Archivio mensile:marzo 2015

La disperata difesa di Accorsi e di 1992

Sì, va bene lui è quello di “du gust  is negli che uan”. Fino a poco tempo fa rischiava di essere ricordato solo per essere il marito di Laetitia Casta. Eccetera, eccetera. E ancora: meglio “Gomorra” e ancora di più, se possibile, “Romanzo criminale”. Stop per ora. Perché sentire questa litania che dura ormai da un paio di giorni, ossia da quando sono andati in onda i primi due episodi della serie tv “1992”, mi spinge a fare una difesa disperata di Accorsi e della serie in sé. Con buona pace di chi non troverà di meglio che criticare. L’idea innanzitutto. E’ ottima. Il 1992 è l’anno che rappresenta la perdita d’innocenza almeno per la nostra generazione (e quindi anche per quella di Accorsi). Io ho 36 anni, tanto per capirsi. E nel 1992 facevo la seconda media. A tredici anni, quasi 14 (sono nato a gennaio), per la prima volta constatai con mano quanto fosse già pieno di metastasi il nostro paese. Che ancora, sia detto per inciso, ci portiamo dietro. Suppongo che le vicende di quegli anni abbiano segnato anche Accorsi. Suppongo. Detto questo, una serie tv su quell’anno che è l’inizio vero di una serie di fenomeni che ci portiamo dietro tuttora – dall’essenza forcaiola (ora magari sono cambiati un po’ anche gli obiettivi, non ci sono più solo i politici) al deficit di rappresentanza e quindi a quella sfiducia sempre più smisurata nei confronti della politica – era sfida ben più pericolosa delle precedenti serie italiane “Gomorra” e “Romanzo criminale”. Altro inciso, in questa serie, non esiste il fascino perverso del Male tanto da mitizzare in certi casi i protagonisti di quelle serie tv. Qui si prova a raccontare il potere. Non è, per non incorrere in malintesi, l'”House of Cards” italiana, ma è comunque un racconto sul potere. Che ha un limite per chi ragiona con i canoni delle precedenti serie tv, quello di pensare soltanto a chi l’esercita questo potere – e quindi nella fattispecie i politici dileggiati già a più riprese in quella stagione, dal Bagaglino ad Avanzi e di conseguenza con un potere di fascinazione, seppure perverso, pari praticamente allo zero – senza guardare che l’esercizio del potere almeno nel nostro paese non si è mai limitato solo ed esclusivamente agli esecutori. Agli utilizzatori finali per dirla con un termine da seconda repubblica e intriso di forti tinte giudiziarie, visto che arriva direttamente da qualche verbale. La faccenda del 1992 è molto più complessa, almeno storicamente, e non può essere ridotta a Tangentopoli. Quella è solo una parte, la punta dell’iceberg che ci ha illuso che tutto si potesse risolvere con una svolta giudiziaria. Che i nostri eroi, spesso con le toghe, sarebbero stati anche degli ottimi politici. Così non è stato. A ognuno il suo. Di mestiere. Ecco perché fare una serie su quell’anno – soprattutto con lo choc emotivo e non solo che rappresentarono le due stragi mafiose, Capaci e via D’Amelio – è una scommessa potente. Non perdente. E solo per questo dovrebbe essere un punto in più. Non in meno, per chi ha scelto di sporcarsi le mani. A iniziare da Accorsi. E poi l’altro aspetto, qualsiasi lavoro cinematografico e non, televisivo in questo caso, che va a raccontare la storia del nostro paese deve essere per forza