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Libri/35 Inseguendo Bon Iver

 

 

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Settembre 2008. L’estate ormai volge verso l’autunno. Ma c’è la possibilità ancora di fare qualche bagno al mare. Gli ultimi di una stagione che vorresti non finisse mai. Perché il mare pacifica. E poi c’è questo Justin Vernon che si fa chiamare Bon Iver. Buon inverno, ma le temperature rigide sono ancora lontane dall’arrivare, anche se una coperta per dormire e sentirsi meno soli in queste notte fresche e di pensieri pungenti è l’ideale per non trovarsi al mattino raffreddati. La coperta avvolge. Mai quanto il debutto discografico di Bon Iver. Che sia leggenda o meno, poco importa, è tutto drammaticamente bello. Barba lunga, camicia da boscaiolo, il Wisconsin come rifugio per curare le ferite d’amore e le ferite si curano meglio, come nel caso di Justin, se riesci a tirar fuori tutto quello che hai dentro. Coraggio, in fondo siamo solo carne, sangue, ossa, liquidi. E’ questo intreccio o impasto fantastico che ci permette di essere vivi. Bon Iver regala “Forever Emma ago” che è un disco che ti provoca quella pelle d’oca, reazione cutanea che uno vede approssimarsi su di sé, solo quando sta per commuoversi. E poi c’è quella voce, con la chitarra strimpellata, che scava a fondo su storie d’amore fallite. E’ quell’empatia che non crederesti di trovare in un songwriter a migliaia e migliaia di chilometri di distanza. E’ anche l’amore per la sua terra che te lo fa sentire vicino. Perché dalla provincia si scappa, ma poi ci si torna. Perché è solo lì che riesci a fare bene i conti con te stesso. A trovare una tua identità se non l’hai trovata prima. Ecco, tutto questo per dire che quando lo scorso autunno, più o meno a sei anni di distanza dall’ascolto matto e disperatissimo di “Forever Emma ago”, è uscito anche in Italia il libro di Nickolas Butler “Shotgun lovesongs”, la curiosità ha vinto su tutte le altre possibili reazioni di fronte a un libro, edito da Marsilio, che si presentava come ispirato alla storia di Bon Iver. Non è uno specchietto per le allodole, sia detto e ribadito e non solo per inciso. Quella curiosità che ti spinge a leggere qualcosa per provare di nuovo le stesse emozioni provate ascoltando quel disco che poi il Butler nel suo romanzo narrativo intitola appunto “Shotgun lovesongs”. Beh, il Lee del libro è assai assomigliante a Bon Iver. Ma c’è qualcosa di più in questo libro che permette che tutto ciò si incastoni alla perfezione, come quando si posa l’ultimo tassello del puzzle. E’ proprio la veracità dei personaggi, le loro debolezze e soprattutto un rapporto di amicizia straordinario contestualizzato in questa Little Wing, cittadina del Wisconsin. E’ lì che avviene la resa dei conti. E’ lì che torna Lee dopo che il successo l’aveva portato a sposarsi (ma solo per pochi mesi) con una starlette. E’ lì che si mette, ancora una volta a nudo, proprio come aveva fatto anni prima quando aveva scritto “Shotgun lovesongs”. E’ un mondo che sicuramente viaggia a un’altra velocità e forse abbiamo bisogno anche di questo. L’alter ego di Lee, in tutto (anche nella vita, forse, che avrebbe desiderato), è Henry, l’agricoltore con la testa sulle spalle che non si è mai mosso da Little Wing. Che vive di certezze e quando una di queste certezze (l’amore di sua moglie) viene messa in discussione proprio dall’amico Lee, il finale di questa storia sembra prendere davvero una brutta piega. Un’amicizia che rischia di rovinarsi per sempre. Ma, da lettore-feticista, ci sono alcuni aspetti che danno sicurezza e conforto anche nella provincia: il tavolo dove a ripetizione si passa lo straccio per non lasciare gli aloni e dove quando si batte il bicchiere di birra sul legno, il suono che produce è distensivo. Non è rumore. Un’altra birra è già pronta per essere servita. E’ in quel locale, alla fine, dove Henry e Lee regolano i conti. Little Wing, la provincia, è lì a proteggerli (lo farà, nel pieno di una bufera di neve, anche con l’altro amico Ronny sbronzo, alla vigilia del suo matrimonio). Perché quel posto fa parte di loro. Anche se buona parte dei cittadini/conoscenti tiene le serrande abbassate, la sera evita accuratamente di uscire. Ecco, nel finale di questo libro scorre anche del sangue. Sangue vero, ma nessun crimine (tranquilli) e nessun omicidio. Carne, nervi, sangue, liquidi. C’è tutto questo. In un impasto anche narrativo, con i punti di vista dei quattro amici (cinque, compresa la moglie di Henry), magnifico. Sì, un libro che come Bon Iver fece con il suo disco di debutto, mette a nudo i personaggi e le relazioni talvolta complicate e tortuose, anche quando si è amici da una vita.

