Archivio mensile:giugno 2012

L’importanza di essere Pirlo (e non pirla)

Quando la madeleine è una fetta di tiramisù. Affondo il cucchiaio nel dolce, a mezzanotte inoltrata, e ripenso al più fragile e potente dei cucchiai con il quale l’Italia ha mangiato l’Inghilterra. Le gambe non tremano quasi mai, se ti chiami Andrea Pirlo. Di Cassius Clay, già diventato Muhammad Ali dissero più o meno così: è leggero come una farfalla, ma punge come un’ape. Il nostro Ali che ha cambiato il corso della partita – e soprattutto della sequenza dei rigori – è Andrea Pirlo. Quando ha posizionato il pallone sul dischetto, sapeva esattamente cosa sarebbe andato a fare da lì a qualche millesimo di secondo. Ci voleva una scossa all’Italia (quasi) precipitata nella disperazione di rivivere un altro incubo da rigori. Ci voleva coraggio. Andava dato un segnale. E quel segnale è arrivato. Mentre quelli inviati durante la partita, non avevano raggiunto lo scopo (zero gol, nonostante molteplici inviti partiti dall’uomo di Brescia e indirizzati nell’area della perfida Albione), quello dal dischetto ha minato le certezze dell’Inghilterra che “ha tirato a campare” per tutti i 120 minuti e che, sorniona, sognava la semifinale.

Il cucchiaio. Dodici anni fa, agli Europei nei Paesi Bassi, Totti strafottente prima di dirigersi sul dischetto, disse in romanesco: “‘Mo gli faccio il cucchiaio”. E lo fece al malcapitato Van der Sar, portiere olandese già dilaniato dai sensi di colpa per aver fatto perdere uno scudetto alla Juventus soltanto un anno prima. Pirlo non ha avuto bisogno di fare nessuna dichiarazione urbi et orbi. L’avrebbero preso per un “pirla” magari, vista la delicata situazione, ma lui non lo è. Lui è così invece: è uno che agisce. Parla poco e quando lo fa pubblicamente non regala emozioni, non infiamma le platee. Ma quando si mette lì in mezzo, va a prendere il pallone in difesa e non lo butta mai via, prima ti si allargano gli occhi, poi hai un senso di soddisfazione che solo le sue giocate riescono a darti. Perché quello è il calcio. Questione di centimetri, di testa intesa come cervello e di piedi. Quando Pirlo calcia, sembra quasi che non stia a guardare chi ha lì vicino. Ma è un’illusione. L’ha già fatto prima che noi potessimo accorgercene. E quando lo vedi fare un’apertura o un cambio di gioco di cinquanta metri, pensi che sia pazzo. E invece la palla – che non è telecomandata, anche se così sembra – arriva docile dove deve arrivare, ossia al compagno di squadra libero. Pirlo è quello che in una squadra materializza i sogni e le idee di gioco. E’ quello che vede in anticipo quello che potrebbe accadere e ci costruisce sopra il suo film. E quasi sempre è un capolavoro. E’ il regista insomma, mai termine fu più azzeccato. Nella storia del calcio italiano, probabilmente anche per il vertiginoso incremento dei ritmi di gioco, non c’è mai stato uno così. Uno con quella velocità di pensiero e di azione. Uno che può permettersi di andare sul dischetto con l’Italia sotto ai rigori – con il baratro dell’eliminazione agli Europei dietro l’angolo della porta – e fare un cucchiaio. Coraggioso e non solo. Proprio quello che si chiede a un leader: trascinare tutti a credere in qualcosa che fino, a un attimo prima, sembrava impossibile. E’ un leader silenzioso. Ma è il leader di quest’Italia. E ci sarà un motivo se la Juventus, quest’anno, ha vinto lo scudetto e il Milan no. Ad Allegri soprattutto – e anche ai tifosi rossoneri (me compreso) di conseguenza – i rimpianti di averlo lasciato partire. Ma consoliamoci, averlo lì in mezzo (assist per Di Natale, gol con la Croazia, i due calci d’angolo per le reti di Cassano e Balotelli) è la nostra ipoteca sulla finale. E i tedeschi se lo ricordano ancora. Nella semifinale mondiale del 2006, quando avevano tutti la lingua di fuori ai supplementari, lui spalancò la porta del paradiso all’Italia e a Grosso. Proveranno a ingabbiarlo come ha cercato di fare Hodgson, buttando dentro il belloccio e muscolare Carroll, ma è difficile che riescano a fermarlo. Il pensiero viaggia sempre più veloce e più leggero di qualsiasi altra cosa. E diventa devastante/pungente quando si materializza in giocata. Proprio come dicevano di Ali: “Vola come una farfalla e punge come un’ape”.

