Archivio mensile:febbraio 2015

Libri/33 L’Eco di un fallimento

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Fregatura. Non ho provato a digitare la parola su un qualsiasi motore di ricerca associandola all’ultimo romanzo di Umberto Eco, per vedere a quanti risultati desse luogo. Più che una fregatura, la parola migliore che si addice a “Numero zero” (218 pagine, 17 euro, Bompiani editore) è forse fallimento. Non il fallimento di Umberto Eco con questo romanzo. Tutt’altro. Un fallimento che evapora dopo la lettura dell’ultima pagina del romanzo. Nessun colpo di scena. Non c’è il nome dell’assassino scritto in calce, anche se un omicidio c’è in questo libro. Si è detto, frettolosamente, che si trattava di un trattato – perdonate il gioco di parole – sul cattivo giornalismo e più in particolare, tenendo conto che si tratta del 1992, della nascente macchina del fango. Tutto giusto e tra l’altro non deve sfuggire, forse, nemmeno l’amo cui qualcuno ha abboccato di un’intera voce di wikipedia riportata papale papale su una pagina del libro. In fondo, anche in questo caso, di cattivo giornalismo si tratta. Eco si diverte, probabilmente, a prendersi gioco del lettore. Con quell’arguzia che rischia però di far rima, in certi casi, con supponenza. Talvolta, perfino, eccessiva.  Ma che cosa lascia la lettura di questo libro? Un senso di fallimento, l’Eco di un fallimento – giocando un po’ col cognome del professore – su ciò che potevamo essere e non siamo stati. Il 1992, checché se ne dica, è un anno cruciale per la storia del nostro paese. E’ il confine, il discrimine, appunto, tra quello che il Paese avrebbe potuto essere, senza (auto)condannarsi a quel futuro che è poi il presente attuale, un misto di rassegnazione e indignazione. L’inizio dell’indignazione che si poteva tradurre anche in speranza, mal posta visto poi come sono andate le cose, è proprio del 1992. L’annus horribilis dell’Italia tra le due stragi mafiose, termine ormai riduttivo per descrivere Capaci e via D’Amelio, e la disintegrazione della partitocrazia con l’inchiesta Mani Pulite (in cui, a proposito di macchina del fango con colpevole ritardo ci siamo anche accorti di quanto potesse essere addirittura mortale), è stato inteso per un periodo, forse breve ma di certo intenso, di speranze. Spesso mal riposte, tanto da pensare che bastasse l’integerrimo uomo di giustizia a ripulire questo Paese e a farlo ripartire. Tutto questo ovviamente, non c’è, almeno nella cura dei dettagli della memoria di quel famigerato 1992, nel libro di Eco. Ma è un profumo o forse un olezzo, dipende dal punto di vista dal quale si guardi a ritroso quell’epoca, appunto o indignazione che si fa speranza nel primo caso o indignazione cosmica nel secondo; che accompagna un po’ tutta la lettura del libro e anche il finale. Dove, appunto, non succede nulla. Se non una presa d’atto, mentre le teorie complottistiche – a volte perfino un po’ balzane (con un Mussolini scappato in Argentina e pronto a rientrare in scena nel 1970 – ma quanti anni avrebbe avuto poi – col Golpe Borghese abortito praticamente in partenza) – materializzavano un’altra storia d’Italia da vera e propria tela del ragno,  che suona inevitabilmente come rassegnazione. Numero zero così s’intitola il libro di Eco e di quel giornale che mai uscirà. Forse sarebbe stato meglio pensare ad anno zero, con buona pace di Rossellini e della trasmissione di Michele Santoro, un anno zero quel 1992 poteva esserlo ma non è stato così. Proprio come quel giornale che non è mai uscito.

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Libri/32 Celebrità fa rima con precarietà

La mia recensione sul libro di Federico Baccomo Duschene (Marsilio editore) uscita oggi su Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

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Nicola Presci che cosa sa fare? La celebrità. Come se questa potesse considerarsi una professione. Potere dei reality. E lui ha vinto «Il grande fratello». Ma quanto dura la celebrità? Più dei quindici minuti profetizzati da Warhol, meno di una vita intera. Perché basta un paio d’anni in cui la celebrità perde la sua aura – fagocitata dalle nuove celebrità (ri)prodotte dal medesimo reality – che bisogna cercarsi un lavoro vero. Federico Baccomo Duschene ne il suo ‘‘Peep Show’’ (Marsilio editore) ci racconta come Nicola Presci finisca a fare l’autista di limousine. È un romanzo, quindi finzione. Anche se l’aderenza alla realtà, almeno per quello che si riesce a sapere su quel mondo così patinato e ossessionato dall’apparire fino a diventare volgarità, supera l’ordinario concetto di verosimiglianza. Disperato Nicola troverà poi conforto in un’edizione speciale del reality. Ma non andrà come si sarebbe aspettato. Finirà in un gorgo giudiziario, costretto a difendersi da accuse pesanti. La nemesi anche per il Presci è in arrivo. Il libro di Baccomo, come i suoi precedenti («Studio illegale» e «La gente che sta bene»), sembra già nato per essere un film. Altro punto a favore.

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