Archivio mensile:maggio 2014

Il modo Migliore per (continuare a) farsi del male a sinistra

Per dirla alla Nanni Moretti: “Va beh, continuiamo così, facciamoci del male”. Nemmeno il tempo di prendere coscienza di aver superato lo sbarramento del 4% che a sinistra già si fanno piani per definire il modo più veloce di estinguersi. Sel in tutto questo, sembra avere un primato. Tutt’altro che invidiabile. Appena archiviato il 4,03% della Lista Altra Europa per Tsipras che gli strateghi di un partito, Sel appunto, pensano a dialogare col Pd. La corrente Migliorista – e qui l’aggettivo non è scelto a caso – di cognome e di fatto. Gennaro Migliore infatti, in un’intervista a Repubblica, non nasconde le intenzioni di guardare al Pd. Passo successivo: l’eventuale e probabile ingresso nel Pse. Strategie che rischiano seriamente di accelerare l’estinzione degli ultimi cespugli a sinistra. Quel 4% è stato superato alle ultime elezioni non perché l’Altra Europa per Tsipras rappresentasse una sorta di fusione a freddo con le ultime animelle scalpitanti della sinistra tradizionale (da Rifondazione – esiste ancora – a Sel). E’ stato superato quel 4% perché, pur con tutte le difficoltà del caso, la lista è riuscita a proporre in brutta copia (ma comunque in maniera efficace) quello che Tsipras ha fatto in Grecia, andando a cercare e a candidare chi in questi ultimi ha incarnato i valori di sinistra e li ha anche rappresentati. E non sono stati certo gli ultimi partitini sopravvissuti. Sono state invece persone  che nei movimenti o anche nelle associazioni dal basso hanno portato avanti processi collettivi e partecipativi di proposte di reale cambiamento e che non si sono fermati a ragionare con i vecchi punti cardinali di un tempo sulle questioni cui la politica – e di conseguenza la sinistra – dovrebbe dare una risposta. Gente che si è accorta da tempo che esiste una precarizzazione sempre più feroce del lavoro – e tutto ciò avviene non solo nelle vecchie fabbriche (le poche che esistono ancora) e non solo alla catena di montaggio – gente che sostiene come la difesa del lavoro sia da perseguire sempre ma che non può essere “asfaltata” dalla miopia di fronte a un territorio sempre più spesso stuprato e sfruttato in barba a qualsiasi sicurezza ambientale. Gente che considera la politica delle grandi opere – a prescindere dal colore delle cooperative che prenderanno poi i lavori – nociva e non l’unica arma per far ripartire il paese. Ecco basterebbero queste considerazioni per capire che un passo laterale verso il Pse non è possibile, perché in un colpo si perderebbero tutti i crediti conquistati con fatica in quest’ultimo appuntamento elettorale. Che non è possibile dialogare con chi crede ancora che il Blairismo – mutato magari geneticamente – possa essere la soluzione a tutti i problemi. La terza via di Blair porta inevitabilmente a un vicolo cieco che non può produrre altro che una forbice sempre più larga di differenze. Dopo dodici anni con difficoltà, si torna a ragionare di un soggetto a sinistra. Si sta scontando ampiamente tutto quello che accadde al Social Forum di Firenze con l’endorsement di Bertinotti ai social forum, un anno dopo Genova. Da allora solo cumuli di macerie che si è provato con tecniche – spesso massimaliste, per non dire dozzinali – a rimettere insieme. L’Altra Europa con Tsipras – che aveva alle spalle i suoi scheletri (i progetti naufragati di Alba prima e l’amaro finale di Cambiare si può alla vigilia delle elezioni politiche dello scorso anno non si possono dimenticare) – non ha certo brillato nella fase organizzativa iniziale. Ma le vanno riconosciute le attenuanti generiche: non era semplice fare qualcosa di concreto in poco tempo. Quel qualcosa di concreto aveva in partenza due valori altamente simbolici. Due simulacri: la candidatura alla Commissione Europea del leader di Syriza, partito di sinistra e di maggioranza ora in Grecia, il paese ultimo degli ultimi che non si presentava all’appuntamento elettorale come l’ennesima creatura populista ed euroscettica; e la garanzia italiana, una firma più che altro, di Barbara Spinelli, la figlia di Altiero che scrisse “Il manifesto di Ventotene”, tracciando i contorni di un’Europa e di Comunità che per un po’ abbiamo inseguito, ma che nella realtà non abbiamo mai avuto. Era un modo per mettersi in gioco e andare ad attaccare quel modello eurocrate  che sulla base del vecchio motivetto di thatcheriana memoria “non c’è alternativa (there’s no alternative)”, impone da anni una politica di rigore e di austerità, senza precedenti, che continua ad allargare la forbice delle disuguaglianze. Di quella politica, almeno negli ultimi tre anni (e al netto degli ormai celebri 80 euro in busta paga) il Pd si è fatto portatore senza mai dare concreti segnali di discontinuità, prima sostenendo il governo Monti, poi dando vita a due governi di larghe intese che non nascevano dalla volontà esplicitata dagli elettori nelle urne. Di fronte a tutto questo, qualora ci fosse un abbraccio tra Pd e Sel, così come sembrano lasciare intendere le parole di Migliore, non potrà che essere un abbraccio mortale per una sinistra e per quei valori che il Pd in questo momento storico – e soprattutto dopo l’ascesa di Renzi a segretario-premier – non è in grado di rappresentare. Altresì il percorso iniziato con l’Altra Europa per Tsipras – pur divergendo almeno inizialmente da quello di Syriza in Grecia – merita invece un approfondimento perché la convinzione è che nel momento in cui il concetto di rappresentanza può essere bypassato solo con la stessa rappresentanza, l’unica via rimane quella di lavorare con chi in questi anni ha rappresentato davvero quei valori con processi collettivi e di partecipazione. Strada lunga certo, ma unica soluzione non solo per non disperdere quel poco – che è comunque considerevole visto l’ingresso al Parlamento Europeo – che è stato fatto, ma anche per provare davvero a cambiare verso.

