Archivio mensile:maggio 2016

Il codice barbaricino tra De André e i romanzi noir

Nell’edizione di ieri di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) ho scritto un pezzo sul codice barbaricino. 

 

«Che ci fanno queste anime davanti alla chiesa. Questa gente divisa, questa storia sospesa, a misura di braccio, a distanza di offesa». Fabrizio De André l’aveva cantata la «Disamistade», la «faida», con un’immagine forte in musica, ma capace di raccontare meglio di migliaia di parole quell’idea di Barbagia, perfino un po’ troppo mitizzata con le sue regole parallele alla giustizia ordinaria, quella del Continente.
È la terra dei barbaricini, discendenti delle popolazioni nuragiche e prenuragiche. Dove onore e sangue s’intrecciano, dove l’offesa e la vendetta si fanno codice. In una visione sicuramente romantica o rusticana che non sempre però può essere lo scenario giusto per inquadrare e raccontare un fatto di sangue accaduto da quelle parti. Perché a volte è solo un normale fatto di sangue, come in qualsiasi altro parte d’Italia.
Così quando l’intellettuale Antonio Pigliaru decise di raccontare come la vendetta fosse una legge non scritta ma che doveva essere rispettata dagli uomini d’onore ne «La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico», ecco che il Codice Barbaricino ebbe in qualche maniera una sua catalogazione, così come la conosciamo ora: con i suoi ventitré articoli divisi in «Principi generali», «Le offese» e «La misura della vendetta», piuttosto inflazionati (tra l’altro) sul web. Tanto da comparire in diversi siti internet. Anche se le radici di quel codice affondano nell’Ottocento e sono dirette discendenti della Carta De Logu, promulgata nel 1300, in lingua sarda, dalla giurista Eleonora d’Arborea. Un’operazione da antropologia giuridica, quella di Pigliaru. Che è entrata – nel 1959, l’anno d’uscita del libro – immediatamente in un immaginario collettivo che spesso ha finito col monopolizzare la narrazione di ordinari omicidi. E non è bastata la letteratura noir, assai divulgativa in certi casi, per spiegare come determinati termini non dovevano avere un unico significato. Troppo tardi: ormai erano entrati (quasi) di diritto nel nazionalpopolare. Così quando ieri il capo della procura dei minori di Nuoro ha rispolverato il termine «balente», ecco che si sono (ri)scatenate immediatamente tutte le citazioni relative al Codice Barbaricino.

Perché «balente», secondo il Codice, è colui che reagisce agli abusi, facendosi rispettare. Ma non è necessariamente un bandito. E nemmeno in qualche maniera il Codice lo giustifica nella proporzione della vendetta all’offesa, da qui appunto la «misura della vendetta», presente e declinata negli articoli in questione. Tra l’altro l’omicidio di Orune – che è poi il paese natale di Pigliaru che ci ha fatto conoscere il Codice Barbaricino – è qualcosa che mescola la tecnologia con l’onore ferito e il desiderio di vendicarsi. Perché è una poesia ricevuta in un file audio su Whatsapp a scatenare la vendetta del giovane arrestato ieri, assieme a suo cugino. Di certo, in tutta questa storia, c’è l’omertà, come hanno sottolineato ieri gli inquirenti. Un’omertà proverbiale. Da film o da vecchi servizi sulla tv di Stato, quando la polizia dava la caccia ai banditi latitanti oppure quando cercava informazioni ai tempi dei rapimenti, e i battenti delle finestre si richiudevano come d’incanto. Ripensando ora a quelle immagini, sembra che siano passate ere geologiche. Sembra, appunto.