 

Nickolas Butler

“Shotgun lovesongs”

Marsilio editore (320 pagine, 18 euro)

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Libri/29 La trilogia di Costantini come una tragedia greca

Di seguito la recensione uscita domenica 16 novembre su Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) sul libro di Roberto Costantini “Il male non dimentica” (Marsilio Editore), ultimo atto della trilogia del Male

costantini

 

 

 

 

ilmalenondimentica

Michele non è più Mike. Sono passati 42 anni dall’estate della sua giovinezza libica e dal mistero dei misteri: chi ha ucciso sua madre Italia? La trilogia del male si chiude con “Il male non dimentica”, dove Michele Balistreri, commissario un po’ imbolsito e acciaccato ma ancora devoto a Leonard Cohen, l’unico che riesce a placare i sobbalzi della sua anima, sembra aver rimosso i fantasmi del passato. Così almeno crede. Roberto Costantini, l’autore della trilogia, gli fa invece fare i conti con quel passato che se anche si sforza non può dimenticare. Perché significa chiedersi chi ha ucciso sua madre il 31 agosto 1969 a Tripoli, su quella scogliera che ogni volta che si riaffaccia nella sua mente è più che un bruciore di stomaco generato dai tanti caffè, è una vera scossa. Nell’ultimo libro della trilogia, rispunta Linda Nardi, giornalista con cui Michele si era abbracciato e poi scontrato nel primo libro. È lei a tessere le fila della prima parte di queste cinquecento pagine e in tutto per tutto può considerarsi una coprotagonista del romanzo di Costantini che fa ripiombare Balistreri nella Libia in piena primavera araba, quarantadue anni dopo l’ultima volta. Costantini ricorda al lettore quel patto di sangue che il giovane Mike aveva fatto a Tripoli con tre suoi coetanei, di cui uno solo è rimasto in vita. Fondamentale per capire anche l’ultimo atto di questa trilogia. Un patto di sangue e sabbia in quella Libia che stava per diventare il Paese di Gheddafi grazie anche all’aiuto di potentati italiani, tra cui il padre di Mike. E il ruolo fondamentale di suo padre nella presa del potere del colonnello che allora sembrava solo un sospetto diventa certezza, confermando la mefitica rete di alleanze che, sullo slancio di quel colpo di stato, è finita col governare, direttamente e indirettamente, l’Italia. Il libro che alterna i diversi punti di vista dei protagonisti e accavalla il passato e il presente (anche per rinfrescare il lettore che aveva letto ormai due anni fa il secondo volume della trilogia) finisce con un funerale che è in qualche modo anche un atto d’amore. Eros e thanatos, amore e morte, come nella più concentrica delle tragedie greche in cui il destino è davvero ineluttabile. E il destino porterà, in maniera risolutiva, Michele a sistemare il passato (a cominciare dalla morte della madre) e il presente della sua famiglia.

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Libri/28 Voglio la testa di Ryan Giggs

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“Voglio la testa di Ryan Giggs” (336 pagine, 66thand2nd edizioni, 17 euro). Più che una taglia – anche se a un certo punto del libro di Rodge Glass quasi lo sembrerebbe – è un auspicio.Mikey Wilson, quando è un adolescente, è quello che si definirebbe – con un termine assai abusato e perfino scontato quasi a sfiorare il ridicolo – un campioncino in erba. Lui è l’unico, oltre a Giggs, che Sir Alex Ferguson è andato a prendere a casa per portarlo a giocare nel Manchester United. Uno così può fare solo carriera. Peccato che la carriera di Wilson durerà appena 133 secondi. E tutto questo per colpa di Giggs, colui che non ha mai sbagliato un passaggio. Così sembrerebbe, sbirciando furtivamente le statistiche. Ma poi alla fine anche il campione di turno un passaggio prima o poi lo sbaglia. Accadde anche a Nils Lieldhom e quando avvenne simile rarità, San Siro si alzò in piedi ad applaudirlo. Il Barone non sbagliava mai. Pura poesia ed eleganza. Giggs è decisamente più prosaico in quell’Old Trafford che, come scrive Glass con buona pace dei fratelli Gallagher, è l’epicentro della Repubblica Mancuniana. All’epoca, inizi anni Novanta, tifare City era roba da sfigati. Gli Oasis avrebbero poi lanciato una moda che si sarebbe spenta velocemente con gli Sceicchi. Comunque allora c’erano solo i Red Devils. E lo United era un’istituzione tanto che si ricorderanno i nostalgici smanettoni dell’era computer 1.0 (forse), in cui le paroline magiche erano 386 o 286 (per chi viaggiava, come processore, a scartamento ridotto), in cui c’era un videogioco interamente dedicato al Manchester. Ma non c’era ancora Cantona e il suo colpo di karate, quello sarebbe arrivato qualche tempo dopo. Comunque Wilson è la promessa che deve esplodere. Glass ce lo racconta in questo libro, alternando presente e passato, con la magnifica ossessione per Giggs sempre in testa. Un sogno che si trasformerà in un incubo, quando Giggs sbaglierà quel passaggio che costringerà Wilson, all’esordio in Premier League, al più scellerato degli interventi, una scivolata per recuperare un pallone fondamentalmente inutile con la vittoria già in tasca. Risultato? Wilson si rompe e rompe anche il difensore su cui ha lasciato abbondantemente il segno dei suoi tacchetti. Detto così sembrerebbe, a torto, un romanzo sul calcio. E anche se lo fosse, ci sarebbe da applaudire Glass, perché non è mai semplice scrivere di pallone senza scivolare nella retorica e nelle frasi fatte. E’ invece un romanzo “sociale”, anche se l’aggettivo potrebbe provocare eruzioni cutanee a qualche lettore di questo blog. Sociale perché innanzitutto racconta Manchester in modo geniale. A tratti anche realistico, anche se per Wilson i nomi delle vie della capitale della repubblica mancuniana sono tutti di protagonisti della storia più o meno recente dello United. Racconta un’Inghilterra appena uscita dall’era Thatcher, in cui l’unica cosa a non spegnersi è l’eco della musica di quella formidabile repubblica mancuniana. E anche in questo caso con buona pace degli Oasis. C’è Ian Curtis, a esempio, e ci sono, ovviamente, i Joy Division. Ci sono pure i New Order, ma non sarà mai la stessa cosa come con Ian e l’Old Trafford infatti, in onore dell’eroe novecentesco perso (Curtis)  e in quello tutto compunto nei modi sia in campo sia fuori (Giggs) cantava: Giggs will tear us apart again. Mikey Wilson è fondamentalmente una promessa mancata. Un Marco Macina italiano, quello che era più forte di Roberto Mancini ma non ha mai fatto carriera, pur essendo passato per il Milan. Ma quello che fa spavento è la furia (auto)distruttrice di Wilson. Placata solo dalla nascita di un figlio, come incidente di percorso, e ribattezzato (ovviamente) Ryan junior. Ryan come ossessione. Di una vita e di una carriera. L’adorazione per il mito – figlia del pezzo degli Stone Roses, altri mancuniani doc ma che anche loro non saranno mai come i Joy Division –   non sembra mai trasformarsi in una reazione che accompagna tutto il libro e che consta della più banale e realistica delle frasi: “quell’uomo mi ha rovinato la vita”. Poi arriva Mosca, un’altra finale di Champions League, e la resa dei conti di Mikey con l’idolo di sempre. Un sogno o un incubo: avere la testa di Ryan tra le mani (o quasi)? Mikey ci riuscirà. Solo per qualche istante. Poi dovrà andare a curarsi da una dipendenza, quella da Giggs, come gli era accaduto per almeno altre due nella sua vita. Ma questo Glass non lo racconta.  E comunque Mikey non è pazzo, è solo un mancuniano che non cede al disincanto. Anche di fronte all’evidenza.

