Archivio mensile:settembre 2014

Il Blairismo ha fatto più danni del Blurismo

Non è un’assonanza, è una convinzione vedendo il disfacimento sempre più evidente di quell’area che è un tempo si chiamava sinistra: se avessero ascoltato più dischi dei Blur e meno discorsi di Tony Blair, forse non ci troveremmo in questa situazione. Damon Albarn, il cantante dei Blur, cui il premier laburista inglese ai tempi fece un’assidua corte per averlo come testimonial l’ha capito un po’ in ritardo, ma l’ha capito. Chiacchiere e distintivo. La terza via, così era stata ribattezzata all’epoca, era ciò che più di lontano ci potesse essere da un’idea di sinistra. E infatti Massimo D’Alema, sornione, che sognava di fare il Blair italiano non diceva “cose di sinistra”. Né le dice ora, ma di fronte alla mutazione genetica del blairismo che si è impersonificata in Matteo Renzi, sembra persino un po’ estremista. Il punto è questo: esiste, per la nostra generazione di trentenni che veleggiano sempre più veloci verso la soglia dei quarant’anni, non un pantheon, ma un’estesa mozione degli affetti che da sempre ci spinge ad attivarci in forme e soluzioni, talvolta partecipative, ma non sempre incisive nel dibattito politico. E allora per fare un po’ di storia: eravamo adolescenti, quando abbiamo perso la nostra innocenza. Le stragi di Capaci e via D’Amelio sono state uno choc fortissimo, la consapevolezza che il Male poteva annidarsi in anfratti vicini e perfino aderenti col potere. Altrimenti la geometrica potenza della mafia e la chirurgica precisione nelle due stragi non poteva essere tale. E i processi odierni – sulla trattativa Stato-mafia, seppure partono dal dopo stragi – non fanno altro che confermare quel puzzo nauseabondo di connivenze tra vari livelli che quelle due stragi emanavano. Se rivoluzione interrotta è stata, va ricercata proprio in quegli anni, così densi di significato, ma in cui non siamo stati capaci di canalizzare le nostre energie, il nostro senso civico e il nostro smisurato impegno. Nella mozione degli affetti, anzi delle affinità che ancora ci guida (così almeno credo) nonostante, almeno per il sottoscritto, l’incapacità di essere rappresentati dalla politica e di conseguenza dai politici, c’è inevitabilmente il teatro di guerra dell’ex Jugoslavia. La guerra, la prima vera guerra dopo la seconda guerra mondiale, dell’Europa e soprattutto alle porte di casa nostra. E l’incapacità della politica di risolvere le controversie. Negli occhi il ponte di Mostar e le immagini di Srebenica. Nelle orecchie l’ipocrisia di quello che in tutto per tutto si fece slogan con “Il mio nome è mai più”, canzone cantata da Jovanotti, Ligabue e Pelù che arrivò a qualche anno di distanza quando già il teatro di guerra si era spostato nel Kosovo e dove l’Italia – con D’Alema premier – entrò ufficialmente in guerra, mettendo in crisi quello che restava della sinistra di allora e iniziava comunque a vacillare. Nel giro di pochi anni la sinistra – come collocazione geopolitica e non solo – si sarebbe svuotata del suo significato in maniera quasi irrimediabile e a grandi passi sarebbe stata oscurata da quello che ora è un macropartito, difficilmente collocabile a sinistra però per le sue politiche sul lavoro e nel sociale, e che fa di tutto e anche di più per mostrarsi affidabile con chi detta la linea politica, riducendo a pezzetti (tanto per intendersi) il concetto di comunità dell’Europa. Questa che potrebbe sembrare una digressione o ancor peggio uno stream of consciousness a una manciata di minuti dalla mezzanotte nasce invece dall’irritante dichiarazione e ripetuta ad libitum (negli ultimi tre mesi) di Matteo Renzi in tv , durante la trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa”. Per l’ennesima volta l’attuale premier ha evocato Srebenica come dimostrazione dell’incapacità dell’Europa di intervenire e di non porre un freno al genocidio. Detta così la frase sembrerebbe perfino pertinente con un discorso di sinistra. Ma è solo chiacchiere e distintivo. Ed entrambi, fortunatamente, non bastano. Ho come l’impressione che Renzi cerchi ogni qualvolta di appropriarsi di un pantheon, diciamo, generazionale che non può appartenergli se non per la carta d’identità che può esibire, ma non per le scelte che il suo governo non ha fatto o che annuncia di fare. Falcone, Srebenica smuovono sì quella mozione degli affetti cui si faceva cenno sopra, ma quegli eventi sono stati anche uno spartiacque fondamentale per la storia della Sinistra o di quello che resta nel nostro paese. Sì, forse è arrivato il momento di fare i conti col passato, quello più recente, non quello ormai remoto, perché anche la discussione rischia di essere fuori dal tempo se si continua a ragionare con le vecchie categorie di giudizio. Gli anni novanta sono stati fondamentali e forse non sono stati ancora del tutto metabolizzati. La fine della partitocrazia ha generato una fiducia cieca, quasi illimitata nei confronti di quei magistrati che con le loro inchieste avevano contribuito a fiaccare e poi apparentemente a distruggere quel sistema. Ma non potevano essere loro – e i fatti, anche quelli più recenti (vedi De Magistris) l’hanno dimostrato – a portare avanti una svolta politica. Il potere di fascinazione improvviso di certi personaggi ha dimostrato col tempo un inutile spirito d’emulazione che, purtroppo, pur riveduto e corretto, continua. Ecco che qui entra nella discussione Blair. L’idea che un laburista prendesse casa a Downing Street dopo gli anni devastanti della Thatcher e gli anonimi di Major, fu considerata una rivoluzione. E invece Blair, qualche anno dopo rispetto a D’Alema, ma proprio come D’Alema per la questione Kosovo,  affiancò  Bush e non l’abbandonò nella cosiddetta seconda guerra del Golfo quando in Italia i movimenti continuavano a marciare in senso opposto, sperando di scongiurare la guerra, ma andando incontro a una delle più sonore sconfitte. Che arrivava a un paio anni di distanza dal G8 di Genova, dove fu in qualche maniera declinato da sinistra un nuovo modo di leggere il mondo, le diseguaglianze, l’economia, il sociale e anche il lavoro incompreso o inascoltato dai partiti di tradizionali. Anche da quelli che si dichiaravano di sinistra o di centrosinistra. Così Blair e il suo blairismo era il modello da seguire e non stupisce che lo stesso Renzi lo annoveri in quello che può considerarsi un suo pantheon personale ma che comunque, visto la mutazione genetica, fa ancora breccia nel pantheon del macropartito di centrosinistra che ha sempre sognato di essere qualcosa che si ponesse a metà tra il partito democratico americano, il laburista inglese, ma che invece si è rivelato per essere solo un malriuscito esperimento di fusione a freddo tra due tradizioni (quella democristiana e quella comunista) che nel ricambio generazionale hanno inevitabilmente perso la carica riformatrice di entrambe. E mentre Blair dopo aver lasciato la guida della Gran Bretagna diventava il consulente più richiesto anche da capi di stato (chiamiamoli pure così) non sempre con uno spirito democratico così esteso, Damon Albarn che dei Blur era il cantante e dopo aver regolato i conti (facendo anche outing) dei suoi problemi di dipendenze, ha fatto altre esperienze. Decisamente significative. Soprattutto da solista.  Forse se l’attuale classe dirigente del Pd, almeno in Italia, avesse ascoltato qualche canzone in più dei Blur e avesse inseguito meno le ombre di un Blairismo all’italiana (di per sé sempre piuttosto maccheronico almeno nelle forme) ci saremmo risparmiati lo spettacolo attuale. Che non è proprio un bello spettacolo. Perché per sentire dire qualcosa di sinistra dobbiamo andare in qualche cinema o teatro occupato che viene salvato dalla speculazione edilizia. E forse, magari, ci scappa anche “Girls and boys” nel dj set.