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E se da rottamare fosse il rottamatore

E se da rottamare fosse il rottamatore. Un tempo c’erano le scenografie dell’artista Filippo Panseca per i congressi “spendi e spandi” del vecchio Partito Socialista. Con Bettino Craxi che, nel caldo di Bari, arringava le folle in canottiera. Poi arrivarono le convention. E il karaoke di Berlusconi. Ora li chiamano all’americana “think tank”. Ma dal brainstorming di Firenze, dal bing bang come l’ha ribattezzato il giovane (ma già vecchio) sindaco del capoluogo toscano, Matteo Renzi, tutte queste novità non sono arrivate. Anzi, il nuovo sistema politico – irradiato dal palco, dalle immagini e dagli applausi e dalle urla della platea – sembra quello vecchio. Quello che, tanto per intendersi, ci ha accompagnato negli ultimi vent’anni. Marketing, marketing e ancora marketing. Con quel cocktail di cultura bassa e alta che ha un po’ stancato e che ha rispolverato in serie Fosbury, il più grande nel salto in alto, i Righeira  e addirittura Mary Poppins.  E le idee? Non pervenute. Se l’idea più forte è quella di non ricandidare chi ha attaccato il proprio fondoschiena sulla comoda poltrona per più di tre legislature, beh si può stare freschi, anche se si è appena aperto il rubinetto dell’acqua bollente. Per chiudere col passato – sempre che non interessi – bisognerebbe dare almeno un abbozzo di un paio di idee su come far ripartire questo paese. Forse è chiedere troppo a chi vorrebbe fare il leader, ma non si è ancora capito di quale partito. E che dice, ogni volta, a piè sospinto di ispirarsi a una forma non meglio precisata di Blairismo. Forse, provocazione, prima di mostrare all’Italia, tra un’applicazione sull’Ipad e qualche video che appare come per magia su uno scintillante Mac (che, detto per inciso, fanno sempre molto cool), bisognerebbe aver letto prima qualche classico. Una volta c’erano le scuole di partito e chi voleva fare carriera politica doveva leggere almeno i classici. Sia a destra sia a sinistra. Certo, le buone letture non sono servite a salvare questo paese. Ma la formula populismo+marketing in salsa nuovista rischia di affondarlo.

L’Euro nel pallone, alcune considerazioni sull’Italia

Lo spread era alto. E si è visto. Troppa differenza (tecnica e non solo) tra Germania e Grecia. I sogni ellenici di dare vita a una Termopili 2.0 si sono infranti contro la potente stoccata di Khedira e la solita testa – che spunta ovunque – di Klose. Germania in semifinale. A dimostrare che, anche sul campo, le promesse e il coraggio non sempre bastano. La Grecia fuori. Per ora dall’Europa del calcio. Poi si vedrà. Le disperate mosse del Samaras (politico) sembrano le solite scontate promesse di (euro)buongoverno all’insegna dei tagli. Più coraggioso il Samaras calciatore che si è infilato, da vero pirata dell’area di rigore, tra le maglie dei difensori tedeschi e ha messo in discussione, anche se solo per cinque minuti, il predominio germanico. E l’Italia come se la passa? Lo spread tra gli azzurri e gli inglesi è evidente. E gioca tutto a favore dell’Italia di Prandelli. La spina dorsale di questa nazionale, minata dagli scandali calcistici e dal tradizionale gossip che accompagna ogni manifestazione pallonara, non è affatto sfibrata. Buffon-Pirlo-Cassano-Balotelli. Ecco i quattro assi. O asset – per scherzarci un po’ sopra – assolutamente da privilegiare. Questa Italia, guardandola da davanti, è  molto più rock e molto più Best (nel senso del calciatore del Manchester United, ma anche un po’ nell’aggettivo anglosassone) della grigia e impiegatizia nazionale di Roy Hodgson. Che ha però Gerrard e Rooney. Ok, due grandi calciatori, due campioni e le italiane (Milan in primis) lo sanno bene, ma il fatto che riescano a vincere le partite da soli è tutto da dimostrare. Il nostro tesoretto invece, per una volta, è proprio là davanti. Non abbiamo un centrattacco. Un gigante di epiche battaglie contro i centrali avversari. Ma abbiamo due (Cassano e Balotelli) – che se innescati a dovere dalle intuizioni di Pirlo – possono cambiare la partita quando vogliono. Non giochiamo bene. E forse l’Italia – nonostante Prandelli si ostini a sbandierarla a ripetizione – non ha nemmeno una precisa idea di gioco. Viviamo di lampi. Ma sono bei lampi. Con la Spagna Pirlo ha spalancato la porta a Di Natale ed è  arrivato il gol. Con la Croazia ci ha pensato il medesimo Pirlo spingendo il pallone dove il portiere croato anche se fosse stato una molla vivente non sarebbe mai potuto arrivare. Con l’Irlanda il ragazzaccio di Bari Vecchia ha fatto il leader. E anche  qui le chiacchiere stanno a zero. L’Italia, quella sera, non giocava proprio. E non tirava nemmeno in porta. Cassano è arretrato di qualche metro e con il fiato a disposizione ha costruito il vantaggio, mandando prima due avvertimenti, purtroppo per l’Irlanda, mal interpretati. Quei gol lì poi, discorso a parte, li fanno solo i campioni. Non arrivano per caso o per un colpo del sempre benedetto fondoschiena. Stesso discorso per il 2-0 di Balotelli, l’altro ragazzaccio. Uno incarognito col mondo che si vedeva che avrebbe scaricato prima o poi tutta la sua forza nel primo pallone decente. Ed è nata la rovesciata. Per inciso i due gol sono arrivati da altrettanti calci d’angolo indirizzati in area da Pirlo. Lo spread tra Italia e Inghilterra c’è. Ora basta dimostrarlo sul campo.

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