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Mondiali 2014, Da Costa il portiere “tagliatore” di portieri

Lui, Angelo Esmael Da Costa, 31 anni, il mondiale l’ha visto soltanto in televisione. E dalla poltrona di casa ha anche visto due “sue” vittime eccellenti giocare e parare in Brasile. E’ arrivato in Italia nell’inverno del 2008. Destinazione Varese, allora i lombardi erano ancora in C2 e la grande scalata doveva iniziare. L’estate dopo si ritrova quasi per caso in serie B. Tutti ne parlano bene di questo portiere, non troppo slanciato, “piazzatello” (direbbero nelle Marche), agile e abbastanza coraggioso nelle uscite. Nell’Ancona appena promossa in serie B dovrebbe – il condizionale sarà sempre d’obbligo da qui in poi per lui – fare da spalla a Salvatore Sirigu, portiere dell’under 21 azzurra e prima vittima eccellente del buon Da Costa. Sirigu è il titolare e non sembra che questo concetto possa essere messo in discussione almeno nei primi due mesi di campionato. Ma poi quel Sirigu che non si piegherà alle insidie inglesi nei mondiali brasiliani, sparisce dalla scena. E non certo per colpa delle convocazioni in under 21. Sirigu non va bene per l’Ancona, Da Costa piace di più, perché rischia anche di più. E così il brasiliano giocherà 27 delle 42 partite (più le due decisive per la salvezza ai playout contro il Rimini), mentre a Sirigu resteranno solo le briciole. La stagione dopo Sirigu torna a Palermo e la storia si sa com’è andata: Zenga lo rischia come titolare e Sirigu si prende in un colpo solo la nazionale, quella vera, e anche un ingaggio all’estero. Destinazione Parigi, Paris Saint Germain. Da Costa rimane in quell’Ancona che per sei mesi – stagione 2009-’10 – viene considerata la grande sorpresa del campionato cadetto. Allenata da Salvioni – quello che ha fatto diventare Evra un terzino (Nizza, stagione 2001-’02 nella cadetteria francese) ed esordire Balotelli quando ancora aveva i brufoli (a 15 anni col Lumezzane) – la squadra biancorossa si ritrova a un passo dall’effimero titolo d’inverno. In un’alchimia magica Da Costa è un punto di riferimento di quell’Ancona che fa sognare e togliere la polvere alle speranze di tornare in A. Poi la caduta verticale. La squadra precipiterà così tanto fino a doversi giocare la salvezza nell’ultima partita di campionato contro il Mantova. L’Ancona come squadra è salva, Da Costa è un punto fermo, ma la società non è affatto salva. Via, altro giro nei dilettanti per la squadra del capoluogo delle Marche che non riesce a iscriversi al campionato di serie B. E Da Costa si ritrova alla Sampdoria. Prima che finisca “invischiato” anche lui – come molti altri calciatori dell’Ancona – nelle inchieste del calcioscommesse. Ma Da Costa pagherà il suo conto (tre mesi di squalifica per omessa denuncia e multa di 30mila euro). Ma torniamo alla Samp. Da Costa vede per la prima volta la serie A e diventa nella partita contro l’Inter il primo portiere straniero della Samp a giocare nel massimo campionato, perché prende il posto di Curci. Debutto, record e subito un gol subito, firmato da Eto’o (24 ottobre 2010). Nel frattempo vede poco il campo in campionato e molto in Coppa, dove si fa la nomea di pararigori (attenzione, piccolo particolare da non sottovalutare, visto con chi dividerà la porta la stagione successiva). La Samp deraglia e va in B, Da Costa resta e trova la concorrenza dell’argentino Sergio Romero. L’eroe della seconda semifinale dell’ultimo mondiale – nessun caso di omonimia, è proprio quello che ha respinto lontano il rigore di Sneijder –  è il titolare. Per Da Costa un ruolo di comprimario, vede il campo solo quando Romero è impegnato con la nazionale argentina. E la stagione successiva in A non lo vede proprio, almeno per i primi tre mesi (deve scontare la squalifica per calcioscommesse). Poi succede che Romero non dà più la fiducia necessaria né a Ferrara né a Delio Rossi. Da Costa si ritrova titolare nel finale di campionato e Romero l’estate scorsa viene ceduto in prestito al Monaco. Da Costa è il portiere titolare di una Samp che fa una tremenda fatica a salvarsi, ma ci riesce. Sirigu e Romero però, le sue vittime eccellenti, vanno ai mondiali. Lui li guarda in tv e (forse) esclama: “E pensare che a quei due ho tolto il posto”. E (forse) sospira anche davanti al connazionale Julio Cesar infilzato come uno spiedino dalla Germania in semifinale: “Forse potevo esserci anch’io”. Nel mondiale dove i vecchi dodicesimi si prendono la ribalta (dall’olandese Krul pararigori  contro il Costarica all’argentino Romero appunto, secondo portiere al Monaco) lui può consolarsi di essere il più rampante dei dodicesimi, almeno in Italia. Mai fidarsi ad averlo come “secondo”.

