Archivio mensile:febbraio 2016

Libri/53 I mille morti di Palermo

Antonio Calabrò li ha contati. Uno a uno, fino ad arrivare a mille. Alcuni – cadaveri eccellenti – li ha visti riversi a terra, crivellati di colpi, sulle strade di Palermo. Palermo come Beirut, così titolò all’epoca L’Ora (era il luglio del 1983), il giornale per cui Calabrò lavorava, dopo l’autobomba nel cuore della città che uccise Rocco Chinnici, il capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo. Quello che per primo aveva capito che la regola era “follow the money”, segui il denaro, per combattere in maniera efficace la mafia. E in effetti la mutazione criminale di Cosa Nostra arriva proprio quando l’organizzazione diventa una vera e propria holding con le mani che affondano nel sangue. Perché capire la guerra di mafia, quella che va dal 1981 (con l’omicidio di Stefano Bontade) fino al 1986, all’inizio del maxi processo, significa anche capire quello che è successo dopo a Palermo. Nell’altra terribile estate, quella del 1992 – a distanza di sette anni da quel 1985 in cui furono uccisi i migliori investigatori (Ninnì Cassarà e Beppe Montana) in circolazione – in cui morirono oltre a Falcone e Borsellino le “speranze dei palermitani onesti” come dissero all’epoca. Ecco Calabrò ci racconta con la perizia certosina del cronista, i mille morti che portarono i Corleonesi a prendere il sopravvento sulle altre famiglie e a gestire nel terrore e nel sangue Cosa Nostra che nel frattempo aveva frantumanto le ultime regole d’onore (un eufemismo, ovviamente), puntando tutto sulla costruzione di un impero finanziario e di potere inattaccabile. Almeno fino al maxi processo. Sono passati trent’anni da quando nell’aula bunker di Palermo sfilarono per la prima volta  i boss della mafia che avevano perso l’aura dei capi, degli intoccabili ed erano diventati degli imputati qualsiasi. Quel maxi processo, costruito tassello dopo tassello nell’estate del 1985 in trasferta obbligata all’Asinara da Falcone a Borsellino, fu il più duro colpo per l’organizzazione criminale, fiaccando le sue certezze di essere appunto intoccabile. Ecco perché la ricostruzione di Calabrò della guerra di mafia è utile a capire ancora meglio quello che sarebbe successo dopo, dove, pur nel dolore per le stragi, è riuscita a crescere una coscienza antimafia collettiva che prima non c’era mai stata. Gli anticorpi necessari per contrastare il potere mafioso e le sue infiltrazioni sul territorio.

calabro

Antonio Calabrò

I mille morti di Palermo

256 pagine, 18,50 euro

Mondadori editore

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , ,

David, il profeta apocalittico. Cinque giorni con Foster Wallace

Il mio articolo uscito oggi su Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) per ricordare David Foster Wallace in concomitanza con i vent’anni di “Infinite jest” e l’uscita del
film “The end of the tour”
 fosterwallace
È MORTO David Foster Wallace. Tredici settembre 2008, un giorno di ritardo rispetto all’avvenuto suicidio a Claremont, California, di fronte solo campi e colline. Lungo piano sequenza nella provincia italiana. Come è possibile che la morte di uno scrittore possa sconvolgere qualcuno a migliaia e migliaia di chilometri di distanza? È la stessa sensazione di rivivere ciò che si è già vissuto quattordici anni prima, quando con qualche giorno di ritardo, arrivò da Seattle la notizia che Kurt Cobain era morto. David Foster Wallace era nato a Ithaca, New York, il 21 febbraio 1962. Il sincero struggimento di fronte alla sua perdita – si è impiccato a 46 anni – è qualcosa di più di un culto che si fa cieca fede. E non c’entra la dinamica violenta della morte: suicidio, proprio come Cobain. Foster Wallace continua a essere un fenomeno di culto perché leggendolo (pur con innegabile fatica, basti pensare alle 1.400 pagine nella versione italiana di “Infinite Jest”), uno trova in lui una completa aderenza con la realtà che gli sta di fronte. Tanto più, ora, le sue prime opere: il romanzo “La scopa del sistema” (1987), i racconti della “Ragazza con i capelli strani” (1990) o “Brevi interviste con uomini schifosi” (1999), fino ai saggi di “Considera l’aragosta” (2006).
LA SCRITTURA che appare uno più contorti flussi di coscienza ha portato in molti a parlare della destrutturazione del romanzo e perfino dello scrittore. In realtà ha ragione la sorella di Foster Wallace, quando dice che suo fratello sembrava “solo” uno appena sbarcato da una navicella spaziale. Uno che nella sua (il)logica narrazione era riuscito a raccontare da apocalittico meglio di noi integrati quello che stavamo vivendo. Uno che, nel suo essere solitario, nel rinchiudersi nella sua stanza, era ben più radicato di quello che potesse sembrare nel contesto storico-sociale-sportivo in cui viveva. E che infine riusciva a vedere in anticipo quello che gli altri avrebbero visto solo con anni di distanza. Dall’esempio più banale del “teleputer”, citato in “Infinite Jest”, elettrodomestico che racchiudeva in sé computer, tv e telefono cellulare, a quello ben più concreto del tennis di Federer. Esperienza religiosa da sfiorare il misticismo. Quando Foster Wallace lo disse, parlando dei “Federer moments”, scrivendoci sopra un saggio, non si sbagliava. E infatti Federer, nonostante l’età, continua a giocare, non sempre riesce a vincere, ma è giustamente venerato per quell’idea di tennis in cui la tecnica deve prevalere sui muscoli, altrimenti addio spettacolo.
LE DIFFICOLTÀ nei rapporti interpersonali, le droghe, il ruolo sempre più importante del mondo dello spettacolo dei media e dell’intrattenimento, l’esasperata competizione sociale: c’era già tutto in “Infinite Jest” che ora ha appena compiuto vent’anni. E tra pochi giorni arriva nelle sale italiane “The End of the Tour”, il film tratto dal libro, uscito in Italia nel 2011 per Minimum Fax, “Come diventare se stessi”. La prima vera occasione in cui Foster Wallace si raccontò, lasciando intravedere anche i suoi lati oscuri. Una confessione frutto di un tour lungo cinque giorni con David Lipsky, giornalista di “Rolling Stone”, in giro per gli Stati Uniti, parlando di politica, letteratura, cinema, dipendenze e depressione. Per molti, la conoscenza di Foster Wallace è diventata devozione. Per la capacità che ebbe di raccontare gli Stati Uniti da posizioni irregolari, in un determinato momento storico di forte mutazione – indecifrabile per i più – non limitandosi a mettere in scena quel presente, ma provando a vedere quello che sarebbe successo più avanti nella trasformazione. Azzardando un paragone con il rock dei Radiohead, Foster Wallace è “Kid A”, il disco che nel suo incedere tumultuoso e straniante, e non solo per la capacità di osare, quando apparve nel 2000 era più avanti di tutto fino ad allora. Proprio come David.
Contrassegnato da tag , , ,