Archivio mensile:febbraio 2014

Ci sei o Civati?

Ho investito un’ora della mia domenica per andare alla Scuderia di Bologna, dove Pippo Civati aveva convocato i suoi. Volevo capire. Civati dice cose giuste o meglio condivisibili. L’idea di ripartire da quell’idea dell’Ulivo che si era materializzata ma che non è mai stata portata a termine non è male, in un momento come questo in cui idee politiche e senso appartenenza scarseggiano in maniera così evidente. Come d’altronde, è inutile negarlo, Civati è l’unico dentro quello che una volta si poteva definire il macropartito di centrosinistra che dica cose di similsinistra. E in tempi bui come questi, ci si potrebbe – condizionale d’obbligo – anche accontentare. Ma c’è un punto che proprio non riesco a capire in questo continuo urlare “al lupo al lupo”, così simile purtroppo alla nota fiaba e con l’altrettanto ben noto epilogo: che cosa ha intenzione di fare Civati? E’ inutile continuare a dire che “le larghe intese non vanno bene”, “che Renzi non va bene”, “che si è perso ormai non solo il concetto di essere di sinistra, ma anche quello di rappresentare la sinistra” – tutte osservazioni sacrosante, premetto – e poi non fare nulla. O quasi, accontentandosi di sventolare il voto contrario in Direzione Pd, ma votando invece la fiducia. Alla fine, gli scontenti di questo Pd finiranno col non credere più nemmeno a Civati.  Cambiare le cose dal di dentro così come aspirerebbero a fare i Civatiani è l’impresa più difficile, se non impossibile che possa essere portata a termine da quella che, con un vocabolo da prima repubblica, viene definita corrente. Cambiare il Pd dal di dentro poi, rischia di diventare un vero e proprio suicidio, nonostante i propositi siano buoni e, appunto, sacrosanti. Ma davvero i Civatiani credono ancora che il Pd sia un partito di centrosinistra? Credono ancora che questo partito rappresenti una parte consistente di una popolazione che pensa con idee di sinistra e con quelle stesse idee vorrebbe che fossero risolti i problemi di questo paese? Qual è il pericolo: essere cacciati da un partito che ha smesso, per sua insindacabile scelta, di rappresentare il suo popolo? Qual è la paura: mettersi giù a costruire un centrosinistra serio che riparta, magari anche dal solco dell’Ulivo, e che guardi non più con diffidenza a tutto quello che sta accadendo in Italia e a chi, in movimento o non, non si sente più rappresentato, e sta portando avanti battaglie e temi dimenticati dalla sinistra facendo di conseguenza politica, per rischiare di finire come l’ennesimo esperimento (o cespuglio) di sinistra con una percentuale infinitesimale? E’ un rischio che bisognerebbe correre, riappropriandosi da subito di temi e di battaglie che il macropartito non rappresenta più da tempo. Va guardato bene questo paese. E va guardato anche quello che succede fuori. Pronunciare la parola sinistra non fa più paura. Perché l’equazione sinistra uguale comunista non regge più, al massimo può pronunciarla Berlusconi, ma ormai non ci crede più nemmeno lui.  E Tsipras e quello che si sta muovendo intorno a lui, lo dimostra. L’ossessione di coltivare strategie, guardando al centro, puntellando le proprie posizioni così come è successo in questi anni,  si è rivelata fallimentare. E ha partorito, pur di restare al governo, le larghe intese, la negazione di quel concetto di rappresentanza che sta alla base del nostro sempre più ansimante modello di democrazia che giorno dopo giorno viene colpito e fiaccato. C’è un tempo per la mediazione – e quel tempo è passato ormai soprattutto di fronte alla nascita di questo governo Renzi, ultima stazione di un anno davvero disastroso per il nostro Paese – e un tempo per l’azione. E questo è il momento di tracciare le linee, di marcare le differenze e di provare a costruire un progetto alternativo al macropartito Pd e rappresentativo di un popolo che non ha nessuna intenzione di uscire dall’Europa, ma che non vuole essere nemmeno ostaggio degli organismi tecno-finanziari di controllo, che chiede scelte politiche per superare la crisi e non scelte da ragionier-contabile, che pensa che sia ancora possibile rilanciare questo paese senza doversi sempre accontentare del “meno peggio” e di “scelte al ribasso”, che questo modello di democrazia per quanto sia fiaccato e ansimante, vada difeso da derive presidenzialiste, già fin troppo accentuate in questi ultimi anni. Ecco, forse più che pensare se dare o non la fiducia a Renzi – comunque un atto politico che diventerebbe anche un segnale – è ora di andare oltre Renzi e i governi di larghe intese – per rappresentare, una volta per tutte, questo paese.