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Ciao Bella

So di essere ripetitivo ma di fronte a una giornata di commemorazione, come quella di oggi, mi prudono le mani. Anzi le dita. Ho bisogno di scrivere ciò che è scattato in me e in molti altri della mia generazione quel pomeriggio di ventiquattro anni fa. Quando Giovanni Falcone con la moglie e gli agenti della scorta saltò in aria sulla autostrada per Palermo. A Capaci. La strage di Capaci che rischia di fossilizzarsi come molte altre stragi in questo Paese in una serie di riti e commemorazioni (appunto), uguali a se stesse ogni anno. Finendo col perdere l’essenza e anche quella rabbia giusta, sana e legittima che animò molti a impegnarsi da quel 1992 in poi, sotto diverse forme. Mobilitandosi. Di fronte a tutto quel movimento – non necessariamente un movimento – stona ora la staticità attuale che si accende a protesta a intermittenza. E penso al dibattito politico di questi giorni. Di una arroganza verbale assoluta che sfocia nell’offesa: perché paragonare quelli che diranno no al referendum a militanti di  Casapound, che cos’è? O ancora fare una distinzione tra veri e presunti partigiani a seconda di come si esprimeranno al referendum che cos’è? Eppure tutto quel movimento lì portò qualche anno dopo a riaffermare in una battaglia civile e significativa la difesa della nostra Costituzione. Ora la Carta (e la sua essenza) è sotto attacco da una riforma che per il suo iter nei palazzi della Politica nega tutto quel percorso – che poi si è bruscamente interrotto – iniziato quel sabato pomeriggio di ventiquattro anni fa. L’antimafia è diventata spesso un fenomeno di bandiera, quando ancora peggio una patente o una spilla da appuntarsi per scalare posizioni. E quella capacità di mobilitarsi di fronte alla decrepita Prima Repubblica messa all’indice per non essere più capace di rappresentare il Paese, dove è finita ora? Dove è finita ora di fronte a una riforma di pochi e per pochi che andrà a incidere ancora di più, quasi chirurgicamente, sul concetto di rappresentanza. E non c’entra nulla la dicotomia nuovi-vecchi o l’ancoraggio a un passato che rischia di non essere più al passo con i tempi. Che la Costituzione, quella del 1948, non sia più al passo con i tempi lo sappiamo tutti. Ma che questa riforma vada a risolvere quei problemi e la renda più attuale, è una tesi che è sconfessata dal percorso stesso della riforma e dagli effetti assai prevedibili, col combinato disposto con l’Italicum, che provocherà.  Non è quindi questione né del mantenimento dello status quo né  di preferire un Paese immobile a uno dinamico. Quale sarebbe il Paese dinamico? Quello che approva una riforma costituzionale che restringe ulteriormente gli spazi della rappresentanza in nome della riduzione dei costi della politica e della governabilità? E poi anche questa governabilità – ma questo è un altro discorso – non può essere il motivo per cui sacrificare tutto e tutti e permettere magari a un partito, anzi un leader (vista la personalizzazione della politica sempre più accentuata), che prende magari appena il 20% di rappresentare tutto il Paese?

Ecco, se ripenso a ventiquattro anni fa, e a quel moto non solo d’orgoglio che spinse molti all’impegno, alla testimonianza e guardo quello che c’è oggi, provo solo sfiducia rispetto a ciò che non siamo riusciti a fare. Ammetterlo con realismo serve, ma non basta di fronte a quello che sta succedendo ora. Come mi fa ancora più rabbia che un governo di molti nostri coetanei si sia appropriato indebitamente di un immaginario collettivo (dall’impegno antimafia a quello per la democrazia: molti renziani della prima e dell’ultima ora erano nei comitati per la difesa della Costituzione, come nei cortei e nelle iniziative per ricordare Falcone e Borsellino) che nei fatti non gli appartiene. Hanno avuto la loro occasione e hanno fallito. Una riforma costituzionale non condivisa, anzi assai divisiva e poco rispettosa dei principi della Carta,  è più di un buon motivo per ammettere che non sono stati in grado di rappresentare una generazione, quella generazione lì, e non solo.

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Referendum, per fortuna c’è chi dice no

 

