Archivio mensile:dicembre 2014

Libri/30 Il mondo (sur)reale di Raimo

Ecco la recensione sul libro di Christian Raimo “Le persone soltanto le persone” (Minimum Fax editore) uscita domenica 28 dicembre 2014 su Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

 

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Almeno un paio di ossessioni nel ritorno di Christian Raimo al racconto con “Le persone soltanto le persone” . Molti dei protagonisti fanno parte di quell’Italia di precari cognitivi – buone letture, parecchie passioni e tasche spesso vuote – che fatica ad arrivare a fine mese. Il sesso – inteso come adulterio – è l’altra ossessione che si dipana in almeno la metà dei racconti. Ma tra i racconti uno colpisce più degli altri. Letto il titolo “Calvino contro Pasolini”, verrebbe da pensare a un incontro di boxe tra due grandi della letteratura italiana. O meglio due intellettuali, termine che, visti i tempi, sembra demodé. Invece il Calvino che Raimo ci racconta è uno scrittore mezzo dimenticato rifugiatosi a vivere a Cuba come un eroe alternativo e che troviamo intento a spezzare dell’hashish al suo ritorno in Italia. Mentre Pasolini, incensato, è il ministro della Cultura, boss dell’editoria italiana. Inevitabile, con tutte le esagerazioni del caso, pensare – visto come Raimo li ritrae – alla percezione attuale che si ha di due grandi maestri. Anche un racconto del genere può servire per tenere vivo il dibattito sulla cultura attuale. O dominante.

 

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La politica e il mondo rovesciato

È tutta giocata sui paradossi ma ha un suo filo logico questa riflessione. L’inchiesta mafia capitale, battezzata con evidenti rimandi a Tolkien “Mondo di mezzo”, non fa altro che presentare un mondo rovesciato in cui la politica  e di conseguenza i politici  hanno perso l’ultimo barlume di autonomia: il controllo del territorio. C’è sempre stato, come aveva teorizzato Giovanni Falcone, un terzo livello in cui i rapporti tra criminalità, organizzata e non, e politica si incrociano fino a fare affari.  Purtroppo la storia degli ultimi vent’anni di questo sciagurato paese ne è una dimostrazione. Ma fino ad allora era un rapporto in cui la politica aveva la possibilità di guardare dall’alto in basso il suo interlocutore criminale sia che fosse un imprenditore pronto a mettersi le mani in tasca per pagare una mazzetta (perché il prezzo come racconta l’inchiesta Mani Pulite era la politica a farlo), sia che fosse un boss mafioso. E in tutto questo a prevalere era comunque sempre la ragion di partito (e la dazione o tangente si materializzava in quello che veniva definito il finanziamento illecito ai partiti) e in taluni casi anche la ragione di Stato. Real politik, la chiamavano nelle segrete stanze, con un termine fin troppo aulico considerato l’odore nauseabondo e mefitico di questi rapporti. Si ragiona per paradossi, ma la realtà emersa dal cosiddetto mondo di mezzo è qualcosa di più di un paradosso: con i politici che avevano un prezzo, talvolta ridicolo, e che comunque erano al soldo dei criminali di turno, rovesciando di conseguenza i rapporti e il potere. Erano i criminali a fare il prezzo e a comprare i politici. Di conseguenza la politica finisce col perdere non solo la sua autonomia nelle scelte ma anche il suo ruolo primario nella gestione del potere e di controllo del territorio (appunto), autocondannandosi a una subalternità da far spavento. L’analisi fatta finora non vuole essere una variante di dichiarazioni che purtroppo abbiamo sentito ripetere purtroppo molte volte in questi ultimi vent’anni: con la mafia (o con la criminalità) bisogna conviverci. E non vuole essere nemmeno un trattato nostalgico del tipo: si stava meglio quando si stava peggio. È invece una constatazione amara, imperniata purtroppo su un’inchiesta che ancora una volta racconta il malaffare di questo paese, di come la politica si sia svuotata completamente di quelle che dovrebbero essere le sue funzioni e i suoi valori, non necessariamente (purtroppo) etici. Una politica che è ormai da tempo incapace di dare risposte e soprattutto perché ha perso l’autonomia con i vari mondi con cui deve relazionarsi. Una perdita d’autonomia – e qui quello che potrebbe sembrare un altro paradosso – già riscontrata nei confronti di altri poteri su cui si è già detto molto in questi anni. Quei poteri tecno-finanziari che erodono giorno dopo giorno la sovranità. E da cui la politica e di conseguenza i politici non sono mai riusciti a prendere le distanze. Ecco dunque perché l’antipolitica non può considerarsi di per sé eversiva, al massimo reversiva, visto che ragiona nell’antitesi completa, guardandolo allo specchio, a un sistema  che ha perso non solo la forma ma anche la sostanza della politica stessa, svuotandola completamente. Il rischio che si corre ora, è quello che questo paese ha attraversato già almeno un paio di volte ed è quello di credere che la giustizia o l’esempio eccellente di un magistrato “censore” nelle sue funzioni possa sostituire in qualche maniera la politica proprio nel momento in cui legittimamente la randella nel corso delle inchieste di malaffare. Il passato più o meno recente è lì a dimostrare tutti i fallimenti e le illusioni di come la giustizia – sempre che arrivi – possa in qualche maniera rispondere alle domande, cui dovrebbe rispondere la politica. Finendo col sottovalutare come questa forma di democrazia si stia giorno dopo giorno geneticamente modificando. Anche in quelli che sono i suoi percorsi istituzionali.