didascalico. Secondo la vulgata generale. Nel senso che quelli che c’erano e che li hanno vissuti quegli anni, dicono più o meno sempre così: “il racconto non è aderente alla realtà”. Quelli che non c’erano si bloccano davanti ai personaggi di finzione. E si chiedono quale sia il valore aggiunto. Meglio constatare invece, che non si è di fronte a un libro di storia. E che di conseguenza non ci si possono aspettare delle risposte. La serie tv d’altronde è un genere di per sé nuovo, almeno nel nostro Paese. Sulle divergenze e soprattutto le distanze dagli Stati Uniti e dalla scuola americana (da Netflix a Hbo) nulla davvero da obiettare. Ma loro sono gli Stati Uniti e noi l’Italia. La nostra storia contemporanea rimane una risorsa, non un limite. Ma è una risorsa solo se si riesce a maneggiarla per trasformarla in qualcosa che sia diverso da un tomo di storia contemporanea, pieno di fatti, buono per prepararsi a un esame. Provocazione: qual è il miglior film sul potere e sull’abuso del potere? “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”. Petri e Volonté osarono allora, lavorando su personaggi di finzione, in un contesto storico assai difficile: la prima del film arriva a un anno esatto dalla strage di Piazza Fontana, quando la cosiddetta strategia della tensione è già molto più di una teorizzazione. Il film vince l’Oscar, nel 1971, come miglior film straniero. Ma nessuno pretende di trovarci chissà quali spiegazioni alla situazione di allora. Però si convince che è la migliore opera d’arte per raccontare il potere e gli abusi di potere. E’ proprio questo il punto: se ogni qualvolta esce un libro, un film, una serie tv su un fatto storico, si rimugina se i personaggi siano più o meno aderenti a quelli reali o quale personaggio reale si celi dietro al personaggio di finzione che tutto lascia pensare che sia ispirato a un personaggio reale, si finisce col perdere solo del tempo, rendendo sempre più sterile un dibattito sul lavoro che come si apre rischia immediatamente di chiudersi. Perché è limitato. Senza cogliere invece, l’opportunità di aggredire l’argomento storico da un altro punto di vista, che sarà sicuramente di finzione, ma che inevitabilmente invece può offrire spunti di riflessione proprio perché, pur ispirandosi, è sganciato dal dogma dell’aderenza alla realtà. Così tornando ai primi due episodi di 1992 quello che più colpisce non è quanto l’attore che interpreta Di Pietro assomigli al vero Di Pietro e quanto sia preponderante nella storia il suo ruolo rispetto ad altri; ma, a esempio, il ruolo del “perdente di turno” che trova ascolto – e forse anche un po’ di conforto – nella Lega che gli dà una possibilità. Anzi, la possibilità. Che gli è sempre stata negata in passato dagli altri. Forse, anche questo, è un modo per raccontare l’ascesa della Lega all’epoca. Ecco perché questa raffica di critiche ad Accorsi e alla serie mi sembrano non aprioristiche ma molto manierate. Di quell’anno lì, il 1992, nonostante siano trascorsi quasi cinque lustri, dobbiamo capire ancora molto. Infine, l’aspetto artistico. Che si dica che il cast non sia all’altezza, suona un po’ strano. Guardandolo e riguardandolo e pensando che lì dentro c’è gente anche come Giuseppe Cederna e  Valerio Binasco, mi sembra una considerazione un po’ riduttiva.