Unknown

Questo post rischia di essere, secondo la narrazione dominante, un elogio alla vecchiaia. E ai gufi. Sono fiero, se questa è la vulgata dominante, di essere sia un vecchio sia un gufo. Parliamo del referendum del prossimo ottobre e di quanto rischia di incidere definitivamente sul nostro sistema già ampiamente disastrato. Hanno toccato i nervi della Costituzione con una riforma per pochi e non per tutti, di pochi e non di tutti. Una riforma evidentemente di parte. Già dalla sua origine. In questo affrettarsi a chiedere un sì al referendum di ottobre, personalizzato dallo stesso premier, anche se lui si ostina a credere il contrario (lasciamoglielo pure credere), si semplifica quello che non è semplificabile: perché se si arriva a una riforma, per forza di cose, deve esserci un percorso. Qual è il percorso che ha portato a questa riforma? Un libro, uscito qualche mese fa per Edizioni Gruppo Abele, lo ricostruisce in maniera perfetta. S’intitola “Io dico no” e ci sono quattro interventi alquanto qualificati che spiegano come questa riforma sia in tutto e per tutto un tradimento della Carta stessa e in definitiva eterodiretta. Alessandra Algostino è una docente di Diritto Costituzionale all’università di Torino e nel suo intervento chiarisce immediatamente la genesi della riforma. Come nasce? Da un disegno di legge firmato dal presidente del Consiglio e dal ministro delle Riforme. Pratica alquanto inusuale per varare una riforma della Costituzione che, come recita la Carta, deve passare con il voto di almeno i 2/3 delle due Camere. La prima anomalia non è di poco conto, perché svuota, come se ci fosse bisogno di avere conferme viste le innumerevoli avvisaglie di questi anni, il ruolo del Parlamento. E questo sia detto oltre a essere un tradimento della Costituzione stessa, è anche un tradimento della concezione stessa che muove da secoli ormai la democrazia, che poggia sulla divisione dei poteri. E’ evidente che si punta a eliminare i contrappesi, perché se una riforma costituzionale parte dal governo, quindi dal potere esecutivo, scavalcando il Parlamento, il potere legislativo che a tutti gli effetti dovrebbe esserne invece l’origine, irrimediabilmente si punta a rafforzare il governo in luogo del Parlamento. La seconda anomalia della genesi di questa riforma è che il disegno di legge governativo deve per forza essere discusso da un Parlamento che è stato eletto con un sistema elettorale, il Porcellum, considerato dalla Corte Costituzionale, come anticostituzionale. E tralasciamo, per ora, il discorso Italiacum, ove il premio di maggioranza viene addirittura rafforzato: con la possibilità concreta che chi arriva al 20% si prenda tutto il banco. E tutto il potere. Ma questo, come è detto, è solamente un inciso. Basterebbero comunque, questi due elementi che la professoressa Algostino ben mette in evidenza nel libro, per capire come l’iter di questa riforma nasca male e finisca ancora peggio. Eppure, salvo rarissime eccezioni, non si è posto mai l’accento su queste due anomalie, anzi in qualche maniera sono state normalizzate dal dibattito pubblico. Ed ecco il secondo punto: il dibattito pubblico. Secondo aspetto che ben viene messo in evidenza nel libro da Livio Pepino, ex magistrato e presidente del Controsservatorio Val Susa. Pepino si sofferma sulla retorica che è stata imposta al dibattito sulla riforma. Una retorica che nella narrazione dominante, alquanto superficiale, vedrebbe, come il rituale schema dialettico di Renzi (in fondo è sempre lo stesso) prevede, da una parte i nuovi che vogliono il nuovo e quindi tutto il pacchetto di riforme e dall’altra i vecchi fossilizzati nello status quo che puntano a difendere l’indifendibile. Un’imposizione nel dibattito generale che provoca almeno un paio di degenerazioni: la principale è che il modus operandi di questo governo punta a spazzare via definitivamente i corpi intermedi e di conseguenza la contrattazione, considerati un inutile spreco di tempo che va contro il decisionismo. E qui, dovrebbe suonare un altro campanello d’allarme, perché il decisionismo, se è rappresentato da Berlusconi, è sinonimo automaticamente di autoritarismo; se invece è incarnato da Renzi, allora viene considerata una virtù da “problem solving”. Ma senza dilungarsi troppo, è proprio l’impostazione che è stata data al dibattito in sé che rischia di far perdere di vista l’essenza della riforma. Perché il leit motiv contro chi si schiera per il no, oltre al solito bagaglio di gufi e vecchi, è quello di essere in qualche maniera anche degli sconsiderati, perché non ci si rende conto che l’abolizione o meglio la trasformazione del Senato andrà a incidere in maniera significativa sui costi della politica, tema assai sempre caldo e molto populista (tanto per dare alle cose gli aggettivi giusti). Ma il Senato così come lo vorrebbe questa riforma è una seconda Camera che ancora meno senso della precedente. Sfugge però, anzi viene volutamente tralasciato che, al netto di Porcellum e se sarà dell’Italicum, il nuovo Senato è la negazione del concetto di rappresentanza e della democrazia rappresentativa così come l’abbiamo conosciuta almeno fino a un decennio fa, prima della sua inevitabile degenerazione. Perché si parla di capilista bloccati, quando si parla di Italicum, ma si omette di dire che il Senato sarà composto da membri nominati (seppure eletti in prima istanza, il riferimento è a consiglieri regionali e sindaci)? Si ottiene così un restringimento della rappresentanza ancora più significativo di quello prodotto dal Porcellum che, si ricorderà, è considerato anticostituzionale. D’altronde come potrebbe essere altrimenti, se la nostra Carta Costituzionale postula la rappresentanza come un valore essenziale della nostra democrazia? Tutto questo però, non deve sfuggire quest’ultimo elemento, va inserito in un determinato contesto che è quello che si continua a perpetuare ormai da troppo tempo: l’astensionismo. Urne sempre più vuote e una disaffezione alla politica che un ulteriore deficit di rappresentanza non potrà che portare a cifre ancora più esorbitanti di quelle attuali. Come dire, tornando al discorso iniziale, una riforma Costituzionale che punta a concretizzare quel vecchio modo di dire: ” se la cantano e se la suonano”. L’esatto contrario, l’opposto diametrale di quello che è ora la nostra Costituzione. Restando legati al libro sono molto interessanti anche gli altri due interventi, quello di Tomaso Montanari, docente di storia dell’Arte all’università di Napoli, che punta l’indice proprio, partendo anche dalla cultura, sull’erosione sempre più massiccia di sovranità; e quello finale di don Luigi Ciotti che punta sul concetto di no da estendere al noi. Ecco, basta leggere il libro per capire come i temi che, umilmente sono stati proposti anche in questo post, siano del tutto assenti dalla narrazione dominante e dal dibattito che è stato imposto come una sfida tra nuovo e vecchio. E magari, dopo aver letto il libro o solamente aver riflettuto su alcune di queste considerazioni, rendersi conto che c’è ancora la possibilità di fermare questa riforma di pochi e per pochi contro un bene che è invece ancora di tutti.