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Libri/26 La stupidità digitale è sempre in agguato

La mia recensione sul libro di Giuliano Santoro “Cervelli sconnessi” (Castelvecchi editore) uscita domenica 21 settembre su Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

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È meno virtuale di quello che si possa pensare anche se ci si ostina a utilizzare il suddetto aggettivo per descrivere il mondo del web. Giuliano Santoro ha pubblicato per Castelvecchi il libro — pamphlet si diceva un tempo — dal titolo Cervelli sconnessi. E il titolo di per sé è più di una semplice dichiarazione d’intenti. Santoro parla dell’archeologia della Rete e di come da una parte stesse lavorando a quello che poi sarebbe diventato il world wide web — nascosto dal celebre acronimo www — il comparto militare-industriale americano che non ha mai negato investimenti per la creazione di una Rete e dall’altra lo stesse sperimentando quella controcultura, figlia degli anni Sessanta da cui poi arriva anche lo stesso Steve Jobs. La tesi di Santoro è semplice: il web non è un campo neutro e non può essere nemmeno sinonimo di libertà assoluta (tra l’altro merita di essere letta con attenzione l’analisi sul netliberismo). Tesi, chiaramente non nuova, ma che in qualche modo lo stesso Santoro aveva già declinato nel suo precedente libro Un Grillo qualunque quando aveva parlato di populismo digitale. Dilagante e poco rassicurante.