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La mutazione genetica del Pd

Cotone-lana o lana-lana e cotone-cotone. Non so perché mi è venuto in mente un vecchio sketch di Paolo Panelli di fronte alle canottiere, quando ho provato per un istante a concentrarmi, oltrepassando la crudezza dei numeri, sull’esito delle Europee in Italia. Ha vinto il Pd, quindi il centro-sinistra, giusto? Ha vinto un partito che ha completato la sua mutazione genetica e proprio alle Europee è riuscito a dimostrarlo come non mai. Ha vinto un partito che è riuscito a mostrarsi affidabile con i cosiddetti poteri forti e che in nome della governabilità e sulla retorica del voto utile è schizzato a un percentuale mai vista. Oltre il 40%. Inutile fare paragoni con la storia più o meno recente del Pd o peggio ancora con quella del Pci. Quest’ultimo tentativo sarebbe un grave errore visto che – a parte la stucchevole contesa per appropriarsi di Berlinguer a puro scopo di marketing politico – questo partito nei fatti non sembra avere più un collegamento (figuriamoci addirittura un pantheon) con quello che il Pci rappresentava per la sinistra e per i suoi valori, non necessariamente comunisti poi. Quindi, tornando alla domanda iniziale e mutuandola nella geopolitica: centro-sinistra o centro-centro e sinistra-sinistra. Centro-centro, purtroppo, per il Pd che ha completato così il suo percorso, perdendo anche solo nelle premesse quelle che erano le buone intenzioni del Lingotto: forza innovatrice. L’unica innovazione, purtroppo, cui abbiamo assistito è stata quella delle Larghe Intese. Uno schema, su cui la Germania della grande coalizione ci aveva già preceduto (e anche lì c’era una forza di sinistra, l’Spd, che ha fatto il medesimo passo laterale), che rischia di diventare buono anche per l’Europa. Le larghe intese tra Popolari e Socialisti sembrano praticamente già scritte sulla carta, a prescindere da chi diventerà il nuovo presidente della Commissione Europea. In questo inequivocabile successo del Pd, al netto di un’astensione che non può comunque passare inosservata, sono state applicate tutte le regole della retorica politica: governabilità (concetto che stride assai con le istituzioni europee), la paura del nemico alle porte (Grillo soprattutto, Berlusconi ormai è stato derubricato a semplice sparring partner) e la vecchia storiella del voto utile, come se ne esistesse uno inutile per principio. Così di fronte alle suddette paure, ai pericoli più o meno reali, la scelta è caduta, per dirla alla De André, sul “credere ancora che tutto sia come prima perché avete votato ancora la sicurezza, la disciplina”. Ma era veramente questo che i democrat italiani volevano quando è nato il Pd? Placare l’eterna ossessione di vincere almeno un’elezione -e ci sono riusciti – e trasformarsi in un partito del capo, conservatore, non poi così tanto diverso da quello che è stato sempre considerato il grande nemico? Ora proprio nella bulimia di fare paragoni, si esagera perfino oltremodo, provando a mettere sullo stesso piano la vittoria del Pd con quella della Dc del 1953. Bisogna fare attenzione però, la Dc anche nella sua cancerosa fase finale ha sempre considerato fondamentale il dibattito interno e quello che veniva definito il gioco delle correnti che non era solo un modo per scegliere un candidato invece di un altro, ma anche di avanzare proposte. Il Pd di Renzi, almeno sin dalle prime mosse, non sembra avere lo stesso rispetto per le differenze di pensiero al proprio interno. A prescindere poi da quello che è il mosaico delle candidature, perché alla fine l’obiettivo è sempre lo stesso: prendere più voti, andando a raccoglierli con operazioni di marketing politico piacione, i famosi specchietti per le allodole, meglio se presi dalla cosiddetta società civile. Ora, però, viene il difficile. Perché se Renzi crede davvero di guidare una forza di centrosinistra innovatrice – e non basta essere entrato nel Pse – deve dimostrarlo, dando segni concreti di discontinuità soprattutto in Europa e nel modo d’intendere l’Europa. A iniziare dalle politiche di austerità e di rigore di questi anni e alle troppe intromissioni degli ormai noti organismi tecno-finanziari sulle politiche del nostro paese. Tra l’altro avrebbe anche la forza per farlo, riconosciutagli dall’aver ottenuto l’unico vero successo di un partito del Pse. Se dovesse fare così, significherebbe che ci siamo sbagliati. Purtroppo l’impressione invece è quella iniziale. Non ci sarà un cambiamento di verso in Europa e qualora ci fosse, non sarà di certo il Pd a farlo. D’altronde di idee e soprattutto di impegni in questa direzione, ne abbiamo sentiti un po’ pochini da parte di Renzi. C’era da trasformare il voto europeo in un referendum sulla stabilità del governo. Ce l’ha fatta. Ma dire che in Italia ha vinto il centrosinistra, aggrappandosi a un’etichetta linguistica ormai fuori misura per il Pd proprio per le scelte che ha fatto in questi ultimi anni, è intellettualmente sbagliato.
Non ci saranno forse le solite sedute di autocoscienza per chiedersi che fine ha fatto la sinistra e dove va cercata. Non bisogna cercarla, bisogna costruirla. L’Altra Europa per Tsipras è stata sicuramente un’operazione palliativo che, nonostante tutte le difficoltà e le perplessità iniziali sull’organizzazione, ha funzionato perché è riuscita a rappresentare una parte del paese che non si sentiva rappresentata ma che da anni porta avanti processi e pratiche collettive che rispondono pienamente a valori di sinistra e che partono dal basso. Ma chiaramente non può bastare. Il tema della rappresentanza a sinistra rimane di stretta attualità. Ed è destinato a restarci ancora per parecchio.

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23 maggio 1992, io non dimentico