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Pd, il finale di partito

Se ci fossero stati dubbi o solo residui, sono stati spazzati definitivamente dalla direzione del Pd dell’altro giorno: il macropartito, sempre meno di centrosinistra, ha certificato la sua incapacità di rappresentare il paese e di conseguenza il suo elettorato.   E l’obiezione, la solita e perfino un po’ tragicomica, “Renzi ha vinto le primarie” non regge. Se si facesse solo un discorso di numeri: Renzi non dovrebbe essere il presidente del consiglio, perché  può contare su appena tre milioni di voti, quelli delle primarie Pd. Certo, ci sarà la solita obiezione: ha la maggioranza del partito. E anche in questo caso l’obiezione non regge, perché quella maggioranza si regge su un concetto di rappresentanza che è stato inevitabilmente spazzato via non solo dagli appuntamenti elettorali, ma da una gestione del partito che ha provocato un ormai irrimediabile scollamento con quella che un tempo veniva definita la base. Senza dimenticare che l’elettore medio del Pd a febbraio 2013 andò a votare per mandare Bersani al governo e che ora si ritrova al governo l’uomo che Bersani aveva sconfitto alle primarie, passando per l’intermezzo Letta preceduto dall’ignobile figura e balletto per l’elezione del presidente della Repubblica. Quello che è successo in quei giorni, alla luce dell’ultima direzione del Pd, ha ora contorni più chiari. È bastato mandare Prodi, il fondatore del Pd, al massacro per delegittimare definitivamente il precario segretario e premier in pectore Bersani per prendersi il controllo del partito. Ma non è questo il punto, questo è solo dozzinale pragmatismo politico. Il punto è un altro e chiama in causa quel concetto di responsabilità che viene (ingiustamente) evocato solo e soltanto ogni qualvolta il Monti o il Letta di turno sale a Palazzo Chigi per legittimare politiche di austerità eterodirette e controllate dagli ormai noti organismi tecnofinanziari. La responsabilità o meglio l’irresponsabilità in questo caso,  riguarda un partito che da un anno sta facendo il suo congresso nella pubblica piazza, davanti a tutti, monopolizzando la scena politica. Non è la nuova Dc, possono stare tranquilli i puristi democratici: la Dc, per quanto detestabile potesse essere, per quanto divisa e spezzettata fosse al suo interno, era un partito. Un partito che riusciva a garantire governabilità. Parola di cui molti democrat continuano a riempirsi la bocca senza sapere cosa sia.  Il finale di partito, prendendo in prestito l’azzeccato titolo del libro di Marco Revelli, era stato scritto già un anno fa. Con l’ultima direzione e l’investitura di Renzi è stato posto solo un turbo a quel finale.  Un finale, a dir la verità, scontato per un partito che si è sempre impegnato, quando non era preso da una delle tante lotte intestine, a (in)seguire modelli fallimentari (Renzi d’altronde ne è l’emblema, vista la sua fin troppo dichiarata passione per Tony Blair) e a dimostrarsi affidabile coi poteri forti e senza mai avere progetti alternativi all’austerity, a tagli dissennati per affrontare la crisi e non farla pagare ai cittadini.

Ecco perché , alla fine dei conti, Renzi o Letta non fa molta differenza: il Pd ha smesso di essere un partito di centrosinistra dalla sua nascita. Solo che ora, dopo l’ultima direzione del Pd,  ha smesso anche di essere un partito così come il partito è stato teorizzato e sempre inteso da Weber in poi, basando tutto su quel concetto di rappresentanza che abbracciava il senso di appartenenza a valori, storia e (soprattutto) politica che ora non esiste più.
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