Archivio mensile:novembre 2013

Cesare Basile, l’esempio di un cantautore

La coerenza. Merce rara in questo paese. Succede però qualcosa che dovrebbe essere normale in un paese normale e invece (ci) stupisce. Un po’ meno se si parla di Cesare Basile. Cantautore, più che una professione, un modo di vivere il suo paese e raccontarlo. Basile è stato tra i primi a impegnarsi all’interno del teatro Coppola di Catania. Il Coppola di Catania come il teatro Valle di Roma rappresentano esperienze di riappropriazioni degli spazi, fedeli alla Costituzione e al concetto di beni comuni, che esulano – come molti vorrebbero far pensare – a mere questioni di ordine di pubblico o (addirittura, apriti cielo) di eventuali concorrenze sleali da sfociare in evasioni fiscali per spettacoli che si svolgono lì dentro. Succede che Cesare Basile, bravo cantautore e abile esploratore di suoni e di parole (basterebbe ascoltare il lavoro che ha fatto sui testi di Danilo Dolci per rendersene conto), vinca la targa Tenco per il miglior album in dialetto. Un bel riconoscimento. Succede anche che al teatro Valle debba andare in scena un lavoro “Situazioni di contrabbando” (in programma il 28 e il 29 novembre) cui collabora anche il Premio Tenco. Ma il Premio Tenco fa un passo indietro, dopo le dichiarazioni del direttore generale della Siae che aveva puntato l’indice contro il teatro Valle parlando “di concorrenza sleale” ed evocando per l’ennesima volta (e che noia, verrebbe da dire) la nota (ma sempre più mal interpretata) poesia di Pierpaolo Pasolini sugli scontri di Valle Giulia del ’68. Un riferimento “alto” e buono per tutte le stagioni. Così il Premio Tenco, di fronte alla presa di posizione della Siae, ha preferito non “immischiarsi”. Ed è saltata la serata. Cesare Basile, allora, ha fatto sapere che l’8 dicembre non salirà sul palco del Petruzzelli di Bari per ritirare il premio che gli era stato assegnato. Non un gesto eclatante, ma coerente.

Ecco, di seguito, le parole di Cesare Basile. Che meritano di essere lette. E anche rilette. Per chi si fosse dimenticato che un cantautore non è solo un autore di (presunte) canzonette.

Credo che un artista abbia il dovere di schierarsi piuttosto che sottrarsi ai conflitti. È l’unica regola alla quale ho cercato di essere fedele come individuo e come musicista nel corso della mia oramai lunga carriera.
Viviamo da troppo tempo e con sconcertante naturalezza l’era delle tre scimmie, la viviamo adeguandoci alla goffaggine che genera complicità, paghi del piatto di minestra che la carità del Potere ritiene di assegnarci ai piedi della sua tavola.
Non vedo, non sento, non parlo. Tuttalpiù faccio un salto di fianco e lascio che la cosa passi.
Strana pratica per un mestiere che è fatto esclusivamente di vedere, sentire e parlare. Strana pratica per chi ha scelto il racconto come segno della propria esistenza.
Faccio parte da due anni dell’assemblea del Teatro Coppola Teatro dei Cittadini, un teatro occupato e autogestito, uno spazio sottratto all’incuria e alla magagna della Pubblica Amministrazione, frutto gioioso e libero di un altrettanto gioioso e libero atto illegale. Rivendico quotidianamente la legittimità di questa pratica come risposta a un sistema di gestione dell’arte e della cultura verticistico, monopolista, clientelare. Questo non mi rende migliore o peggiore di altri, né fa di me un eroe, mi vede solo parte attenta di una scelta e come parte attenta di una scelta non posso fare a meno di vedere, sentire e parlare.
I recenti attacchi del presidente della S.I.A.E., Gino Paoli, e del suo direttore generale Gaetano Blandini contro il Teatro Valle occupato e le altre esperienze autogestite sul territorio italiano (il Teatro Coppola Teatro dei Cittadini fra queste) mi hanno profondamente disgustato per toni e arroganza; attacchi dai quali traspare, tra l’altro, una chiara e ben orchestrata richiesta autoritaria di ripristino della legalità che altro non è che un’esortazione allo sgombero.
Sabato 30 Novembre avrei dovuto partecipare, insieme ad altri musicisti, a una manifestazione organizzata dal Club Tenco e dal Teatro Valle. In seguito allo scontro con la S.I.A.E. il Club Tenco ha cancellato questa manifestazione dalla sua agenda con la seguente motivazione:

negli ultimi giorni tra il Teatro Valle di Roma occupato e la Siae, ha deciso di annullare la manifestazione “Situazioni di contrabbando” programmata al Teatro Valle nei giorni 29 e 30 novembre. Non avendo la competenza tecnica per entrare nel merito dei gravi motivi di contrasto, il Club ritiene comunque di non dover alimentare, per la sua parte, attriti e polemiche, e per questo rinuncia serenamente ad un evento che potrebbe acuire il dissidio tra le due parti».

Essendo la S.I.A.E. partner importante del premio Tenco non viene difficile capire il perché di questo passo indietro.
Ma se il Club Tenco ritiene di dover sottostare a un ricatto e fare un passo indietro per non «acuire il dissidio tra le due parti», io reputo opportuno farne uno in avanti per sottolinearlo questo dissidio: conflitto fra chi vuole una cultura liberata e chi, invece, la cultura vuole amministrarla per mantenere privilegi.
Ecco perché, ringraziando tutti quelli che mi hanno votato, non ritirerò la targa Tenco 2013 per il miglior album in dialetto e non parteciperò alla premiazione dell’8 dicembre al Petruzzelli di Bari.