 

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Il senso del ragionier Fantozzi per il Jobs act

Jobs Act e tutele crescenti, parole per dare un vestito più o meno seducente alla vera riforma: l’abolizione dell’articolo 18. Di fronte a questo il ragionier Fantozzi se ne sarebbe uscito, proprio come fece di fronte alla visione della “Corazzata Kotiomkin” stroncando il presunto capolavoro ed eruttando una sensazione comune che i colleghi non si azzardavano a dire, ma finendo poi con l’applaudirlo,  con è “una boiata (per non essere troppo volgari) pazzesca”. Diciamolo però  – e dispiace anche dover sottrarre il celebre intercalare a Massimo D’Alema – allora. Perché anche le favole hanno le gambe corte e hanno una scarsissima aderenza alla realtà. Capita, anzi mi capita di incontrare in piscina due signori di mezza età che discutono (è successo ieri) su che cosa siano le tutele crescenti. Perché la progressione dell’aggettivo “crescenti” fa anche la sua figura quando si parla di assunzioni a tempo indeterminato così, en passant. Ma poi se ci si riflette solo un secondo e ci si chiede, giustamente, che cosa sono le tutele crescenti, le considerazioni sono di ben altra portata. Proprio quell’aggettivo in accoppiata col sostantivo sembra già un traguardo utopico per chi viene assunto, il perché è presto detto: se si passano i tre anni di assunzione a tempo indeterminato, le tutele nel frattempo sono cresciute e allora difficilmente, senza giusta causa, ti possono mandare a casa. Ma se  non si passano quei fatidici tre anni che succede? Succede – cosa ancora più volgare per il pensiero che sottende – è che ti possono licenziare anche senza giusta causa (resiste o dovrebbe resistere solo la causa discriminatoria) e  se poi viene accertata l’illegittimità del licenziamento, niente più reintegro (come prevedeva l’articolo 18), ma ti viene dato un indennizzo in denaro. Come se bastassero i soldi (solo i soldi) per liquidare un licenziamento senza giusta causa che altro non è – giusto per dare il giusto peso alle parole e alle azioni – un’evidente erosione di un diritto, il diritto a lavorare. Siccome di furbetti, non solo del quartierino, ne esistono assai in questo paese e allora sospettare non solo è lecito, ma anche sacrosanto di fronte a quello che sta succedendo. Ed è anche eticamente giusto – al di là delle dichiarazioni propagandistiche di chi in effetti non sa nemmeno di che cosa tratta l’articolo 18 (uno scudo che permette di non lasciare le mani libere a chi potrebbe cacciarci a casa perché non siamo simpatici, non siamo sorridenti, non votiamo da una parte piuttosto che da un’altra, abbiamo determinati gusti  calcistici rispetto a quelli che, magari, vorrebbero essere imposti o solamente per risparmiare sul costo del lavoro; giusto così per chiarire di che cosa si tratta). Poi si entra in un altro ambito non meno importante. Davvero ci ostiniamo a credere che non si investe, non si assume perché sopravvive ancora l’articolo 18? Non scherziamo. Questa favola cozza irrimediabilmente con i numeri e si rivela per avere, appunto, le gambe corte. Basta guardare i numeri per rendersene conto: in Italia sono sempre meno, ormai da anni tra l’altro, i lavoratori che nelle aziende possono contare sull’articolo 18 qualora l’imprenditore-padrone di turno si accanisca su di loro. Facciamo una botta di conti: solo il 3% delle imprese in Italia è costretta a fare i conti con l’articolo 18 che tutela complessivamente il 66,5% dei lavoratori italiani (i dati sono della Cgia di Mestre). Eppure le assunzioni a tempo indeterminato arrivano sempre di più a singhiozzo. Non può essere quindi l’articolo 18 il vero ostacolo che genera un’anemia di assunzioni a tempo indeterminato. Quando spiattelli questi dati sul tavolo della discussione, la prima obiezione che è come di saltare di palo in frasca è che il costo del lavoro in Italia ci danneggia. Anche lì ci sarebbe parecchio da discutere, perché anche questa favoletta rischia di avere le gambe corte come l’altra, se si intende per costo di lavoro solo il salario. Ma questo è un altro punto. Tornando al Jobs Act c’è un altro aspetto che sembra assai pericoloso quanto la strategia  di nascondere l’abolizione dell’articolo 18 con enunciazioni e frasi speranzose in bella posa e si chiama demansionamento. Ok, non voglio tirarmela troppo: non sono né un giuslavorista, né tanto meno un economista. Ma a pelle, epidermicamente parlando, anche questa cosa del demansionamento mi sembra un’ulteriore operazione per fare dei lavoratori ciò che vogliono. Insomma, se un’azienda è in crisi, per salvaguardare  i livelli occupazionali, può retrocedere di posizione i propri assunti. Questo è il succo. A prescindere dalle interpretazioni più o meno ottimistiche (sfido chiunque a trovarne) che possano essere fatte al riguardo, non posso fare a meno di pensare a ciò che appunto il ragionier Fantozzi disse dopo la visione della “Corazzata Kotiomkin” e le sue otto bobine. L’unica certezza – tutt’altro che ideologica perché di ideologico  non c’è veramente nulla – è che avanti così “le larghe intese” saranno sempre più larghe – basta vedere l’oggetto delle auspicate riforme fuori e dentro l’Italia – e ce le terremo ancora per parecchio. Con tutti gli annessi e connessi. Benvenuti nella postdemocrazia.

