Archivio mensile:gennaio 2015

La nemesi dalemiana di Renzi

Scacco matto. Così sembrerebbe. Al netto dei franchi tiratori (sempre che ci siano), Sergio Mattarella domani potrebbe diventare il nuovo presidente della Repubblica. Se l’operazione dovesse andare in porto, Matteo Renzi, politicamente parlando, avrebbe fatto il colpaccio. Un’operazione perfetta. Una sintesi tra passato e presente per riaffermare in fondo quello che il governo Renzi è apparso sin dall’inizio: la certificazione della fine del centrosinistra, così come era stato considerato dal 1995 in poi (e quindi dalla nascita dell’Ulivo). Sembra tutto quello che è stato appena detto una contraddizione evidente, tenendo conto di come Renzi si è presentato e soprattutto dopo aver incassato anche il sì delle ultime propaggini di sinistra in Parlamento. E invece questa riflessione ha un filo logico. Provo a dipanarlo. Renzi, sin dall’inizio, ha lanciato un messaggio di marketing politico che suonava più o meno così: “riformista ma nel segno del cattolicesimo di Giorgio La Pira”. E quindi della tradizione più alta della sinistra democristiana. Questa sì che sembra una contraddizione in termini, perché paragonare Renzi al sindaco Santo è un’operazione fuorviante. Ma l’attuale premier è riuscito a passare indenne anche alla critica storica – e non solo politica – nei confronti di questa equazione che suona sicuramente irriverente, se non offensiva, nei confronti della storia di La Pira stesso.

In questo solco della sinistra democristiana, Renzi è andato a giocarsi la partita più importante, affidandosi probabilmente all’ultima pedina di quella corrente lì che da tempo era fuori dai giochi della politica, ma che aveva comunque contribuito alla nascita del centrosinistra. Più dalemiano che prodiano Sergio Mattarella e il riferimento biografico non può sfuggire nel momento in cui Mattarella sta per salire al Colle. Mattarella fu il vice presidente del governo D’Alema (e ministro della Difesa, dicastero all’epoca sicuramente centrale, tenendo conto di quella che era la situazione internazionale). Era l’esecutivo che fece a pezzi il primo governo dell’Ulivo e nacque sull’asse Cossiga-Cossutta. Come dire uno schema che, cambiando gli interpreti ora, è più meno lo stesso di quello che permetterà a Mattarella di salire al Quirinale. Centro e sinistra in quel senso lì. Vale anche la pena ricordare quel governo perché provò, riuscendoci almeno nella scelta da che parte stare al momento di entrare o non entrare in guerra nel Kosovo (con la situazione dei Balcani ancora incandescente), a lanciare la terza via in Italia. Introducendo così nei fatti il Blairismo in Italia, nei modi d’intendere la risoluzione delle crisi internazionali ma anche nel modo di intendere il lavoro, precarizzandolo sempre di più. Anche in questo caso le analogie con quello che il governo Renzi ha fatto finora non possono non saltare agli occhi. Un’operazione perfetta per chiudere definitivamente con la storia del centrosinistra così come l’abbiamo conosciuta dal 1995 e sperato che si evolvesse, recuperando gli elementi iniziali e non perdendoli sempre di più per strada fino a non averne più. Invece a Renzi – e questo invece sembra il paradosso – riesce quello che non è riuscito a D’Alema, utilizzando le stesse armi e lo stesso approccio di quello che ha sempre considerato il suo nemico numero uno. Attuando una rottamazione definitiva che suona un po’ come beffa nei confronti dello stesso D’Alema (finito rottamato con la sua stessa strategia che, allora, rivelò di avere il fiato corto). Letteralmente una nemesi dalemiana.