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Mondiali 2014: Van Gaal geniale, ma il copyright è di Jaconi

Dudek come Grobbelaar. Il balletto del portiere polacco del Liverpool che ipnotizzò al momento dei calci di rigore i giocatori del Milan, finale di Champions 2005, aveva un padre: Bruce Grobbelaar che qualche anno prima (21 per l’esattezza) sgretolò il sogno della Roma di vincere la Coppa Campioni all’Olimpico. C’è sempre un antesignano. Uno che l’ha fatto prima. Così mentre viene incensato Louis Van Gaal, commissario tecnico dell’Olanda, che prima dei calci di rigore (anche in questo caso) dei quarti di finale dei mondiali 2014 cambia il portiere titolare con quello di riserva, regalandogli la ribalta e una notte da eroe, non può non tornare alla mente quello che accadde il 22 giugno 1996 allo stadio Zaccheria di Foggia. Finale playoff della vecchia serie C1 per l’accesso al campionato cadetto. Da una parte c’è la favorita, l’Ascoli di Enrico Nicolini, abituata a giocarsi sfide del genere e dall’altra c’è quell’outsider che diventerà una favola, il Castel di Sangro di Osvaldo Jaconi. La squadra abruzzese – su cui si è fatta tanta letteratura come modello di squadra di provincia che accede al quasi Olimpo del calcio, la serie B, almeno allora era così – era partita dalla Seconda Categoria e solo l’anno prima aveva scaraventato fuori, sempre ai calci di rigore, in un’altra finale playoff, un’altra squadra marchigiana, il Fano.

Jaconi, un minuto prima che finisca il secondo tempo supplementare e quando i calci di rigore si stanno ormai per materializzare, richiama in panchina il portiere titolare De Juliis, tra l’incredulità generale, per sostituirlo con l’esperto Pietro Spinosa che non aveva giocato nemmeno un minuto fino ad allora in campionato. La sequenza dei rigori sembra interminabile, si arriva a calciarli a oltranza finché Spinosa non mette le mani, anzi le punte delle mani sul tiro di Milana, spingendolo oltre la traversa. Il Castel di Sangro esulta: è in serie B. E quella mossa azzardata, da pokerista (in fondo anche il Krul messo in campo da Van Gaal aveva parato appena due rigori in carriera), viene immediatamente ribattezzata una “jaconata”. Non è detto che Van Gaal si sia ispirato all’uomo delle promozioni nostrane. Ma una cosa è certa il made in Italy c’è anche dove meno te l’aspetti e dove spesso ci si deve affidare alla genialità: un piccolo misticismo patriottico in un mondiale in cui l’Italia è miseramente deragliata. Il copyright quindi, è del buon Osvaldo. Con buona pace di Van Gaal.

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Se il Premio Strega non (ti) strega

