Archivio mensile:giugno 2013

Miccoli e Katidis, i cattivi esempi del pallone

Uno alza energicamente il braccio. Un saluto romano per esultare dopo un gol.  Si chiama Georgos Katidis, ha 20 anni, prende a calci un pallone. Forse l’ha visto fare in tv, forse nemmeno sa che cosa significa quel gesto o forse lo sa e lo fa perché gli hanno detto che la socialdemocrazia greca è stata un fallimento, che sarebbe meglio uscire dall’Europa e che ci sarebbe quasi da rimpiangere i colonnelli. Forse. La Federazione Greca non esita: radiato a vita da tutte le nazionali. Ma Georgos riappare in Italia, l’acquista il Novara. Non un bel biglietto da visita per la società, perché uno può essere pure un campione – ma non risulta che Katidis lo sia – ma se offende la storia (e non c’è revisionismo che tenga in questo caso e nemmeno i soliti posticci paragoni con i pugni chiusi), forse è meglio lasciarlo giocare nel prato di casa sua.

L’altro, sempre calciatore di professione, si è tatuato Che Guevara in una gamba senza sapere nemmeno chi fosse. “L’ha fatto Maradona e ho deciso di farlo anch’io”. Si chiama Fabrizio Miccoli e fino all’altro giorno giocava nel Palermo. Partecipava alle partite del cuore, in cui dedicava ogni gol a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Una dedica che va oltre l’aspetto meramente simbolico se arriva dal capitano della squadra di una città che ha ancora aperte le ferite e le lacerazioni di una lotta al potere e alla cultura mafiosa che non può essere mai solo una dichiarazione d’intenti. E Miccoli, però, inciampa sulle frequentazioni che sono piuttosto assidue, come dimostrano foto e anche intercettazioni, con i parenti dei boss. Tra l’altro, secondo un’intercettazione, si lascia scappare un epiteto nei confronti di Falcone, ucciso dalla mafia, intollerabile. Anche qui l’obiezione consueta (non si può conoscere il curriculum vitae delle persone cui si stringe la mano) non regge. Due cattivi esempi che, purtroppo, non fanno altro che confermare lo stereotipo del calciatore che gli stessi calciatori hanno provato sempre a esorcizzare: più bravi con i piedi, meno con tutti gli altri organi vitali.

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Le prime suffragette italiane

La mia recensione al libro di Marco Severini “Dieci donne” uscita su Qn (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) sabato 15 giugno 2013

Da Adele a Palmira, in rigoroso ordine alfabetico. Con loro altre otto giovani maestre. Sono le prime dieci donne italiane che hanno avuto il diritto di votare, anche se poi non sono mai riuscite a infilare la scheda nell’urna. Sono state le nostre suffragette e arrivavano dalle Marche, esattamente da Senigallia e Montemarciano, la provincia anconetana che si affaccia sul mare Adriatico. E tutto questo accadde nel 1906 grazie a una sentenza del giudice Lodovico Mortara (fu poi ministro di Giustizia del primo governo Nitti), quarant’anni dopo sarebbe diventato un diritto di tutte le donne italiane. A ricostruire questa storia è Marco Severini nel suo libro, edito da Liberilibri, «Dieci donne» (184 pagine, 15 euro). Adele e le altre chiedono alla Corte d’Appello di Ancona di essere iscritte alle liste elettorali. Mortara, a sorpresa per quei tempi (e nel libro Severini racconta anche il dibattito di quegli anni, soffermandosi su figure femminili come Maria Montessori e Teresa Labriola, la figlia del filosofo Antonio) accoglie la richiesta. In Inghilterra le suffragette sono attive da tempo, negli Stati Uniti il dibattito sul voto femminile divide almeno quattro stati, finché non viene vinta la resistenza dei conservatori e diventa realtà. La Cassazione invece, dopo il ricorso del procuratore del re in cui si accenna come sia incompatile l’essere donna col diritto di voto, ribalterà la sentenza firmata da Mortara. Troppo tardi, le dieci maestre avevano già vinto per sempre.

 

librosuffragette

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La cultura antimafia che (non) c’è

«QUEI PANINI non li mangiamo». Non è un boicottaggio contro una multinazionale, questa volta, ma una protesta contro un pub di Vienna che oltraggia la memoria degli eroi antimafia. Comincia tutto un mese fa, quando sul profilo Facebook degli «Italiani a Vienna» appare una petizione on line che chiede la chiusura di un locale che si chiama «Don Panino». Il menu offende l’Italia e la sua storia antimafia scritta col sangue di vittime come Peppino Impastato e Giovanni Falcone. Nel menu ci sono almeno due panini oltraggiosi. Uno si chiama «Don Peppino» e nella presentazione del panino c’è scritto: «Siciliano dalla bocca larga fu cotto in una bomba come un pollo nel barbecue». L’altro si chiama «Don Falcone» con una presentazione che, tradotta in italiano, suona più o meno così: «Si è guadagnato il titolo di più grande rivale della mafia di Palermo ma purtroppo sarà grigliato come un salsicciotto». Se fosse uno scherzo o una battuta, sarebbero comunque di cattivo gusto. Peccato che il menu non sia una bravata tipografica, ma è un’operazione di marketing ben più consistente dei due fogli di cartone, con cui veniva presentato sui tavoli. Ancora una volta si utilizza il marchio della criminalità, talvolta con toni epici, per pubblicizzare produzioni italiane. Infatti, il pub che avrebbe chiuso due mesi fa (ma i menu circolano ancora sui siti internet di consegna a domicilio) era gestito da italiani. E a Vienna non è il primo caso: ci sono pizzerie che si chiamano «Mafiosi» e Camorra». L’antimafia — come sosteneva giustamente Giovanni Falcone — è anche una questione di cultura. Una cultura che, finalmente, è arrivata nelle scuole, dove — almeno — gli studenti sanno chi erano Falcone e Borsellino, ma è quella stessa cultura poi che viene calpestata a ripetizione nella prassi quotidiana. Pensare che questa ulteriore pedata agli eroi antimafia arrivi da un’operazione meramente commerciale fa ancora più male. Danilo Sulis, presidente della Rete 100 passi (dedicata a Impastato) ha lanciato una petizione diretta al ministro Bonino su Change.org. La Farnesina non ha aspettato troppo e si è attivata con l’ambasciata austriaca. La condanna è unanime. Ma non c’è comunque da stare allegri.

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