Archivio mensile:agosto 2014

Libri/23 La libertà è (anche) un colpo di tacco

socrates

 

Non avevo l’età, all’epoca, per vederlo in tv. Troppo piccolo. Era l’estate del 1982 e avevo appena tre anni. L’Italia da lì a poco  avrebbe vinto il terzo mondiale, trovando forza ed energie, proprio da quel successo sul Brasile: 3-2. Tripletta di Paolo Rossi che fino ad allora non aveva mai segnato. Rossi era riuscito a far piangere il più bel Brasile di sempre che andava contro tutte le leggi di gravità, con Telè Santana in panchina, con tutta gente a centrocampo, votata al palleggio. Cerezo-Falcao-Socrates avrebbero dovuto coprire le spalle a Zico che guardava la sua maglietta allungarsi fino quasi a strapparsi ogni volta che il suo controllore (Gentile) non sapeva più come fermarlo. Ma è di Socrates il gol più bello di quel mundial lì. Verticalizza il vero hombre vertical, riceve di nuovo il pallone e con un passo felpato arriva davanti a Zoff e con un tocco di esterno fa gol. Socrates è il capitano di quel Brasile che piangerà lacrime amarissime al fischio finale dell’arbitro. Ma lui, appena la festa diventata in fretta dramma è finita, fa una promessa: vincerò il campionato con il Corinthians, la sua squadra. E l’8 dicembre del 1982, sei mesi dopo, manterrà la promessa. Ma più che la prestazione sportiva in sé nell’ingresso in campo per la partita che regalerà il Paulistao al Corinthians c’è l’orgoglio dei calciatori per una storia che sta per essere scritta. E non è una storia meramente calcistica. Lorenzo Iervolino, 34 anni, racconta questo e molto altro in “Un giorno triste così felice” (66thand2nd edizioni, 343 pagine, 16 euro). Non è una biografia su Socrates. E’ un vero e proprio reportage. Va sul campo Iervolino. E ricostruisce la storia di un campione diventato mito. Perché i suoi colpi di tacco erano la strada più veloce per raggiungere la democrazia. Parola che suonava ormai straniera, agli inizi degli anni ottanta, dopo un ventennio di dittatura, in Brasile. Ecco Socrates è riuscito a cambiare le coscienze di un paese. Ed ecco perché più che un campione è un mito. E come tutti i miti sopravvive alla morte arrivata nel 2011 dopo un’esistenza fiaccata non dagli eccessi alcolici, ma dal gusto di bere fino all’ultima goccia di una vita che poi spesso si materializzava in una birra ghiacciata e in una sigaretta da assaporare, facendo viaggiare il cervello verso luoghi fino ad allora sconosciuti per i brasiliani.  Il libro di Iervolino affascina sin dalle prime pagine perché risponde precisamente a quella che in qualsiasi altro contesto storico-sociale non avrebbe mai potuto essere una domanda retorica almeno per come abbiamo sempre conosciuto il calcio patinato: può essere un calciatore un esempio per il popolo? La risposta, scorrendo la vita di Socrates, è affermativa. Si narra che anche Maradona, prima di scendere in campo contro l’Inghilterra ai mondiali messicani del 1986, toccò l’orgoglio patriottico dei compagni, arringando i compagni sui connazionali che avevano combattuto per le Malvinas. Ma quella è un’altra storia. Socrates è riuscito a costruire un senso per la democrazia – partecipativa tra l’altro – che prima in Brasile non c’era. La democracia corinthiana nel suo essere logo e quindi anche oggetto di marketing è riuscita davvero a smuovere le coscienze di un paese portando un popolo a chiedere ciò che gli spettava: la democrazia, appunto. La libertà può essere (anche) un colpo di tacco. Un modo per vedere da un altro punto di vista  la realtà. “Colpivo la palla di tacco per farvi innamorare, mai un colpo inutile perché la bellezza è un bene necessario”.  Disse così il doctour