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , ,

Siamo (quasi) tutti Syriza

Je suis Syriza. Forse la gauche francese – sempre che esista ancora – avrà pensato di sfruttare uno slogan che funziona sempre in questi casi, sull’onda dell’emozione e talvolta anche dell’ipocrisia. Basta guardare in Italia e anche agli italiani di Grecia, la brigata kalimera, per rendersene conto. Anche se, per onore di cronaca, bisogna dire che i ragazzi ci hanno sempre creduto nell’Alexis Tsipras. Non si può certo dimenticare lo sforzo fatto alle ultime europee, quando per provare a ricostruire una sinistra italiana si è deciso di puntare sul jolly greco. Ma Tsipras è Syriza e Syriza invece non è solo Tsipras. Alexis incarna sicuramente nella maniera migliore – si perdonerà il termine che a certe latitudini suona ancora autoritario – il ruolo di leader di una federazione (questo termine, invece, non rende molto giustizia a Syriza) della sinistra. Ma la sinistra italiana o quello che ne resta non può pensare di esportare in toto, presa (legittimamente) dall’entusiasmo, il modello di Syriza. I primi segnali in questa direzione, si sono visti all’Human Factor, voluto da Sel, che si è appena chiuso a Milano. Qui, non è questione di pensare alla forma, ma alla sostanza. E sulla sostanza, purtroppo, non ci siamo. La forma di Syriza funziona perché ha una sostanza. E quella sostanza, inevitabilmente, pur perseguendo forme diverse di concretizzazione nel farsi partito rispetto a Podemos, si può riassumere in un ascolto senza pregiudiziali e preconcetti della piazza. E ascoltare la piazza significa in Grecia, dare ascolto anche chi si trova a gestirla la piazza ed è impegnato nel conflitto sociale e che, pur non rientrando magari nella prima delle sue aspirazioni, cerca una sua rappresentanza che non ne limiti la sua partecipazione al dibattito pubblico. Tutto questo, anche durante l’esperienza italiana dell’Altra Europa per Tsipras, non c’è stato nel nostro paese. Ci si è limitati a una fusione più o meno difficile, come è stato ampiamente dimostrato da quello che è successo dopo l’esito del voto europeo, dei partitini (o cespugli) a sinistra del Pd e si è fatta una sorta di campagna acquisti di protagonisti dei movimenti. Un processo partito dall’alto ben diverso da quello che era partito in Grecia almeno tre lustri prima e che ha portato poi alla nascita di Syriza o, se vogliamo spostarci dall’altra parte del Mediterraneo, alla stessa storia (ben più recente) di Podemos. Sottovalutare questo passaggio è mettere in discussione, pur continuando a sostenere esplicitamente di ispirarvisi, l’essenza stessa di questi due partiti di sinistra che, va detto, non hanno un programma di per sé così rivoluzionario, ma che è sicuramente congeniale per mettere in discussione il modello neoliberista su cui si è incardinata l’Unione Europea che ha smarrito per strada il concetto di comunità e ha acquisito sempre di più toni e sistemi decisamente autoritari. Allora va benissimo festeggiare per la vittoria di Syriza in Grecia, non serve perdere ulteriore tempo nella miriade di dichiarazioni che provano a raccontare con perifrasi i millimetri di distanza che ci sono tra le diverse posizioni di quello che resta della Sinistra nel nostro paese ma è invece necessario ragionare su quello che continua a mancare in Italia per provare a ricostruire una sinistra credibile e rappresentativa. Non si può partire dal punto (per ora) d’arrivo di Syriza che, guarda caso, è questo successo elettorale; ma, se si decide di ispirarsi a questo modello, dall’inizio della sua storia. Con buona pace dei tweet di chi si crogiola nell’essere considerato nella Sinistra Dem o tra i dissidenti di quello che ormai non è più il macropartito di centrosinistra, ma il (macro)partito della Nazione.