Di scontato c’è quasi tutto in Italia. Anche i premi letterari. Anzi, soprattutto. Ma non è questo il punto per discutere dell’ultimo Strega. Ha vinto Francesco Piccolo con una manciata di voti in più su Antonio Scurati. Un premio – almeno per i miei ascolti e per i miei sguardi disattenti – che nelle settimane che hanno preceduto l’assegnazione si è giocato tutto sul gossip più o meno letterario. E quindi sull’ormai celebre caso dello sconfitto Scurati che si sarebbe reso protagonista di un autoplagio. Insomma un’autoreferenzialità alla seconda, forse anche al cubo, che rischia di stonare con quella che un tempo si sarebbe definita con un termine banale come l’originalità di un’opera. A prescindere se il suddetto Scurati fosse o meno a corto d’idee, quello che mi ha colpito è che abbia vinto un libro scontato. “Il desiderio di essere come tutti” di Piccolo è quello che potrebbe definirsi un romanzo autobiografico e ha tutto per essere un romanzo “piacione” – pardon, per la digressione politica – proprio come quel Pd, con tanto di pantheon, che aveva disegnato Walter Veltroni che, infatti, proprio come Piccolo, omaggia a trent’anni dalla morte di Berlinguer, l’ultimo vero segretario di cui la Sinistra possa vantarsi. Detto della ricorrenza, il libro mi aveva colpito più che altro per la doppia ossessione che almeno da vent’anni a questa parte affligge la Sinistra: Berlinguer e i bei tempi andati da una parte e l’incapacità di avere una figura carismatica e mitica come era appunto il sardo e Berlusconi e la sua riduzione della politica a permanente vendita di enciclopedie porta a porta dall’altra. Dopodiché riconosco che non è mai facile mettere in pagina la propria vita e che quello che scrive Piccolo può essere perfino empatico – soprattutto per i motivi descritti sopra – per molti lettori, non necessariamente della sua generazione; ma alla fine della fiera quel libro non ti strega. E non è (involontariamente) un gioco di parole. Impressione epidermica che sfocia nel ricordo: mi ha ricordato infatti, fin troppo da vicino, lo Strega di tre anni fa vinto da Edoardo Nesi. Con “Storia della mia gente” Nesi raccontava la sua Prato e quella che in tutto e per tutto poteva definirsi una mutazione storica e sociale del principale distretto del tessile, ma alla fine  non riusciva a provocarti reazioni che non fossero pure e semplici constatazioni del reale. Il reale appunto, l’Italia. Il nostro paese è da sempre una materia da maneggiare con cura, quando si scrive un libro ma  rimane un ottimo spunto sia che si prenda in esame la sua lunga storia di misteri, stragi, servizi deviati; sia che ci soffermi sul presente sempre più difficile da decifrare. Ma mi chiedo, rimanendo sull’ultimo Strega e facendo tutta la pressione possibile sulle mie sensazioni di lettore (senza per forza di cose voler influenzare nessuno): ma è più efficace il racconto del reale e quindi del vero o il racconto della verosimiglianza? La domanda, per me, retorica almeno in relazione alla cinquina dell’ultimo Strega ha già la risposta pronta: la seconda che hai detto. Sto pensando infatti al libro di Francesco Pecoraro”La vita in tempo di pace”. Anche questo potrebbe essere definito un romanzo autobiografico, perfino di formazione, anzi di (de)formazione. Anche qui c’è l’Italia, non ci sono facce reali, ma c’è una sensazione che pervade le oltre cinquecento pagine del libro e che ben si concilia col titolo scelto: una sensazione di rabbia per un mondo, quello del protagonista, che non ha conosciuto la guerra, perché lui è nato quando era già finita. Ma è come se l’ingegner Brandani fosse sempre in guerra. Ci sono salti temporali: da un futuribile 2015 a un Sessantotto non necessariamente “conformista” che stona inevitabilmente anche con quello che doveva essere politicamente corretto allora, come prassi, ossia leggere il Marcuse de “L’uomo a una dimensione” che il protagonista del libro digerisce assai male. Ecco, leggendo il libro di Pecoraro, pur essendo di una generazione diversa dalla sua,  ho provato qualcosa talvolta di spiazzante in grado di farmi ribollire lo stomaco anche senza essere passato prima per una peperonata e non solo l’inevitabile assenso di fronte a quello che, pur se scritto in bella forma e in grado di toccare le corde della nostalgia dei bei tempi andati (che fossero quelli del Pci di Berlinguer o del tessile pratese che dominava il mondo), non faceva altro che constatare lo stato delle cose e provocarti la banale affermazione: “ma questo lo sapevo già”. Ecco la differenza per me tra ciò che riesce a stregarti o no. E che va oltre il Premio Strega. E che riesce comunque a raccontare questo paese tra contraddizioni e conformismi, avendo come cartina tornasole un eroe tragico – mutuato dal Novecento – come, appunto, l’ingegner Brandani del libro di Pecoraro.

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Libri/19 Gli eroi imperfetti

 

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Ponte Milvio non è quello dei lucchetti. Almeno in questo libro. Non c’è niente di ardori, più o meno tardoadolescenziali, e di primavere in grado di ribaltare il cuore e di far venire le farfalle nello stomaco. C’è invece la cupezza in questo esordio di Stefano Sgambati, “Eroi imperfetti” (279 pagine, 15 euro, Minimum Fax editore), proprio come si conviene a un mistero che sembra sul punto di essere risolto o svelato al lettore, ma che invece continua a rimanere sullo sfondo. Inquietante. Un’ombra del passato che sembra avvolgere e travolgere tutto. Così inquietante per una coppia che si ritrova addosso tutto il peso di una rivelazione che non viene mai rivelata nelle pagine del libro. Detto così sembrerebbe tutto un alambicco mentale. Meglio passare ai personaggi allora. C’è un vinaio che oltre a essere esperto di bottiglie, si diletta e anche molto bene in cucina. E c’è anche sua moglie. Ecco la coppia. Una coppia che sembra aver un equilibrio. Granitica nella sua unità, complementare nel ritrovarsi a fare i conti con una vita scandita da giornate che sembrano sempre uguali alle altre. Riproducibili quasi tecnicamente. Finché non arriva Gaspare, uomo del mistero, titolare di un negozio di cornici. Un uomo dai modi gentili e delicati che riesce a insinuarsi nella vita della coppia fino a scombinarla una sera a cena con una rivelazione che riporta tutto indietro nel tempo. E quella rivelazione incombe su tutto il romanzo. Gaspare è vedovo: sua moglie è morta in circostanze mai chiarite ed è stata ritrovata nel Tevere. Mentre tiravano su il cadavere, un tardoadolescente in motorino, Matteo, vede le operazioni di recupero. Matteo fa il libraio e c’entra anche lui in questo romanzo corale dove le coincidenze e ricorsi più o meno storici abbondano senza togliere mai quella cappa di cupezza che tutto avvolge. Come la stessa vita di Matteo che pensa di aver trovato la donna della sua vita in Irene, figlia inquieta di Gaspare, che ancora non sa spiegarsi come è morta sua madre e che non riesci a staccarsi dalla presenza (anche nell’assenza) ingombrante del padre. Scritto così tutto di un fiato sembra quasi di presentare un romanzo giallo, un po’ noir. E invece non è propriamente così. Perché gli eroi imperfetti, cui fa cenno la quarta copertina del libro, non sono quelli che fanno le rivoluzioni in Bolivia, non si arrampicano sugli alberi nelle foreste amazzoniche, ma si mettono, uno davanti all’altra al tavolo, come succederà alla coppia descritta sopra, quando sarà tempo della resa dei conti per evitare che quel vincolo – non solo matrimoniale, ma anche di fiducia – non si spezzi.

