Archivio mensile:giugno 2016

Se la democrazia diretta diventa un rischio

Sarà Brexit. Con buona pace di analisi, exit poll, proiezioni e quant’altro. Ma appena il popolo nel pieno esercizio della sua sovranità si è espresso (tra l’altro con una percentuale di partecipazione da distanza siderale da quelle che abbiamo conosciuto negli ultimi mesi in Italia), si è cominciato a tirare in ballo la democrazia diretta. Nella fattispecie il referendum, l’ultimo feticcio, l’ultimo avamposto. Com’è la storia del dito e della luna? Il dibattito che si scatenando se fosse stato necessario o meno indire un referendum e la scelta fatta da Cameron (coerente col finale anticipato della sua esperienza a Downing Street) ricalca proprio la storia del dito e della luna. Perché è evidente che, a prescindere da qualsiasi tipo di discorso populista (quelli strumentalizzano solo quella che è, purtroppo, la realtà dei fatti), a mancare è la rappresentanza. Non ci si sente rappresentati sia che al governo ci siano i conservatori, sia, viceversa, che ci siano i laburisti. Un po’ quello che accade in Italia e che si manifesta ormai da anni con l’assenza, sempre più rumorosa, alle urne. È evidente che l’Europa così com’è ora non funziona ma è altrettanto evidente, forse lo è ancora di più, che chi ne fa parte, non riesce a cambiarla dal di dentro. Soprattutto perché si è omologato allo stesso modo di fare politica (basti pensare quanto sia facile sconfessare le dichiarazioni odierne di Renzi viste le riforme che sta cercando di attuare nel Paese). La percezione è quella di un’oligarchia europea – che tra l’altro ha varato in anticipo le larghe intese italiane o la grande coalizione tedesca, imponendole in qualche maniera come modello da seguire – che eroda giorno dopo giorno la sovranità dei paesi membri. L’esempio della Grecia e della terribile estate dell’anno scorso è lì a ricordarlo. In tutto questo si innesta un rapporto completamente sbilanciato tra politica, intesa come potere di cambiare le cose, e potere finanziario. Il potere finanziario o tecno-finanziario, per dirla con un’espressione molto in auge, ha trasformato la politica in sua ancella, se non ancora peggio in una serva fedele. Il paradosso di tutta questa storia, assai preoccupante però, è che sputiamo sulla democrazia diretta, lamentandoci contemporaneamente di come l’Europa-istituzione eroda quotidianamente la sovranità, riducendo di conseguenza gli spazi di democrazia che ci restano o ancora peggio se ne freghi delle istanze dei singoli paesi. Non è che Cameron ha sbagliato a indire il referendum, Cameron, come tutti gli altri leader, ha sbagliato a non provare a prendere seriamente le distanze, trovando magari alleanze, da quello che l’Unione è diventata. E ha finito col prestare il fianco al populismo più becero che ha soffiato forte sul malcontento della provincia dell’impero, che si è sentita non rappresentata, finendo con lo strumentalizzarlo. Perché è evidente che il malcontento non si può ridurre solo, anche se stanno cercando di farlo dall’una e dall’altra parte, alla questione dell’emergenza immigrazione o alla paura del terrorismo. Ha ragione Romano Prodi, europeista convinto, quando in tutt’altro ambito, quello italiano ma comunque evidentemente legato alla crisi politica dell’Unione Europea, dice che non serve cambiare i politici ma cambiare le politiche. Ora con il rischio, dopo la Brexit, sempre più concreto di un effetto domino, forse è troppo tardi per iniziare a farlo. Ma è evidente che così l’Europa non funziona e non solo non risolve i problemi dei paesi membri, ma li aggrava facendo aumentare i particolarismi e di conseguenza gli striscianti nazionalismi, e non rappresentando la comunità. E pensare che un tempo, ormai lontano (forse anche remoto), l’Europa (diventata poi Unione) si chiamava Comunità.