Contrassegnato da tag , , , , ,

Libri/31 La Spoon River italiana: la verità è incisa sulle lapidi

L’intervista a Giacomo Di Girolamo, autore di “Dormono sulla collina” (Saggiatore edizioni, 1279 pagine, 24 euro), uscita domenica 11 gennaio sul Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

 

librodormono

 

 

digirodigiro2

 

I morti parlano. Ma non è detto che dicano la verità. Soprattutto quando devono raccontare quella collina che si chiama Italia. Giacomo Di Girolamo, 37 anni, ha scritto ‘‘Dormono sulla collina’’. Voluminoso lavoro, quasi 1.300 pagine, edito dal Saggiatore (euro 24) che si ispira inevitabilmente al classico della letteratura americana “L’antologia di Spoon River“ di Edgar Lee Masters e, ovviamente, al disco di Fabrizio De André “Non al denaro non all’amore né al cielo“. Si va dal 1969 al 2014. Si comincia, ovviamente, dalla strage di Piazza Fontana. In questo libro, infatti, parlano anche le bombe e le sorelle stragi che hanno costellato, purtroppo, la storia di questo Paese. Ma parlano anche “Canzonissima”, “Milleluci”, quando il prime time si chiamava ancora prima serata ed esisteva il varietà. E da quella collina parla anche Giuseppe Ungaretti, ma si illumina ancora d’immenso, anche se il premio Nobel non l’ha mai vinto e da lassù ha visto Montale vincerlo. Tra i tanti epitaffi nelle lapidi immaginarie di poeti, attori, calciatori e soubrette, c’è quello di Carlo Bo, 21 luglio 2001, che colpisce immediatamente. Perché chiama in causa la letteratura. «Era il luglio 1992 (subito dopo la strage di via D’Amelio, ndr). Il giornalista aveva un’aria spaesata. “Ma ha senso parlare ancora di letteratura di fronte a tutta questa violenza?”. “Certamente”, risposi. In un mondo minacciato, la letteratura dovrebbe essere una guida, non rifugio».
Questo libro è letterario, non sembra un’inchiesta, anche se prova a raccontare la storia d’Italia da tanti punti di vista, quelli dei morti, alcuni dimenticati. Com’è nato?
«È un libro su commissione. Il Saggiatore, per cui avevo scritto “Cosa grigia”, mi ha contattato, proponendomi di portare avanti questo progetto: raccontare la storia d’Italia, facendo parlare i morti. All’inizio ho pensato che fosse una cosa pazza e per questo stimolante. E ho cominciato».
Da che cosa ha iniziato?
«Dalla strage di Ustica che è il caso italiano per eccellenza. Sappiamo tutti che quell’aereo è stato abbattuto, ma non abbiamo le prove per dimostrarlo. E ho mandato il primo epitaffio. Un foglio bianco con la scritta interrotta: “gua…”. Che sono le ultime parole pronunciate dal comandante, registrate dalla scatola nera».
Ci sono diversi percorsi di lettura per questo libro, che spiega nelle ultime pagine, ma comincia dal 1969 e dalla strage di Piazza Fontana, perché?
«Perché è l’inizio di tutto. La bomba senza verità. Milano perde la sua verginità ed è anche l’inizio di un certo modo di fare giornalismo investigativo».
Se la strage di Piazza Fontana ha rappresentato la perdita d’innocenza per la generazione dei nostri padri, Capaci e via D’Amelio l’hanno rappresentata per la sua generazione?
«Senz’altro. Fino al 1992 nella mia scuola non si parlava di mafia. La coscienza di noi trentenni di adesso nasce proprio in quell’anno».
Chiudendo il capitolo mafia. Nel suo libro ci sono anche degli argomenti pop: con il commissario Cattani, il Continente scoprì che cos’era la mafia direttamente in tv.
«La Piovra è un sovvertimento del reale e della fiction. Nel libro ci sono vicini gli epitaffi di Sciascia, da sempre il mio modello e Cattani, ho scambiato volutamente le parole che i due pronunciano negli epitaffi. In quello di Sciascia c’è “sono qui’”che sono le ultime parole di Cattani nel film prima di essere ammazzato. E Cattani dice invece: “ce ne ricorderemo di questo pianeta”. Entrambi hanno contribuito a far conoscere che cos’è la mafia».
Lei sostiene che non esiste una prima o una seconda repubblica ma un prima e un dopo Giulio e infatti fa finire il suo libro, graficamente, con la morte di Andreotti, anche se poi continua con altri epitaffi.
«Volevo dare un segno e con la sua morte, checché se ne possa dire, finisce un’era».
Un tema più leggero: nell’epitaffio di Giacomo Devoto, autore del celebre vocabolario della lingua italiana, lo fa sperare che gli italiani imparino a scrivere qual è senza apostrofo.
«Abbiamo bisogno anche di questo».