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Molto faccendieri e ancora di più pallonari

Il caso Parma e il personaggio Giampietro Manenti sono paradigmatici dello stato dell’arte del calcio italiano. Fino a un mese fa, pur avendo pelo sullo stomaco e non avendo orecchie e occhi foderati di chissà cosa,  non avremmo mai pensato che il “giochino” – che purtroppo è diventato un rituale nelle categorie inferiori, ma sempre professionistiche – potesse contagiare anche l’ormai vecchio salotto buono del calcio. La serie A, appunto. Il faccendiere ormai, non più solo a certe latitudini, è diventato anche nel calcio sinonimo di dirigente. E talvolta, abusando della credulità popolare, anche di salvatore. Così ora rileggendo, a freddo, quello che è successo a Parma nell’ultimo mese; le analogie con esperienze traumatiche vissute in altre piazze, anche blasonate, ma relegate nelle terze-quarte fila del pallone prof, sono assai tante. Proviamo a tracciare un profilo, un idealtipo per dirla alla Max Weber, del faccendiere. Eloquio piuttosto fluido, promesse a piè sospinto di trovare capitali, spesso dall’estero e veicolate da oscure finanziarie o ancora peggio da fondi con nomi talvolta esotici, discrete conoscenze del substrato finanziario e patrimonio personale pari allo zero o quasi. D’altronde, si diceva poco sopra, che la storia di Manenti in questo senso è paradigmatica. Il presunto imprenditore – ha un’attività registrata in Slovenia con un capitale sociale con cui difficilmente si potrebbero pagare metà delle rate per l’acquisto di un’utilitaria – ci aveva già provato (andandogli male, per le fortune delle società su cui aveva o gli avevano fatto puntare gli occhi) con Brescia e anche con la Pro Vercelli. Club, appunto, con una storia alle spalle. Ma con un presente tutto da decifrare e con conti da sistemare. Peccato che la strategia del faccendiere, Manenti o chi per lui (e non vuole essere una generalizzazione), sia più o meno sempre la stessa. Presentarsi alla piazza come ultima spiaggia per evitare che i libri contabili finiscano in tribunale (ma tanto prima o poi ci finiranno comunque), un piano aziendale costruito con la stessa perizia con cui si costruiscono i castelli di sabbia e un richiamo agli imprenditori della città che non si impegnano a dovere e al sindaco che vuole addirittura che la società paghi l’utilizzo dello stadio; così è lo straniero, meglio il forestiero, che deve accollarsi tutto il sacrificio per portare in salvo la società. Quale sia questo sacrificio è tutto da chiarire. Perché spesso l’esborso per prendersi società cariche di debiti è minimo: mille euro o, talvolta, anche un euro come nel caso del Parma. E lì dovrebbero sorgere i primi dubbi. Possibile che un imprenditore – di prima o di terza tacca – si accolli un impegno del genere senza fare quello che dovrebbe essere un obbligo per evitare di trovare brutte sorprese e che si chiama “due diligence”? Possibile. Probabile, anzi quasi certo. Ma chi si accolla un impegno di questo genere, sa benissimo che cosa trova dentro a quella società. Spesso è stato chiamato, proprio perché non ha nulla da perdere, proprio per fare il Caronte, completando l’opera che porti a quella che può definirsi una morte, tutt’altro che dolce. Non l’eutanasia quindi. Sempre che non arrivino prima le procure e la Guardia di Finanza. Perché poi il destino – non è questione di essere cinici – è sempre lo stesso e si chiama fallimento. A cui spesso si aggiunge l’aggravante della bancarotta. Da almeno dieci anni il calcio italiano funziona così. I faccendieri ormai – li riconosci spesso dal look e su questo Oscar Wilde aveva ragione: un uomo si vede dalle scarpe che indossa (ne abbiamo visti arrivare in piazze importanti, con polo sdrucite o rovinate dai troppi lavaggi con la candeggina o ancora con i buchi sui plantari delle calzature) – proliferano.  Gli aumenti di capitale fasulli o ancora spesso fatti con la carta, intesa non come denaro, ma per esempio come crediti d’iva (esigibili chissà quando e chissà dove), sono diventati una costante. E tutto questo con i vertici del pallone che stavano a guardare. Compiacenti o non, non è dato a sapersi. Ma basterebbe stilare, sarebbe interessante, quante società e quante volte (in alcuni casi) siano fallite e siano risorte come un’araba fenice, per rendersi conto che c’è sicuramente qualcosa che non va. Ma che nemmeno si può dar più credito all’uomo venuto dal nulla con un patrimonio personale misterioso o pari, con tutto il rispetto dovuto, a un impiegato e con un dedalo di società, ancora più spesso create ad hoc con capitali sociali che spesso sfiorano il ridicolo. Dov’è l’affare allora? Su questo oltre alle Leghe, dovrebbero interrogarsi anche altri. Se c’è un affare nel prendere una società con i conti in rosso e condannata alla malora, deve essere qualcosa di poco lecito. Che si chiami riciclaggio o in altra maniera, non sta a noi osservatori di questo pallone che si sgonfia sempre di più giorno dopo giorno,  dirlo. Certo è che il caso Parma oltre a essere emblematico e paradigmatico di un modus operandi sempre più pericoloso, dovrebbe invitare a una riflessione più profonda. Che, con tutto il rispetto, pur sperandolo, rischia di non essere colta dai vertici del pallone.

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Libri/35 Inseguendo Bon Iver

 

 