Tredici anni, appena finita la partita di calcio, la radio gracchia: “a Palermo c’è stato un attentato, è rimasto ferito il giudice Giovanni Falcone”. Poco ore dopo Falcone morirà. La nostra linea d’ombra – seppur in netto anticipo con quello che è il normale avvicendarsi delle età – è fissata in quel giorno: 23 maggio 1992. La perdita dell’innocenza. La constatazione che un Paese già tremendamente fiaccato dagli ultimi rantoli sguaiati di una classe politica che si stava dissolvendo (ma solo per poco)  veniva colpito al cuore con una brutale e geometrica violenza (la preparazione dell’attentato come racconteranno le indagini e le inchieste e infine i processi ne è una dimostrazione). Gli occhi si riempiono di immagini di dolore. Poi subentra la rabbia. Infine la ribellione che scalfisce il potere politico di allora, considerato con una sudditanza fin troppo esagerata, al di sopra della gente.  Si sgretolano anche le certezze sul “non vedo, non sento, non parlo”. Le tre scimmiette sembrano ormai una icona del mutismo proverbiale dei siciliani che sta andando in fiamme. E poi le lenzuola bianche che escono fiere dalle finestre delle case palermitane. Una nuova resistenza così l’etichettano in tanti. Uno in particolare, Antonino Caponnetto, le cui lacrime e quelle parole sulla bara di Paolo Borsellino, cinquantasei giorni dopo la morte di Falcone (“ora è davvero finito tutto”), rimangono fisse nella memoria. Una nuova resistenza per provare a costruire un altro paese. Ventidue anni dopo, la mafia non ammazza più. Così almeno pare. Ma dalla dissoluzione apparente del decrepito sistema di potere politico di allora non è nato niente di buono. Nonostante le invenzioni linguistiche come  la “Seconda Repubblica”, nonostante la sete di maggioritario, sognando un bipolarismo, che avrebbe dovuto spazzare via quello che ventidue anni fa chiamavano consociativismo. Il sistema maggioritario uninominale ci aveva fatto credere che avremmo potuto scegliere noi i candidati da mandare in Parlamento, diventando i veri cani da guardia della democrazia e della rappresentanza. Illusione. Nemmeno tanto pia. Poi è arrivato il Porcellum che ha definitivamente distrutto le residue speranze di chi è sempre stato ottimista fino al midollo. In ventidue anni non siamo riusciti a creare un sistema alternativo a quello di allora, ci siamo ritrovati in un pantano forse ancora peggiore. E piano piano hanno cominciato a cedere anche le prime certezze costruite con fatica, sudore e battaglie. Certezze sul lavoro, sul cosiddetto welfare e anche sul concetto di democrazia. E infine sull’Europa. Dalla Comunità di allora, solidaristica organizzazione almeno nelle intenzioni, a Unione economica governata da sempre più potenti oligarchie, così invadenti da andare a intaccare anche le sovranità nazionali. Ventidue anni dopo, nell’anniversario della strage di Capaci, sale forte fino alle narici il fetore di un sogno interrotto. E non c’entra la nostalgia e nemmeno la comparsa dei primi capelli bianchi. Tra due giorni si vota. Per l’Europa. Più che un normale appuntamento elettorale, è un ulteriore appello per provare a esprimere quei concetti che avevamo chiari in testa ventidue anni fa, che magari in qualche passaggio abbiamo perso di vista, ma che radunandoli, li dovremmo avere ancora chiari. A cominciare da come dovrebbe essere la stessa Europa: più democratica, più solidale, con più diritti e soprattutto uguali per tutti.  