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Il centrosinistra non esiste più

L’unico risultato evidente di questa tornata elettorale è che il centrosinistra non esiste più. Il Pd e soprattutto Renzi con la sua leadership l’hanno portato alla morte. Non è più un progetto non tanto ritenuto credibile, quanto rappresentativo di un elettorato. Che o non si presenta alle urne (la maggior parte) o guarda altrove. La mutazione genetica del Pd portata a compimento dalla leadership di Renzi,  il sogno realizzato di partito a vocazione maggioritaria si scontra nelle elezioni dei sindaci con un’evidente bocciatura di chi è stato scelto, in primis dal Pd, per rappresentare il centrosinistra o quello che ne resta. Basta dare un’occhiata ai risultati di questo primo turno per rendersene conto. E soprattutto è necessario fare un raffronto con le elezioni di cinque anni fa. Allora si parlò di rivoluzione arancione, dopo le vittorie di De Magistris, Zedda e Pisapia; ebbene per quanto si possa ironizzare sulle mire da leader dello stesso De Magistris, quel movimento lì, considerato una risorsa e in certi casi un’alternativa, ha retto l’urto: Zedda rieletto al primo turno, De Magistris in vantaggio, con buone possibilità di fare un secondo mandato. E Pisapia? Pisapia non si è presentato. A Milano il centrosinistra ha puntato su Sala, uomo Expo, e alle urne si sono visti i risultati. Sala, come era prevedibile e anche naturale, non è stato percepito come un proseguimento dell’esperienza amministrativa di Pisapia. E infatti è uscito fuori un testa a testa col candidato del centrodestra Parisi. Due manager a confronto, in qualche maniera degli idealtipo per come viene intesa la politica ora e per la prassi con cui vengono scelti i candidati. Ecco quindi, da chi viene incarnato lo scontro politico. Ma il concetto estensivo di esponenti della società civile (molto estensivo, qui si tratta di due manager) non sembra più essere – seppure continua a essere considerata la soluzione più a buon mercato – una scelta rappresentativa di un elettorato. E allora bisogna riflettere che il centrosinistra, rinforzato spesso al centro e ancora peggio a destra, senza sinistra non vince. E che questo può considerarsi in tutto e per tutto il funerale di quel progetto politico. Officiato da Renzi e da una classe dirigenziale del Pd non all’altezza: ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare sul territorio, un tempo forza e risorsa del partitone. Bologna rimane un caso emblematico di questo mood. Alle elezioni il centrosinistra ha presentato il candidato meno renziano del giro, Virginio Merola, che ha cercato immediatamente di creare un contatto, più che altro da mozione degli affetti, con l’Ulivo (l’unica esperienza di centrosinistra credibile che, nonostante il trascorrere del tempo, ha dimostrato la sua efficacia tanto da continuare a essere rimpianta). Ma la subalternità inevitabile, anche per chi si è accodato alla candidatura Merola (vedi ex Sel o comunque la lista di Amelia Frascaroli più collocabile a sinistra per temi affrontati), con l’egemonica idea di partito alla Renzi (a vocazione maggioritaria, appunto) ha lasciato segni evidenti. E tra l’altro, proprio su Bologna, considerata un tempo capitale di partecipazione al voto, bisogna riflettere sul dato dell’affluenza alle urne: undici punti in meno rispetto al 2011. Tutto ciò si chiama con un termine assai noto disaffezione alla politica. Che va comunque letta e declinata in qualche maniera. E’ evidente che il “cordone” della rappresentanza si è rotto, perché il partitone e le sue scelte non riescono a essere più rappresentativi. Renzi può fare anche la riforma costituzionale con Verdini alla ricerca di una maggioranza più ampia, ma poi inevitabilmente paga queste scelte sul territorio. Perché il territorio in maniera inequivocabile ha bocciato quel progetto lì. Altrimenti non si spiegherebbero i risultati del primo turno nelle grandi città che vale la pena di riassumere: a Milano Sala, candidato di tipico stampo renziano, lotta sui centesimi di voto per prevalere su Parisi; a Napoli, nonostante l’esposizione quasi permanente del governo e dei suoi rappresentanti (da Bagnoli in poi), la candidata del Pd dal curriculum tipicamente renziano, non è arrivata nemmeno al ballottaggio; a Roma Giachetti ha rischiato fino all’ultimo di non arrivare al secondo turno; a Torino Fassino, presidente dei sindaci italiani, va al ballottaggio coi Cinque Stelle.  E di Merola si è detto. Sconfitta su tutta linea. Certo, attenta valutazione merita anche quella sinistra che ha cercato di autorappresentarsi con risultati piuttosto deludenti. Da Torino (Airaudo) a Roma (Fassina). L’impressione, ancora una volta, che nella frenesia di muovere qualcosa a sinistra, si perpetuino sempre gli stessi schemi, mettendo al centro chi ha già dato, con risultati tutt’altro che brillanti, o chi viene da altre esperienze (Fiom e dintorni) che non possono essere comunque considerate totalizzanti per una candidatura e una proposta politica. Insomma, l’impressione vera è che si rimastica e basta. Senza provare a spingersi oltre e senza cercare di dare una rappresentanza a chi, in questo momento, non ce l’ha. E non sono pochi. Sono quelli che sono rimasti a casa. Che hanno perso qualsiasi speranza che possa esserci qualcosa di diverso dalla piega degli eventi presa col Pd di Renzi. E paradossalmente questa rimane l’unica forza dell’attuale premier. Consapevole, nonostante si renda conto dei pessimi risultati tra Regionali e Comunali, che al momento non c’è un’alternativa a lui, che possa scompaginare il campo di quello che una volta si chiamava centrosinistra.

