Archivio mensile:dicembre 2013

Libri/10 Ricordati della Prima Repubblica

 

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Prendere in mano un libro (“Ricordati di vivere”, edizione Bompiani, 608 pagine, 19,50 euro)   in cui si racconta la storia del Psi, soprattutto craxiano, senza essere mai stato socialista. Prendere in mano un libro scritto da Claudio Martelli, il delfino di Craxi, un “dinosauro” della tanto vituperata prima repubblica. Prendere in mano quel libro vent’anni dopo che è tutto finito e che in Italia non esiste più un partito socialista. Che senso ha? Un senso ce l’ha. E quel libro – un libro di memorie, va detto, parecchio assolutorio e molto egocentrico proprio come lo è un’autobiografia – ha anche un potere di fascinazione che supera il revival di una stagione che non è stata ancora spiegata fino in fondo e che non può essere nemmeno archiviata con la solita frasetta: “si stava meglio quando si stava peggio”. Non è dietrologia d’accatto dire che quella politica che Martelli racconta nel suo libro era la politica non una materia senza forma e senza ideologia come quella che ci viene somministrata, facendola passare per politica appunto, da vent’anni a questa parte. Si può o non si può condividere le idee di quel socialismo ultrariformista che tendeva molto più “a destra” che a  sinistra varato da Craxi e avvallato da  Martelli (e io non le condivido), ma non si può non riconoscere come allora si ragionava su come risolvere i problemi, avendo un’idea più o meno precisa di come cambiare o conservare il mondo. C’era l’idea e anche l’ideologia, una parola scomoda che sembra essere sparita dal dizionario della cosiddetta politica, salvo accorgersi che il senso di appartenenza – un legame indissolubile con l’ideologia – è a i minimi termini da parte degli elettori nei confronti dei cosiddetti partiti. Il libro di Martelli non rivela chissà quali sensazionali segreti, ma aiuta a ricostruire una storia politica di cui non si può non tenere conto, anche se non appartiene al nostro sentire. E soprattutto l’interesse basilare, anzi basico, che ha mosso la mia curiosità verso questo libro, parte irrimediabilmente dal passato. Allora era un adolescente e in una serie d’istantanee che rimangono nella memoria e che ritornano come lampi di un flashback non posso dimenticare che Martelli, da ministro della Giustizia, è l’uomo che ha portato Giovanni Falcone a Roma, difendendolo dagli attacchi incrociati e mettendolo in quell’avamposto per la Superprocura antimafia che era più di un’idea. E l’interesse basico che mi ha mosso alla lettura del libro è proprio questo: come si concilia il Martelli difensore di Falcone e suo strenuo sostenitore contro tutto e tutti, con un impegno pubblico ed evidente contro la mafia contro l’uomo e il politico travolto dalla dissoluzione del partito socialista e dalla fine dell’egemonia craxiana? Nel libro Martelli si divincola bene nel raccontare la necessaria battaglia di legalità contro la mafia e quella questione morale che inchioda Craxi e il partito Socialista alle proprie responsabilità politiche e giudiziali. Come non si sottrae al travaglio politico-personale da delfino ad alter-ego di un partito Socialista diventato un antesignano partito del capo Bettino, riuscendo pubblicamente a smarcarsi solo in parte da Craxi e rovinando privatamente il rapporto d’amicizia (non di stima) con lo stesso segretario ormai in caduta libera. Sì, abbiamo creduto che qualcosa potesse cambiare con Tangentopoli, ci abbiamo anche riso sopra con una satira efficace ma mai troppo sguaiata, ma poi ci siamo ritrovati in un inferno peggiore di quello che avevamo lasciato.

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Mandela, l’icona pop dei diritti

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Il mio commento uscito sulle pagine di Qn (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) domenica 8 dicembre.