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Da Pasolini alla Fallaci, così giusto per citare un tanto al chilo

C’è un gusto tipicamente italiano per la cosiddetta citazione ad minchiam, così come  il professor Franco Scoglio, declinando alla perfezione il latinismo, l’avrebbe definita. La citazione si sa, è spesso civettuola. Si cita per mostrarsi eruditi. Si cita, sempre più spesso, per dimostrare l’indimostrabile. Si cita, perlopiù, per noia. Col rischio concreto di sfinire anche i più pazienti. Tra gli autori più citati, tra l’altro, a sproposito – anche se chi lo fa, non se ne accorge – ci sono senza ombra di dubbio Pierpaolo Pasolini e Oriana Fallaci. Magari di entrambi si è letto poco o nulla. Magari non si è letto davvero nulla dei due. Ma la citazione ci scappa comunque. Un po’ per sentito dire e un po’ per quel gusto civettuolo, cui si faceva riferimento sopra. I casi – guarda caso, perdonate il gioco di parole – sono sempre gli stessi. Ciak, azione: scontri tra forze dell’ordine e manifestanti. Non c’è nemmeno il tempo di capire che cosa sia realmente successo. E la lunga lista di chi dice “aveva ragione Pasolini” si allunga col passare dei secondi. Dapprima, magari, ci si limita a dire: “aveva ragione Pasolini”. E basta. Poi si comincia con l’allungare un po’ il brodo, giusto per dare l’idea all’ascoltatore, all’interlocutore o al povero lettore, che si sa più o meno di quello che si sta parlando. E il riferimento è sempre alla poesia “Il Pci ai giovani” di Pasolini scritta dopo gli scontri di Valle Giulia, quando provocatoriamente Pasolini disse che “i poliziotti erano i figli del popolo” e che lui quel giorno parteggiava per loro. Quindi la rappresentazione degli scontri in piazza finisce quasi sempre con la citazione pasoliniana per giustificare ciò che spesso non è giustificabile di fronte, purtroppo, anche a casi recenti ed eclatanti di come l’ordine pubblico sia stato gestito male fino a provocare dei veri e propri abusi di potere che, indossando una divisa, evidentemente, non potevano di certo essere commessi dai manifestanti. Ma la citazione frammentaria di quella poesia di Pasolini, per molti (non per tutti, fortunatamente, soprattutto per quelli che non si sono fermati a quel passaggio di una poesia decisamente più lunga e circostanziata) basta e avanza.