Vent’anni senza Volonté

Questo è il mio pezzo per ricordare Gian Maria Volonté, a vent’anni dalla sua morte, pubblicato su http://www.quotidiano.net

Non era mai successo – e forse non succederà più – che due film italiani vincano la Palma d’Oro al festival di Cannes nella stessa edizione. 1972, premio ex aequo a “La classe operaia va in Paradiso” di Elio Petri e “Il caso Mattei” di Francesco Rosi. E menzione speciale, inevitabile, al protagonista dei due film: Gian Maria Volonté. Oggi sono vent’anni che Volonté se ne è andato. Era il 6 dicembre 1994 e lui era impegnato ne “Lo sguardo di Ulisse” di Theo Anghelopoulos: aveva girato una manciata di scene (tre per l’esattezza che non saranno poi utilizzate nel film) in una Mostar già in macerie. Morto sul set, a sessantuno anni. Fuori dall’Italia, cui aveva dato prestigio e gloria all’estero, ma era stato ripagato, almeno negli ultimi anni della sua vita, con una strana forma di ostracismo. Dal 1991 in poi, anno del Leone d’Oro alla carriera a Venezia, aveva infatti lavorato solo all’estero fino alla fine dei sui giorni. Ma a prescindere dalle etichette che gli sono state affibbiate durante la sua carriera (“attore contro”, “attore ribelle”, facendo precedere il suo impegno politico e sociale alla sua arte), Volonté ha segnato un’epoca. Con la sua galleria di personaggi che hanno raccontato un’altra Italia, diversa, ovviamente, da quella di Alberto Sordi, ma sicuramente in modo incisivo e decisivo. E anche letterario. Basti pensare al rapporto con i romanzi di Leonardo Sciascia. Volonté, in carriera, ha interpretato quattro film tratti dalle opere dello scrittore siciliano. È stato il giovane e inesperto professore Laurana in “A ciascuno il suo” (impersonificando un’innocenza quasi puerile nell’indagare su delitti inevitabilmente mafiosi che gli risulterà poi fatale), ma anche il disincantato professor Franzò in “Una storia semplice“ (1991, il suo ultimo film italiano) che mulina il braccio in cielo e lascia una massima che dovrebbe essere scolpita nella pietra: “L’italiano non è l’italiano, è il raggionare” (sì, così con due g a rinforzare il concetto).

E ancora è stato per due volte Aldo Moro. Nella versione implicita di “Todo modo” (altro film di Petri che, in anticipo sui tempi, non avrebbe ancora oggi nulla da invidiare alla serie “House of Cards” per la capacità di raccontare il potere dal di dentro), in cui si chiama il presidente M, ma i cui discorsi che si perdono e si dilungano in subordinate e intercalari del tipo “magmaticamente” o in frasi come “le grandi parallele che corrono” che non può non ricordare la celebre affermazione di geometria politica del paradosso “le convergenze parallele”, coniata proprio dal vero presidente della Democrazia Cristiana. È stato poi il “Moro esplicito” ne “Il caso Moro” dove si raccontavano gli ultimi giorni e i misteri del sequestro e poi del delitto dello statista democristiano. Uno sguardo su un’epoca, lucido, appassionato, emozionante. Gian Maria Volonté non è stato un regista, sulla sua carta d’identità c’era scritto infatti attore, ma è uno dei pochi esempi di attore che diventa autore nel momento dell’interpretazione, anzi dell’impersonificazione, perché è capace di inserire caratteri, tic, manie in un personaggio – dopo uno studio davvero maniacale – tanto da renderlo vero. E non verosimile. Miglior testamento per un cinema italiano, sempre in cerca di idee, non poteva lasciarlo.

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