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A sinistra, in direzione ostinata e contraria

Un riassunto contro l’ipocrisia. Ok, la mossa di Barbara Spinelli dell’Altra Europa per Tsipras non è stata delle migliori. Mi candido, ma se vengo eletta rinuncio alla poltrona, sono stata eletta (in due collegi) e allora  lascio, ma aspettate un attimo, fatemi pensare, perché sì forse ci ripenso e vado in Europa. Questo potrebbe essere il riassunto che trasuda dallo stream of counsciousness della suddetta Spinelli che sarebbe pronta a tornare sui suoi passi e a diventare eurodeputata. Eccola là, la prima critica: sono tutti uguali, tutti pensano alla poltrona. Critica dozzinale. Certo, la Spinelli non è stata una maestra di stile, ma il problema vero è che tutti (o quasi) si sono limitati a guardare il dito. E il dito significa vedere la Spinelli solo nel suo status acquisito di “eletta al parlamento europeo”.  Sfugge invece, un po’ a tutti, il vero status (che si potrebbe definire ascritto) della Spinelli in Altra Europa per Tsipras, quello di garante della lista. E una garante deve garantire che quello che si è deciso venga rispettato. E il punto è proprio questo: l’ingresso nella Gue, la sinistra europea. Per l’Altra Europa per Tsipras non è mai stato un optional, ma una certezza. Ora questo ripensamento della Spinelli che io vedo (parere personalissimo) solo come un modo per garantire che tutto vada così come si era stabilito (quindi l’adesione alla Gue) scoperchia come un vaso di Pandora le basi tutt’altro che stabili, anzi assai precarie, su cui era stato costruito il tutto. E scoperchia anche un modus operandi, soprattutto a sinistra che, nonostante l’aver superato il celebre sbarramento dell’4% alle ultime Europee, non può portare a nulla di buono. Se non all’ennesima gazzarra, cui tra l’altro stiamo assistendo. Volano gli stracci in superficie. Ma non si ragiona in profondità. E per ragionare in profondità, bisogna sgomberare ancora una volta il campo dalle reciproche appartenenze a quelli che ormai sono dei cespugli o cespuglietti a sinistra (Rifondazione e Sel, tanto per intendersi e tanto per non continuare a girarci troppo attorno). L’anomalia con cui è partita l’Altra Europa per Tsipras, purtroppo, non è stata ancora risolta. Un progetto iniziato dall’alto, dai garanti, che è riuscito a coinvolgere alcune esperienze del basso. L’aver superato lo sbarramento europeo doveva servire – così auspicano in molti, ma forse non tutti – a mettersi attorno a un tavolo per costruire un soggetto di sinistra con un’altra idea dell’Europa rispetto a quello che viene propagandata a piè sospinto dal Pse e dal Ppe (d’altronde le differenze non sono così nitide come vorrebbero farci credere) che uscisse definitivamente dalle secche di un dibattito sterile in cui gli ultimi residui di partiti di sinistra provano a mostrare quei pochi “muscoli” che ancora hanno. La linea di Sel, troppo subalterna al Pd, ha dimostrato tutta la sua inapplicabilità anche dove fino a qualche tempo fa il partito era e resta forte (la Puglia a esempio dove l’emergenza Ilva, non solo per la questione lavoro ma soprattutto per quella ambientale, è dirimente per capire come quel partito non abbia più argomenti per essere realmente alternativo).  Per non parlare di Rifondazione che rischia da anni di fare la stessa fine del panda, un partito che rischia seriamente l’estinzione. E allora ragionare su qualcosa di diverso dovrebbe essere l’impegno di tutti quelli che credono che la sinistra debba essere ancora rappresentata. Il problema però è un altro: capire che quando si parla di sinistra (sempre che si voglia continuare a utilizzare questo termine facile per la catalogazione e difficile per includere chi non si sente più rappresentato ormai da tempo) che cosa si intenda per sinistra.  Ecco forse più che accapigliarsi su (presunte) rendite di posizione – visto che il fato ha voluto che con la rinuncia della Spinelli nei due collegi fossero pronti a subentrarle (neanche a farlo apposta) un rappresentante di Sel e una di Rifondazione – sarebbe meglio discutere su come costruire un soggetto davvero alternativo che parta dal basso. Le ultime elezioni europee – nonostante mal di pancia, turatine di naso – hanno dimostrato come ci sia bisogno ancora di un soggetto che rappresenti la sinistra. Quello che ancora a tutti non è chiaro è che l’Altra Europa per Tsipras ha ottenuto quel risultato non perché pensavano che era la somma delle parti, tra Rifondazione e Sel, l’ennesimo esempio di fusione a freddo, ma una lista che pur con tutte le difficoltà del caso era rappresentativa di un mondo che da tempo Sel e Rifondazione non riescono più a rappresentare. Ecco perché, concludendo il riassunto contro l’ipocrisia, non stupisce il possibile dietrofront di Barbara Spinelli, se si ragiona sul suo status “ascritto” di garante della lista e non su quello acquisito di eletta di fronte allo stillicidio di voci (soprattutto interne a Sel, ma quel partito non aveva scelto votando una mozione di appoggiare Tsipras) che metterebbero in discussione l’adesione alla Gue. Certo, garantire che l’Altra Europa faccia il proprio percorso in Europa, aderendo alla Gue, non basta. Non può bastare. Come non può bastare richiamarsi a una non meglio precisata “Syriza italiana” senza rendersi conto di quello che è realmente è stato fatto in Grecia per costruire il movimento che ha vinto le ultime elezioni in quel paese. C’è il percorso più difficile da fare per rendere credibile questo soggetto e lì, purtroppo, nonostante le tante idee e gli input che arrivano da fuori e soprattutto dal basso, la strada sembra ancora in salita.