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Libri/58 Qualcuno era comunista

 

6023-3-1

 

Non è nostalgia. Forse è malinconia quella che pervade il libro di Lodovico Festa “Provvidenza rossa”, edito da Sellerio. Non è un’operazione da come erano “formidabili quegli anni”, per capirsi.  E’ il 1977 e viene uccisa una fioraia iscritta al Partito Comunista. Da lì si mette in moto la narrazione di Festa che non sembra interessato a tenere il lettore sulle spine per sapere chi l’ha uccisa. Quanto invece, raccontare come funzionava quel Pci, l’ultimo partito novecentesco: struttura e nomenclatura. A iniziare da che cosa fossero allora i probiviri. Organismo guidato da un vecchio partigiano, Dondi, e rappresentato da un vice,  Cavenaghi ingegnere che diventa funzionario e che nel libro, essendo il responsabile, diventa investigatore. Con un’inchiesta che corre parallela a quella ufficiale, ossia quella del commissariato. E il commissario ha sempre la sensazione – quando va a interrogare personaggi cruciali per provare a districare la matassa e capire chi ha sparato alla fioraia – che qualcuno sia arrivato prima di lui. E nella realtà è così. Non è difficile, anche senza fare dello spoiler, chi è arrivato prima di lui. L’arma del delitto: la Mp40 usata nella Seconda Guerra Mondiale dai nazisti e carichi di quelle armi era stati rastrellati e nascosti dai partigiani. Quindi, potrebbe essere un delitto politico, neofascista, o la fioraia potrebbe essere stata uccisa anche dal  cosiddetto fuoco amico. L’intreccio c’è, anche se il ritmo narrativo è assai lento per essere un giallo. Però la controinchiesta dei probiviri appassiona perché è un modo per scavare nelle viscere di un partito che tra i desideri dell’Eurocomunismo del segretario di allora e un compromesso storico che sarebbe arrivato solo un anno dopo, ha la percezione che sia il momento migliore, quello, per vincere le sue prime elezioni nel Dopoguerra e diventare il primo partito del Paese. Senza dimenticare che quelli sono gli anni del terrorismo rosso più feroce, delle Br. E anche della criminalità milanese, della mala.  Il contesto appassiona, perché quella Milano lì, prima che diventasse da bere, ha un potere di fascinazione ancora forte, proprio per i suoi misteri e per quell’incedere incerto in un’epoca ancora tutta da decifrare. Ciò che colpisce di più di questo libro è il certosino racconto  di come funzionavano, perfino fin troppo sincronizzati, tutti gli organismi interni del Pci. Un racconto così minuzioso che poteva fare solo chi è stato dirigente. E infatti, Festa è stato un dirigente del Pci che dopo la Bolognina ha chiuso col suo passato, per cambiare completamente orizzonte politico: è stato tra i fondatori de Il Foglio e poi editorialista de Il Giornale. Quello che traspare però, sarà pure una sensazione, ma è proprio una malinconia di fronte a un’organizzazione che funzionava fin troppo bene, assai criticabile per la gestione del quotidiano (dell’omicidio stesso nel libro) tra silenzi imposti e verità da ricostruire ex novo, ma in grado nella sua essenza massimalista di rappresentare comunque una base, costretta spesso a masticare amaro. E tutto questo segna una distanza siderale dal presente, molto più lunga di quei 40 anni che, nella storia e nella realtà, sono trascorsi.