Non ce lo siamo dimenticati. Spero, almeno noi.

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Turarsi il naso? No, grazie

Leggendo stamattina il commento di Eugenio Scalfari che – dopo una voluminosa captatio benevolentiae in cui non risparmia le critiche più evidenti e sacrosante al premier Renzi – invita a votare alle prossime elezioni il Pd; viene in mente quel vecchio editoriale di Indro Montanelli in cui coniò quella celebre espressione “turarsi il naso” che sarebbe diventato – ahinoi- un tipico esercizio di voto italico. Ok, Montanelli allora consigliava di votare Dc e ora c’è il Pd, il macropartito sempre più di centro e meno di sinistra, che vorrebbe riaffermare come stabilità e governabilità siano in qualche maniera assicurate al paese solo con l’autoconservazione dello stesso al potere. Ma questo concetto lo dovremmo conoscere bene. Almeno da tre anni. Da quando disarcionato Berlusconi, Monti andò al governo. Da lì in poi il macropartito di centrosinistra non è mai riuscito a dare segnali di discontinuità. E ora l’appuntamento elettorale europeo sembra più che altro una verifica per vedere se il governo Renzi ha i numeri per tenere e passare le varie nottate, da qui forse al 2018. Queste elezioni però, non sono un inciso. Non sono una digressione su un dibattito pubblico-politico sempre più esasperato nei toni e negli slogan. Queste elezioni sono qualcosa di più. Arrivano mentre la crisi non ha ancora finito di far sentire tutti i propri effetti sui vari paesi, mettendo in discussione il concetto di Europa, così come lo abbiamo conosciuto e interpretato, purtroppo, in malo malissimo modo. Più unione – con rigide regole e controllori tecnofinanziari – che comunità, così come dovrebbe essere e così come era stata teorizzata tanti anni fa a Ventotene. Lo snodo è cruciale anche per capire anche quanta voglia di sinistra (e di quello che dovrebbe – condizionale d’obbligo – rappresentare) c’è ancora nel nostro paese. E quante possibilità ci sono di costruire qualcosa da quella parte.  La risposta – ancora una volta – non può essere agitare il nemico di turno (che sia Grillo ora e la lunga scia di euroscetticismo che si porta dietro rispetto al Berlusconi che annaspa per provare a prendersi la ribalta) e  provare a convincere l’elettore di sinistra smarrito di votare il Pd per scongiurare il peggio. Perché il Pd, a prescindere dal recente ingresso nel Pse (che non è stato tutto questo gran passo), non ha fatto nulla per segnare una discontinuità con il proprio passato anche in Europa che significa – anche in questo caso – perpetuare lo stato delle cose.

