Archivio mensile:gennaio 2017

Libri/72 Un Paese al crepuscolo

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Questa è la recensione sul libro di Nicola Barilli “Italia in autunno” uscita sabato 14 gennaio sul settimanale di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno), “Il Piacere della lettura”

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Non sembra esserci consolazione in Italia in autunno, il primo romanzo del bolognese Nicola Barilli (Pendragon editore, 219 pagine, 15 euro). E di per sé non è che sia un male che tutto ciò accada in un’opera letteraria, soprattutto quando questa prova a raccontare un passato prossimo che rischia di essere, purtroppo, un eterno presente. Da cui diventa impossibile scappare. Al centro della scena c’è Andrea Montini: una compagna, un dottorato, lo status di precario cognitivo in un Paese, l’Italia, che non è più in grado di sognare. Per Andrea la rimozione non esiste. Su di lui aleggia sempre l’ombra di Sergio, l’amico della tardoadolescenza, scomparso (non morto). E d’improvviso, in quella metà dei primi anni Duemila, gli iniziano ad arrivare delle lettere anonime. Ada, la sua compagna, è invece la stabilità: equilibrata, granitica, sicura e con un posto di lavoro a tempo indeterminato. L’inquietudine di Andrea vaga in quel viaggio della speranza che molti giovani italiani intraprendono convinti che all’estero possa esserci la loro effettiva autodeterminazione, anche perché spesso alle soglie dei trent’anni non si sono mai realmente staccati da casa dei genitori. Andrea a Berlino scopre un altro mondo che diventa comunque uno sguardo privilegiato sul mondo che ha lasciato: l’Italia con tutte le opportunità negate a chi cerca di realizzare anche solo metà del proprio sogno. E’ un romanzo di formazione sì, ma con la certezza che “formarsi” non è più possibile. E crescere pure. Ma Andrea arriverà a una resa dei conti con la propria vita, le proprie relazioni, le proprie aspirazioni. E uscire indenne da lì sarà per lui la vera linea d’ombra verso la maturità.

Nicola Barilli

Italia in autunno

219 pagine, 15 euro, Pendragon editore

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Libri/71 Le otto montagne e il senso della libertà

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Nella mia vita non esistono né Emma né Bruno. Però, nel giro esatto di otto anni, da autunno ad autunno, non mi era mai capitato di rimanere attaccato a un disco e a un libro, così come è successo con l’esordio discografico di Bon Iver “For Emma, forever ago”, e col romanzo di Paolo Cognetti “Le otto montagne”. Non ci sono affinità tra le due opere. Forse, cercando bene, magari qualcosa spunta fuori. C’è invece, un desiderio d’immedesimarsi, fino quasi a scomparire nei protagonisti. Che poi siano gli autori – perché entrambe sono due opere autobiografiche – poco importa. C’è quella necessità di rivedersi in loro che è come riconoscere un po’ le proprie imperfezioni. Ma senza correggerle, tenendosi tutto il pacco, coi propri errori. L’Emma di turno, forse, sarà passata anche nella mia vita. Ma quello che mi colpì in quel disco fu la pervicace intenzione di chiudere col mondo fino ad allora conosciuto e rifugiarsi nei boschi del Wisconsin, a tagliare legna. Justin Vernon, prima di diventare Bon Iver, riuscì a farci un disco sopra “For Emma forever ago”, in cui traspare malinconia, solitudine, l’abbandono della donna (Emma, appunto) ma anche un paradossale quanto benefico compiacimento nella situazione che è appena mutata, perché è l’unica occasione per fare i conti con se stessi e (forse) riconoscere di essere diventati adulti. E così è anche con il Pietro, protagonista del libro di Cognetti, e il suo amico Bruno. Otto anni dopo il disco di Bon Iver ho provato le stesse identiche sensazioni: avrei voluto essere a Grana, il paesino sotto il Monte Rosa, in cui tutto comincia e dove non è detto che tutto finisca (nessuna operazione di spoileraggio). Anche in questo caso, leggendo questo libro, si ha l’occasione, così è successo a me, di riprendersi in mano la propria vita. Altri ritmi. Se c’è una concezione del vivere slow – che non significa però polleggiare, ma anche spaccarsi la schiena coi tempi dilatati, in quello in cui si crede, nel lavoro cui ci si appassiona e non viene considerato solo ed esclusivamente come una fonte di reddito – quella concezione va ricercata in quel Bruno montanaro, per sua stessa definizione e consapevolezza, con cui Pietro stringe un’amicizia che è un legame ben più solido di uscite assieme, telefonate a intervalli regolari e perfino senso d’appartenenza. E’ amicizia. Ecco, leggendo questo libro, si riesce forse anche a definire il concetto di purezza. Perché è puro il rapporto tra i due: non c’è nessuna perdita d’innocenza improvvisa, anche perché entrambi diventeranno grandi, per quel concetto di maturità che è solo ed esclusivamente introiettare il mondo reale in cui viviamo, forse anche troppo tardi. E’ un romanzo che oltre a essere scritto bene – ma Cognetti in questo è una garanzia – che parla anche di tome, di salami, di bicchieri di rosso e di birre. Cose vere. Roba che è come se toccassimo con mano – e questo sembra un particolare irrilevante ma non lo è, è merito dello stesso Cognetti – mentre stiamo leggendo il libro. Non so se la reazione alla lettura di “Otto montagne” sia una diretta conseguenza della voglia di evadere dal proprio mondo reale, soffocante come quando Pietro racconta del padre e di quanto fosse fagocitato dalla città, Milano: “Certe notti mio padre non ne poteva più, si alzava dal letto, spalancava la finestra come se volesse insultare la città, intimarle il silenzio”. Forse l’esigenza di evadere c’è ma in fondo la letteratura e i romanzi in particolare servono anche a questo.

Il rapporto col padre poi: difficile, litigioso, divisivo fino a rendersi conto, tornando solo per un istante al mondo reale, che Pietro quando il padre è morto ha 31 anni, la stessa età di quando suo papà era diventato genitore. Il che necessariamente non significa assolutamente nulla. Non è una traduzione di fallimento. Ma è una presa d’atto, inevitabile, su come quella sia ormai un’età da adulto, almeno anagraficamente. Perché non vuol dire di essere diventati automaticamente grandi. Sarà poi il papà a lasciare a Pietro l’eredità più grande e significativa e a tracciargli un possibile cammino o un sentiero, proprio come si fa in montagna. E quel sentiero riporterà di nuovo e inevitabilmente a Bruno, all’amico di sempre, conosciuto quando erano appena adolescenti, e che cerca anche lui di diventare grande, senza perdere la purezza di montanaro. In tutto questo il mondo reale torna ogni volta a chiedere il conto, anche perché (appunto) non si è più bambini. Ma di fronte alla consapevolezza di  essere ormai cresciuti e di dover badare a se stessi da soli (anche se Bruno l’ha sempre fatto), c’è anche nella sconfitta e nel dolore un senso di libertà, a tratti malinconico, che solo la montagna e le (otto) montagne sono in grado di dare.

Paolo Cognetti

Le otto montagne

Einaudi editore, 208 pagine, 18,50 euro

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