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Settembre 2008. L’estate ormai volge verso l’autunno. Ma c’è la possibilità ancora di fare qualche bagno al mare. Gli ultimi di una stagione che vorresti non finisse mai. Perché il mare pacifica. E poi c’è questo Justin Vernon che si fa chiamare Bon Iver. Buon inverno, ma le temperature rigide sono ancora lontane dall’arrivare, anche se una coperta per dormire e sentirsi meno soli in queste notte fresche e di pensieri pungenti è l’ideale per non trovarsi al mattino raffreddati. La coperta avvolge. Mai quanto il debutto discografico di Bon Iver. Che sia leggenda o meno, poco importa, è tutto drammaticamente bello. Barba lunga, camicia da boscaiolo, il Wisconsin come rifugio per curare le ferite d’amore e le ferite si curano meglio, come nel caso di Justin, se riesci a tirar fuori tutto quello che hai dentro. Coraggio, in fondo siamo solo carne, sangue, ossa, liquidi. E’ questo intreccio o impasto fantastico che ci permette di essere vivi. Bon Iver regala “Forever Emma ago” che è un disco che ti provoca quella pelle d’oca, reazione cutanea che uno vede approssimarsi su di sé, solo quando sta per commuoversi. E poi c’è quella voce, con la chitarra strimpellata, che scava a fondo su storie d’amore fallite. E’ quell’empatia che non crederesti di trovare in un songwriter a migliaia e migliaia di chilometri di distanza. E’ anche l’amore per la sua terra che te lo fa sentire vicino. Perché dalla provincia si scappa, ma poi ci si torna. Perché è solo lì che riesci a fare bene i conti con te stesso. A trovare una tua identità se non l’hai trovata prima. Ecco, tutto questo per dire che quando lo scorso autunno, più o meno a sei anni di distanza dall’ascolto matto e disperatissimo di “Forever Emma ago”, è uscito anche in Italia il libro di Nickolas Butler “Shotgun lovesongs”, la curiosità ha vinto su tutte le altre possibili reazioni di fronte a un libro, edito da Marsilio, che si presentava come ispirato alla storia di Bon Iver. Non è uno specchietto per le allodole, sia detto e ribadito e non solo per inciso. Quella curiosità che ti spinge a leggere qualcosa per provare di nuovo le stesse emozioni provate ascoltando quel disco che poi il Butler nel suo romanzo narrativo intitola appunto “Shotgun lovesongs”. Beh, il Lee del libro è assai assomigliante a Bon Iver. Ma c’è qualcosa di più in questo libro che permette che tutto ciò si incastoni alla perfezione, come quando si posa l’ultimo tassello del puzzle. E’ proprio la veracità dei personaggi, le loro debolezze e soprattutto un rapporto di amicizia straordinario contestualizzato in questa Little Wing, cittadina del Wisconsin. E’ lì che avviene la resa dei conti. E’ lì che torna Lee dopo che il successo l’aveva portato a sposarsi (ma solo per pochi mesi) con una starlette. E’ lì che si mette, ancora una volta a nudo, proprio come aveva fatto anni prima quando aveva scritto “Shotgun lovesongs”. E’ un mondo che sicuramente viaggia a un’altra velocità e forse abbiamo bisogno anche di questo. L’alter ego di Lee, in tutto (anche nella vita, forse, che avrebbe desiderato), è Henry, l’agricoltore con la testa sulle spalle che non si è mai mosso da Little Wing. Che vive di certezze e quando una di queste certezze (l’amore di sua moglie) viene messa in discussione proprio dall’amico Lee, il finale di questa storia sembra prendere davvero una brutta piega. Un’amicizia che rischia di rovinarsi per sempre. Ma, da lettore-feticista, ci sono alcuni aspetti che danno sicurezza e conforto anche nella provincia: il tavolo dove a ripetizione si passa lo straccio per non lasciare gli aloni e dove quando si batte il bicchiere di birra sul legno, il suono che produce è distensivo. Non è rumore. Un’altra birra è già pronta per essere servita. E’ in quel locale, alla fine, dove Henry e Lee regolano i conti. Little Wing, la provincia, è lì a proteggerli (lo farà, nel pieno di una bufera di neve, anche con l’altro amico Ronny sbronzo, alla vigilia del suo matrimonio). Perché quel posto fa parte di loro. Anche se buona parte dei cittadini/conoscenti tiene le serrande abbassate, la sera evita accuratamente di uscire. Ecco, nel finale di questo libro scorre anche del sangue. Sangue vero, ma nessun crimine (tranquilli) e nessun omicidio. Carne, nervi, sangue, liquidi. C’è tutto questo. In un impasto anche narrativo, con i punti di vista dei quattro amici (cinque, compresa la moglie di Henry), magnifico. Sì, un libro che come Bon Iver fece con il suo disco di debutto, mette a nudo i personaggi e le relazioni talvolta complicate e tortuose, anche quando si è amici da una vita.

 

Nickolas Butler

“Shotgun lovesongs”

Marsilio editore (320 pagine, 18 euro)

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Libri/34 Il cuore batte nella Val di Chienti

La mia recensione sul libro di Loredana Lipperini “Questo trenino a molla che si chiama il cuore” (Laterza editore) uscita domenica 8 marzo 2015 su Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

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Il titolo, che è poi una citazione di Fernando Pessoa, “Questo trenino a molla che si chiama il cuore” (Laterza), è un modo per entrare con entrambi i piedi in questo libro e rimanerci piacevolmente intrappolato. Ma non è l’unico. L’errore sarebbe, pensando ai precedenti lavori di Loredana Lipperini, infilarsi nel tunnel della catalogazione di un genere, provando a catalogare ciò che in questo caso non è catalogabile. Questo libro è un memoir ma anche un forte e diretto atto d’accusa, un reportage, sulla valle dell’anima (la Val di Chienti, nelle Marche) che rischia di perdere la sua fisionomia perché una grande opera (la Quadrilatero) inevitabilmente andrà a incidere sui connotati di quel paesaggio così come la Lipperini bambina l’aveva conosciuto e poi apprezzato da adulta fino a scegliere di trascorrere lì i suoi momenti liberi. Ma è anche l’occasione per fare i conti con se stessa, con l’eteronimo Lara Manni e con le perdite dei cari: il papà e l’amica-scrittrice Chiara Palazzolo. Una delle parti più belle è proprio il reportage, perché si regge in maniera affascinante e risolutiva sul fatto che si trova la propria identità nei luoghi del passato, proprio quando quei luoghi rischiano per sempre di perdere la propria identità. E per questo se ne apprezza di più la bellezza e si cerca di salvaguardarli.

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