Ecco, forse è troppo tardi, forse;  ma non è ancora detto  per ragionare su un modo d’intendere l’Europa e l’Unione (sarebbe meglio tornarla a chiamare Comunità, con la C maiuscola) che non sia solo un mero esercizio matematico, con tanto di calcolatrice, per vedere se si sforano determinati parametri. Le cose più interessanti, almeno in questo paio di mesi di campagna elettorale, arrivano dall’Altra Europa con Tsipras, che è forse l’ultima scommessa italiana per provare a non far svanire il sogno di rappresentare un popolo che non si sente più rappresentato da un pezzo, a sinistra. Non nasce dal basso, almeno in Italia, ma ha avuto qui il merito di coinvolgere persone che si sono impegnate in questi anni nei movimenti e in pratiche sociali che potrebbero aiutare, una volta per tutte, a definire il concetto di sinistra in questo paese. E per una volta proprio perché la struttura partito non esisteva, non ha avuto nemmeno quella tendenza egemonizzatrice nel considerare i candidati della cosiddetta “società civile” una funzionale smacchiatina per rendere più attraente il pachidermico assetto da partito. E’ vero – come hanno rilevato in tanti – che stonano le scelte di molti dei capilista di annunciare già in anticipo la volontà, qualora fossero eletti, di rinunciare; ma è altrettanto vero che, qualora fosse superata la fatidica soglia del 4%, ne beneficerebbero candidature non paracadutate dall’alto proprio per il discorso che si faceva qualche riga sopra (come spesso è successo in questi ultimi anni). Delle prediche – più o meno argomentate e giustificate – sul voto utile e sulla politica di responsabilità di fronte al nemico che avanza e che, in fin dei conti, non fa altro che riproporre il solito schema thatcheriano del “There’s no alternative”, “non c’è alternativa”, ne abbiamo sentite e continuiamo a sentirne ancora troppe. L’alternativa è tutta da costruire e questo appuntamento elettorale  non può essere più che un passaggio, seppure importante, verso la costruzione. Ecco perché è meglio non turarsi il naso. Così almeno come consiglierebbero di fare in tanti. Scalfari compreso.

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Libri/18 Il volto oscuro del potere

La mia recensione sul libro di Valerio Aiolli “Il sonnambulo” (Gaffi editore, 254 pagine, 15,90 euro) uscito sabato 10 maggio su Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

 

sonnambulo

 

aiolli

 

Matteo Massi
Il potere e la perdita dell’innocenza. Se esiste una data precisa per individuare quando la generazione dei trentenni e ultratrentenni di oggi ha perso l’innocenza, quella data è il 23 maggio 1992. Capaci, autostrada per Palermo, lì morì Giovanni Falcone. E da lì parte anche Valerio Aiolli per il suo ultimo romanzo «Il sonnambulo» (Gaffi Editore, 254 pagine, 15,90 euro). Un romanzo sul potere e l’ambizione. Un’ambizione sfrenata quella di Leonardo, manager di un’azienda pubblica con nomine (ovviamente) pilotate dal partito di riferimento che sta per fare l’ultimo passo per arrivare al gradino più alto: da direttore generale a presidente. Il contesto storico è quello del disfacimento della prima Repubblica che ha un’improvvisa accelerazione dopo la strage di Capaci che finisce col certificare la liquefazione del potere politico di allora. In tutto questo Leonardo, arrivista e ambizioso che cede solo a qualche attimo di umanità, si aggrappa alla giovane stagista (e questo potrebbe far pensare a una scappatella più o meno banale). Ma la relazione con la giovane Carla si rivela, in qualche maniera, per essere la chiave stessa del romanzo e del logoramento interiore del protagonista, indirizzandolo a un finale amaro per Leonardo. Sì, il potere logora anche chi ce l’ha.

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