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Libri/25 Morte di un uomo felice: quell’indagine interiore, spietata e disarmante

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Avevo preparato questa recensione per raccontare il libro di Giorgio Fontana prima che vincesse il Campiello (e infatti non si fa cenno alla vittoria del premio letterario di sabato scorso) e la recensione è stata, ovviamente, superata dagli eventi. Devo ammetterlo: non conoscevo Fontana prima. Mi aveva intrigato e allo stesso tempo mi aveva fatto mantenere la giusta distanza la recensione entusiastica fatta da Benedetta Tobagi. Non sapevo se stavo per leggere l’ennesimo libro di memorie sugli anni di piombo o un romanzo che provasse  a raccontare le ragioni dell’odio di una stagione che il nostro Paese non è riuscito a chiudere definitivamente preso come era e (forse) come è ancora a cercare, appunto, quelle ragioni. Il libro di Fontana decide – coincidenza bella e anche disarmante – di raccontare il 1981, l’anno della sua nascita.
Ci si trova a maneggiare un romanzo intimistico (credo che questo sia l’aggettivo più azzeccato) che colpisce per i due livelli narrativi che lo scrittore decide di tenere il presente del magistrato e il passato del padre partigiano morto. Due livelli che viaggiano paralleli. Convergenze parallele, abusando forse di un termine diventato (ahinoi) arcinoto. Non mi voglio dilungare oltre perché qualsiasi ulteriore riflessione rischia di essere mediata dalla vittoria di Fontana al “Campiello”. 
Tra le tante carte che studia per disarticolare l’ultimo  feroce rigurgito degli anni di piombo, è il 1981, si insinua sempre il foglio più importante. Un bigliettino, un indizio. Anzi, una prova. La prova dell’amore di suo padre, Ernesto, Geppo il nome di battaglia, partigiano, morto in circostanze che lui stesso non è mai riuscito a sapere né a chiarire. Lui è Giacomo Colnaghi, trentasette anni, magistrato di punta della procura milanese nelle inchieste sul terrorismo. È il protagonista dell’ultimo libro di Giorgio Fontana, «Morte di un uomo felice» (280 pagine, Sellerio edizioni, 14 euro) che forma un dittico sui temi di giustizia col precedente «Per legge superiore». E Colnaghi è felice  anche se all’apparenza sembra così solo in quel monolocale milanese (la famiglia è a Saronno) in cui ha scelto di vivere  per seguire meglio le sue inchieste. La narrazione di Fontana si alterna tra il passato – la ribellione del babbo di Giacomo, l’Ernesto, e la sua cieca fiducia che ci sarà un mondo migliore (ma che lui non vedrà mai) – e il presente in cui il magistrato è immerso e una fiducia anch’essa cieca in un mondo migliore da costruire, ma con una fede incrollabile nella giustizia democratica  figlia di quelle che sono state (anche) le lotte del padre. Colnaghi è assetato di conoscenza: vuole sapere di suo padre che, fondamentalmente, non ha mai conosciuto (ha solo quel biglietto per «Giacomino» che il padre prima di morire è riuscito a fargli recapitare) e vuole capire che cosa spinge i brigatisti alla lotta armata. Ma soprattutto vuole capire fino a che punto  la giustizia che lui amministra — e in cui lui crede ciecamente — può interrompere quell’eterna voglia di vendetta.  Un’indagine interiore. Spietata e disarmante. E comunque mai cupa. Anzi vitale anche di fronte alla morte.
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Sul ponte sventola camicia bianca