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L’ha detto Benigni. E allora?

Non ho mai creduto che un comico potesse ribaltare il potere costituito (si diceva così un tempo e forse anche ora, no?). Altrimenti avrei votato Beppe Grillo. A ognuno il suo. Come non ho mai creduto che un magistrato potesse ribaltare questo Paese e rimodellarlo. In nome della legalità o presunta tale. Ci hanno provato e si sono visti i risultati. E allora che Benigni dica che voterà sì al referendum costituzionale, non mi tocca assolutamente. Contento lui. Non mi interessa parlare di tradimento dei valori, di opportunismo e quanto altro. E’ convinto di votare sì, lo faccia. Ci risparmi però la lezioncina. E forse anche noi dovremmo evitare ogni volta che uno, sempre più facilmente in questo Paese, diventa di colpo intellettuale o maitre a pensar (spesso per caso) e parla, di stracciarci le vesti o  di esaltarci, pensando di aver trovato un nuovo leader. Che ha una visione chiara, cristallina di quello che ha davanti, il nostro paese reale, e che sa sempre cosa fare. Dai, Benigni è credibile quando sta sul palcoscenico, come Grillo appunto. Quando esula dal suo lavoro, è uno che ha una sua opinione come qualsiasi altra persona. L’abbiamo sopravvalutato troppo prima. Non è che lo rinneghiamo ora perché ha una idea diversa dalla nostra. Purtroppo è questo dibattito politico che si autoalimenta di testimonial, come una qualsiasi televendita, o di personaggi feticci, come in una realtà tribale, che si rigira sempre su se stesso. Mostrando tutta la sua evidente sterilità, perché finora, salvo qualche rarissimo caso, non si è mai parlato fino in fondo della riforma Costituzionale e del referendum di ottobre, se non per  slogan fatti e preconfezionati a uso e consumo dell’elettore e a colpi di Twitter. Scorrendo proprio su Twitter, attraverso gli hashtag di giornata, il dibattito che si era scatenato sulle parole di Benigni a proposito del voto referendario, mi sono imbattuto in un tweet ermeneutico di un dirigente del Pd che analizzava parola per parola un passaggio dell’intervista al comico toscano. Eccolo: “E cosa dovrei fare? Non votare come penso per il conformismo dell’anticonformismo?”. Ovviamente, il tweet era ben equipaggiato con l’hashtag governativo #bastaunsì. Sembrerebbe leggendolo così, un concetto assai alto: il conformismo dell’anticonformismo. Ma che cosa sarebbe alla fine dei conti? Che è già stato stabilito che dire no al referendum è anticonformista e accodarsi a quel no è conformismo e quindi, di conseguenza, un modo civettuolo per sentirsi fichi? Ma Benigni, ci faccia ridere. Queste elucubrazioni lasciamole al Nanni Moretti di “Ecce bombo”. Non – per chiarirlo immediatamente – un modello politico perché credere che i girotondi di Moretti e company potessero far cadere Berlusconi o quanto meno rappresentare un’alternativa politica era più di un atto di fede. Ecco però, che nel dibattito