Cesare Basile

 

 

 

 

 

 

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Pd, l’incapacità di rappresentare (anche) il Padre

L’ultima sconfessione. Quella del padre. Quella di uno – come tanti in Italia – che si aspettava un’altra creatura. Meglio composta dal meglio della cultura cattolica e dal meglio dei valori della sinistra, non così composita invece. Un aggregato di leader e leaderini che provano intanto a tirarsi la loro giacca e poi quella del collega di banco. Ecco che cos’è il Pd ora. E la sconfessione di Romano Prodi è un addio che dovrebbe suonare in tutt’altra maniera da come è stata interpretata dai protagonisti in azione, presi a contare correnti e correnticole, tessere e mini-tessere e teorizzare su congressi. Il Pd dimostra per l’ennesima volta come sia incapace di rappresentare il paese. Non è un’opinione. E’ una constatazione, perché la reazione del Padre, Prodi appunto, che dice che non voterà alle Primarie è la conferma di come questo processo iniziato con la nascita del partito, distruggendo un governo (il Prodi II, vale la pena ricordarlo, quando Veltroni sognava di fare il Bob Kennedy de noantri), sia giunto al capolinea e abbia dimostrato tutti i suoi limiti più evidenti legati, ovviamente, alla classe dirigente. Si è discusso, per mesi, di Pantheon e su chi dovesse starci o meno. Ma sarebbe meglio ora se i vari Civati, Cuperlo, Pittella e Renzi (citati in rigoroso ordine alfabetico) si chiedessero quanto c’è in questo partito di padri nobili come Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti o di Sandro Pertini e di Enrico Berlinguer. Quanto c’è? Nulla. Qualche citazione sparsa qua e là per incassare qualche facile applauso e nessuna scelta che legittimi dei genitori così nobili. Romano Prodi è rimasto scottato tre volte dalla sua creatura (due volte, quando era ancora in embrione), perché, diciamolo, l’idea di un partito democratico era rappresentata (bene) dall’Ulivo prima, (un po’ meno bene) dall’Unione poi e in entrambi i casi a legare il tutto c’era la faccia rassicurante di Prodi. Non vuole essere questa un’apologia del Professore (di errori ne ha commessi tanti anche lui, le distanze su molte questioni, almeno dal mio punto di vista personale, sono nette), però è l’unico che è riuscito a dare almeno in due occasioni una speranza di cambiamento a questo paese. Che poi sia stata malriposta, questo è tutto da discutere; che poi non sia successo, questo (purtroppo) è evidente. Però il primo Ulivo aveva basi solide e legate al territorio (cosa che non può dirsi ora del Pd, che cosa direbbe la base ai dirigenti del partitone se solo non dovesse mordersi la lingua?). Basi che nascevano da un associazionismo diffuso, da una fede incrollabile nella Costituzione (che non è, come sempre più spesso succede anche ora, in determinati settori, un bandieruola da alzare per dimostrare la propria appartenenza). Ecco guardarsi indietro a quegli anni Novanta e rendersi conto che le speranze di cambiamento sono miseramente naufragate in un dibattito pre-congressuale che discute ancora di tessere, come la peggiore delle stagioni della Democrazia Cristiana ci aveva abituato, è la dimostrazione di come il fallimento del progetto politico del Pd sia evidente in questo paese. E ieri il Padre, Romano Prodi, ne ha soltanto certificato l’ultimo e definitivo atto.

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Quando le cattiverie sono obbligatorie

La mia recensione sul libro di Maria Francesca Alfonsi “Cattiverie obbligatorie”, uscita oggi su Qn (il Resto del Carlino – La Nazione – Il Giorno).

“A volte certe cattiverie sono obbligatorie”. Scrive così la marchigiana Maria Francesca Alfonsi nel finale della ventisettesima storia del suo libro intitolato Cattiverie obbligatorie appunto (Italic Pequod edizioni, 114 pagine, 15 euro). E la questione è tutta in quell’aggettivo che impone un obbligo al debole di turno, al vessato, all’uomo o alla donna costretto/a a subire soprusi o solamente a sopportare e di conseguenza a eseguire ogni richiesta del potente di turno. Deboli contro forti e la soluzione in queste ventisette brevissime storie è di un cinismo che, talvolta, nemmeno il debole riesce a immaginare di avere in serbo per risolvere quel rapporto di subordinazione così esasperato nei toni e nelle forme. Sì, c’è anche la morte come soluzione finale. Una delle storie più convincenti e allo stesso tempo sapide è quella di Emilia. Emilia è una dattilografa – rapidissima nel battere i tasti della macchina per scrivere – che deve gestire una figlia insolente nelle continue richieste che fa alla mamma. Lei, Emilia, ormai fuori da un mondo che ha mandato in soffitta le macchine per scrivere, si arrabatta come può per mantenere lei e la figlia che trascorre le sue giornate saltando da una chat all’altra sul suo computer. Nella vendetta nei confronti della figlia, Emilia metterà in pratica tutta la sua arte nel battere più velocemente possibile i tasti. Ma questa volta non saranno quelli di una macchina per scrivere. Ma di quel computer con cui ha avuto sempre un rapporto piuttosto conflittuale.

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