Da Pasolini alla Fallaci. Cambia lo scenario, dall’ordine pubblico al terrorismo. Dall’11 settembre in poi, ogni qualvolta, il terrorista della porta accanto, il nemico nascosto nel pianerottolo o nella mansarda, diventa l’angelo sterminatore; subito si sbandiera la necessità di dare avvio a una “guerra santa”. Ed ecco che viene riesumato il rabbioso intervento della Fallaci dopo la strage delle Torri Gemelle. Il nemico è tra noi e dobbiamo combatterlo. E’ una guerra. E di conseguenza, proprio come si fa con la citazione di Pasolini, anche la Fallaci aveva ragione nella sua lettera. Aveva visto giusto. “Siamo in guerra e dobbiamo combattere”. Ora è chiaro che fare una riflessione col ricordo negli occhi ancora vivo delle immagini di orrore e di ferocia belluina di quello che è accaduto a Parigi, non è affatto semplice. Ma ragionare almeno su un paio di elementi per rendersi conto che la Fallaci nella sua ormai celebre lettera aveva torto, è necessario. Chiudere le frontiere in Europa non è possibile, ma non per una questione meramente architettonica (“non ci sono, andrebbero semmai ricostruite”), ma perché gli autori delle stragi di Parigi sono francesi da almeno un paio di generazioni – quindi anche il discorso di regolare i flussi migratori come si ostina ancora qualcuno a sostenere è inutile  oltre che ormai fuori dallo spazio e dal tempo – come sembra priva di senso il paventato rischio dai più di un’islamizzazione dell’Europa o della cosiddetta Eurabia da parte di chi è nato nel Vecchio Continente, è cresciuto, pur essendo musulmano, intriso della cosiddetta cultura occidentale e si è misurato sempre con quegli stessi valori. La guerra poi l’abbiamo fatta, anzi l’hanno voluta fare, almeno dal 2001 in poi in Iraq e in Afghanistan, con conseguenze, risultati e soprattutto perdite, decisamente evidenti e quindi disastrose.  Tornando al citazionismo un tanto al chilo, la considerazione finale riguarda proprio il ruolo di intellettuale nella nostra società. Figura di per sé, ormai in via d’estinzione. Ma per come l’abbiamo conosciuta, anche nei casi sopra citati di Pasolini e della Fallaci, irregolare nella sua andatura, nei suoi scritti e nei suoi discorsi. E in una vita tesa all’irregolarità – l’esatto opposto del conformismo – spesso si prendono delle cantonate o si dicono, anche, delle grandi boiate. Il peggiore servizio che si possa fare alla loro memoria è citarli in automatico. O ancora peggio in gregge. Una forma anomala, ma non per questo meno preoccupante, di conformismo di ritorno.