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Il modo Migliore per (continuare a) farsi del male a sinistra

Per dirla alla Nanni Moretti: “Va beh, continuiamo così, facciamoci del male”. Nemmeno il tempo di prendere coscienza di aver superato lo sbarramento del 4% che a sinistra già si fanno piani per definire il modo più veloce di estinguersi. Sel in tutto questo, sembra avere un primato. Tutt’altro che invidiabile. Appena archiviato il 4,03% della Lista Altra Europa per Tsipras che gli strateghi di un partito, Sel appunto, pensano a dialogare col Pd. La corrente Migliorista – e qui l’aggettivo non è scelto a caso – di cognome e di fatto. Gennaro Migliore infatti, in un’intervista a Repubblica, non nasconde le intenzioni di guardare al Pd. Passo successivo: l’eventuale e probabile ingresso nel Pse. Strategie che rischiano seriamente di accelerare l’estinzione degli ultimi cespugli a sinistra. Quel 4% è stato superato alle ultime elezioni non perché l’Altra Europa per Tsipras rappresentasse una sorta di fusione a freddo con le ultime animelle scalpitanti della sinistra tradizionale (da Rifondazione – esiste ancora – a Sel). E’ stato superato quel 4% perché, pur con tutte le difficoltà del caso, la lista è riuscita a proporre in brutta copia (ma comunque in maniera efficace) quello che Tsipras ha fatto in Grecia, andando a cercare e a candidare chi in questi ultimi ha incarnato i valori di sinistra e li ha anche rappresentati. E non sono stati certo gli ultimi partitini sopravvissuti. Sono state invece persone  che nei movimenti o anche nelle associazioni dal basso hanno portato avanti processi collettivi e partecipativi di proposte di reale cambiamento e che non si sono fermati a ragionare con i vecchi punti cardinali di un tempo sulle questioni cui la politica – e di conseguenza la sinistra – dovrebbe dare una risposta. Gente che si è accorta da tempo che esiste una precarizzazione sempre più feroce del lavoro – e tutto ciò avviene non solo nelle vecchie fabbriche (le poche che esistono ancora) e non solo alla catena di montaggio – gente che sostiene come la difesa del lavoro sia da perseguire sempre ma che non può essere “asfaltata” dalla miopia di fronte a un territorio sempre più spesso stuprato e sfruttato in barba a qualsiasi sicurezza ambientale. Gente che considera la politica delle grandi opere – a prescindere dal colore delle cooperative che prenderanno poi i lavori – nociva e non l’unica arma per far ripartire il paese. Ecco basterebbero queste considerazioni per capire che un passo laterale verso il Pse non è possibile, perché in un colpo si perderebbero tutti i crediti conquistati con fatica in quest’ultimo appuntamento elettorale. Che non è possibile dialogare con chi crede ancora che il Blairismo – mutato magari geneticamente – possa essere la soluzione a tutti i problemi. La terza via di Blair porta inevitabilmente a un vicolo cieco che non può produrre altro che una forbice sempre più larga di differenze. Dopo dodici anni con difficoltà, si torna a ragionare di un soggetto a sinistra. Si sta scontando ampiamente tutto quello che accadde al Social Forum di Firenze con l’endorsement di Bertinotti ai social forum, un anno dopo Genova. Da allora solo cumuli di macerie che si è provato con tecniche – spesso massimaliste, per non dire dozzinali – a rimettere insieme. L’Altra Europa con Tsipras – che aveva alle spalle i suoi scheletri (i progetti naufragati di Alba prima e l’amaro finale di Cambiare si può alla vigilia delle elezioni politiche dello scorso anno non si possono dimenticare) – non ha certo brillato nella fase organizzativa iniziale. Ma le vanno riconosciute le attenuanti generiche: non era semplice fare qualcosa di concreto in poco tempo. Quel qualcosa di concreto aveva in partenza due valori altamente simbolici. Due simulacri: la candidatura alla Commissione Europea del leader di Syriza, partito di sinistra e di maggioranza ora in Grecia, il paese ultimo degli ultimi che non si presentava all’appuntamento elettorale come l’ennesima creatura populista ed euroscettica; e la garanzia italiana, una firma più che altro, di Barbara Spinelli, la figlia di Altiero che scrisse “Il manifesto di Ventotene”, tracciando i contorni di un’Europa e di Comunità che per un po’ abbiamo inseguito, ma che nella realtà non abbiamo mai avuto. Era un modo per mettersi in gioco e andare ad attaccare quel modello eurocrate  che sulla base del vecchio motivetto di thatcheriana memoria “non c’è alternativa (there’s no alternative)”, impone da anni una politica di rigore e di austerità, senza precedenti, che continua ad allargare la forbice delle disuguaglianze. Di quella politica, almeno negli ultimi tre anni (e al netto degli ormai celebri 80 euro in busta paga) il Pd si è fatto portatore senza mai dare concreti segnali di discontinuità, prima sostenendo il governo Monti, poi dando vita a due governi di larghe intese che non nascevano dalla volontà esplicitata dagli elettori nelle urne. Di fronte a tutto questo, qualora ci fosse un abbraccio tra Pd e Sel, così come sembrano lasciare intendere le parole di Migliore, non potrà che essere un abbraccio mortale per una sinistra e per quei valori che il Pd in questo momento storico – e soprattutto dopo l’ascesa di Renzi a segretario-premier – non è in grado di rappresentare. Altresì il percorso iniziato con l’Altra Europa per Tsipras – pur divergendo almeno inizialmente da quello di Syriza in Grecia – merita invece un approfondimento perché la convinzione è che nel momento in cui il concetto di rappresentanza può essere bypassato solo con la stessa rappresentanza, l’unica via rimane quella di lavorare con chi in questi anni ha rappresentato davvero quei valori con processi collettivi e di partecipazione. Strada lunga certo, ma unica soluzione non solo per non disperdere quel poco – che è comunque considerevole visto l’ingresso al Parlamento Europeo – che è stato fatto, ma anche per provare davvero a cambiare verso.