TRE ANNI per non dimenticarne ventisette. Chi era un bambino negli anni Ottanta aveva solo sentito distrattamente ripetere «Free Mandela». Poi capita che ci si imbatte in un disco in levare degli Specials, inglesi devoti alla musica ska. È il 1984, e si sente uscire dagli altoparlanti dello stereo qualcosa come «Free, Nelson Mandela». Ma chi è Mandela? Alle elementari, negli anni ottanta, non lo spiegano ancora. E se il tuo eroe calcistico dell’epoca, Ruud Gullit, prima di indossare la maglia del Milan (1987), sfodera una t-shirt con la scritta «Stop apartheid», c’è anche da chiedersi che cosa sia l’apartheid. E ritorna Mandela, perché Gullit—siamo già alla fine del 1987—dedica la vittoria del Pallone d’oro proprio a quel Mandela lì che—hai scoperto nel frattempo—trascorre da 24 anni le sue giornate in carcere. La storia di Mandela, inseguendo t-shirt con la sua faccia e con i suoi slogan, canzoni, libri, film e anche qualche «illuminato» calciatore (ne esistono) nelle sue dichiarazioni, è come un romanzo di formazione per chi ora ha superato abbondantemente la trentina.

L’IMMAGINE di Mandela e la foto della storica stretta di mano con De Klerk, sono qualcosa che rimangono impresse nella mente, non solo perché passano e ripassano in tv, ma perché rappresentano quella linea d’ombra che conduce al passaggio successivo delle età: l’adolescenza. Nel frattempo hai imparato che quell’uomo lì, che sta sulle t-shirt e nelle copertine dei giornali e dei libri e che viene citato sempre più spesso, è quello che ha reso possibile ciò che, fino a qualche anno prima, sembrava impossibile: che i neri abbiano gli stessi diritti dei bianchi e che, se eletti, abbiano anche il diritto e il dovere di governare un paese. Un’icona sì, ma in carne e ossa. Un’icona popolare, ma per una volta l’aggettivo non è usato al ribasso: si porta con sé invece, un concetto di condivisione globale.

Ecco, sapere che lui c’era e che non viveva solo nelle magliette e in citazioni da infilare in discorsi o scrivere sui diari o su qualche muro, era un sollievo perché riusciva a racchiudere una visione del mondo che non è solo speranza di cambiamento. Ma è il cambiamento stesso.

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Il gattopardo Pd

Ok, ha vinto Matteo Renzi, ma adesso che cosa cambia nel Pd? Praticamente niente. Ha vinto l’uomo che l’apparato – nonostante qualche inutile endorsement al ‘povero’ Cuperlo messo lì per essere bruciato – ha sempre sognato di avere al comando. Dai tempi di Walter Veltroni, quindi dall’inizio. E le affinità con quello che accadde al Lingotto sono molto di più delle divergenze. Renzi è un Veltroni 2.0, bravo comunicatore – forse anche meglio del suo predecessore –  sa utilizzare i social network (allora non c’erano), che crede che questo Pd debba essere ulteriormente smacchiato e che si tiene sotto il cuscino, per darsi un tono da riformista, l’immagine votiva di Tony Blair. Abbiamo già detto tutto. Perché quello che è accaduto con le ultime primarie è forse l’ultimo stadio di un partito che non è mai riuscito a rappresentare fino in fondo il suo (potenziale) elettorato e la sua (altrettanto potenziale) base. Inutile – dicono – ma mica tanto tornare indietro a quel 2008. Ancora c’è chi si chiede – con la più classica delle domande retoriche – perché il leader di quel partito ancora in embrione (Veltroni, appunto) non abbia fatto nulla o quasi per difendere un governo di centrosinistra (il Prodi II). Perché, appunto? Il Pd non solo non è stato capace di rappresentare la cosiddetta sinistra ma nemmeno quel cattolicesimo audace (il termine è quello giusto) nell’analizzare la società e l’economia e nel capire che quel modello politico-economico, teorizzato e sostenuto da Blair (eccolo che ritorna immediatamente), abbia provocato solo sconquassi e forbici di diseguaglianza sempre più ampie. D’altronde non è solo una battuta quella che in Inghilterra ripetevano: “Blair ci ha fatto riampiangere la Thatcher”. E anche qui è tutto dire.