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Libri/22 La linea d’ombra dei vent’anni

Ecco la mia recensione, pubblicata domenica 24 agosto su Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno), sul libro di Giuliana Altamura “Corpi di Gloria” (Marsilio editore)

corpidigloria

 

altamura1

 

 

Non succede niente. O quasi. Perché poi a riva compare un cadavere. Uno della compagnia, il leader di quei ventenni che trascorrono le giornate così uguali e così rituali a Riva Marina, località balneare della Puglia. In mezzo a tutto questo c’è Gloria, la protagonista di ‘‘Corpi di Gloria’’, il romanzo d’esordio di Giuliana Altamura. Quasi ventenne alle prese con una battaglia personale col cibo, con un sentimento morboso — ma non meglio identificato — nei confronti del fratello Andrea tornato dagli States. Non è un giallo, perché il punto non è svelare com’è morto il leader del gruppo. È un romanzo che fotografa nella sua vertiginosa (im)mobilità la vita di questi ventenni avvezzi a rituali di sesso promiscuo, droghe e invasioni notturne nelle ville dei vicini come se fosse un normale scandire i tempi della giornata. Colpisce il linguaggio secco: periodi brevi, ma senza orpelli metalinguistici mutuati dall’ormai sempre più invadente linguaggio da chat (niente smile per intendersi). La morte di uno del gruppo è l’occasione per capire che forse la linea d’ombra è stata oltrepassata. Ed è ora di diventare grandi.

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Libri/21 Perché Berlusconi ha vinto

vent'anni dopo

 

 

Finito di leggere questo saggio di Piero Ignazi (“Vent’anni dopo. La parabola del Berlusconismo”, 144 pagine, 13 euro, il Mulino editore) in un’associazione d’idee – che ora non mi sembra poi così audace – mi sono venuti in mente gli Ustmamò e Nanni Moretti. La band emiliana del giro di Giovanni Ferretti e soci, perché in “Filikudi” cantava “Ah cos’è l’eternità se gli anni ottanta erano tanto tempo fa”. Si provava a rimuovere quello che comunque non era già più rimovibile. Gli anni ottanta non hanno fatto altro che accelerare il crollo verticale della fiducia nei partiti in Italia (l’antipolitica parte da lì e Berlusconi inizialmente ne attinge a piene mani) e hanno in qualche maniera inaugurato in maniera talvolta rozza l’estetica del corpo in politica. Che fosse la Milano da bere, i nani e le ballerine poco importa per le sensazioni provate leggendo questo saggio. Tra l’altro basterebbe pensare a ciò che in quegli anni succedeva negli Stati Uniti con l’avvento al potere di Ronald Reagan, ex attore prestato alla politica per i repubblicani. Ed è da lì, facendo un discorso squisitamente politico, che prende forma e consistenza quel neoliberismo che verrà poi geneticamente modificato all’inizio del Terzo Millennio, provocando danni ben peggiori di quelli che aveva già provocato negli anni ottanta. Insomma il primo successo elettorale di Berlusconi nel 1994 parte da molto lontano. E non necessariamente da un link – come ci si ostina talvolta pervicacemente a credere – con Bettino Craxi. Craxi era molto più politico di Berlusconi e non è riuscito a fare quello che riuscirà al suo successore. Per ora fermiamoci qui, con gli Ustmamò, e con il loro tentativo in canzone di rimuovere ciò che non è più rimovibile, perché comunque lo spirito degli anni ottanta era già così abbondantemente entrato in circolo da non uscirne più.