generale se non riesce a passare il concetto racchiuso nell’equazione  “chi vota no è un vecchio”, che non vuole il cambiamento del Paese; si fa strada un altro concetto, ancora più pericoloso che è quello di far passare il cosiddetto anticonformismo e quindi il no alla Costituzione come un puro atto di civetteria. Da tutto questo si evince quanto basso sia il livello del dibattito. Perché qui non è questione di volere o non volere le riforme, ma è di fermare quelle riforme, perché non vanno nella direzione di migliorare il Paese. Non c’è nessuno – almeno credo – nel fronte del no al referendum che non sia d’accordo nel mettere mano alla Costituzione per metterla al passo coi tempi. Il problema è che la riforma costituzionale non metterà la Carta al passo coi tempi, restringerà invece ulteriormente gli spazi di rappresentanza (su cui, visto che è il compleanno e sono settant’anni, si fonda la nostra democrazia e di conseguenza la nostra repubblica). Tralasciando per una volta, a costo di essere ripetitivi, il metodo con cui è stata impostata la riforma e le basi da cui è partita. Ecco, dire no è un esercizio di sovranità. Non è un piagnisteo a priori e nemmeno un modo per affondare Renzi. Collegare la partita governativa al referendum è stato il solito modo per insufflare  il solito concetto: se perdiamo il referendum, cade il governo, poi che succede? Un esercizio retorico mai rottamato che vorrebbe far credere all’elettore che non c’è alternativa rispetto allo stato attuale e che tutto ciò significherebbe incertezza politica, instabilità, con evidenti ripercussioni sulla sovrastruttura europea che guarderebbe con preoccupazione all’Italia. Ci sembrava almeno prima di mettere la scheda nelle urne, alle elezioni del 2013, di esserci liberati definitivamente di questo continuo mantra ripetuto come la più grande preoccupazione che potesse abbattersi sulle nostre teste e invece, dopo il voto, è andato forse peggio di prima. Non sono preoccupato se falliranno le riforme, anzi spero che il referendum costituzionale blocchi questa riforma raffazzonata e poco rispettosa della Carta. Sono preoccupato invece, che il dibattito di questi mesi, viste le prime avvisaglie, i primi testimonial, finisca per arenarsi sulla solita domanda retorica (con annessa risposta quindi)  proposta dalla narrazione dominante, questa sì conformista: “C’è un’alternativa? No, non c’è un’alternativa”. E di conseguenza allora che si fa? Si vota sì, per sentirci tutti giovani, belli e (perfino) sinceri democratici, ignorando invece  (consapevolmente o non) che tutto ciò finirebbe col rendere la politica, il potere (chiamatelo come volete), l’azione governativa in definitiva, ancora meno rappresentativa di come ora (e lo è già pochissimo, basta dare un’occhiata ai livelli di partecipazione e viceversa di astensione al voto), del Paese. Altro che pro e contro Benigni.

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