci provò e il Milan anticipò il Barcellona e vinse di più di quelli che allora venivano definiti i Galacticos (il Real Madrid). Ora forse è chiedere troppo ad Allegri di avere almeno un terzo del coraggio dell’Ancelotti di allora. Anche perché lui non ha Pirlo: ops lo aveva, ma sosteneva che non gli servisse e in effetti, come è stato dimostrato ieri sera col Torino, molto meglio avere un De Jong davanti alla difesa che in linea di successione rossonera (ahinoi) arriva dopo Van Bommel. E Pirlo? Alla Juve, of course. Ma Galliani, nonostante tutto, si porta dietro (chissà se le referenze sono state mai aggiornate) l’etichetta di vecchia volpe del mercato. Certo, riprendere Matri che era cresciuto nelle giovanili del Milan, aveva fatto parecchi gol a Cagliari e diversi decisivi alla Juve, è proprio un bel colpo. Tra last minute e acquisti (presunti) low cost, il Milan ha scelto di non programmare, perseguendo la politica dell’emergenza nel mercato. Chissà, se solo fosse possibile saperlo, che rating avrebbe questo Milan qui. D’altronde non è proprio amante del rischio come il suo allenatore. Forse qualche BBB (che significa più o meno così, secondo Standard & Poor’s: “adeguata capacità di rimborso che però potrebbe peggiorare), evitando anche i meno, potrebbe strapparla. Se Balotelli è in giornata o serata, forse qualcosa di buono può anche uscire. Se Balotelli è preso nella morsa avversaria, le idee scarseggiano. E se ci sono, sono poche e assai prevedibili. D’altronde Montolivo non è Pirlo. Chi pensa veloce, gioca veloce. Non è una massima di Boskov. E’ quello che si pretenderebbe che ogni regista – basso o alto non importa, non è questione di centimetri – avesse. Nell’attesa di sapere se Berlusconi decadrà da senatore o meno. C’è da registrare la decadenza del Milan da Milan. Un tempo sinonimo di grande squadra.

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Renzi-Letta e quei paragoni esagerati

L’approssimazione è per eccesso. Perché non basta un “parva licet” per accostare figure a loro modo così distanti, non basta una vicinanza di qualche centimetro per intravedere delle affinità con degli illustri avi che non esistono proprio. Stiamo parlando di come da un po’ (troppo) tempo si definisca, ad esempio, Matteo Renzi come un “nipote” di Giorgio La Pira, figura cui il sindaco di Firenze (non basta averci fatto una tesi sopra come è successo a lui) dice di ispirarsi. O come accade quando si considera Enrico Letta “discepolo” di Beniamo Andreatta. Un’esagerazione mediatica, tenendo conto di quello che dicono e soprattutto (non) fanno i due. C’è chi addirittura – in un eccesso di paragoni con la Democrazia Cristiana – si spinge a considerarli i due cavalli di razza del Pd: all’epoca democristiana i veri cavalli di razza erano Aldo Moro e Amintore Fanfani. Di tutt’altra statura (e qui i centimetri non contano, perché altrimenti Fanfani avrebbe perso). Ma quello che più fa riflettere su come stiamo vivendo dei brutti-bruttissimi tempi e che si parli di una democristianizzazione del Pd, convergendo sul duello Renzi-Letta, che è storicamente sbagliata. Renzi ha iniziato a fare politica, quando la Dc era già morta. E Letta quando era di per sé agonizzante, ma già non più rappresentativa della sua stessa storia.

Ma per rispetto dei morti, soprattutto, sarebbe meglio evitare di inserire (arbitrariamente o non) nel pantheon personale dei due (ex) giovani figure come La Pira e Andreatta che hanno dato un contributo importante alla storia e alla cultura di questo paese. La Pira girava in sandali, faceva le marce per la Pace e da sindaco di Firenze telefonava a Enrico Mattei per salvare posti di lavoro e occupazione del Pignone. Se solo fosse possibile chiedergli un giudizio su Tony Blair (figura cui si ispira il Renzi) non credo che ne darebbe un giudizio lusinghiero.  Beniamino Andreatta – con la Democrazia Cristiana trentina e con l’allora presidente della Provincia Bruno Kessler – istituì la facoltà di sociologia a Trento che, al netto di un dibattito ormai permanente su cattivi maestri, fu sicuramente il luogo più vitale di confronto di idee dalla fine degli anni sessanta in poi. Anche se tutti la ricordano, purtroppo, per aver avuto come studente Renato Curcio. Ecco, tutto questo per far capire la lungimiranza di due personaggi che vengono accostati (indebitamente) a due promessi leader di un partito in evidente difficoltà a regalare almeno un paio di idee su come voler cambiare questo paese, guardando più in là di rating e misure di rigore imposte da organismi tecno-finanziari. Restiamo umani, per favore.