E veniamo a Nanni Moretti. C’è una scena de “Il Caimano”, non quella che gli antiberlusconiani esaltano sempre, ossia il finale fuori dall’aula giudiziaria che, salvo per le molotov, nei toni e nelle parole non si è rivelato molto dissimile da quella che poi sarebbe stata la realtà. La scena che mi è venuta in mente, leggendo il libro di Ignazi e prima ancora l’altrettanto significativo saggio di Massimiliano Panarari “Egemonia sottoculturale” (mai titolo fu più azzeccato per descrivere cosa è successo in questo ventennio berlusconiano e vedremo poi perché), è interamente girata in macchina, quando Jasmine Trinca, la giovane regista, Silvio Orlando, il produttore spiantato, tentano di proporre a Nanni Moretti, l’attore, la parte di Berlusconi in un film su Berlusconi. La risposta che Moretti dà, quando la giovane regista prova a far leva sull’impegno civile e sociale prospettando il rischio che Berlusconi vinca di nuovo, è disarmante e quanto mai azzeccata: “Berlusconi ha già vinto”. E la vittoria di Berlusconi è una vittoria epocale. Purtroppo anche nel modo di fare politica che ha inevitabilmente contagiato chi – e la dimostrazione di cosa sia diventato il Pd di Renzi, un altro partito del capo, è sotto gli occhi di tutti – l’ha affrontato in questi anni come avversario politico. C’è un paradosso però, che Ignazi spiega molto bene nel libro e che la Sinistra o quello che ne resta in questo paese, non è mai riuscita a mettere in evidenza: Berlusconi ha vinto, perdendo almeno tre sfide da quando si è dato alla politica. Tre fallimenti. Il primo: la costruzione di un grande partito liberal-conservatore come annunciò nel 1994 salvo poi cambiare rotta, evocando prima la Dc, subito dopo la sconfitta elettorale del 1996, e rifacendosi alla storica data del 18 aprile, poi dando sfogo a una deriva populista-nazionalista, andando più a destra anche degli eredi delll’Msi e trasformando di fatto il partito “in una formazione populista-patrimonialista con tratti carismatici”. Il secondo fallimento è quello della “modernizzazione del paese” che annunciò sin dall’inizio ma che non è stato capace di fare. Il terzo è quella rivoluzione liberale, un altro dei tanti proclami, fallita “per l’adagiarsi su interessi settoriali, corporativi e perfino personali visto il benefit politico di 2,1 miliardi di euro alle sue televisioni per tutti gli anni in cui è stato il governo”.  Gli errori del centrosinistra vanno ricercati allora nell’incapacità assoluta di fare battaglie sui fallimenti politici (e sono stati tanti ed evidenti) di Berlusconi e nell’adeguarsi invece a un dibattito politico sterile incentrato su una personalizzazione della politica sempre più sfrenata, adeguando toni e (purtroppo) anche lessico. Ecco il concetto di egemonia sottoculturale. Da frasi, definiamole pure idiomatiche, come “scendere in campo” o “mettere le mani nelle tasche degli italiani” che sono entrate di forza nel lessico comune del confronto politico. E che non ne sono ancora uscite. Ecco perché se il ciclo di Berlusconi al potere è finito, non si può dire altrettanto (purtroppo) del berlusconismo. Ignazi porta nel suo libro un esempio che dovrebbe fare riflettere soprattutto il Pd perché dimostra come la storia di questo partito sia nata male e sta continuando sempre peggio. Febbraio 2008, la caduta del secondo governo Prodi che il Pd fa poco o nulla per evitare e non sfrutta nemmeno quelli che sono i risultati evidenti derivati dal governo che ha sostenuto e che invece vengono offuscati da una campagna elettorale di Berlusconi feroce contro il governo accusato di ogni nefandezza e di aver messo le mani nelle tasche degli italiani (eccola qua la frase che va sempre dritta alla pancia dell’elettore) e di aver impoverito il Paese. Peccato che, come rileva Ignazi nel suo libro, prima delle elezioni del 2008, tutti i dati economici erano positivi: Pil in crescita, tasso di disoccupazione più basso dagli anni Novanta, il deficit passato dal 3,4 al 1,9% con una spesa pubblica ridotta e grazie a maggiori entrate. Eppure le elezioni le vince Berlusconi. E poi si sa com’è andata a finire.

 

 

 

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