Ho pensato prima al titolo di questo post. Ho pensato che, ad esempio, un “lessico (non) famigliare”  sarebbe stato efficace. Ma non sarebbe stato poi troppo diretto. E comunque, il punto è proprio questo. Il lessico non è più famigliare. Non può esserlo perché si sta perdendo in maniera irrimediabile il significato di determinate parole. Certo, in questo caso, si tratterebbe di semantica. Ma meglio parlare di un lessico. Povero, inaridito dai 140 caratteri di twitter con cui si vorrebbe spiegare il mondo ma che finisce, per essere, solo il luogo dove moltiplicare gli annunci. Come se non bastassero  quelli a rete unificate. Di che stiamo parlando? Stiamo parlando della resa quasi incondizionata al leader unico nel macropartito di centrosinistra. E se vogliamo iniziare dal lessico, iniziamo proprio da questa parola composta: centrosinistra. Aveva senso sicuramente quando nel 1995 iniziò la storia dell’Ulivo. Ha senso ora? No, con i connotati tutt’altro che affini a quelli che dovrebbero essere. Sì, sono più le divergenze che le affinità con l’Ulivo. E il renziano dell’ultima ora – quello della prima è difficile che lo dica – potrà aggiungere: e per fortuna, noi abbiamo il 41%. Come se quel numero in percentuale giustificasse tutto, anche un azzeramento del dibattito interno, un silenziatore alle correnti del partito e anche alle voci controcorrente che arrivano dall’esterno. Perché “i tecnici sono figli della prima repubblica” e “non hanno saputo leggere il berlusconismo”. Ci può pure stare – perché d’altronde è quello che realmente accaduto nel nostro paese – che il periodo che va dal 1994 al 2013 (arrotondando, forse, un po’ per difetto) possa definirsi appunto berlusconismo. Ci può stare meno invece, che venga detto da un palco quasi istituzionale, che gli altri non hanno saputo leggere il “berlusconismo”, quando invece c’è chi sul palco l’ha direttamente introiettato, dicendo di cambiarne il verso. Purtroppo, di fronte, alle annunciate (solo annunciate) riforme non si possono trovare affinità con quello che dovrebbe essere il pensiero di un uomo di centrosinistra, figuriamoci di sinistra. A cominciare da quella della scuola, in cui il frastuono del passo pesante e in lontananza degli sponsor si sente nitidamente. Evitando di tralasciare l’ennesimo sterile dibattito aperto su articolo 18 e totem, ma giusto per far capire di quale tenore vorrebbero essere le riforme del governo Renzi, non così dissimili da chi l’ha preceduto. Il punto è che – a proposito di lessico – si fa difficoltà anche a definirlo riformista questo Renzi, perché da quando si è insediato (sono passati ormai più di sei mesi), ha fatto solo annunci. Proprio come era solito fare il predecessore tanto vituperato da quella sinistra (con o senza centro), che non è mai riuscita a presentare un progetto alternativo per questo paese a quello neoliberista ormai geneticamente modificato anche dai macropartiti che gravitano nell’orbita del Pse ed è poi finita col perdersi. Non può essere infatti, un caso che Renzi continui a ispirarsi al blairismo, quella che una ventina d’anni fa veniva definita la terza via e che ha dimostrato tutti i suoi effetti e i relativi sconquassi nell’economia e anche nella gestione delle controversie internazionali da risolvere, sempre e solo, ricorrendo all’intervento armato. Ecco perché il lessico non può essere famigliare anche se il leader di quello che è ormai diventato un partito del capo (il Pd) – proprio per la tendenza di zittire gli scontenti che con difficoltà, purtroppo, riescono a diventare dei veri dissidenti, perché sempre al partito restano ancorati – parla dalla Festa dell’Unità, un luogo che un tempo aveva una sua sacralità ma che ormai si è trasformato come una grande e infinita fiera piena zeppa di tendoni. No, non è nostalgia del passato. Ma è un modo, a proposito di lessico, per cercare di mettere i puntini sulle i, per evitare di perdersi dietro ad annunci sull’onda delle emozioni (sempre meno degli affetti e degli effetti) mentre il Paese continua a mostrare inevitabilmente tutte le sue ferite, le sue lacerazioni, i suoi ritardi e quelle domande che continuano a rimanere sempre senza una risposta. In questo lessico non famigliare, non può mancare la locuzione utilizzata ieri da Renzi “gestione unitaria” del partito. Bersani – riportano le cronache dei giornali – si chiede giustamente che cosa sia questa gestione unitaria. L’impressione, purtroppo, è che gestione unitaria sia come sempre quella sintesi, in cui però la parola finale spetta al capo. A Renzi appunto, leader, segretario e premier allo stesso tempo. E’ vero – obietteranno gli inguaribili sostenitori – è l’uomo che ha fatto prendere il 41% al Pd. L’uomo vincente, cui essere grati. Ma questa ossessione per la vittoria – purtroppo è un mio chiodo fisso – rischia di far passare sotto traccia quel lessico famigliare invece, che non esiste più. Un lessico famigliare in cui le parole avevano il loro peso e sono identità e appartenenza. Non lustrini e camice bianche fotogeniche da mostrare urbi et orbi. E non una continua operazione di marketing, martellante ma inefficace quando arriva il momento di fare i conti. Quelli veri. Quelli che chiedono risposte. Non annunci. In tutto questo ci sono anche degli aspetti perfino comici, pensando che sul web c’è il generatore di annunci di Renzi. Un annuncio buono per tutte le stagioni. Ma il problema, purtroppo, è un altro: l’incapacità dei cinque leader saliti sul palco della festa dell’Unità – tutti rigorosamente in camicia bianca – di rappresentare quella sinistra cui si richiamano così superficialmente tanto da trasformarla in uno slogan così neutro, sconvolgendone appunto il lessico famigliare. E non è un caso che, troppo presi a discutere del 41% del Pd italiano, ci siamo dimenticati di ragionare, ad esempio, su ciò che è successo in Spagna con l’esperienza di Podemos alle ultime Europee. Come non abbiamo prestato troppa attenzione all’affluenza alle urne e alla percentuale di schede bianche, anche in Italia.  E così per chiuderla con un citazionismo fine a se stesso, sempre più di moda ai tempi di Renzi, come cantava Franco Battiato? “Mister Tamburino, non ho voglia di scherzare, rimettiamoci la maglia, i tempi stanno per cambiare”. E purtroppo non sembra in meglio.