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La mutazione genetica del Pd

Cotone-lana o lana-lana e cotone-cotone. Non so perché mi è venuto in mente un vecchio sketch di Paolo Panelli di fronte alle canottiere, quando ho provato per un istante a concentrarmi, oltrepassando la crudezza dei numeri, sull’esito delle Europee in Italia. Ha vinto il Pd, quindi il centro-sinistra, giusto? Ha vinto un partito che ha completato la sua mutazione genetica e proprio alle Europee è riuscito a dimostrarlo come non mai. Ha vinto un partito che è riuscito a mostrarsi affidabile con i cosiddetti poteri forti e che in nome della governabilità e sulla retorica del voto utile è schizzato a un percentuale mai vista. Oltre il 40%. Inutile fare paragoni con la storia più o meno recente del Pd o peggio ancora con quella del Pci. Quest’ultimo tentativo sarebbe un grave errore visto che – a parte la stucchevole contesa per appropriarsi di Berlinguer a puro scopo di marketing politico – questo partito nei fatti non sembra avere più un collegamento (figuriamoci addirittura un pantheon) con quello che il Pci rappresentava per la sinistra e per i suoi valori, non necessariamente comunisti poi. Quindi, tornando alla domanda iniziale e mutuandola nella geopolitica: centro-sinistra o centro-centro e sinistra-sinistra. Centro-centro, purtroppo, per il Pd che ha completato così il suo percorso, perdendo anche solo nelle premesse quelle che erano le buone intenzioni del Lingotto: forza innovatrice. L’unica innovazione, purtroppo, cui abbiamo assistito è stata quella delle Larghe Intese. Uno schema, su cui la Germania della grande coalizione ci aveva già preceduto (e anche lì c’era una forza di sinistra, l’Spd, che ha fatto il medesimo passo laterale), che rischia di diventare buono anche per l’Europa. Le larghe intese tra Popolari e Socialisti sembrano praticamente già scritte sulla carta, a prescindere da chi diventerà il nuovo presidente della Commissione Europea. In questo inequivocabile successo del Pd, al netto di un’astensione che non può comunque passare inosservata, sono state applicate tutte le regole della retorica politica: governabilità (concetto che stride assai con le istituzioni europee), la paura del nemico alle porte (Grillo soprattutto, Berlusconi ormai è stato derubricato a semplice sparring partner) e la vecchia storiella del voto utile, come se ne esistesse uno inutile per principio. Così di fronte alle suddette paure, ai pericoli più o meno reali, la scelta è caduta, per dirla alla De André, sul “credere ancora che tutto sia come prima perché avete votato ancora la sicurezza, la disciplina”. Ma era veramente questo che i democrat italiani volevano quando è nato il Pd? Placare l’eterna ossessione di vincere almeno un’elezione -e ci sono riusciti – e trasformarsi in un partito del capo, conservatore, non poi così tanto diverso da quello che è stato sempre considerato il grande nemico? Ora proprio nella bulimia di fare paragoni, si esagera perfino oltremodo, provando a mettere sullo stesso piano la vittoria del Pd con quella della Dc del 1953. Bisogna fare attenzione però, la Dc anche nella sua cancerosa fase finale ha sempre considerato fondamentale il dibattito interno e quello che veniva definito il gioco delle correnti che non era solo un modo per scegliere un candidato invece di un altro, ma anche di avanzare proposte. Il Pd di Renzi, almeno sin dalle prime mosse, non sembra avere lo stesso rispetto per le differenze di pensiero al proprio interno. A prescindere poi da quello che è il mosaico delle candidature, perché alla fine l’obiettivo è sempre lo stesso: prendere più voti, andando a raccoglierli con operazioni di marketing politico piacione, i famosi specchietti per le allodole, meglio se presi dalla cosiddetta società civile. Ora, però, viene il difficile. Perché se Renzi crede davvero di guidare una forza di centrosinistra innovatrice – e non basta essere entrato nel Pse – deve dimostrarlo, dando segni concreti di discontinuità soprattutto in Europa e nel modo d’intendere l’Europa. A iniziare dalle politiche di austerità e di rigore di questi anni e alle troppe intromissioni degli ormai noti organismi tecno-finanziari sulle politiche del nostro paese. Tra l’altro avrebbe anche la forza per farlo, riconosciutagli dall’aver ottenuto l’unico vero successo di un partito del Pse. Se dovesse fare così, significherebbe che ci siamo sbagliati. Purtroppo l’impressione invece è quella iniziale. Non ci sarà un cambiamento di verso in Europa e qualora ci fosse, non sarà di certo il Pd a farlo. D’altronde di idee e soprattutto di impegni in questa direzione, ne abbiamo sentiti un po’ pochini da parte di Renzi. C’era da trasformare il voto europeo in un referendum sulla stabilità del governo. Ce l’ha fatta. Ma dire che in Italia ha vinto il centrosinistra, aggrappandosi a un’etichetta linguistica ormai fuori misura per il Pd proprio per le scelte che ha fatto in questi ultimi anni, è intellettualmente sbagliato.
Non ci saranno forse le solite sedute di autocoscienza per chiedersi che fine ha fatto la sinistra e dove va cercata. Non bisogna cercarla, bisogna costruirla. L’Altra Europa per Tsipras è stata sicuramente un’operazione palliativo che, nonostante tutte le difficoltà e le perplessità iniziali sull’organizzazione, ha funzionato perché è riuscita a rappresentare una parte del paese che non si sentiva rappresentata ma che da anni porta avanti processi e pratiche collettive che rispondono pienamente a valori di sinistra e che partono dal basso. Ma chiaramente non può bastare. Il tema della rappresentanza a sinistra rimane di stretta attualità. Ed è destinato a restarci ancora per parecchio.

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