La provvidenza rossa

Lodovico Festa

544 pagine, 15 euro

Sellerio editore Palermo

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I maniaci dell’antimafia

“Vibrante protesta”. Il tono di Fabrizio De André nel pronunciare la frase nel finale de “La domenica delle salme” è irriverente. Ma col passare del tempo – e soprattutto riascoltandola ora – quella frase suona come una previsione azzeccata. Anche per la cosiddetta antimafia. Era il 1990 e le stragi della calda estate palermitana del Novantadue non erano ancora arrivate. Nessun avvisaglia. Come non ci si sarebbe mai aspettati una reazione così veemente, popolare e coinvolgente all’orrore provocato dai due attentati, in cui persero la vita Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e i loro agenti di scorta. Visto che l’omertà sembrava allora una regola di vita.

C’è chi parlò all’epoca di fronte a queste mobilitazioni – e tra i primi fu proprio Antonino Caponnetto, ex capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo e padre del pool, dopo la disperazione di “ora è finito tutto” – di nuova resistenza. Ma ventiquattro anni dopo cos’è rimasto di quell’agire, di quel mettersi insieme, del portare in giro quelle testimonianze da reduci che sono state catalogate, senza fare troppo distinzioni, nell’Antimafia così come l’abbiamo conosciuta e come la conosciamo ora? Una domanda inevitabile di fronte alla caduta – l’ennesima – di un’altra delle cosiddette icone dell’Antimafia, Pino Maniàci, in attesa di vederci più chiaro comunque sull’intera vicenda. Quella di Leonardo Sciascia, pilotata dal titolo di Chiaberge nel famoso pezzo uscito sul Corriere della Sera (che fece infuriare Borsellino) sembra diventata profezia che si avvera? I professionisti dell’Antimafia esistono davvero? Con una patente da esibire, costruita a puntino, che garantisce immunità e prestigio. Ecco, provando a riannodare i fili del discorso, in questi ventiquattro anni si è persa propria la caratteristica principale che ne fece allora più che un movimento d’opinione, fossilizzato su posizioni e dogmi, un movimento vero e proprio. Capace di rappresentare una ribellione giusta e necessaria di fronte al disfacimento di quella che veniva definita Prima Repubblica, accelerato proprio dalle due stragi del Novantadue. Non era solo protesta, per quanto vibrante. Era agire, impegnarsi, tirare fuori le mani, “sporcarsele” in senso buono, perché, come diceva Don Lorenzo Milani, “se si hanno le mani pulite che senso ha tenerle in tasca”. E ora, purtroppo, quel movimento senz’altro composito, non riducibile a sigle, ma sicuramente personalizzabile (basti pensare alle personalità forti accreditatesi nel corso degli anni un ruolo nella lotta alla criminalità organizzata, mettendo spesso la propria bandierina), è diventato una triste rappresentazione di se stesso. Senz’altro autoreferenziale, in taluni casi più interessato alla partita Iva, a guadagnarsi il pane (non che sia un reato) e che ha finito inevitabilmente col perdere quella carica iniziale. Necessaria per un cambiamento reale. Una mancanza che ha determinato in qualche maniera lo stato attuale delle cose. E che ha lampeggiato sotto l’insegna della “vibrante protesta” che si apre e chiude nello spazio di 24-48 ore, buono per guadagnarsi comparsate in tv e, talvolta, candidature alle elezioni. Ecco perché la “vibrante protesta”, quando c’è, non è solo fine a se stessa, ma risulta persino grottesca. Ecco appunto che l’irriverenza, cui si faceva cenno all’inizio, con cui De André intona quella frase ne “La domenica delle Salme”, ha un sapore – anch’essa – di preveggenza. C’è stata la possibilità reale di cambiare questo Paese – non come vorrebbe e dice di fare ora Renzi – e quella possibilità è transitata nelle mani e nell’impegno di molti che dal ’92 hanno riempito strade, hanno messo mani e impegno. La sconfitta, purtroppo, è stata catastrofica, contestualizzabile agli inizi del Terzo Millennio (2001, il G8 di Genova fu un colpo micidiale, ma anche l’impotenza collettiva di qualche anno prima di fronte alla guerra dei Balcani ha avuto il suo bel peso) e ora, purtroppo, si continua a giocare con i soliti vecchi schemi. E come succede nel calcio, dove nonsi arriva più con il fiato, si arriva con il mestiere. E l’astuzia. Così è stato purtroppo anche per l’antimafia.

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