Contrassegnato da tag , ,

Un altro Pertini è impossibile

Servirebbe un nuovo Pertini. Al di là che alla fine di ogni anno ci catapultiamo tutti nell’esercizio – spesso sterile – dei buoni propositi, qui siamo di fronte a una boiata pazzesca che è stata detta solo per provocare l’effetto piacione. E non è nemmeno questione di reincarnazione, perché, pur ragionando per paradossi o per periodi ipotetici di infinitesimo tipo, se Pertini fosse vivo non troverebbe spazio nella politica attuale. Ma guardatevi attorno, esiste una figura mitica, un leader che profuma di pulizia quando parla (nel 1963 Montanelli scrisse così di Pertini: “ogni cosa  che fa profuma di pulizia”)? La domanda è ovviamente retorica. Qui, non è nemmeno questione di antipolitica. Perché sarebbe fin troppo facile lasciarsi andare alla qualunquistica affermazione che ben conosciamo: “il più pulito ha la rogna”. L’elezione del presidente della Repubblica è una cosa seria e l’avanspettacolo dei franchi tiratori, con il macropartito di centrosinistra in balìa di se stesso non più tardi di (quasi) due anni fa, è ancora vivo. Adesso tutti fanno gli identikit del possibile presidente della Repubblica. Ma quel totonomi non può che sembrare un inutile gioco al ribasso. Quando Pertini salì al Colle, nel 1978 subito dopo le dimissioni di Leone, era (e lo rimane ancora) un esempio mitico per gli italiani. Un uomo che aveva fatto l’Italia, una garanzia sulla Costituzione. E ora mentre la Carta viene fiaccata giorno dopo giorno dalle cosiddette riforme, mentre i diritti acquisiti vengono sempre più erosi, mentre le divisioni sociali sono sempre più evidenti e le disuguaglianze non accennano a sparire, semmai a incrementarsi, non c’è qualcuno che possa infondere un po’ d’orgoglio di sentirsi ancora italiani. In un discorso ordinario, come quello dell’altra sera, Napolitano ha fatto riferimento a quell’orgoglio, citando alcuni esempi. Ma partendo da quei nomi, tutte persone che nelle loro professioni si sono evidentemente messe in luce, non si può non arrivare alla conclusione che, attualmente, non c’è un politico che riesca a scaldare i cuori. Non ci riesce più nemmeno il presidente della Repubblica. Lo stesso Napolitano ci emoziona di più, pensando alla sua carta d’identità e agli sforzi fatti a quasi novant’anni in questo ruolo che rimane comunque delicato, che per quello che dice. Abbiamo più un atteggiamento di pietas che di partecipazione. E anche per queste ragioni il discorso dell’altra sera è sembrato così piatto. Scontato e non solo per le anticipazioni che erano arrivate. Ma c’è un punto di quel discorso che rimane la cartina tornasole per capire e constatare la decadenza della nostra politica. Napolitano ha fatto cenno – e non poteva fare altrimenti – alle ultime inchieste, soprattutto quella di Roma che smaschera i rapporti criminosi tra mondo di sotto, quello della criminalità, e mondo di sopra, quello della politica. Il tema è di per sé noto, ma è ancora più pertinente nell’imminenza dell’elezione del presidente della Repubblica. E si chiama autonomia. La politica non riesce a essere da tempo autonoma dagli altri poteri, economico, tecno-finanziario e anche criminoso (come purtroppo hanno dimostrato le inchieste cui si faceva cenno). Ma per uscire da questo pantano in cui ci siamo ficcati da ormai troppi anni, serve solo la politica. E servono le scelte politiche. Saltando dall’altra parte del Mediterraneo, non si può non ragionare più a fondo – di quello che ci regalano superficiali analisi su euro e anti-euro per giunta non corrispondenti alla realtà – su quello che sta succedendo in Grecia. Elezione presidente della Repubblica fallita e un ritorno al voto ad Atene che spaventa i mercati. Un voto dovrebbe essere sempre sinonimo di democrazia e la democrazia può spaventare i mercati, se la politica fosse realmente autonoma da quei poteri che erodono giorno dopo giorno la nostra sovranità? Anche qui, la domanda è ovviamente retorica. Perché la risposta è scontata. Non più tardi di un mese fa, sul Financial Times (fate attenzione al giornale) è apparso un articolo di Wolfgang Munchau che così scriveva (la traduzione del pezzo è stata pubblicata da Internazionale): “Facciamo l’ipotesi che siate d’accordo con la teoria più condivisa su cosa dovrebbe fare l’Eurozona in questo momento: cioè più investimenti pubblici e la ristrutturazione del debito. Ora chiedetevi: se foste cittadini di un paese dell’Eurozona quale partito votereste per realizzare questo progetto? A questo punto scoprirete di non avere scelta. In Germania l’unico partito con un programma di questo tipo è Die Linke, cioè gli ex comunisti della Ddr. In Grecia c’è Syriza e in Spagna Podemos. Anche se non vi considerate sostenitori della sinistra radicale, se vivete in Europa e sostenete politiche di questo tipo i partiti di sinistra sono la vostra unica scelta. (…) Il dramma dell’Eurozona è l’atteggiamento rassegnato con cui i partiti tradizionali di centrodestra e centrosinistra stanno permettendo all’Europa di scivolare verso l’equivalente di un inverno nucleare”. Ecco, dunque perché spaventarsi di Alexis Tsipras? E infatti la Grecia non sembra essere spaventata. Come l’Italia, tornando a Pertini e a quel tragico 1978, non si spaventò di portare un partigiano al Colle. Fu la politica a volerlo. E’ chiaro che adesso è tutto più difficile, perché un altro Pertini è impossibile. Semplicemente non esiste. Purtroppo, non ne fanno più così.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,