Archivio mensile:gennaio 2014

Libri/12 Doppia ossessione a sinistra

ildesiderio

Berlinguer e Berlusconi. Le due ossessioni della Sinistra. O semplicemente a sinistra. Francesco Piccolo le racconta molto bene – pur non convidendo alcune sue considerazioni storico-sociali, ma è il suo romanzo di formazione – nel libro “Il desiderio di essere come tutti” (Einaudi editore, 272 pagine). E la divisione del libro in due macro-capitoli (io e Berlinguer, io e Berlusconi) è centrata su quello che ha vissuto – il participio passato è voluto – la Sinistra nel paese. Da una parte l’ultima icona, il leader buono e morale e  soprattutto l’incapacità di dare un seguito a quella storia (e a quel senso di appartenenza e a quella condivisione di valori)  che lo stesso Berlinguer aveva già provato a deviare, con il compromesso storico (pura strategia, allora, un modo di evitare l’isolamento per non continuare a essere etichettati come i nipotini di Stalin, in attesa di lanciare quell’eurocomunismo che non sarebbe mai arrivato). Ecco, la distanza da quel Pci, stella polare della Sinistra allora, fermatosi a quel comizio del 1984 è ormai siderale da un concetto di Sinistra che diventa difficile da spiegare ora, provando a raccogliere stracci e cocci che sono volati in trent’anni e non soltanto per la svolta della Bolognina. Piccolo non sbaglia, quando parla nel suo libro del misurare la purezza e di guardare con un sano snobismo gli altri che poi sarebbero quelli che votano Berlusconi come una sorta di forma mentis a sinistra. Ma al di là della considerazione, la Sinistra non è riuscita affatto a capire il paese reale, quello che avrebbe dovuto rappresentare, ragionando o con strumenti e arnesi ormai vecchi o pensando come fine ultimo, alla vittoria elettorale che tutto giustifica anche alleanze che assomigliano a zuppe inglesi. E qui, entra inevitabilmente la seconda ossessione: Berlusconi. Il nemico, il male assoluto, ma un modello da seguire invece per indirizzarsi su una politica che diventa solo personalizzazione, in cui bisogna scegliere il leader forte da far “scendere in campo” (e anche nel linguaggio l’egemonia culturale, si fa per dire ovviamente, di Berlusconi è evidente). Un’ossessione quella per  Berlusconi così forte tanto da decidere di giocare con l’identico mazzo di carte che ha imposto lo stesso Berlusca, senza provare a divincolarsi da una politica che non può essere solo spettacolarizzazione o leaderismo. Il libro di Piccolo, intimo nel raccontare il suo percorso che appare non così ortodosso nella Sinistra o in quella che vorrebbe essere anche senza mai prendere tessere ma partecipando a iniziative (editoriali e non) ascrivibili a quel brodo di cottura, è un utile spunto di riflessione su quello che non esiste più nella rappresentazione politica in questo paese (la sinistra appunto) e che ormai da tempo (troppo) è in cerca di autori. Quell’autore non può essere Renzi, per storia personale e per idee. Ma la prospettiva di essere arrivati al punto in cui l’elettore di sinistra non ha più la possibilità di scegliere nemmeno il meno peggio (proprio perché né il Pd e né Sel, ormai fin troppo subalterno tanto ormai quasi da non riuscire più a smarcarsi dal macropartito dell’ex sinistra, possono essere considerati tali) è addirittura inquietante.

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Libri/11 L’immortale concetto di Stato contro l’immorale concetto di Stato

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Stato contro Antistato. Il (vero) bipolarismo di cinquant’anni di storia democratica del nostro paese. Sandra Bonsanti lo racconta nel suo libro “Il gioco grande del potere” (ChiareLettere edizioni, 256 pagine). La mafia, la P2, il terrorismo, i servizi deviati: l’Antistato assume facce, idee e spesso anche armi per ribaltare una democrazia costruita con fatica attorno alla carta costituzionale. E non è conflitto d’interesse il riaffermare quella strenua e necessaria difesa della costituzione, che esce nitidamente dalle pagine della Bonsanti, e che si incrocia inevitabilmente con l’altro impegno che la giornalista e deputata (ormai in pensione) porta avanti con l’associazione “Libertà e giustizia” da anni in prima linea per la tutela della Carta stessa. E’ un libro che non aggiunge molto a chi, minuziosamente e con certosina pazienza, ha letto storie, testimonianze di un passato ingombrante per l’Italia che continua ad affiorare sempre nel presente con o senza Berlusconi. Ma è un libro scritto con passione e con una dose, legittima e giustificata, di civetteria, rivendicando il ruolo del giornalista: non perso dietro al flusso continuo di agenzie e breaking news, ma disposto a mettersi in gioco per ricostruire il sempre intricato puzzle di questo paese. E così nel libro la Bonsanti racconta i suoi faccia a faccia con Licio Gelli o Francesco Cossiga (solo per citare due esempi) e il confronto quotidiano – alla ricerca della verità – con la sterminata serie di misteri d’Italia. Ha visto da vicino il potere e l’ha anche raccontato. Una massa abnorme, ma avvolgente. Quel potere che non è monopolio dei politici, anzi è in grado di rivelare una politica eterodiretta da chi detiene realmente il potere. E poi ci sono immagini che finiscono per rimanere impresse nella mente, dopo la lettura del libro. Una su tutte: maggio 1992, Giovanni Falcone mentre  mangia un gelato durante un incontro con la Bonsanti. Poche settimane prima della strage di Capaci. Un’immagine vera, perfino dolce e inevitabilmente malinconica. Un’immagine però, di un uomo solo, isolato (la Bonsanti racconta nel libro le bordate che riceveva da tutte le parti anche dai presunti amici perché la scelta di andare a Roma, secondo i suoi avversari, era finalizzata a diventare ministro dell’Interno) che sta per andare incontro alla morte. Stato contro Antistato, il concetto morale dello Stato contro quello immorale. Un bipolarismo che non è cessato e che chiede di non abbassare alla guardia, soprattutto in un’era come questa che, non a torto, è stata definita di postdemocrazia.

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