Con Renzi si arriva al capitolo finale di un partito che è stato il più clamoroso esperimento di fallimento politico. Ma che lascia anche per chi non l’ha mai votato – ma si sente di sinistra o più genericamente progressista (per quanto possa essere il termine generico e allo stesso tempo inclusivo) – una lunga sequenza di rammarichi su quello che poteva essere e non è stato. Il senso di appartenenza, gira e rigira, il discorso ruota tutto attorno a questo concetto. Avete sentito, in questa permanente campagna elettorale, un discorso politico? E soprattutto l’avete sentito da Renzi? Quale sarebbe la sua linea politica a parte cospargere i suoi discorsi di riferimenti che vanno da Steve Jobs a Jovanotti? E il programma? Ok, Renzi parla bene, sa tenere il palco, soprattutto quello televisivo, potrà anche vincere le elezioni (d’altronde il Pd l’ha scelto per quello, mica per altro), e poi? Berlusconi è stato, nostro malgrado, il più grande rivoluzionario di questi vent’anni. Ha vinto lui, perché ha imposto un modo di fare politica, di personalizzare lo scontro, di teorizzare che debba esistere sempre una sola persona al comando. Il suo è sempre stato il partito del capo: decide lui e gli altri si adeguano. Il leader maximo di un centrodestra privo di idee, se non quelle della conservazione del potere del capo. E dall’altra parte, a proposito di bipolarismo, il centrosinistra si è adeguato, prima facendosi travolgere da un inutile antiberlusconismo (il problema dell’Italia non è Berlusconi, è anche Berlusconi, ma è soprattutto l’Italia) e poi copiando le stesse strategie dell’avversario. Ok, nel centrosinistra non c’è un partito del capo: ma dal 2007 in poi non si è fatto altro che ricercare un leader forte che con la sua faccia, più che con le sue idee, con il suo eloquio più che con le sue convinzioni, potesse far vincere al centrosinistra le elezioni. Veltroni perso tra le madeleine di coccoina e figurine di Pizzaballa non c’è riuscito, ha soltanto impostato un discorso – perché ai tempi faceva chic (ma tutt’altro che radical) – di internazionalizzazione della socialdemocrazia, trovando tra l’altro anche l’inattesa sponda dell’avversario-amico D’Alema, e approdando alla figura di Blair. Ora, sentire che Renzi in quelle poche cose che dice – che non siano “rottamare”, “cambiare tutto” e “la rivoluzione dei quarantenni” musica leggera per le orecchie degli elettori stanchi di una politica vecchia, maneggiona e lontana dalla gente – si rifà al modello Blairiano non solo nell’ispirazione, ma anche nella prassi (basterebbe guardare come sta amministrando Firenze) è il giusto epilogo del Pd. Forse non sarà da domani (o addirittura da oggi) un nuovo partito del Capo, di certo non sarà un partito che profumerà né di sinistra né di quell’audace cattolicesimo (di cui si parlava sopra): in teoria quelle che dovevano essere le radici di un partito progressista. Il gattopardo Pd insomma: cambia tutto per non cambiare niente. Con un ulteriore interrogativo: che succederà al governo delle larghe intese che sta mettendo a dura prova il concetto di sovranità popolare? Renzi ha detto, utilizzando un termine dalemiano (a volte ritornano): “Basta inciuci”. Ma l’etica della responsabilità teorizzata e praticata, sotto gli occhi degli organismi tecno-finanziari europei, sarà dura da abbandonare per un partito come il Pd che ha scelto sin dall’inizio della sua storia di mostrarsi affidabile agli occhi dei poteri forti.  Proprio come i labour del vecchio Tony Blair.

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