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Non basta vincere: l’eterna ossessione del Pd

Qual è la novità del promesso leader-segretario-candidato premier del Pd e del centrosinistra? “Costruire un partito per vincere le elezioni”. Così, ha detto Matteo Renzi l’altra sera a Genova. La vittoria è l’ossessione – tutt’altro che magnifica – del macropartito di centrosinistra che continua a giocare con le regole imposte negli ultimi vent’anni. Chi vince, comanda. E gli altri si adeguano. E la vittoria finale giustifica tutto. Qualsiasi mezzo, qualsiasi alleanza, qualsiasi coalizione. Quella con cui vinse Romano Prodi nel 2008 andava addirittura dall’Udc a Rifondazione. Il programma, a quel punto, può essere anche un optional. E se ti chiedono che cosa hai intenzione di fare per l’Italia, basta adottare la vecchia strategia del calcio all’italiana, contenere i danni in trasferta e provare a ripartire in contropiede. Solo che questi contropiede, almeno negli ultimi tre lustri, non si sono mai rivelati efficaci. Anzi, hanno dato l’illusione del gol, quando spesso ci si trovava di fronte a un vero e proprio autogol. Il problema del Pd – inutile girarci attorno – è che non riesce più a rappresentare la volontà popolare, proprio perché la definizione del suo elettore è qualcosa di difficile quando c’è un partito che è un po’ progressista (il giusto che basta e spesso in maniera sbagliata, quando c’è da dichiararsi per lo sviluppo, che non può però essere risolto sempre, comunque e dovunque con la grande opera), un po’ liberal (quando c’è da dimostrarsi sì un po’ di sinistra, ma non troppo, il giusto per non passare da pericolosi “comunisti” che bandiscono il mercato), un po’ cattolici (ma anche qui con equilibrio, perché il cattolicesimo di base può essere pericoloso quando assume posizioni troppo estremiste). E allora che cos’è questo partito? Un esperimento di fusione a freddo riuscito in malo, malissimo modo. Che rischia di essere sempre più scollegato alla realtà, anche sui territori dove i suoi illustri avi hanno sempre rappresentato pienamente la volontà popolare. La crisi della forma del macro-partito è ormai evidente, ma è ancora più evidente l’incapacità di dare risposte alle domande fondamentali per meritarsi ancora di ricevere una delega in bianco. Come ha ampiamente dimostrato il Pd quando si è trovato tra le mani la responsabilità di provare a segnare una discontinuità con il passato – non espressamente berlusconiano (anche se principalmente, visto che negli ultimi vent’anni è stato per tre volte presidente del consiglio) – e non ha trovato di meglio che fare un congresso a cielo aperto con tanto di resa dei conti durante l’elezione del presidente della repubblica. E allora ricominciare col solito proclama “costruire un partito per vincere” non è forse la scelta migliore, anche dal punto di vista dialettico. Va (ri)costruito intanto un partito che decida innanzitutto a che cosa ispirarsi. Perché conta sicuramente la pratica, ma la teoria è tutto. E se non c’è una serie di valori condivisi in cui il popolo possa riconoscersi è pressoché inutile. E poi basta limitarsi a discutere di virgole, punti e virgola, su come provare a governare l’esistente, senza porsi nella posizione di dettare una vera agenda politica che sia comprensiva di quello che succede in questo paese. Che tenga conto di come molte vertenze in corso reclamino una loro rappresentazione a livello nazionale e sono vertenze che muovono proprio da quelli che dovrebbero essere valori condivisi per un partito che continua a dichiararsi di sinistra, anche se è ormai è diventato un suffisso da allegare senza rubare troppo spazio al prefisso che lo precede (centro): dalla difesa di un territorio (che passa inevitabilmente dalle tante battaglie in corso: No Tav, No Muos. No che non sono solo la negazione che ci si ostina a leggere, ma un modello diverso di partecipazione e anche di sviluppo) a un modello di rappresentanza e di conseguenza decisionale che sia legato, anzi aderente alla realtà (chi viene scelto per rappresentare un popolo, deve prendere decisioni coraggiose e non limitarsi a governare l’esistente senza pestare troppo i piedi a organizzazioni sovranazionali spesso diretta emanazione di poteri tecno-finanziari). Ecco, in tutte queste settimane, in tutte queste feste dell’Unità (ops Democratiche) nessuno ha avuto il coraggio di puntare l’indice dove andava puntato. Non è candidando Renzi – di cui l’elettore qualunque di centrosinistra per molte delle sue convizioni e per molte delle sue idee (e non ultimo per come sta governando Firenze) dovrebbe essere quanto meno diffidente – che si risolvono i problemi di un partito che è incapace di rappresentare la realtà e che ha smesso di profumare di sinistra da un po’ (e probabilmente anche di un centro dinamico senza scomodare l’abusato aggettivo riformista). Tornando al calcio, non serve un numero dieci (ed è tutto da dimostrare che Renzi lo sia) che vinca le partite da solo, ma serve un gioco di squadra, anzi prima ancora un’idea di gioco. Ecco, quello che manca un’idea di gioco. Non basta sapere che cosa non si vuole (e anche lì le idee non sembrano poi così chiare), ma anche che cosa si vuole e come lo si vuole. Tutto il resto, per ora, sono chiacchiere da Feste Democratiche.

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