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Libri/24 Marcobi, un commissario a Napoli: il ritorno al passato per la verità

La mia recensione sul libro di Massimo Galluppi “Il cerchio dell’odio” (Marsilio editore) uscita domenica 31 agosto su Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

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Hegel non c’entra nulla. O forse sì. Quello che colpisce in Raul Marcobi, il poliziotto protagonista del romanzo di Massimo Galluppi “Il cerchio dell’odio” (Marsilio editore), è il metodo, inteso come percorso per raggiungere la verità. Che non è assoluta, ma è essenziale per spiegare chi ha ucciso un sinologo di fama internazionale come Bruno Canalis. Si pensa inizialmente a un delitto passionale. Ma Marcobi allarga presto gli orizzonti dell’indagine e il cerchio si stringe su quello che Canalis è stato prima di diventare prof universitario. Si procede a ritroso nel tempo, la Napoli degli anni ‘70, i gruppi di estrema sinistra, convinti maoisti con rimandi inevitabili alla storia della Cina e ci si imbatte in quello che sembrava un caso chiuso e che si tramuta in un cold case: l’omicidio di un compagno di Canalis, frettolosamente derubricata come un’esecuzione da parte di estremisti di destra. Marcobi scava tra presente e passato finché non arriverà in Francia. E tutto diventerà più chiaro. Raul Marcobi ha tutte le caratteristiche (passioni comprese: dal sax al cibo) per diventare un classico cui affezionarsi.

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